venerdì 20 dicembre 2013



Individuo e Comunità: compenetrazione e distinzione 
di due entità.


 Maurizio Neri

 Per parlare a mente lucida del comunismo come legittima possibilità di organizzazione umana da conseguire nel reale attraverso la formazione di comunità solidali e compiute, tramite il progressivo cambiamento delle strutture e delle coscienze, bisogna ripartire proprio da quell'idea di capitalismo utopico, smithiana, respingendone integralmente il presupposto spontaneista prima ancora dell'esito catastrofico reale.
All'astrazione dei rapporti sociali che si determinano attraverso casuali movimenti spontanei di ciascuno, un comunismo comunitario deve opporre l'altissima considerazione del momento decisionale razionale, come momento di profonda condivisione umana e di possibile raggiungimento di un'armonia collettiva cosciente a priori.
Nella comunità l'armonia oggettiva finale è impensabile senza l'armonia intenzionale soggettiva di ciascuno, e non può esistere alcun equilibrio teorico valutabile ex-post ( sulla base, ad esempio, del progresso materiale conseguito)  che non proceda dallo stato cosciente di partecipazione e di ordine per ciascuno fin dal principio della sua appartenenza.
In questo senso Marx, nel formulare una teoria comunista senza Stato, si poneva in continuità con l'aspetto utopistico della risoluzione totale della conflittualità senza mediazione politica cosciente: se nell'utopia capitalistica la risoluzione della conflittualità classista dell'ordine antico feudale doveva avvenire con la paradossale e suicida esaltazione della conflittualità individuale a priori ( cioè quella soggettiva ed intenzionale che si esprime nell'atto egoistico sociale di ciascuno), nell'utopia comunista di Marx tale risoluzione avviene attraverso la definitiva soppressione di ogni rapporto cristallizzato, da quello di soggezione personale di diritto caratterizzante l'antico regime, a quello di soggezione di fatto al capitale, caratterizzante il modo di produzione capitalistico. Il fatto che l'utopia comunista di Marx fosse un'utopia inscritta all'interno della misura umana ritrovata nel limite e nell'adesione all'essenzialità della vita, e che invece l'utopia capitalistica fosse un'utopia dell'illimitato e del delirio smisurato dell'immane raccolta di merci, è un fatto assolutamente fondamentale e dirimente, ma al momento non necessario ai fini dell'aspetto utopico spontaneistico, ad entrambe le utopie comune, che mi interessa indagare.
Soppressi gli elementi di soggezione dall'esterno ( di diritto e di fatto) e le loro cristallizzazioni ideologiche conseguenti ( le sovrastrutture culturali, religiose, politiche ), secondo Marx, si sarebbe potuti giungere al comunismo, ovvero la potenzialità solidaristica umana si sarebbe potuta risvegliare dal torpore, a partire dalla spontaneità dei rapporti e dall'autorganizzazione, senza cioè passare per il momento politico e, a priori, etico, credendo che la contraddizione tra uomo e uomo nel relazionarsi in società si sarebbe estinta automaticamente una volta estinti anche i suoi presupposti oggettivi ( la proprietà privata come rapporto giuridico tutelato dalla legge). In tal senso la rivoluzione borghese non poteva che essere vista come fattore progressivo in sé ( seppur parziale e falso),  poiché dava inizio al processo di decostruzione dell'esistente.
 ( In proposito coloro che vedono in Marx il responsabile dell'elemento ultra-politico parossistico del comunismo realmente esistito, stravolgono completamente l'ordine dei problemi, poiché l'eccesso di Marx fu semmai individualista, e non certo collettivista e ultra-politico).
Affermare la centralità della comunità come luogo di esplicazione reale del comunismo, significa esattamente respingere ogni pretesa positivistica del comunismo come movimento procedente dalle relazioni spontanee di uomini liberati dalle catene dell'ideologia, della proprietà, e in una parola, di uomini liberati dalla contraddizione tra società e individuo.
Tale contraddizione in sè non è superabile, a mio avviso, con il trapasso dal modo di produzione capitalistico a quello cooperativistico comunista, poiché permane strutturale all'uomo una dialettica ( che lo caratterizza naturalmente) tra sfera intima e sfera comunitaria che lo induce ad occuparsi di ciò che è in comune in maniera profondamente diversa rispetto a ciò che è intimo ( diversa e non qualitativamente peggiore o eticamente meno fondata )
Capire questo è un passo decisivo per rivendicare l'autonomia della politica comunitaria come luogo di partecipazione reale ontologicamente distinto dall'individuo.
Anche qui, la differenza tra distinzione e separazione è essenziale: separazione significa alienazione e soprattutto si traduce in un' operazione astratta e teorica possibile solo a posteriori, in cui si descrive l'individuo come atomo isolato che aderisce ad un contratto difensivo reciproco con il resto del corpo sociale, secondo uno schema artificiale che non considera il fatto che individuo e comunità non sono concetti pensabili se non insieme. Inutile dire che quest'idea è alla base del meccanismo di riproduzione capitalistico, e che è la fonte di ogni male sociale odierno.
Distinzione nell'unità e nella compenetrazione reciproca, è invece a mio avviso la reale descrizione del rapporto tra individuo e comunità. Senza distinzione, infatti, si ricorre ad un artificio di segno opposto altrettanto pericoloso, che vorrebbe far scomparire, sempre attraverso un'operazione astratta a posteriori, l'importanza dell'autonomia comunitaria e dell'autonomia individuale come spazi rigorosamente diversi con il conseguente annullamento di ogni spazio intermedio tra singoli e comunità umana totale.
Riconoscere tale differenza è importante soprattutto per rivendicare concetti spesso negletti o ostaggio di false o persino oscene interpretazioni e manipolazioni, che affronterò nei prossimi paragrafi.



La responsabilità dei singoli.

Per introdurre con nettezza la proposizione della compenetrazione nella distinzione ta individuo e contesto, mi è utile tracciare il concetto di responsabilità individuale, oggetto di opposte visioni, oggi dominanti, confluenti entrambe nell'individualismo esasperato deresponsabilizzante.
 Laddove non si veda la distinzione ontologica tra individuo e comunità, si rischia di far sparire in una presunta onnicomprensività del sistema le proprie azioni individuali giustificandole a priori per l'influsso nefasto di un sistema giudicato come cattivo. Tale idea si rovescia in maniera immediata e paradossale nel peggior individualismo leggittimatore del disordine, poiché, negando al singolo la possibilità nonché il dovere di essere presente e vigile,  al di là ed oltre la degenerazione comunitaria o sociale, lo pone rispetto al sistema in una posizione di comodo e di rivendicazione: non la rivendicazione stralegittima dei lavoratori sfruttati o degli inquilini sfrattati, ma la rivendicazione comportamentale di fondo, dell'individuo lamentoso assorbito dal meccanismo anonimo di riproduzione sociale ( vedremo in seguito come tale degenerazione paradossale, ma chiarissima di tipo individualistico-collettivista sia inerente all'attuale mondo formalmente anti-capitalistico di nicchia, post-moderno ed anarcoide).
L'antitesi di tale cecità di fronte a questa distinzione, è, all'estremo opposto, il delirio meritocratico-responsabilizzante liberale, paravento falso di ogni discorso odierno di difesa dell'ordine capitalistico costituito. Il cinismo liberale in proposito è talmente flagrante da risultare persino disgustoso: la pretesa di attribuire all'uomo già strappato a forza dalla propria comunità, un'etica della responsabilità avulsa dal reale, cioè esclusivamente limitata al rispetto dei presupposti egoistici e distruttivi del sistema stesso ( competitività, proprietà privata, più lavoro= più soldi, sacralizzata legge del più forte) si estrinseca in un'etica apparentemente razionale, cosi' tanto razionale da sembrare persino matematica, per cui nella libera contrattazione del libero mercato, chi fallisce è colpevole di incapacità o pigrizia. Non mi soffermo oltre su quest'etica spazzatura, le cui radici non vanno ricercate ( come premesso) in un presupposto egoistico di una cricca di banditi, ma in una falsa utopia contraddittoria pericolosissima che ci ha condotto al pietoso stato di coma comunitario in cui versa il mondo contemporaneo occidentale.
Affermare la responsabilità individuale reale significa invece, credere semplicemente che ogni singolo abbia il sacrosanto dovere, in ogni tempo ed in ogni sistema, di agire socialmente in conformità alla necessità e al rispetto del prossimo, senza alcuna scusante a posteriori da paranoia sistemica, nonché il diritto di porsi soggettivamente in aperta critica alla comunità.
Il dovere legato al rispetto delle norme comportamentali e la corrispondenza ai criteri di proporzione ( nelle azioni) e necessità ( si ruba per fame o per impellenza, non per diletto e il rubare in sé resta comunque un'azione negativa ) non possono mai essere superati dal vittimismo sistemico per cui ogni cosa che va male è colpa del sistema e pertanto si è legittimati ad essere antisociali fino a che non ci sarà la rivoluzione: è evidente come tale pensiero sia in realtà speculare al cinismo della falsa responsabilità liberale ( secondo cui il poveraccio che ruba il pane merita la galera, come il lavavetri che disturba l'automobilista).
I due estremi devono essere visti entrambi, a mio avviso, come negazione dell'individuo libero e comunitario. Sapendo, da un lato, che chi si erge a critico del sistema corrotto senza mettere in radicale discussione previa sé stesso e il proprio comportamento finisce per essere risucchiato inevitabilmente dallo spirito del branco, e la sua critica al sistema resterà inevitabilmente o sterile lamento o schiamazzante estremismo di nicchia. E sapendo, dal lato opposto, che non è tollerabile alcun cinismo o sproloquio o delirio sulla responsabilità individuale in senso economico-meritocratico nella società del caos produttivo, e della plutocrazia più assoluta. ( E aggiungo che il merito di risultato non dovrebbe mai assurgere in alcun sistema sociale ad ideologia di fondazione valoriale dell'etica comunitaria, essendo piuttosto l'impegno e il senso del dovere reciproco le uniche variabili di condivisione reale della vita comune).
In tempi in cui spadroneggiano le due ideologie speculari e falsamente opposte del liberalismo meritocratico individualista e dell'anarchismo comportamentale pretenzioso, queste precisazioni non sono affatto inutili.

Segue(2)


martedì 17 dicembre 2013

Lineamenti di una futura lotta di liberazione

 
  di Eugenio Orso 
Premessa
In questo e nei prossimi interventi ci proponiamo di affrontare alcuni temi di estrema rilevanza politica e sociale. Lo scopo è di abbozzare, una prima volta, i lineamenti che dovrà avere una futura lotta di liberazione e gli obiettivi che auspicabilmente dovrà conseguire. I punti da sviluppare sono i seguenti:
1)    Dittatura centralista rivoluzionaria.
2)    Odio di classe, Vendetta sociale e Disumanizzazione del nemico.
3)    (Ri)educazione di massa.
Il neocapitalismo, attraverso i suoi molti canali di propaganda, di flessibilizzazione e di condizionamento delle masse è riuscito a trasformare l’uomo e le società, a renderli adatti a sopportare lo “sfruttamento totale” che le sue dinamiche e le sue esigenze riproduttive implicano. Usiamo deliberatamente l’espressione “sfruttamento totale” – che virgolettiamo non ironicamente – perché ci si è spinti ben oltre il vecchio recinto della fabbrica, in cui si accumulava e si estorceva il plusvalore (secondo Karl Marx). La sussunzione reale del lavoro al capitale, indagata una prima volta da Marx, si è estesa “a macchia d’olio”, in questi decenni di trapasso dal capitalismo produttivo dello scorso millennio al neocapitalismo finanziarizzato, a ogni ambito della vita umana, individuale e sociale. La sussunzione è raddoppiata, per l’assoluta superiorità del capitale finanziario su quello “produttivo” e l’estorsione del plusvalore è un sottoinsieme della creazione del valore azionario, finanziario e borsistico che la contiene. Si è agito sull’uomo, per manipolarlo e diminuirlo, su vari fronti, a partire da quello del lavoro, precarizzato, sotto pagato e svalutato culturalmente. Il tasso di violenza espresso dal sistema è oggi alle stelle e gli spazi alternativi, extralegali, di resistenza, sono stati spazzati via, o si sono ridotti a piccole, insignificanti isole in un mare sconfinato di neoconformismo. Il dissenso espresso in forme radicali sopravvive nella virtualità della rete, sospesa su una realtà sociale e umana che si vuole rendere invisibile, illeggibile o si vuole semplicemente esorcizzare. All’interno del sistema politico di supporto al neocapitalismo, vige una sorta di “democrazia del mercato”, di matrice assolutistica, che non ha più bisogno di un vero consenso di massa (per quanto estorto, manipolato), avendo ridotto le elezioni politiche a suffragio universale a un puro momento rituale, a fronte di programmi politici già decisi dalle élite globaliste e a senso unico. In questa situazione, se ci fossero forze extraparlamentari agguerrite, disposte alla lotta nelle piazze, non avrebbero più leve. Se ci fossero ancora le BR, non avrebbero più gruppi di fuoco. Per far digerire agli operai la rischiavizzazione, ai ceti medi l’impoverimento progressivo, ai giovani la disoccupazione endemica, gli agenti neocapitalistici hanno agito sull’uomo con ogni mezzo a disposizione, senza scrupolo alcuno. Pacifismo, politicamente corretto, culto irrazionale e masochistico della democrazia (liberale), culto del mercato e del privato (i grandi capitali finanziari), dominano incontrastati le menti e la vita delle masse, che sembrano aver perduto anche l’ultima stilla di coscienza politica e sociale.
Parte I – Dittatura centralista rivoluzionaria
Oggetto del presente intervento è la contrapposizione alla democrazia rappresentativa di matrice liberale – che supporta lo sfruttamento totale neocapitalistico e i crimini perpetrati dai dominanti contro l’uomo e l’ambiente – di un sistema di governo alternativo, demonizzato dai “sinceri democratici” al servizio del neocapitalismo, in grado di supportare validamente la rivoluzione politica e sociale per la liberazione dell’uomo. La superiorità assoluta del mercato e del grande capitale finanziario, assicurata sul piano politico dalla democrazia rappresentativa liberale, potrà trovare il suo contraltare soltanto in una forma di governo opposta, centralizzata, affidata a nuove élite anticapitaliste e antimercatiste, adatta ad affrontare le emergenze ereditate dal nuovo capitalismo finanziarizzato e i grandi cambiamenti storici. Una forma di governo che potrà supportare validamente un grande progetto di controdemiurgia rivoluzionaria, per la liberazione definitiva e integrale dell’uomo dalle catene neocapitalistiche.
A questo punto, si rende indispensabile una precisazione. Non vi è alcuna contraddizione fra questo e un nostro precedente intervento, in cui abbiamo stabilito i lineamenti di un programma politico-strategico alternativo, applicabile alla realtà storica, sociale e politica di paesi oppressi come l’Italia. Nel post Le basi programmatiche dell’alternativa abbiamo esplicitato i punti principali, nell’essenziale, di un programma opposto a quello neocapitalistico, stabilito dagli organismi sopranazionali e applicato dai gruppi politici subdominanti nei vari paesi sottomessi. Le basi programmatiche da noi proposte nel citato scritto sono “sovraniste”, dal punto di vista monetario e politico (uscita dall’euro, dall’unione europoide e dal sistema di alleanze “occidentale”), dirigiste, dal punto di vista economico (con la riattivazione piena dello stato imprenditore, le rinazionalizzazioni), keynesiane, dal punto di vista del modo di intendere la funzione del deficit dello stato e quella della spesa pubblica. Infine, nel programma si riconosce la centralità dello stato sociale, per un autentico sviluppo centrato sull’uomo, che dovrà essere riattivato ed esteso. La prima vera libertà umana, volutamente ignorata dai pubblicisti del neoliberismo sfrenato, era, è e resterà quella dal bisogno economico.
Come si nota, non abbiamo delineato i contorni di un programma collettivista, volto in tempi brevi alla completa socializzazione di tutti i mezzi di produzione e alla scomparsa dell’iniziativa privata (come ci sarebbe piaciuto fare). Questo perché, nel breve, data la situazione di passività di massa e di colonizzazione delle menti, solo un programma “intermedio” come quello da noi tratteggiato potrà avere speranze di successo. Per speranza di successo intendiamo l’adesione di gruppi politici, di intellettuali e di economisti con (almeno) un piede dentro il sistema, con la possibilità effettiva di “smuovere” la situazione dall’interno. Intendiamo anche la possibilità concreta di consenso fra le masse pauperizzate, oggi passive, idiotizzate socialmente e politicamente, impaurite e ricattate dal punto di vista economico (la “spada di Damocle” del debito pubblico, il peggioramento della “crisi” produttiva e occupazionale), “educate” (o meglio, ammaestrate) al pacifismo a senso unico e al rispetto assoluto, all’accettazione acritica della democrazia neocapitalistica di mercato (l’unica e la sola oggi esistente).
Il passaggio dalla democrazia liberale, con annessa truffa del suffragio universale e della rappresentanza “condizionata” dall’esterno, al nuovo sistema di governo centralizzato, che opererà a beneficio delle masse-pauper neutralizzando le minoranze neocapitalistiche rapaci, difficilmente potrà compiersi nel breve o nel brevissimo periodo. Del resto, in Russia l’Ottobre Rosso dei bolscevichi è stato preceduto dalla rivoluzione mancata del 1905 e dal governo menscevico, che continuava la guerra zarista e manteneva in vita il parlamento. La rivoluzione maoista e comunista in Cina ha avuto un periodo di gestazione ben più lungo, prima di giungere alla vittoria, dal 1912 al 1949. In sintesi, sia per quanto riguarda gli aspetti programmatici sia per quanto riguarda la forma di governo, noi prevediamo due fasi rivoluzionarie future. La prima soltanto parziale, protorivoluzionaria, di superamento progressivo delle politiche neoliberiste, mercatiste ed europoidi (per quanto riguarda i paesi prigionieri dell’eurolager). In questa fase, che potrà rivelarsi piuttosto lunga e incerta, le “istituzioni democratiche” liberali saranno mantenute in vita, in tutto o in parte. Le forze politiche che la domineranno – “euroscettiche”, ostili al grande capitale finanziario, sovraniste, ma interne al capitalismo – potrebbero forse essere paragonate, dal nostro punto di vista e con le dovute cautele, ai menscevichi prima di Lenin e del Potere ai Soviet. Soviet, dei soldati, degli operai e dei contadini, che erano gli unici e i soli completamente alternativi all’allora “parlamentarismo borghese” (Lenin docet). La seconda fase propriamente rivoluzionaria, quella decisiva, rappresenterà la fine di una lunga marcia di avvicinamento al potere e un’accelerazione del processo di liberazione dell’uomo dall’oppressione del capitale finanziario, dall’usura neocapitalistica e dall’inganno della democrazia. In questa fase emergeranno in piena luce le forze autenticamente rivoluzionarie e trasformative, che prenderanno saldamente la guida della società e concentreranno nelle proprie mani il potere effettivo. La Dittatura centralista, nella seconda fase, quella propriamente definibile rivoluzionaria, potrà rappresentare un sistema di governo alternativo e caratteristico della transizione dal periodo rivoluzionario alla nuova società postcapitalista. Una transizione che difficilmente potrà essere gestita “dal basso”, in modo “democratico” – com’è facilmente intuibile – con il rischio incombente del fallimento, del caos e/o del ritorno dei criminali neoliberisti al potere.
La demonizzazione della dittatura, iniziata propagandisticamente nella parte occidentale del mondo dopo la seconda guerra mondiale, risponde oggi a ben precisi interessi di classe. Quelli della classe globale dominante. La demonizzazione della dittatura – frutto di una fuorviante interpretazione del corso storico da parte di vincitori – si sostanzia nella demonizzazione integrale del nazionalsocialismo, del comunismo sovietico e del fascismo, coinvolgendo una buona parte della storia del novecento europeo. Dopo la capitolazione dell’Unione Sovietica, ha riguardato singoli avversari del neocapitalismo, o autocrati venduti come mostri sanguinari, alla costante ricerca di un nemico irriducibile da dare in pasto, propagandisticamente, alle masse idiotizzate e flessibilizzate. Un nemico che faccia dimenticare alle popolazioni occidentali una situazione sociale sempre più negativa e a loro sfavorevole. Saddam Hussein, Slobodan Milosevic, Mohammar Gheddafi e oggi Assad rientrano in quest’ordine d’idee. Sono i “demoni” portatori della dittatura, in contrapposto alla democrazia liberale, coloro che negano apertamente i diritti astratti, inoperanti nella concretezza dei rapporti sociali e produttivi, nati dall‘inganno liberale. Sono, costoro, gli obiettivi prediletti delle guerre esterne neocapitalistiche, combattute sempre contro avversari militarmente molto più deboli con il supporto dei media e dei mercati. Rappresentano i moderni “stregoni” – condannati a morte dal “tribunale dell’inquisizione” della classe globale dominante – da mandare letteralmente al rogo. Non da soli, purtroppo, ma insieme ai paesi e ai popoli che guidano. La supremazia del libero mercato globale tendente alla massima espansione, quale riflesso irrinunciabile del modo di produzione neocapitalistico che ha “messo sotto” la politica, è ben compendiata, a livello di sistema di governo, dall’esportazione della democrazia liberale. Un’esportazione armata e destabilizzante, nelle società e per i popoli vittime di questa forma di neocolonizzazione. La dittatura è quindi il nemico numero uno, sul piano politico, e talora fa il paio con il “populismo”, venduto come un mix di fascismo e comunismo che critica sul piano sociale gli effetti delle politiche neoliberiste. Se la dittatura, nelle sue più significative espressioni storiche, fu romana, poi giacobina e infine del proletariato, con la mediazione del partito comunista nelle forme adottate in Unione Sovietica, in futuro non potrà che assumere lineamenti e contenuti originali, diversi da quelli del passato. Contrapporre una nuova forma di Dittatura centralista rivoluzionaria alla democrazia finanziaria di mercato si rivelerà una necessità, perché il superamento del neocapitalismo finanziarizzato implicherà anche il superamento del suo miglior compendio, sul piano politico, cioè la democrazia liberale (falsamente) rappresentativa, di matrice assolutista e mercatista. Allo strumento politico di dominazione del mercato e della finanza, definito democrazia liberale, sarà necessario (e persino inevitabile) opporre uno strumento politico rivoluzionario, di segno opposto, identificabile con la dittatura centralista. Il contrasto fra la democrazia liberale, centrata su diritti astratti, e le vere libertà dell’uomo è ormai manifesto, e lo è proprio in quella parte del mondo che per prima ha adottato istituzioni democratiche e liberali. La prima, vera libertà umana, dalla quale tutte le altre discendono, era, è e resterà anche in futuro la libertà dal bisogno e dal ricatto economico.
Quali potranno essere le caratteristiche, almeno per grandi linee di questo sistema di governo? Cerchiamo di dare una risposta, moderatamente predittiva, stabilendo come di consueto alcuni punti fondamentali.
1)    Rappresentanza. Con un ardito parallelo storico, se il Lenin delle Tesi di aprile del 1917 contrappose i Soviet al parlamentarismo borghese e imperialista di allora, alla “rappresentanza” liberaldemocratica, che nella realtà è rappresentanza degli interessi della classe dominante sopranazionale, si contrapporrà la formazione di consigli, comitati e direzioni strategiche rivoluzionarie, nelle quali emergeranno le personalità in grado di guidare l’apparato pubblico. Quei governanti, designati dalle direzioni strategiche, a loro volta espressione dei comitati rivoluzionari, dovranno essere soggetti a regole di comportamento e norme stringenti, per rispondere adeguatamente, una volta e per tutte, alla solita domanda “chi controlla i controllori”. Eventuali reati da loro commessi dovranno essere puniti molto più duramente dei reati commessi da un comune cittadino. E’ chiaro che la rivoluzione dovrà avvenire anche dal punto di vista costituzionale, azzerando la rappresentanza liberaldemocratica e fasulla.
2)    Elezioni. Noi conosciamo una sola forma di democrazia, quella realmente esistente, così come abbiamo conosciuto una sola forma di comunismo, quello novecentesco realmente esistito, il cui “modello” più noto e di maggior successo era di matrice sovietica. Il resto appartiene a una dimensione puramente ipotetica e ideale, oppure a una realtà storica e culturale lontana, irrimediabilmente perduta, che non potrà essere resuscitata (la democrazia della polis greca, il comunismo dei consigli). La forma di democrazia che conosciamo e che realmente esiste è, banalmente, un efficace strumento di oppressione e dominazione delle élite che simula, a fronte di politiche antipopolari applicate, la cosiddetta volontà popolare. Volontà popolare che dovrebbe manifestarsi con le elezioni a suffragio universale, che però non rappresentano la volizione del popolo – come dovrebbe essere chiaro anche ai bimbetti – ma semplicemente un rito sistemico legittimante, nella dimensione politica dominata dalle élite globali. In verità, mentre si vota “universalmente”, ma senza possibilità concreta di influire sulle linee programmatico-politiche, la decisione politico-strategica che conta, mai come oggi, è sempre più addensata in alto e all’esterno dei paesi (vedi l’eurozona-lager) rigorosamente in base al “censo”. Nel nostro caso in base al grado di controllo esercitato sul grande capitale finanziario, sulle entità economiche multinazionali e sulla moneta. Per questa via truffaldina, la volontà popolare non solo non è rispettata, ma è neutralizzata a beneficio dei veri dominanti dello spazio politico. Il rito elettorale legittima, per farla breve, l’assolutismo del mercato combinato con il dominio della finanza internazionalizzata. Rinunciare a questo rito significa superare, anche sul piano politico, la supremazia neocapitalistica e riportare l’economia sotto il controllo della Politica, quella vera, con l’iniziale maiuscola.
3)    Partiti politici. Per esperienza drammaticamente concreta, sappiamo, o dovremmo sapere, che una pluralità di cartelli elettorali, più o meno radicati e strutturati sul territorio, più o meno ridotti all’osso come tessere e partecipazione, non significa assolutamente varietà di programmi politici alternativi e vera libertà di scelta. Il programma applicato è predeterminato, ha poco a che vedere con le “promesse” da campagna elettorale e con le supposte “tradizioni” ideologiche di questi cartelli-partito, essendo l’espressione degli interessi privati e neofeudali di una ristretta cerchia strategica, all’interno della classe dominante neocapitalistica e postborghese. Abbiamo ben compreso, infatti, qual è il vero significato e il vero scopo dell’eurozona e dell’unione “europea”, dei loro trattati e della loro disciplina fiscale e di bilancio. Considerata la nostra esperienza, possiamo concludere che la pluralità di cartelli elettorali/ partiti non significa varietà nella scelta e in alcun modo può assicurare l’emancipazione della “classi subalterne”. Esattamente al contrario, è uno specchietto per le allodole che serve a imbrogliare la popolazione, per far passare le controriforme “strutturali” imposte dai mercati e, nello stesso tempo, agevola lo strutturarsi dei gruppi collaborazionisti sub-politici che servono i grandi poteri esterni. Si rinuncerà senza rimpianti alla democraticissima pluralità di partiti, visto il suo vero significato ed esito.
4)   Stato di diritto. Lo stato di diritto è un pilastro di qualsiasi forma di governo. In democrazia liberale fa il paio con la rappresentanza. Ebbene, se guardiamo a un caso come quello italiano, lo stato di diritto non è operante, a partire dalla legge fondamentale, cioè dalla costituzione. Oltre allo stratificarsi di normative complesse, fumose e farraginose, che inficiano la legalità rendendo incerto il diritto, osserviamo in questi anni che i trattati e gli accordi europoidi, l’imposizione di “riforme strutturali” (che hanno colpito, in particolare, il mondo del lavoro e le pensioni), in combinato disposto con la perdita di sovranità nazionale stanno azzerando lo stato di diritto, rendendolo un fantasma che si evoca esclusivamente (come la costituzione) per legittimare il sistema. La Dittatura centralista rivoluzionaria, al contrario, si reggerà su un solido stato di diritto e sul rispetto assoluto della legge fondamentale. Non potrà essere diversamente, poiché si contrapporrà alla falsa legalità liberaldemocratica, alle “libertà civili” astratte che sostituiscono i veri diritti, come quello al lavoro, uno stato di diritto operante e orientato alla protezione della società e dei singoli.

domenica 1 dicembre 2013



Capitalismo utopistico e contraddizione tra individuo e comunità


Maurizio Neri

Il paradosso del capitalismo come sistema sociale, in effetti, è nelle sue premesse utopistiche di automatismo del movimento degli individui, i quali esprimono la simpatia tra persone ( Adam Smith è ben chiaro in proposito) attraverso l'esplicarsi di continui atti egoistici di accumulazione illimitata di beni, e di miglioramento illimitato della propria condizione materiale. Il fatto che si attribuisca a tali atti sintetizzati in un unico atto collettivo anonimo ( il mercato) un segno ed una manifestazione della simpatia tra uomini, rappresenta la contraddizione principale di cui parlo.
Tacciare il capitalismo e la sua ideologia ( il liberalismo) di essere frutto di una volontà egoistica prevalente sulla volontà solidale, non farebbe comprendere il punto nodale del problema, cioè il carattere utopico della riflessione sul benessere possibile all'insegna della società di libero mercato dove viene soppresso il momento politico riflessivo comunitario.
Non valutare tale aspetto significherebbe proporre uno schema dicotomico dove da una parte vi è la massa di individui egoisti che gioiscono della lotta fratricida, sostenitori dell'ordine attuale, e dall'altra un gruppo di romantici altruisti in lotta per il cambiamento.
Se cosi' fosse, dovremmo abbandonare ogni velleità politica e limitare la nostra azione alla conversione etica della “massa corrotta” dall'odio e dall'egoismo.
Ebbene, pur credendo fortemente nel fattore educativo-esemplare anche a proposito delle singole individualità, ritengo parallelamente essenziale svelare l'elemento utopico di simpatia universale insito nell'ideologia liberale e nel sistema che ne è il figlio naturale ( il capitalismo senza politica);  tanti sostenitori, attivi o passivi, dell'attuale ordine costituito, non sono affatto belve egoiste impazzite, ma uomini che si ingannano e che assorbono una falsa ideologia consolante.
Svelato tale elemento utopico, se ne potrà in seguito smontare pezzo per pezzo la falsa solidità, mostrarne l'assurda e nefasta contraddittorietà, e sostenere con ottime ragioni la necessità esistenziale di un ordine comunitario dove gli uomini possano coscientemente essere parte della totalità, senza ridursi schiavi di essa.
L'atto di produzione anarchica e casuale produce conseguenze immediate anche se non sempre visibili nel suo intorno.
L'aumento di vendite di un produttore, nell'anarchia produttiva, può comportare il fallimento di un altro produttore, la sua scomparsa nel mercato, la fine del suo lavoro, e dunque della sua specifica forma di espressione sociale. Se il gesto sociale ( e non comunitario) di produrre, vendere e comprare a proprio piacimento viene autonomamente considerato come libera scelta che, se condivisa da tutti gli individui, diverrà occasione di simpatia universale, si cade in un artificio del pensiero privo di qualunque senso se non quello dell'idolatria del progresso materiale come unica forma riconoscibile di risultato dell'interazione collettiva tra uomini.
Non è possibile infatti considerare a posteriori l'insieme degli atti individuali che ogni uomo compie nella libertà slegata dalla comunità, cioè la libertà dall'altro, un compiuto atto generale di simpatia e unità, senza cadere nell'erronea considerazione dell'uomo come ente naturale qualsiasi simile ad un albero o ad una formica.
Il funzionamento della natura agli occhi dell'uomo, si presenta, in effetti, come lo svolgersi casuale di eventi slegati che trovano una propria armonia a posteriori. La natura è ammirevole e compiuta in sé stessa per il fatto di manifestare un equilibrio a posteriori percepito come tale dall'uomo.
Per l'uomo è possibile esprimere un simile giudizio sulla natura poiché egli percepisce la sofferenza degli enti naturali come qualcosa di strettamente legato ad accidenti materiali, dunque non meglio gestibile che attraverso la legge della giungla. Se non v' è sofferenza spirituale, infatti, non vi è neanche tensione spirituale all'unità, e dunque, non v' è alcuna necessità di un ordine che non sia quello della legge del più forte. Tale legge, infatti, manifesta a posteriori dei risultati che, visti dagli occhi dello scienziato e dello statistico, sono risultati straordinari in termini di conservazione di equilibri biologici, salvaguardia della vita intesa come vita generica, e riproduzione dello stato presente in stati futuri.
L'economia capitalistica e l'ideologia a-politica che la sostiene e difende, pur non riconoscendolo a parole ( se non nelle sue versioni forti e forse più coerenti) si fonda ( al di là del correttivo contingente) sul riconoscimento di un'unica legge ferrea accettata da tutti: la legge della libera concorrenza, ovvero del libero prevalere del più forte sul più piccolo, ovvero del libero distruggersi, ovvero la legge della giungla.
L'ideologia posta a difesa di questa legge presenta un aspetto peculiare: mentre animali e piante non teorizzano la legge del più forte, ma la vivono già in atto, gli esegeti del capitalismo e della libera concorrenza costruiscono una teoria ( con tanto di giganteschi e raffinati supporti matematici e statistici) sulla presunta superiorità etica della legge dell'annientamento dell'uomo contro l'uomo ( la libera concorrenza, appunto) come forza di efficienza e progresso per la totalità considerata a posteriori secondo parametri di benessere materiale accresciuto, al di là cioè delle reali conseguenze sulla vita di ogni uomo intesa come luogo di conseguimento della felicità.
E' evidente il fatto che l'organizzazione capitalistica poggia su basi del tutto innaturali ( nel senso di natura umana razionale e sociale), che vengono fatte passare per naturali attraverso un artificio teorico a posteriori che muove da un errore fondamentale: l'utopia contraddittoria secondo cui atti finalizzati alla massima espansione dell'io e cui è strutturalmente estraneo il senso del limite ( limite che si intende come forma di controllo di sé nella reale simpatia universale ), potrebbero portare inconsciamente ad un'armonia collettiva.
La società capitalistica reale deve essere, prima di tutto, criticata nel profondo non per i suoi esiti tragici, presunti da alcuni come deviazioni da una possibile armonia tradita da eccessi monopolistici contingenti; non deve essere cioè criticata come tradimento dell'utopia smithiana della libera concorrenza liberatrice ( trasmutata, solo un secolo più tardi e attraverso una pura ideologizzazione, in espediente tecnocratico tramite la teoria neoclassica onirica della concorrenza perfetta).
Essa deve essere radicalmente criticata per il suo stesso presupposto utopico contraddittorio generatore della scissione spirituale ( definitiva nel capitalismo assoluto odierno, spogliato dalla politica) tra individuo e comunità.
Questo scritto non vuole scendere nel dettaglio della critica del modo di produzione capitalistico in tutte le sue specificazioni. La premessa della critica radicale del presupposto utopico e contraddittorio dell'ideologia che sorregge ( dall'intellettualismo organico fino alla mentalità popolare spicciola) il capitalismo odierno nella sua fase assoluta,  mi è necessaria per affermare la volontà di cambiamento, la cui finalità più generale è proprio il recupero dell'unità ( nella distinzione) tra individuo e comunità; unità che la società capitalistica esclude già a partire dal suo presupposto utopico ed umanista teorico professato. Un utopia ed un umanismo, dunque, cattivo e da respingere come generatore ( anche se alla radice inconsapevole ) di pericolosissimi ed amari frutti.
Bisogna adesso, discutere riguardo a come il comunismo possa essere il movimento reale di superamento della divisione arbitraria e forzata tra individuo e società e della trasformazione della società in comunità. 

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