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martedì 31 luglio 2012

Dell'inutilità in tutti gli ambiti della vita culturale, politica e sociale

 

Intervista di Luigi Tedeschi a Costanzo Preve

(Tedeschi) L’avanzare e il perdurare della crisi economica europea, sta progressivamente destrutturando la società. La recessione e i decrementi del Pil hanno determinato la fuoriuscita dalla produzione di rilevanti quote di manodopera dal sistema produttivo. Si allargano a macchia d’olio la disoccupazione, la sottoccupazione, il precariato, il lavoro nero. Soprattutto, l’ingresso nel mondo del lavoro dei giovani è diventato assai difficoltoso. La nostra società diviene sempre più decadente, per il venir meno del ricambio generazionale e la mobilità sociale. La liberalizzazione dell’economia, dei costumi, della cultura di massa, quali fenomeni scaturiti dall’avvento della globalizzazione, si rivelano miti virtuali, destinati ad essere smentiti dal disfacimento degli equilibri sociali provocato dalla crisi incombente. Se volessimo elaborare un bilancio del primo decennio del XXI° secolo, dovremmo rilevare che l’avvento della società globalizzata ha avuto solo la funzione di distruggere l’eredità sociale e culturale del ‘900, dato che i nuovi orizzonti, le nuove opportunità, le grandi sfide del nuovo secolo, si sono rivelate elementi di una strategia di ascesa al potere di una nuova elitaria classe dominante del mondo finanziario a discapito della masse sempre più escluse dai processi produttivi. L’emarginazione sociale coinvolge interi popoli; esclusione ed emarginazione sono fenomeni conseguenti al tramonto di un sistema economico basato sulla produzione e di una società fondata su equilibri ispirati al solidarismo interclassista. La fuoriuscita dal mondo del lavoro determina negli individui un senso di inutilità esistenziale, di estraneazione sociale, che conduce alla perdita della autostima di se stessi, ad un non senso della propria individualità, ormai non più compatibile con le prospettive di sviluppo di una società elitaria, basata sulla generalizzata esclusione delle masse non più integrabili nei processi evolutivi della società globalizzata. La coscienza della inutilità è coeva quindi alla defunzionalizzazione produttiva. Tale condizione umana riflette quindi la struttura fondamentale dei rapporti sociali nella società capitalista. L’individuo ha coscienza di sé in quanto svolge un ruolo produttivo nel contesto economico, altrimenti la sua vita è condannata alla emarginazione, alla stregua di un prodotto obsoleto e quindi privo di valore economico. La funzione produttiva e il ruolo consumistico sono le sostanziali fonti di riconoscimento nella società capitalista. Dobbiamo allora credere che è il mercato, con i suoi rialzi e ribassi a dare senso alla vita di ognuno. Il lavoro è merce di scambio in un mercato che si evolve in una prospettiva selettiva di progressiva esclusione dei lavoratori dalla produzione, mai di espansione. La disoccupazione diffusa è però un fenomeno che rivela la sottoutilizzazione di risorse umane disponibili. Il paradosso dell’economia liberista è proprio questo: l’attuale capitalismo genera recessione per la propria incapacità di allocazione e razionalizzazione della risorse produttive disponibili.

(Preve) Sono veramente felice che tu abbia scelto come concetto principale di questa nostra conversazione (destinata probabilmente a chiudere il secondo volume della raccolta delle nostre conversazioni, che risalgono alla fine del 2003) il tema della “inutilità”, per meglio dire il tema della sensazione del crescente aumento dell’ “inutilità” in tutti gli ambiti della vita culturale, politica e sociale. Sulla base degli stimoli delle tue considerazioni svolgerò alcune autonome riflessioni. In primo luogo, utilizzando la concezione hegeliana del rovesciamento dialettico di una costellazione teorico-pratica nel suo contrario complementare, possiamo ipotizzare che l’inutilità sia il coronamento temporale dello sviluppo dell’utilitarismo individualistico, messo a punto per la prima volta da Smith e Hume nella seconda meta del Settecento scozzese-inglese. Ma come è possibile che l’inutilità sia il coronamento temporale dialettico del suo contrario, e cioè dell’utilitarismo? Nulla di più semplice, se si è abituati all’applicazione del pensiero dialettico. Il cuore dell’utilitarismo è l’autofondazione del meccanismo riproduttivo globale del mercato capitalistico su se stesso, togliendo di mezzo le tre fondazioni tradizionali della filosofia politica, l’esistenza di Dio (non importa se cattolica, protestante o ortodossa variamente secolarizzata e già da tempo privata di ogni promessa messianica), il contratto sociale (non importa se nella forma di “destra” di Hobbes, di “centro” di Locke o di “sinistra” di Rousseau (mi scuso con il lettore intelligente per avere usato queste improprie categorie, da lasciare a Bersani, Casini ed Alfano), ed infine il diritto naturale, concetto che rimanda pur sempre alla natura umana comunitaria associata come principio di legittimazione filosofica di ultima istanza. Con l’utilitarismo di Hume e di Smith, curiosa ed a suo modo geniale ed originale mescolanza di empirismo e di scetticismo, il mercato capitalistico si autofonda sulla propensione allo scambio ed alla mercificazione universale. A distanza di più di due secoli, siamo in grado ormai di fare un vero bilancio storico-filosofico serio, che presuppone probabilmente il raggio temporale minimo di duecento anni, possiamo dire che il principio dell’utilità generale si è rovesciato nella sensazione diffusa ed inquietante della inutilità generale. Siamo arrivati ad avere popoli inutili, generazioni inutili, e più in generale alla sensazione che non vale neppure più la pena argomentare, svelare, dimostrare, eccetera, perchè di fronte allo spread ed al “giudizio dei mercati” ogni discorso sensato appare inutile. Già Hegel aveva a suo tempo rilevato che 1’ateismo non consisteva nella negazione formale, materiale e “cosale” di Dio, ma nella perdita di interesse verso la verità. Ai suoi tempi, però, questa diagnosi infausta era prematura, perchè l’interesse verso la verità comunitario-sociale (l’unica esistente, il resto essendo certezza, esattezza, veridicità, corrispondenza, eccetera), sia pure deformata dal suo uso ideologico, avrebbe avuto ancora un secolo e mezzo davanti a sé, il secolo e mezzo della civiltà borghese e della sua volonterosa ma inefficace contestazione proletaria. Al tempo di Hegel era impensabile che, appena aperta la televisione per le ultime notizie, la prima frase gridata dal mezzobusto lottizzato fosse “i mercati sono euforici”, oppure “i mercati sono nervosi”. Di fronte a questa quotidiana realtà, alienata ed antropomorfizzata insieme, Kafka appare un sobrio epistemologo popperiano. In secondo luogo, tu suggerisci un tema che dovrebbe interessare i sociologi e gli storici per i prossimi cento anni, e cioè che si sta formando a livello globale una nuova elitaria classe dominante del mondo finanziario a discapito delle masse sempre più escluse dai processi produttivi. In proposito, sfugge agli analisti universitari (anche i ceti universitari, gonfiati sproporzionatamente negli ultimi decenni per “assorbire” i miserabili contestatori sessantottini, sono in preda al processo di inutilità e decadenza) che questa nuova classe in formazione non è più la vecchia borghesia, sulla cui definizione multiforme erano “tarati” i concetti del pensiero politico degli ultimi due secoli. Siamo di fronte ad una vera e propria novità storica, in linguaggio hegeliano una nuova epoca di “gestazione e di trapasso”. Il vecchio apparato concettuale non serve più, ma i ceti universitari delle facoltà di filosofia e scienze sociali (non parlo qui di facoltà più serie come biologia, medicina ed ingegneria) sono ormai dei cani da guardia destinati ad impedire lo sviluppo di una nuova concettualizzazione, essendo appunto “pagati” per parlare solo di olocausto, diritti umani, dittatori baffuti e barbuti e legittimazione dei riti elettorali svuotati di ogni residua sovranità. Essi non possono impedire lo sviluppo di una nuova necessaria concettualizzazione, ma possono ritardarla, intorbidire le acque, concionare su concetti vuoti come “qualunquismo” o meglio ancora “populismo”, eccetera. In terzo luogo, infine, la sensazione di inutilità, che ha come sua base strutturale ovviamente la “superfluità” demografica della forza-lavoro valorizzabile dal capitale finanziario, si ripercuote inevitabilmente nella sensazione di inutilità e di superfluità dell’argomentazione filosofica e culturale. Il divorzio fra realtà e “virtualità”, infatti, c’è sempre stato, ma oggi sta raggiungendo vertici da record. Il cattolico Formigoni si tuffa da yacths di speculatori milionari, derubricati ad “amici privati”, il banchiere Monti regna in nome della limitazione dello spread, e la “cassetta delle menzogne” (idest la televisione) ha trasformato i sionisti in campioni della democrazia, l’esemplare Siria di Assad in regno hitleriano di un feroce dittatore, e non è un caso che il fenomeno di Beppe Grillo, battezzato sfrontatamente come “populismo”, sia in realtà sintomo evidente di disperazione politica. Piuttosto di questi politici e di questi economisti, meglio un attore, ma sarebbero ancora meglio degli scimpanzè e degli oranghi. E’ infatti assolutamente insensato pensare che una società possa riprodursi sulla base del mercato, con i suoi rialzi ed i suoi ribassi, eretto ad unico criterio della sensatezza globale. A chi rivolgersi? Ratzinger predica bene, fa riferimento alla filosofia aristotelica della natura umana (la migliore mai prodotta), ma continua a prendersela con lo spettro del comunismo, nel frattempo defunto da almeno un ventennio, ed a avallare il peggio del politicamente corretto in circolazione. Il Dalai Lama, erroneamente spacciato per “guida spirituale”, agisce scopertamente come un agente USA anti-cinese, e tutti fingono che sia soltanto l’eterna incarnazione della saggezza orientale. Il giornale “La Repubblica” ed il suo laicismo azionista al servizio delle oligarchie bancarie ha sciaguratamente forgiato un’intera generazione di semicolti subalterni, maggioritari in quella patetica nicchia sociale dei laureati recenti, dei prof di scuola secondaria e dei ceti universitari autoreferenziali, di fronte a cui le plebi di Padre Pio appaiano per contrasto un gruppo di pensosi intellettuali illuministi.  Ma, evidentemente, il discorso è appena incominciato.

(Tedeschi) Il mercato globale si è affermato attraverso il dominio del mercato finanziario sulla economia produttiva: la crescita economica non è la sua ragion d’essere né tantomeno il suo fine ultimo. In tale contesto, lo sviluppo produttivo si manifesta nei tempi e nei luoghi determinati dalle strategie della speculazione finanziaria. Quindi esso è di per sé un fenomeno indotto, momentaneo e precario, a cui poi fanno riscontro crisi e sottosviluppo non risolvibili secondo i canoni delle dottrine economiche novecentesche. Le stesse crisi, non hanno la loro causa nei cicli economici ricorrenti, ma semmai nelle bolle finanziarie ricorrenti, in eventi cioè estranei alle dinamiche della produzione. La globalizzazione ha prodotto insieme ai mercati globali, anche problemi e crisi globali, data l’interconnessione tra le economie e i mercati di tutto il mondo. La attuale crisi sistemica ha generato decrementi di produzione e di consumo assai rilevanti, decrescita degli investimenti e rarefazione della liquidità. Certo è che la fine del welfare, il lavoro precario, le delocalizzazioni produttive, hanno profondamente inciso sulle capacità di consumo e di risparmio delle masse. Pertanto, nel prossimo futuro sarà di attualità il problema della esistenza di masse non più utilizzabili nella produzione e non più dotate di capacità di consumo. La condizione di inutilità degli individui si va estendendo alle masse globali di lavoratori - consumatori obsoleti e destinati alla rottamazione. Tale problematica è esposta nel libro di M. Della Luna “Oligarchia per popoli superflui, Koiné Nuove Edizioni 2010”. Infatti, mentre nei secoli passati l’incremento della popolazione era incentivato dai sovrani di stati che necessitavano di soldati, agricoltori e cittadini produttori che pagassero imposte, oggi, l’aumento della popolazione mondiale, unito alla recessione produttiva e al decremento delle risorse naturali, ha creato una nuova categoria antropologica: quella dei popoli superflui. Superflui perché non integrabili nel sistema economico e bisognosi di mezzi di sostentamento, in tempi di destrutturazione dello stato sociale. Al di là delle ipotesi catastrofiste (per fortuna poco praticabili), quali quelle di guerre nucleari o epidemie provocate allo scopo di decrementare la popolazione mondiale, altre soluzioni mi sembrano credibili. E’ infatti ipotizzabile l’erogazione pubblica di sussidi minimi di sostentamento per assicurare, assieme alla sopravvivenza materiale delle masse, anche quella del mercato, garantendogli un adeguato livello di consumi. In tale tragico scenario, gran parte dell’umanità vivrebbe in una condizione di dipendenze economico - esistenziale assimilabile alla schiavitù. Ma la situazione descritta sarebbe possibile qualora si prestasse fede al dogma liberista della autoreferenza totalitaria della economia capitalista. Masse asservite e ridotte alla condizione di perpetua, emergenziale sopravvivenza, sono incapaci di rivoluzioni, qualora le cause dei fenomeni rivoluzionari fossero solo di ordine economico. Al contrario, i motivi del mancato riconoscimento sociale, e della ribellione verso un ordine costituito perché moralmente ingiusto, sono di ordine politico - sociale, perché nascono dalla volontà comune di partecipazione politica e dalla visione (magari utopica), di una diversa strutturazione della società che sia in grado di sviluppare risorse, onde creare una più equa e diffusa ripartizione della ricchezza. La crisi della attuale liberaldemocrazia di ispirazione anglosassone è quella di un ordine che non può e non vuole sviluppare risorse, perché il suo scopo ultimo è quello si preservare un sistema finanziario di per sé condannato al fallimento. 



(Preve)Tu ti poni una domanda inquietante: la gente oggi è diventata incapace di rivoluzioni? Fai anche l’ipotesi, da prendere certamente in considerazione, che questa radicale incapacità trasformatrice (non importa se riformista o rivoluzionaria) possa essere dovuta non certo ad una salarializzazione spinta della società, ma proprio al suo contrario, la generalizzazione di sussidi minimi di sopravvivenza per mantenere da un lato la pace sociale, dall’altro livelli sufficienti di consumo, sia pure parassitario. Lo storico Eric Hobsbawm, nato nel 1917, ha ormai 95 anni. Intervistato da un miliardario sionista italiano, giornalista per snobismo e per diletto, che gli chiede con una punta di malignità se sia ancora “comunista”, Hobsbawn risponde: “Il comunismo non esiste più. Sono leale alla speranza di una rivoluzione anche se non credo che succederà più. Non so se basta per essere comunista, io sono marxista perchè penso che non ci sarà stabilità finchè il capitalismo non si trasformerà in qualcosa di irriconoscibile dal capitalismo che conosciamo oggi. E sono leale alla memoria in quello che ho creduto e che fu un grande movimento anche in Italia” (cfr. La Stampa, 1/7/12). A proposito del fatto che il comunismo non esiste più mi permetto una serie di brevi considerazioni. Il modello politico-sociale del comunismo storico novecentesco realmente esistito (il cosiddetto “socialismo reale”) non esiste veramente più, ed è crollato per ragioni assolutamente endogene (un pò come il regime signorile feudale in Europa), demolito da una maestosa e feroce controrivoluzione occidentalistica dei nuovi ceti medi “socialisti”, che hanno però finito con il consegnare l’intero potere economico ad una casta di baroni-ladri. Il comunismo storico novecentesco è stato l’espressione di una sorta di democrazia plebeo-totalitaria (l’ossimoro è voluto, perchè indica una contraddizione oggettiva) di operai di fabbrica e di contadini poveri, due gruppi sociali ad egemonia complessiva a scadenza breve, come gli yoghurt. I gruppetti politici comunisti residuali negli attuali paesi capitalistici, senza praticamente alcuna eccezione, non sono più gruppi rivoluzionari a legittimazione marxista, ma sono residui sociologici inseriti nella dicotomia Sinistra/Destra, e per ciò stesso del tutto incapaci di affrontare una fase storica nuova in cui la dicotomia Sinistra/Destra ha perso ogni significato. Il “comunismo ideale eterno”, per usare un termine di Giambattista Vico, non è finito perchè esprime una ricerca comunitaria di verità e di giustizia sociale di tipo non storico ma metastorico. Non era questo ovviamente che pensava Marx, che avrebbe respinto con disprezzo ed irrisione questa formulazione, in quanto Marx pensava che il comunismo fosse un prodotto processuale immanente allo stesso sviluppo del modo di produzione capitalistico. In termini popperiani, questa legittima e ragionevolissima ipotesi scientifica è stata smentita nell’ultimo secolo e mezzo, e mi sembra disonesto non riconoscerlo apertamente. L’espressione di Hobsbawn, “essere leali alla speranza di una rivoluzione” mi sembra affascinante, ed io la adotto interamente. A differenza di Hobsbawn, io penso invece che avverrà, ma probabilmente non in tempi storici vicini, in quanto devono maturare delle condizioni globali ancora largamente immature. Esiste un blog in Italia denominato “sollevazione”, critico dell’euro e del governo Monti, che incita ad una sollevazione popolare sulla base della rivendicazione di un profilo commista di estrema sinistra. Nonostante le ottime intenzioni soggettive di costoro, molto migliori dei semplici fiancheggiatori del sistema politico, resta dura a morire l’idea della sollevazione di estrema sinistra, un’idea ricalcata sulla base dell’analogia con un periodo storico trascorso. La difficoltà nel “pensare” la rivoluzione anticapitalistica che pur sarebbe necessaria sta nel fatto che la globalizzazione per ora consente solo fenomeni storici “locali”, che possono anche abbattere governi dispotici precedenti, ma che poi restano inseriti, incastrati ed ingabbiati nel sistema economico internazionale, che agisce in funzione di ricatto permanente. E’ questa impensabilità che fa da sottofondo allo scetticismo di Hobsbawrn. L’utopia si concretizza soltanto attraverso una prospettiva, ed è appunto l’impensabilità della prospettiva il principale fattore del senso di inutilità così diffuso. Predicare astrattamente contro l’inutilità diventerà così inutile come l’inutilità stessa fino a quando non saranno finalmente visibili socialmente passi in avanti nella limitazione di questo capitalismo cannibale.

(Tedeschi) La crisi avanza, incombe sulla nostra vita quotidiana, svuotando di senso le nostre certezze. La progressiva espropriazione della vita comunitaria, familiare, intimo - personale, provocata dal dominio del mercatismo, che invade la società e la coinvolge nella sua crisi sistemica, è esplicativa di una condizione esistenziale sempre più instabile e precaria, perché subordinata alla sopravvivenza economica. Il fenomeno dell’accentuarsi quotidiano della recessione economica, della disoccupazione, dello spread, della pressione fiscale, è sintomatico di una crisi più profonda, che coinvolge totalmente la nostra vita, in quanto è essa stessa ad essere dipendente da un sistema economico e politico in progressivo disfacimento. Tuttavia, la stagnazione della situazione politica, il dirigismo burocratico e cinico della UE (assieme al governo tecnico di Monti), perché fenomeni di ribellione e dissenso al sistema sono quasi inesistenti, se si eccettuano i movimenti minoritari e velleitari quali il grillismo e altri similari europei. Lo stesso astensionismo massificato assume più il significato di una estraneazione collettiva dalla politica, assai più vicina alla resa senza condizioni, più che quello di un dissenso di massa. Costatiamo quindi che nella società è assente una presa di coscienza comune di una situazione di emergenza sia economica che politico - sociale, dovuta ad una società in crisi sistemica, che può solo produrre altre crisi, quando alla destrutturazione di un sistema non fa riscontro alcuna alternativa, magari futuribile, ma possibile. Si manifesta nella odierna società una coscienza collettiva di tipo adattativo alla situazione di precarietà materiale ed esistenziale, ad uno stato di crisi sedimentato nelle coscienze come una condizione di perenne instabilità in cui si possa solo sopravvivere. Questa estraneazione dalla sfera sociale, comporta il rifugio in un egoismo collettivo in cui, da una parte le classi più elevate tentano di integrarsi in un processo di trasformazione da cui vengono progressivamente escluse, dall’altra, quelle più deboli si affannano a sopravvivere alla crisi. Tutti tentano di “imbucasi” ad un simposio a cui non sono stati invitati dalla global class. La società è prigioniera dell’eterno presente. Si eternizzano in una sfera astorica e asociale le condizioni individuali del nostro presente. Il lavoro, l’avvenire dei giovani, gli affetti personali, i rapporti sociali, vengono vissuti come se questa condizione di crisi fosse una condizione perenne, in trasformabile, data l’impossibilità di sviluppi e mutamenti rispetto alla quotidianità ottusa di questo granitico, eterno presente. Tale fenomeno è spiegabile alla luce dell’etica individualista su cui si è costruita la psicologia collettiva del mondo contemporaneo. Il culto dell’individualità odierna, è il risultato di un atteggiamento narcisistico collettivo, più o meno inconscio, di personalità che hanno coscienza di sé nella misura in cui ottengono riconoscimento, in primis in base alla loro funzione svolta nel sistema economico, e dalla condizione sociale che ne deriva. Solo nell’eterno presente ci si può illudere di avere riconoscimento, e di preservare le proprie meschine ed egoistiche certezze, in un mondo diverso chissà? Non si considera che l’eterno presente è conseguenza della mancanza di senso della storia. L’economia attraversa fasi di stagnazione e recessione, ciclica. La storia, al contrario non ammette periodi di stagnazione, né tanto meno è concepibile una sua recessione al passato. L’eterno presente è una falsa coscienza della storia imposta da un ordine capitalista ormai fuori della storia. La storia invece continua a produrre mutamenti, a generare nuove situazioni di cui occorre prendere coscienza. Interpretare l’avvenire alla luce dell’eterno presente è un non senso. La storia non ha altri fini che quelli che l’uomo si propone di realizzare e pertanto sarà proprio la coscienza insopprimibile dell’uomo come essere storico a determinare il superamento della attuale crisi, quale alienazione dell’uomo nell’eterno presente. Da quanto precede, si comprende anche la necessità storica della presente crisi, quale momento di superamento di un presente che è “eterno” perché non è storico.

(Preve)Non sono un esperto di politologia o di sociologia elettorale, ma personalmente assimilo i due fenomeni dell’astensionismo e del grillismo. Con questo non intendo unirmi a1 coro gracchiante dei “responsabili” aderenti ai vecchi partiti. Dovendo scegliere, con la pistola alla testa, fra Grillo da un lato, e Bersani, Vendola, Di Pietro, Casini ed Alfano dall’altro, voterei certamente Grillo, che è certamente un guitto, ma almeno non ha dirette responsabilità per lo svuotamento della decisione democratica. Tuttavia sono rimasto molto colpito dal fatto che nelle recenti elezioni del giugno 2012 in Grecia, dove pure si prendevano decisioni strategiche sul futuro del paese l’astensione sia arrivata al quaranta per cento. In Italia non si decide più nulla da un pezzo, perchè esiste una sorta di giunta militarizzata di economisti con garante un ex-comunista disilluso del comunismo, che in una recente intervista su “Repubblica” rimprovera post mortem a Berlinguer di avere ancora creduto che ci potesse essere una società “alternativa” al mercato capitalistico. Ma in Grecia si decideva effettivamente qualcosa di strategico, ed a mio avviso il fronte di sinistra di Syriza vi giocava esattamente lo stesso ruolo anti-euro del partito di Marine Le Pen in Francia, anche se questa ovvia verità è nascosta da mille sigilli per chi si ostina ad orientarsi sul mercato politico in nome della dicotomia obsoleta Destra-Sinistra. Ho letto recentemente in una bellissima intervista autobiografica di Alain de Benoist una frase di Bergson del 1936 che non conoscevo: “Su dieci errori politici, nove consistono semplicemente nel continuare ancora nel credere vero ciò che ha cessato di esserlo”. Bisognerebbe ricordarlo ai politologi. E’ quindi inutile condannare moralisticamente gli astensionisti oppure coloro che si rifugiano nel grillismo. Essi prendono semplicemente atto della radicale inutilità della tensione politica. Il vero problema, tuttavia, sta nell’immaginare come possa continuare nel tempo e riprodursi una società tenuta insieme soltanto dal legame del mercato, in cui la decisione politica comunitaria ha di fatto cessato di esistere. Per il momento questa è una relativa novità storico-politica, che deve ancora stabilizzarsi. Una società del genere è la prima società umana completamente priva di “grande narrazione”, e cioè di racconto identitario. Già Hegel, a proposito dell’Inghilterra, si era meravigliato che potesse esistere una “nazione civile senza metafisica”. Benchè abbia insegnato storia e filosofia nei licei per trentacinque anni, solo recentemente mi è parso di capire il significato della sentenza di Hegel. Infatti la mescolanza tipicamente inglese di empirismo, scetticismo ed utilitarismo non è una filosofia come le altre, ma è una anti-filosofia radicale, che ha effettivamente anticipato la concezione attuale delle oligarchie anglosassoni, cui l’Europa si è interamente allineata negli ultimi venti anni. Siamo effettivamente arrivati ad essere, ed a vantarci di essere, “un popolo civile senza metafisica”. L’attuale globalizzazione senza metafisica è comunque intrecciata al messianesimo americano vetero testamentario, che appunto non è una filosofia di tipo greco, ma una secolarizzazione religiosa di origine calvinista. Questo fa anche venir meno la vecchia mobilità sociale ascendente e discendente, sostituita da una mobilità individualistica senza alto né basso, al di fuori della capacità di consumo. Ma la mobilità non è più la vecchia mobilità ascendente, che era stata per più di un secolo la grande ideologia di legittimazione della borghesia classica. Gli atomi sradicati si muovono in uno spazio mercantile senza alto né basso, in cui il vecchio significato comunitario della vita è integralmente sostituito dalla capacità di acquisto e di vendita delle proprie capacità lavorative. Come ho già fatto notare in precedenza, il vero problema non sta nel constatare questo processo, che è sotto gli occhi di tutti anche se per ora oscurato dai meccanismi mediatici, editoriali ed universitari, ma nel prospettare lo scenario allargato di questa situazione. L’accesso al consumo dei giganteschi strati medio-bassi in India, Cina, Brasile, eccetera può certamente rinviare di decenni una crisi generalizzata di senso storico e politico. Un mondo globalizzato senza metafisica, si accompagna ovviamente a sempre più virulente identità religiose, in cui la cosiddetta arretratezza e la cosiddetta intolleranza sono semplicemente il risvolto pseudo-comunitario della completa mancanza di senso. Le facoltà di filosofia sono già nel loro complesso interamente “normalizzate” in una koinè che può essere definita, in termini di scetticismo sofisticato, di relativismo multicolore e di nichilismo tranquillizzante. Ma quanto questo possa durare nessuno può veramente saperlo.



(Tedeschi) La coscienza dell’inutilità sociale ed esistenziale dell’uomo contemporaneo non è che la proiezione massificata di un mondo economico e politico virtuale che rivela nella crisi il vuoto di senso, cioè la sua incontestabile inutilità. Così come inutile si è dimostrata la classe politica,  acquiescente e complice delle manovre perpetrate dalla UE a danno degli stati. Si consideri l’euro. Che cosa è l’euro? E’ una moneta virtuale, che non rispecchia le condizioni economiche e politiche dei paesi della UE, una valuta imposta da una BCE senza uno stato che ne garantisca la solvibilità e la sussistenza, da una BCE composta da organismi tecnici non elettivi, non rappresentativi della volontà popolare. L’euro è stato definito da alcuni non una moneta unica, ma un  sistema di cambi fissi, dato che  nell’Eurozona, la valuta è comune, mentre il debito pubblico grava sulle finanze degli stati. A cosa serve l’euro? Con l’euro si è fermato lo sviluppo economico, si sono dimezzati il potere d’acquisto e i risparmi dei cittadini, si è imposta una politica di austerity che ha distrutto lo stato sociale e ha diffuso la precarietà del lavoro. Sono state distrutte le conquiste sociali, le certezze, mentre l’unificazione monetaria ha incrementato la speculazione finanziaria che sta determinando il fallimento degli stati. L’euro, anziché integrare i popoli, li ha condannati ad una competizione sfrenata che ha condotto ad enormi sperequazioni economiche tra popoli del nord e del sud europeo. Liberarci dall’euro significherebbe liberarci dalla schiavitù del debito imposta dalla speculazione finanziaria, utile ai propri profitti, ma inutile e dannosa ai popoli. Gli stati sono stati incoraggiati ad indebitarsi, anziché a sviluppare ala propria economia, e classi politiche corrotte hanno goduto del consenso di masse anestetizzate da un benessere virtuale e precario. Farla finita con l’euro però comporterebbe riforme sistemiche negli stati e nell’ambito europeo. Ma gli stati europei non dispongono di classi politiche adeguate a tali eventi di emergenza rivoluzionaria, Tali concetti sono tuttora impensabili per la stragrande maggioranza degli europei.




(Preve) Con questa quarta ed ultima domanda mi solleciti a parlare dell’euro, cosa però che faccio malvolentieri perché, detto in linguaggio popolare, “non ci capisco niente”. Altre volte nelle nostre conversazioni ne abbiamo già parlato, in genere molto negativamente. Continuare testardamente con l’euro oppure farla finita con l’euro è infatti una sorta di atto di fede per tutti coloro che non sono specialisti di economia. Personalmente, pur non dominando la materia, mi riconosco nelle opinioni di economisti come Bagnai e Brancaccio, che sono critici radicali dell’euro, e nello stesso tempo non voglio nascondere di essere spaventato dalle campagne di terrore indotte quotidianamente dalla televisione e dai giornali, che annunciano apocalissi in caso di crollo dell’euro. Fanno sul serio o minacciano soltanto? Siamo nel 2012. Nonostante gli apparenti mutamenti, politici, le classi politiche oligarchiche italiane sono le stesse del 1915, e del 1940. Sarebbe troppo lungo scendere nei dettagli di questi elementi di continuità che vanno molto al di là delle differenze superficiali fra il regime liberale, il regime fascista ed il regime democratico. In proposito, i manuali di storia contemporanea sono ingannatori, perchè ad esempio non informano sulla continuità della geopolitica di espansione nei Balcani nel 1915 e nel 1940, in modo che lo studente medio è in generale convinto che la guerra del 1915 sia stata fatta per Trento e Trieste, città la cui “italianità” non era messa in dubbio da nessuno, ed anzi era fiorente sul piano culturale e letterario. Dico questo perchè gli italiani hanno già dovuto pagare due volte, nel 1915 e nel 1940, per un azzardo pokeristico (del tutto secondario se da parte di Salandra o di Mussolini), e questa mi pare la terza volta. Di fronte alla sempre maggiore evidenza che l’euro non è stata una buona idea, ma è anzi stato un errore storico e strategico, molti si rifugiano in una vera e propria “fuga in avanti”: l’Europa non ha una sovranità politica unitaria, ha solo una moneta comune senza stato, adesso bisogna andare verso uno stato europeo unitario. A mio avviso sarebbe non solo un errore, ma un vero e proprio crimine, e cercherò brevemente di spiegare il perché. Uno stato presuppone una nazione, una nazione europea non esiste e non esisterà mai, al massimo l’Europa sarà una “macroregione”, del tipo del Friuli e della Slovenia. Parlare di “unità nella diversità” è pura retorica per borsisti Erasmus. Non ci può essere una vera unità politica senza nazione. Possibile che i casi lampanti della Cecoslovacchia e della Jugoslavia (per non parlare dell’Unione Sovietica) non insegnino proprio nulla? Se mi pagassero un tanto a pagina (come facevano con Alessandro Dumas) per scrivere un saggio sulla presunta eredità culturale unitaria dell’Europa (che a mio avviso non esiste, e non potrebbe esistere comunque dopo lo tsunami della globalizzazione finanziaria) non avrei alcuna difficoltà a partorire un migliaio di pagine ipocrite ed artificiali. Ma quando si sventolano le bandiere, sia pure per ragioni soltanto sportive, si sventolano solo le bandiere nazionali. Vi immaginate dei tifosi che sventolano la bandiera europea? E poi la Russia fa parte dell’Europa oppure no? Se sì, l’Europa finisce a Vladivostok, ed è dunque un’unità geograficamente eurasiatica. Se invece no, bisogna artificialmente estendere l’Europa a Tallinn e Kiev, ed escluderne Mosca, accettando invece l’integrazione europea ideale con gli USA, il Canada ed Israele. Le contraddizioni potrebbero continuare. L’euro è stata quindi una cattiva idea, e pensare di salvarlo con la fuga in avanti di un unico stato-nazione europeo inesistente è un’idea ancora peggiore, sulla quale sembrano unirsi sia l’ex-destra sia l’ex-sinistra, in assenza di identità culturali e politiche. I rapporti culturali fra nazioni europee erano migliori quando non si era ancora creata l’isteria delle nazioni cicale o spendaccione e delle nazioni virtuose. E’ già difficile far passare l’idea della solidarietà sul debito sovrano all’interno di una sola nazione (il caso della Lega Nord insegna, e non può essere ridotto al folklore snobistico con cui la analizza il giornale “Repubblica”), e chi pensa che questo sia possibile in futuro per una evidente non-nazione come l’Europa mente a sé ed agli altri. Quello che ha prodotto l’Euro è sotto gli occhi di tutti, e cioè la svalutazione del lavoro salariato e lo smantellamento progressivo degli elementi di welfare. Pensare che nel prossimo futuro la tempesta passerà è da mentitori o da incoscienti. Dall’euro bisognerà uscire, ed il modo di uscirne sarà il principale indicatore storico-politico del prossimo futuro. Sarà un vero dopoguerra, cui nessuno di noi potrà sottrarsi.

venerdì 29 giugno 2012

La Rivoluzione di Eugenio Orso


I) La Rivoluzione.

Se i rivoluzionari sono gli agenti della Rivoluzione, coloro che la fanno ai diversi gradi di consapevolezza possibili, ed esprimono una critica “radicale”, non riassorbibile, al sistema di potere e ai rapporti sociali dell’epoca, allora è necessario definire senza troppe imprecisioni cos’è la Rivoluzione, richiamando la definizione che ne ho dato in un saggio intitolato, appunto, Insurrezione e Rivoluzione.
Pur non essendo questo un trattato dedicato alla Rivoluzione, con tutta l’analisi storica che può comportare lo studio di un simile fenomeno di rottura (e ricomposizione in altra forma) dell’ordine sociale vigente, è bene definire cosa si intende per “rivoluzione”, prima di affrontare il tema dei Rivoluzionari di domani, delle loro caratteristiche e del loro rapporto con le masse.
E’ necessario, per andare un po’ di più in profondità nella questione, distinguere lo specifico fenomeno politico e sociale rivoluzionario, che investe ogni aspetto della vita associata dei singoli, da altri importanti fenomeni che hanno l’effetto di “infiammare” la società, di sconvolgerne (seppur nel breve) gli equilibri, di mettere alla prova la stessa tenuta sistemica, trattandosi di eventi in certi casi apparentemente simili o addirittura sovrapponibili al processo rivoluzionario, come l’Insurrezione.
Per Rivoluzione qui si intende, non un semplice cambio di governo, sia pure realizzato con metodi “non democratici” ed “extracostituzionali”, che mira alla sostituzione della dirigenza politica e di una parte di quella burocratica, ma una tappa fondamentale, un momento topico del lungo processo di Liberazione ed Emancipazione umana per il raggiungimento dell’autocoscienza, che supera l’ordine precedente ed instaura un nuovo ordine politico e sociale, nuovi rapporti sociali e di produzione stabiliti fra gli uomini.
La Rivoluzione rappresenta, perciò, un punto di rottura, un discrimine fra due mondi (prima Rivoluzione Francese e Ottobre Rosso in Europa, Rivoluzione Maoista in Asia, Rivoluzione Cubana in America, eccetera), il segnale che è in corso un vero e proprio “cambio di Evo”, essendo il cambiamento prodotto dalle inevitabili trasformazioni culturali che caratterizzano il corso storico e dalla stessa azione dei rivoluzionari.
L’effettivo momento di passaggio da un vecchio ad un nuovo modo di produzione sociale può essere rappresentato, o almeno accelerato, dalla Rivoluzione, un fenomeno per sua natura tridimensionale, contrapposto all’unidimensionalità insurrezionale alimentata dalla sola rabbia dei dominati, in quanto (A) dotato della necessaria profondità storica (il periodo di “incubazione” può durare decenni, o secoli), (B) guidato da una visione politica e sociale autenticamente alternativa a quella ancora dominante, (C) animato dalla coscienza e dalla determinazione dei rivoluzionari, vero “intelletto attivo del cambiamento e trasformativo dell’ordine esistente”, quando riescono ad incanalare positivamente in termini politici, sulla via del cambiamento e della trasformazione economico-sociale, la rabbia montante, l’odio che nasce dall’iniquità sistemica, la forza degli oppressi e delle masse soggette al potere vigente.
Non esiste un unico modello di Rivoluzione universalmente applicabile, e l’implosione del comunismo sovietico, nato da una Rivoluzione, non significa in alcun modo – come la propaganda liberal-liberista ha cercato di far credere in questi anni, mistificando – che la Rivoluzione stessa è morta insieme all’Unione Sovietica e al blocco geopolitico socialista, ma significa semplicemente che la via rivoluzionaria, in futuro, potrà seguire direzioni diverse da quelle e rivestire altre forme, non più leniniste, con esiti sociopolitici ben diversi.
Nessun momento rivoluzionario è mai uguale ai precedenti (ed ai successivi), così come le forze rivoluzionarie, cioè l’insieme degli agenti che trasformano la realtà e “disalienano” l’uomo, sono perfettamente immerse nel corso storico, quale più avanzata risultante delle precedenti trasformazioni antropologico-culturali, ma nel contempo concretamente esprimono, combattendo il sistema e le forze che cercano di perpetuarlo o semplicemente di riformarlo, la potenzialità connessa alla natura umana della “possibilità di scegliere e di opporsi” – anche contro lo stesso interesse personale e di classe del singolo – che è frutto dell’esercizio della ragione nel calcolo politico-sociale e l’esito della possibilità di critica.
Per definire la Rivoluzione in un modo sintetico ma efficace, non in contraddizione con i concetti che ho esposto in precedenza, si può ricorrere alle parole del filosofo Costanzo Preve:
«Se vogliamo usare il termine di rivoluzione nel solo modo corretto e non equivoco [ ... ] e cioè di rivolgimento che attiene il funzionamento riproduttivo complessivo dell’intera struttura dei rapporti di produzione [ ... ] allora ne consegue che nell’ultimo secolo in Europa (1912 – 2012) la sola ed unica rivoluzione sia stata quella russa del 1917.»
[Etica comunitaria, progresso e rivoluzione, Costanzo Preve intervistato su questi temi da Luigi Tedeschi]
Al massimo grado possibile di cambiamento storico e culturale, come sostiene il grande filosofo marxiano ed hegeliano Costanzo Preve, vi è il rivolgimento che attiene il funzionamento riproduttivo complessivo dell’intera struttura dei rapporti di produzione, e ciò vale, in estrema sintesi, ad esplicitare l’importanza del momento rivoluzionario, che si riverbera su ogni aspetto della stessa vita quotidiana (e dell’esperienza esistenziale) dei singoli.
Lungi dal rappresentare un semplice cambio di governo e/o un rinnovo forzato della “classe dirigente politica” (che potrebbero tranquillamente avvenire in seguito ad un golpe “nonviolento” e la nomina di un Monti alla guida dell’esecutivo), la Rivoluzione è la risultante storica di un processo articolato, che implica per sua natura significativi cambiamenti culturali e una rinnovata consapevolezza umana (o almeno della parte migliore e più avanzata dell’umanità , rappresentata dalla élite rivoluzionaria) nel lungo cammino verso l’autocoscienza e l’emancipazione.
Il momento rivoluzionario deve essere inteso quale momento culminante del cambiamento, di quel processo storico che si sostanzia in una profonda trasformazione dei rapporti sociali di produzione, e per conseguenza della stessa organizzazione sociale nel suo complesso.
La società non si rinnova mai nei suoi tratti essenziali per “gentile concessione” dei gruppi dominanti, mossi dal senso di responsabilità nei confronti dei sottoposti, guidati dall’”empatia” nei confronti del resto dell’umanità e disposti, perciò, a sacrificare una parte dei loro privilegi, o a ridimensionare progressivamente il loro potere.
La società si rinnova da cima a fondo soltanto attraverso la lotta, che può assumere forme estreme (“terrorismo”, rivolte violente, conseguenti e sanguinose repressioni sistemiche, eccetera), e gli assetti sociali mutano attraverso sconvolgimenti epocali dell’ordine costituito, fino a raggiungere il culmine della lotta stessa, il climax della “tragedia sociale”, rappresentato dalla Rivoluzione.

 http://pauperclass.myblog.it/archive/2012/06/21/la-rivoluzione-di-eugenio-orso.html

domenica 18 marzo 2012

Monti: la mutazione antropologica degli italiani


Luigi Tedeschi intervista Costanzo Preve.

Chi è Mario Monti? E perché è stato chiamato a varare manovre impopolari con il sostegno incondizionato dei partiti in Parlamento? Nell'attuale panorama politico e geo-politico ha ancora senso la dicotomia destra-sinistra? Chi esercita realmente il potere e quali scenari si aprono con l'avvento del nuovo capitalismo assoluto e "speculativo"? Alle soglie di un nuovo Medioevo degli "Economisti taumaturghi" la descrizione del presente in una discussione serrata sulla crisi della politica e sulla costruzione del consenso.

Luigi Tedeschi

Il 2011 sarà ricordato come un anno decisivo per l’Italia: un anno cioè in cui si sono determinati mutamenti rilevanti nella struttura della società italiana. Nel 2011, in conseguenza dell’aggravarsi della crisi del debito e dell’innalzamento dello spread, a seguito del declassamento delle agenzia di rating Moody’s e Standard & Poor’s, l’Italia ha subito dapprima il commissariamento della sua politica economica da parte della BCE, poi l’imposizione da parte del presidente Napolitano, con procedure di dubbia costituzionalità, di un governo tecnico guidato da Mario Monti, con l’unico inesorabile mandato di varare le manovre economiche imposte dalla UE.

Secondo l’orientamento della grande stampa e della quasi totalità dei media, “l’annus horribilis” 2011 si è concluso con un lieto fine: Mario Monti sarebbe dunque il nuovo uomo della provvidenza, l’ultimo in ordine storico, giunto per grazia bancaria a salvare l’Italia dal baratro del default finanziario e ad imporre una trasformazione sistemica in senso liberista della società italiana. La grande sconfitta è stata la politica. I grandi partiti, PdL e PD, già “mortalmente” contrapposti, si sono omologati nel sostegno incondizionato a Monti. Quest’ultimo ha infatti varato manovre impopolari che nessun governo precedente avrebbe potuto realizzare, se non con la prospettiva di perdere vaste fasce del proprio consenso elettorale.

L’unica polemica tra destra e sinistra, consiste attualmente nel rivendicare a sé il merito del sostegno incondizionato ed entusiasta a Monti, di aver già previsto e proposto senza successo manovre similari. La continuità tra Monti e i governi precedenti è evidente. Destra e sinistra rivelano dunque, se mai ce ne fosse stato bisogno, la loro gemellare e speculare identità nei programmi e nella prassi politica: la loro unica funzione da 20 anni a questa parte è stata quella di legittimare in Italia l’ordine economico e geopolitico occidentale. Ma il sostegno di PdL e PD a Monti ha accentuato la divaricazione già evidente tra classe politica e paese reale. Monti, al di là delle manifestazioni di protesta anche accentuate, oggi gode del consenso della maggioranza degli italiani, che, atterriti dallo spettro di una Italia condannata a seguire il destino della Grecia, giudicano positivamente l’operato del governo Monti, nella misura in cui specularmente rifiuta i politici e i partiti, la loro corruzione, la loro incapacità ad affrontare la crisi economica.

Il governo Monti, dunque rappresenterebbe il superamento della vecchia dicotomia destra/sinistra? Sembrerebbe di si, dal momento che entrambe convergono nella condivisione dei contenuti delle manovre “lacrime e sangue”, rivelando un insospettabile senso di responsabilità nazionale, un “patriottismo” finanziario-liberista che annulla tutte le contrapposizioni in nome della “salvezza nazionale”. In realtà, non è nei programmi del governo Monti realizzare un nuovo progetto di riforme politiche, semmai esso porta a compimento un processo di disgregazione della politica italiana e la sua omologazione alle direttive finanziarie UE, perpetrata attraverso l’azzeramento di ogni dialettica di ogni contrapposizione politica. In effetti il governo Monti non ha un programma politico, né vuole essere rappresentativo di una fantomatica unità nazionale.

È un governo “non politico”, composto da tecnici e come tale, non ha programmi progettuali, ma di mera attuazione delle direttive della BCE, in accordi con i gruppi finanziari di oltre Oceano, quali Goldman Sachs. Il governo Monti non svolge quindi nemmeno una politica economica. Che le misure di smantellamento dello stato sociale, di aggravio della pressione fiscale, di riforma in senso liberista della legislazione sul lavoro comportino cali di produzione, disoccupazione, recessione generalizzata, non è un fatto rilevante per Monti & C: le conseguenze sull’economia reale e l’impatto sociale delle manovre sono temi estranei alla azione governativa. Monti non è un premier eletto e non ha responsabilità dinanzi agli elettori: il suo mandato è limitato alle problematiche finanziarie connesse allo spread del debito pubblico e come tale, è tenuto a rispondere solo alle direttive sovranazionali della UE.

La classe politica si è omologata a Monti non per responsabilità, ma per allinearsi alla sua deresponsabilizzazione, che inevitabilmente comporta l’abiura cosciente e volontaria della sovranità nazionale, ormai ridotta a fardello inutile e rischioso nel mondo finanziarizzato occidentale.



Costanzo Preve

I colpi di stato oggi non si fanno più con i carri armati e con l’incarcerazione e la fucilazione degli avversari politici (si tratterebbe di patetici residui del cosiddetto “secolo breve”), ma con un’abile gestione extraparlamentare di magistrati, giornalisti ed economisti.

È il post-moderno, bellezza! Quello di Monti del 2011 peraltro non è il primo, è il secondo, dopo quello di Mani Pulite del 1992.

Nel primo caso si trattò di un colpo di stato giudiziario extraparlamentare, rivolto ad abbattere il sistema partitico della Prima Repubblica, certamente corrotto (ma non certo più corrotto di quello venuto dopo), ma pur sempre garante di un certo assistenzialismo sociale e di una sovranità monetaria dello stato nazionale, sia pure all’interno dello schieramento post-bellico americano. In questo secondo caso il colpo di stato non ha avuto bisogno di giudici e di manette, ma sono bastati i mercati internazionali e soprattutto la regia di Napolitano, il rinnegato ex-comunista passato al servizio degli americani.

Vorrei far notare quest’ultimo punto perché già nel 1992 i rinnegati ex-PCI erano stati decisivi per il colpo di stato giudiziario extraparlamentare, allora per odio verso Craxi, oggi per odio verso Berlusconi, entrambi già largamente indeboliti e delegittimati da asfissianti campagne di stampa. Lasciate cadere le chiacchiere demagogiche sulla “via italiana al socialismo” di berlingueriana memoria, i rinnegati si trovavano improvvisamente privi di qualunque legittimazione storico-politica, ma ancora dotati di un seguito identitario inerziale da sfruttare come risorsa politologica. I loro babbioni identitari furono prima fanatizzati contro Craxi (il corrottone, il porcone, il maialone), e poi contro Berlusconi (il nano di Arcore, il puttaniere, il crapulone). Certo Gramsci non avrebbe mai potuto immaginarlo, ma è questa la vichiana eterogenesi dei fini e la hegeliana astuzia della ragione storica.

La politica non è stata sconfitta solo nel 2011, perché era già stata sconfitta nel 1992. Inoltre, l’Italia nel 2011 non è stata sconfitta solo una volta, ma due volte. La prima volta è stata sconfitta in Libia, in cui è stata costretta dalla NATO a fare una guerra contro i più elementari interessi nazionali ed economici, con barbarico linciaggio finale del nazionalista panarabo nasseriano Gheddafi, trasformato in feroce dittatore dai gestori simbolici monopolisti dei cosiddetti “diritti umani”. La seconda volta appunto a Roma, con il commissariamento diretto del suo governo.

E’ assolutamente chiaro che ormai destra e sinistra sono solo segnali stradali e simboli di costume extra-politico (la sinistra vota il transessuale Luxuria, mentre la destra non lo voterebbe mai), ma appunto per questo la dicotomia è continuamente reimposta per motivi di tifo sportivo dal ceto intellettuale. Si tratta di una inestimabile protesi di manipolazione simbolica di un vero e proprio MAB (Meccanismo Acchiappa-Babbioni). Il suo potere inerziale è ancora forte.

Quando Bobbio difese la dicotomia, sostenendo che la sinistra era egualitaria, e la destra anti-egualitaria, descriveva uno scenario sorpassato, perché questo scenario presupponeva la sovranità monetaria dello stato nazionale e delle scelte politiche alternative di redistribuzione dal reddito. Ma questo scenario non esiste più, ed al suo posto ci sono questioni di gusto estetico e di snobismo culturale. Vorrei insistere su quanto ho già detto. La classe politica si è allineata a Monti non per responsabilità, ma proprio per il suo contrario, per deresponsabilizzazione.

Ricattati dalle polemiche contro la “casta”, inseguiti dalle plebi furiose per i loro privilegi alla mensa semigratuita di Montecitorio, essi si sono consegnati ad una “giunta di economisti” per cercare di zittire, almeno provvisoriamente, il linciaggio mediatico. Questo mi ricorda il caso di Eltsin, che consegnò la Russia in mano a miliardari mafiosi, ma quando fu nominato dall’idiota Gorbaciov si fece strada con una campagna contro i privilegi della “casta burocratica”. Ricordo che quando lessi per la prima volta il nome dell’ubriacone siberiano fu perchè aveva pescato un burocrate comunista moscovita con l’automobile piena di salsicce e di salsiccioni. Scilipoti e Scajola potranno forse rosicchiare di meno (ma ne dubito fortemente), ma in compenso le forbici di redditi fra i poveri ed i ricchi aumenteranno. E la plebaglia applaudirà perchè gli straccioni del ceto politico saranno obbligati a mangiare polenta e merluzzo anzichè crema di mais con pesce veloce del Baltico!

L’importanza storica di questi due fenomeni (linciaggio di Gheddafi con il nostro attivo contributo ed insediamento della giunta Monti) è di importanza assolutamente epocale. Per il resto condivido ovviamente le tue osservazioni, che sono addirittura troppo educate e gentili. Ma cosa sono le povere puttane del guardone impotente Berlusconi rispetto alla piaggeria giornalistica rispetto alla giunta Monti? E’ così che possiamo diventare “presentabili” all’estero? Totò avrebbe detto: ma mi faccia il piacere!

Luigi Tedeschi

Secondo la vulgata dei media e della cultura universitaria ufficiale, l’Italia necessita di profonde riforme strutturali, sia economiche che istituzionali, che liberino il paese dallo statalismo, affranchino l’economia dalla burocrazia, dalle eccessive tutele sociali che impediscono la mobilità del lavoro, da una spesa pubblica che comporta una pressione fiscale troppo elevata a carico delle imprese: deve essere attuato un programma di liberalizzazioni che affranchi l’economia dalla soffocante egemonia dello stato, al fine di promuovere crescita e sviluppo perché il paese si renda competitivo in un mercato globale in cui viene sempre più marginalizzato. Pertanto, l’insediamento del governo Monti è stato salutato entusiasticamente come l’avvento di una taumaturgia liberista che realizzasse in Italia quelle riforme di apertura al mercato indispensabili per omologare il nostro paese alle trasformazioni strutturali già attuate nell’occidente anglosassone.

Monti sarebbe quindi il messia da lungo tempo atteso dalla dottrina liberista? Sembra un paradosso, ma è lecito chiedersi, alla luce della svolta economica in atto, se Monti sia veramente liberale. A quanto è dato di costatare dalla realtà socio economica italiana i dubbi in proposito sono più che legittimi. Senza dubbio, Monti cresciuto e vissuto all’interno del capitalismo anglosassone è portatore di una visione esclusivamente finanziaria dell’economia: la strategia economica è decisa sulla base di provvedimenti solo di ordine finanziario, cui l’economia produttiva deve adeguarsi, come logica e necessaria conseguenza.

Il primato dell’economia finanziaria è estraneo ai fondamenti filosofici ed economici dell’individualismo liberale classico di Locke e Smith, in cui il libero scambio è il risultato dell’attività produttiva degli individui, il libero mercato e la concorrenza (almeno in via teorica ed astratta), determinano la selezione delle capacità individuali e realizzano spontaneamente gli equilibri necessari tra domanda ed offerta. Ma il liberismo classico è distante anni luce dall’attuale mercato globale creato e governato dalle holding finanziarie che si impongono agli stati, ai popoli.

Ma al di là delle teorie liberali che tali sono e restano, esaminiamo i provvedimenti “salva Italia” di Monti & C. Essi hanno determinato rilevanti aggravi della pressione fiscale e tariffaria a carico di tutti i cittadini, con l’obiettivo di ridurre il debito pubblico, con necessario impoverimento della popolazione, calo dei consumi e recessione prossima ventura. Un governo liberale, allo scopo di sviluppare la produzione, sarebbe alla diminuzione del carico fiscale, sarebbe contrario alla tassazione patrimoniale (quale è l’IMU), accentuerebbe il prelievo sui consumi anziché sui redditi.

Nella manovra montiana è stato accentuato il ruolo delle banche che accumuleranno profitti sull’incremento delle transazioni, ma nulla è stato previsto circa l’ampliamento della erogazione del credito, specie in tempi di crisi di liquidità. Le riforme del lavoro sono certo ispirate dalle pretese della grande industria, che però beneficia di sgravi fiscali e contributi pubblici. Lo stato liberale dovrebbe combattere gli oligopoli con leggi anti-trust che favoriscano la concorrenza. I tagli imposti allo stato sociale e l’innalzamento dell’età pensionabile pregiudicano l’accesso agli studi e le prospettive occupazionali dei giovani, con gravi lesioni al principio liberale di eguaglianza e impediscono il ricambio generazionale, la meritocrazia, la mobilità sociale, quali fattori necessari alla modernizzazione dl paese.

Lo stato liberale non offre tutele sociali, è non interventista in economia, ma dovrebbe (almeno in teoria), abbattere i privilegi e favorire l’individualismo oltre al ricambio sociale e generazionale. Il liberalismo offre (o almeno dovrebbe), meritocrazia e opportunità: prospettive estranee al governo Monti. Lo stato liberale non eroga servizi sociali né garantisce stabilità economica, ma non pretende tasse e contributi a fronte di tutele e previdenze oggi quasi inesistenti, né opera tassazioni che si rivelano espropriazioni di risorse a discapito dello sviluppo: l’esatto contrario della manovra “salva Italia”. Quanto poi alle liberalizzazioni attuate allo scopo di abolire lo statalismo e i privilegi della casta, costatiamo che una buona parte del governo Monti è composta da alti burocrati dello stato e che nessun provvedimento è stato previsto contro la casta dei dirigenti pubblici, della spesa pubblica improduttiva, del parassitismo locale e nazionale della politica. L’ideologismo liberale montiano ha la funziona di legittimare l’oligarchia finanziaria che governa la società italiana nell’economia e nelle istituzioni. L’orientamento dirigista – oligarchico del governo Monti apre una nuova fase politica ispirata e legittimata da un nuovo statalismo sovranazionale senza stato e senza democrazia.

Costanzo Preve

Tu osservi correttamente come quello di Monti sia un ben strano liberalismo ed un ben strano liberismo, che infatti non sono affatto tali, ma il loro rovesciamento nell’esatto contrario. Un ben strano liberalismo, perché il fondamento del liberalismo nella sua moderna forma liberaldemocratica è la volontà popolare espressa da un corpo elettorale sovrano, laddove il caso della Grecia, ma anche quello della giunta Monti, ci mostra l’esatto contrario. Un ben strano liberismo, perché il liberismo non risulta affatto da pretese (ed in realtà inesistenti) armonie economiche della mano invisibile del mercato, ma viene imposto in modo dirigistico. Insomma, un liberalismo senza volontà popolare (magari con la risibile scusa che la volontà popolare sarebbe “populista”, o quale altro aggettivo potrebbero trovare per babbionare la gente), ed un liberismo imposto in modo dirigistico. Kafka, Ionesco e Beckett diventano autori di un realismo naturalistico di fronte a questi ossimori!

Nel Medioevo c’erano i Re Taumaturghi. Ma oggi il medioevo è finito, e ci sono gli Economisti Taumaturghi. Tu fai giustamente notare che il presunto liberalismo di Monti non esiste neppure, alla luce di un corretto uso dei concetti, perché il primato dell’economia finanziaria é estraneo ai fondamenti filosofici ed economici dell’individualismo liberale classico di Locke e di Smith. Giustissimo, ma qui interviene la logica dialettica di hegeliana e marxiana memoria, che spiega la trasformazione di una realtà storica processuale nel suo contrario. Il rapporto di Monti e di Draghi con Locke e con Smith è simile, analogicamente, al rapporto di Lenin e di Stalin con Marx. Il paragone potrà sembrare ardito e paradossale, ma lo è molto meno di quello che si può credere.

Marx aveva immaginato un comunismo sulla base dell’autogoverno politico e della autogestione economica diretta della classe operaia, salariata e proletaria, senza burocrazia politica intermedia ed in vista dell’estinzione dello stato. Si trattava di un’utopia assolutamente inapplicabile, nonostante si fosse cercato di giustificarla in modo “scientifico”.

In primo luogo, lo stato non può estinguersi, e si trattava di un’utopia in parte romantica, in parte fichtiana ed in parte saint-simoniana (al posto dello stato politico, l’amministrazione delle cose).

In secondo luogo, le capacità di autogestione economica e di autogoverno politico senza mediazione organizzativa burocratico-partitica della classe operaia, salariata e proletaria sono pari a zero, come duecento anni di esperienza storica moderna mostrano a tutti coloro che intendano prendere atto dell’evidenza.

In terzo luogo, il capitalismo è certamente sfruttatore e distruttore, ma si è dimostrato capacissimo di sviluppare le forze produttive, a differenza di come Marx ipotizzava. In questo non vedo niente di male, e certamente niente di cui scandalizzarsi. Il sapere umano procede fisiologicamente per tesi ed ipotesi, conferme e smentite, prove ed errori, e Marx non era un profeta, ma un normale filosofo e scienziato sociale.

Lenin e Stalin si trovarono di fronte ad una teoria seducente e ad uno stupendo mito di mobilitazione (Sorel), ma del tutto inservibile ed inapplicabile. Furono così costretti, per tenere in piedi l’intenzione rivoluzionaria anticapitalistica, a trasformare il pensiero di Marx nel suo contrario, e cioè in una dittatura burocratica dello stato-partito. C’è chi parla di tradimento del pensiero di Marx (Trotzky, Bordiga, eccetera), ma io perso che non di tradimento si tratti, quanto di una dialettica storica del rovesciamento.

Ebbene, io penso che questa analogia funzioni anche per il rapporto fra l’originario liberalismo liberista di Locke, Hume e Smith e l’odierno dirigismo finanziario di Draghi e di Monti. L’originario liberismo di Smith era “tarato”, alla Luigi Einaudi, per un mercato praticamente puro, ed in quanto puro anche inesistente (lo stesso Locke era azionista di una compagnia di commercio di schiavi). Ma lo sviluppo capitalistico ha totalmente smentito, o più esattamente “svuotato”, il capitalismo “utopico” di Smith, almeno altrettanto utopico di come era utopico il comunismo di Marx.

Il modello capitalistico di Smith ed il modello comunista di Marx avrebbero entrambi dovuto funzionare senza stato, o con uno “stato minimo” tendente asintoticamente a zero. Pura utopia modellistica astratta. Il comunismo di Marx nel Novecento funzionò unicamente con lo stato, anzi con uno stato autoritario di partito monopolista del potere, dell’economia e della cultura.

Il capitalismo di Locke e di Smith funzionò unicamente incrementando il dirigismo statale al servizio dell’accumulazione capitalistica.
Personalmente, non credo che avrebbe potuto andare diversamente. Un mercato puro, senza intervento riequilibratore di un potere statale, getterebbe nella miseria più nera la stragrande maggioranza della popolazione. Finchè sono ancora in funzione le solidarietà comunitarie precapitalistiche (famiglia, tribù eccetera), c’è ancora riparo, ma con la generalizzazione dell’individualismo anomico ci sarebbe solo la guerra di tutti contro tutti, e non certo la spontanea armonia del mercato (ancora una volta, si consideri la Grecia di oggi).

E’ dunque del tutto triste, ma anche fisiologico, che al bel comunismo utopico ma inapplicabile di Marx succeda il comunismo autoritario ma “realistico” di Lenin e di Stalin. Ed è pertanto fisiologico che al capitalismo utopico di Locke e di Smitth succeda il capitalismo oligarchico ma “realistico”, di Draghi e di Monti.

La dittatura oligarchica dei mercati di Draghi e di Monti non può quindi in alcun modo essere compresa e studiata in base alle teorie classiche del liberalismo politico e del liberismo economico studiate nelle facoltà universitarie di economia e di scienze politiche. Si tratta di uno scenario completamente nuovo, di un capitalismo assoluto o “speculativo”. Personalmente, ho fatto grandi sforzi per tentarne la concettualizzazione almeno filosofica, e colgo l’occasione per annunciare che presto verrà pubblicata un’opera che ne rappresenta una prima sistematizzazione coerente ed analitica (cfr. Diego Fusaro, Minima Mercatalia, Filosofia e Capitalismo, Bompiani, Milano 2012).

Ma non siamo che all’inizio del necessario riorientamento gestaltico. Il relativo isolamento in cui ci troviamo non è un isolamento rispetto alla società delle persone comuni, ma è esclusivamente un isolamento rispetto alle caste universitarie, politiche e giornalistiche, che saturano quasi al cento per cento lo spettacolo pubblico manipolato, in specie quello televisivo.

Non possiamo aspettarci a breve termine un risveglio di coscienza e di conoscenza. Troppo forti sono le forze inerziali della simulazione Destra/Sinistra, dell’identitarismo di partito di origine PCI, dell’antifascismo in assenza di fascismo e dell’anticomunismo in assenza di comunismo, oltre alle cantilene del Politicamente Corretto. Questa dittatura dei mercati è ancora relativamente nuova ed inedita, ed é normale che in questo momento domini la paura ed il ricatto del mancato pagamento dei salari e delle pensioni.

Siamo appena all’inizio del “tempo di cottura” che la storia ci prepara. La ricetta vuole il suo tempo.



Luigi Tedeschi

In Italia, al di là del dissenso manifestatosi nelle piazze, non si riscontra ancora la coscienza della trasformazione sistemica in atto e non è stata valutata l’incidenza sociale delle manovre governative, i sui effetti saranno tuttavia visibili tra pochi mesi. Il successo di Monti è dovuto al senso di panico collettivo diffuso dai media, che hanno creato uno stato virtuale di eccezione, sulla base della situazione greca.

La massa ha avvertito uno stato di pericolo esistenziale, poiché sono state messe in dubbio le sue stesse fonti di sopravvivenza, quali gli stipendi e le pensioni. La sopravvivenza e lo stato di eccezione si sono dunque rivelate le fonti di una nuova forma di sovranità, quella finanziaria della BCE, che tramite Napolitano ha imposto un governo del presidente, oltre e fuori della costituzione. Quindi oggi Monti può affermare legittimamente la sua volontà di “cambiare le abitudini degli italiani”.

Le abitudini si identificano in questo caso con le convenzioni, la morale condivisa di una collettività, la vita stessa degli individui. Dinanzi ai presupposti di un tale mutamento epocale, non si è manifestato un dissenso di massa diffuso, se non episodicamente, perché la società italiana si è dimostrata frantumata in una miriade di egoismi individuali e corporativi che spingono i singoli a difendere sé stessi e la propria condizione, ignorando ogni possibile sentimento appartenenza comunitaria, ogni possibile legame che colleghi le problematiche individuali ad una visione generale dell’interesse pubblico.

Questa situazione ha evidenti origini storiche. La politica italiana da dopoguerra in poi (i governi DC insegnano), è stata improntata ad un laissez faire degli individui e delle categorie, ad una legalità apparente ed indipendente da un paese reale che si è autogovernato (con il consenso tacito o esplicito della politica), e la società si è frantumata in migliaia di interessi diffusi. La politica ha ottenuto consensi sulla base della difesa degli interessi individuali e di categoria attraverso la corruzione e/o la loro legalizzazione. I governi che si sono succeduti fino ad oggi, si sono fatti interpreti di una visione dello stato sociale intesa come politica di tutela degli interessi privati e quindi si è verificato nel corso di oltre mezzo secolo un processo di progressiva privatizzazione dello stato e della politica, che ha condotto inevitabilmente alla scomparsa della politica stessa, intesa come problematica sociale legata alla res pubblica, per tramutarsi in fonte di elargizione e/o riconoscimento di privilegi piccoli e grandi.

La politica è divenuta gestione autoreferente di interesso privati. Gli stessi privilegi della casta, rappresentano il dovuto compenso reso alla politica a fronte della protezione offerta a interessi piccoli e grandi. In tale contesto, si comprende come le proteste contro la casta dei politici non hanno mai sortito effetti di rilievo. Lo stesso dissenso contro il governo Monti è stato espresso per lo più da corporazioni dotate di rilevanti referenze politiche spesso trasversali alla destra e alla sinistra. La stessa protesta è quindi espressione di uno stato di avanzata disgregazione sociale italiana: esso non è tanto animato da una condizione sociale svantaggiata, quanto ispirato alla difesa delle nicchie di interessi lobbistici piccoli e grandi. L’obiettivo di tale dissenso non è la politica liberista di Monti, ma il mantenimento dello status quo.

La mentalità diffusa è questa: che le trasformazioni liberiste antisociali avvengano pure, Monti cambi anche la vita degli italiani ma con le dovute esenzioni. Lo stato di eccezione dovrebbe per taluni convertirsi in stato di esenzione. Per il resto, per le categorie non protette, precariato, disoccupazione espropriazione delle pensioni (la protesta di è risolta in 2 ore di sciopero), sono fenomeni impliciti alla trasformazione in atto: il liberismo riguarda solo i poveri. Eppure è ben visibile la malcelata volontà della classe dominate di suscitare nuove e devastanti conflittualità sociali mediante la contrapposizione tra produttori e consumatori, nord e sud, lavoratori occupati e disoccupati, precari e stabili, dipendenti e autonomi, statali e privati.

Le categorie sono destinate a dilaniarsi in una guerra intestina devastante, che farà prevalere solo le grandi corporazioni bancarie ed industriali. La recessione e lo stato di necessità scatenano inevitabili guerre tra poveri a vantaggio delle classi dominanti. Secondo l’orientamento di Monti & C., cambiare la vita degli italiani non comporta l’instaurazione di una nuova società classista, strutturata cioè su centri di interesse contrapposti cui corrispondono funzioni economiche e ruoli sociali differenziati, ma semmai una società a struttura piramidale oligarchico - finanziaria composta da una elite dominante cui fanno riscontro solo dominati.

Costanzo Preve

Sono contento che tu abbia colto (e non era certamente facile al primo sguardo!) il carattere “antropologico” della proposta della giunta di eccezione Monti, e la sua volontà di “cambiare le abitudini degli italiani”. C’è qui una novità storica qualitativa rispetto al consueto “pessimismo” dei cosiddetti “anti-italiani” (le cui versioni di destra sono stati Prezzolini e Montanelli e le cui versioni di sinistra sono state Gobetti e Bobbio), che per secoli hanno criticato i cosiddetti “difetti atavici” degli italiani, per cui siamo peraltro largamente conosciuti in Europa, nonostante la rara presenza di personalità eccezionali (di cui nel mondo intero Garibaldi è la più conosciuta).

L’anti-italiano tradizionale è un pessimista cosmico sull’impossibilità di modificare radicalmente i comportamenti umani, ma spesso è mosso da una sorta di tensione morale che vorrebbe ristabilire un senso comunitario di esistenza nazionale, ed é per questo che gli anti-italiani si sono sempre equamente distribuiti a destra ed a sinistra, anche se i “partitari” fanatici hanno sempre e solo riconosciuto come legittimi i propri, e mai gli avversari. Ma con Monti siamo su di un terreno nuovo.

Monti vuole attuare un progetto di ingegneria antropologica tipica del fanatico liberista che è.

Mettendosi consapevolmente sulla scia di chi ha definito i giovani “bamboccioni” e “sfigati”, e non vittime di un ignobile sistema di lavoro flessibile e precario, Monti vorrebbe una sorta di artificiale anglosassonizzazione forzata della figura storica dell’italiano. Come tutti gli economisti professionali, egli è probabilmente del tutto ignaro di storia e di filosofia, che ha certamente abbandonato con la fine degli studi liceali. Eppure l’utopia dell’uomo “nuovo”, dell’uomo rinato, eccetera, non nasce affatto con l’ingegneria economica oligarchica neo liberale, e le sue ignobili porcherie sul “lavoro fisso noioso”, la cui oscenità raggiunge quella di chi mette un affamato in guardia contro i pericoli dell’obesità e del colesterolo.

L’“uomo nuovo”, ovviamente, non esiste. Esiste certamente l’Uomo (scritto con la maiuscola, contro ogni nominalismo relativistico), che percorre tre età della vita (la gioventù, la mezza età e l’anzianità), in ognuna delle quali ha esigenze comuni da soddisfare, fra cui la relativa sicurezza del lavoro e la stabilità nel tempo che gli permette anche il miglioramento del proprio profilo disciplinare (in cui Hegel rintracciava anche la base della sua morale comunitaria, la cosiddetta “eticità”). Questo è ciò che i greci chiamavano la “buona vita” (eu zen), in cui non si parlava certamente di “monotonia”, ma di “misura” (metron). Credere che da questa robusta base antropologica possa e debba nascere un “uomo nuovo” può soltanto essere o un’utopia burocratico-comunista, o un’utopia ultraliberale della flessibilità e della precarietà assolute gioiosamente vissute.

Stalin fu un grande sostenitore della “creazione sovietica dell’uomo nuovo”. Ne abbiamo visto le conseguenze a medio termine (poco più di mezzo secolo). Ma l’uomo non può essere ridotto a “materiale umano” di un progetto utopico. Il filosofo critico cinese Ji Wei Chi, che ha studiato il passaggio antropologico-sociale di massa dalla vecchia Cina comunistico-egualitaria di Mao alla Cina dei nuovi ricchi e dell’impetuoso sviluppo capitalistico ne ha effettuato un’analisi dialettica che certamente sarebbe piaciuta a Hegel. Tutte le vecchie virtù morali tradizionali cinesi furono concentrate e sublimate al servizio dell’utopia politica comunista, e quando quest’ultima cadde e fu abbandonata caddero con essa le vecchie virtù morali precedenti, e furono sostituite unicamente dal nuovo consumismo.

Il risultato è a mio avviso riassumibile così: chi vuole realmente “cambiare” l’uomo, migliorandolo e rendendolo più solidale e comunitario, non deve perseguire una ingegneria antropologica di tipo manipolatorio, né in direzione di un comunismo utopico, né tantomeno in direzione di un capitalismo utopico.

Ancora una volta, tu ti lamenti che non sia ancora visibile una vera opposizione di massa a questo progetto teratogenico, e te lo spieghi con la frammentazione corporativa della società, per cui ognuno spera in cuor suo che siano solo gli altri a dover cambiare, e non il proprio gruppo politico e professionale. C’è certamente molto di vero in questo, ma credo che la ragione di fondo sia altrove.

Il progetto di americanizzazione antropologica forzata dagli italiani, iniziata sul piano del costume con la sconfitta militare del 1945 (addossata al solo fascismo), solo ora nel 2012 può realmente dispiegarsi senza ostacoli, con l’integrazione completa in questo progetto del ceto politico e del clero intellettuale, giornalistico ed universitario. Sono ottimista sulla nascita di anticorpi di resistenza, ma ci vorrà sicuramente del tempo, e probabilmente molto più tempo di quello che resta alla nostra generazione.

Luigi Tedeschi

La crisi dell’Europa e dell’euro è evidente e aperta ad ulteriori a nuove degenerazioni, dato il divario incolmabile tra i paesi guida (Francia e Germania) e gli altri stati, condannati ad una crisi del debito insolubile. L’Europa non è uno stato. Come tu hai scritto, l’Europa è un progetto politico, ma, “un progetto politico, anche nobile, non può costituire una nazione”. L’Europa si identifica con la UE e l’euro, ma resta un insieme di stati - nazione non dotati di una piena sovranità politica, data la presenza di basi Nato nel vecchio continente.

Se l’Europa fosse uno stato dovrebbe liberarsi dalla subalternità agli USA e al dollaro. Inoltre, se l’Europa fosse una confederazione di stati, la crisi dell’euro non avrebbe avuto luogo, perché il debito degli stati sarebbe un debito interno e il potere centrale svolgerebbe la sua politica di sostegno perequativo tra i vari stati membri. La stessa crisi del debito ha la sua origine nel dato di fatto che l’euro non è una moneta rappresentativa di uno stato, ma della BCE, che non ha credibilità nei mercati finanziari, perché, non essendo emanata da uno stato, non esiste nemmeno un debitore in ultima istanza che ne garantisca la sussistenza e la sua solvibilità. Si è affermato che, secondo i dettami del dogma liberista imperante che anche gli stati possono fallire. Alcuni stati americani sono infatti falliti.

Perché allora non permettere il default della Grecia, anziché costringerla a manovre finanziarie economicamente suicide, che certamente non risolveranno il problema della insolvibilità del suo debito. Attraverso il default potrebbe invece svalutare il debito e rilanciare la propria economia. Perché l’agonia della Grecia e gli aiuti della BCE potranno garantire l’esposizione delle banche francesi e tedesche che hanno speculato sul debito greco. L’Europa non è una nazione e tu giustamente affermi che “le nazioni ed i popoli non si clonano dall’alto con una decisione economica. Nessuna BCE e nessuna giunta tecnocratica Monti potrà mai farlo”.

L’idea di nazione è estranea alle istituzioni finanziarie della BCE. Tuttavia dobbiamo costatare che l’arroganza e la volontà espropriatrice espressa dalla Germania della Merkel, seguita dalla Francia di Sarkosy, sono evidenti manifestazioni di una perversa riviviscenza dello stato-nazione, che si può riassumere nel concetto di nazione come corporazione finanziaria. Gli stati-nazione, non sussistono che nella loro versione degenerata, come espressione di interessi egoistici organizzati in lobbies finanziarie, le cui classi dirigenti hanno la funzione di garantire gli equilibri finanziari esterni (vedi BCE), e preservare lo status quo di un relativo benessere interno alimentando gli egoismi individuali e locali con legittimazione nazionale, a discapito delle altre nazioni condannate alla subalternità politica e alla espropriazione economica.

Il prezzo della sopravvivenza dell’euro è il suicidio delle nazioni. Nella politica italiana si va rafforzando il governo Monti, che probabilmente concluderà la legislatura. La grande stampa e i media sono allineati nel sostenerlo, esaltandone i prestesi successi e il prestigio internazionale sia in Europa che in America, dovuto all’assenso ricevuto per le manovre strutturali in corso di realizzazione. Il consenso “entusiastico” ricevuto da Monti dalla Merkel, Sarkozy e Cameron fa seguito alla esecuzione puntuale delle manovre imposte dalla BCE: l’allievo ha riportato buoni voti.

Monti è un tecnico che esegue e accetta i diktat, non un politico responsabile della sovranità del suo paese. Ma soprattutto la posizione di Monti si è rafforzata a seguito del plauso ricevuto da Obama. Come tutti i suoi predecessori, si è recato negli USA per ricevere l’investitura dell’imperatore dell’occidente, alla pari di un feudatario medioevale. Ma il plauso di Obama ha motivazioni diverse ed ulteriori. Obama vede in Monti non un leader italiano, ma il referente della BCE, del gruppo Bilderberg, il plenipotenziario della finanza internazionale in Europa ed in tale veste è stato considerato un interlocutore privilegiato dagli USA.

Monti è l’uomo che può imporre in Italia un modello liberista omologato agli USA, che in Europa nessuno ha accettato così integralmente. Non a caso il “Time”, afferma che Monti è l’uomo che cambierà l’Europa, perché egli è l’uomo della svolta anglosassone dell’Europa. Non lo è la Merkel, che non ha saputo governare la crisi dell’euro e non fa mistero delle sue mire espansionistiche. Non lo è Sarkozy, i cui consensi in Francia sono in rapida discesa proprio a causa della sua politica liberista. Sia la Francia che la Germania sono paesi che dovuto salvaguardare il welfare, anche a prezzo di dolorosi tagli, hanno un ruolo nella politica internazionale, mantengono aspirazioni nazionalistiche di fondo che possono ostacolare il primato degli USA.

Gli Stati Uniti sono una grande potenza, anche se decadente, hanno necessità non di alleati, ma vassalli europei affidabili perché privi di sovranità e dignità nazionale. Chi meglio dell’Italia di Monti può essere candidato a questo ruolo? La svolta di Monti in senso liberista, prelude a trasformazioni non solo economico-finanziario, ma anche geopolitico: vuole conferire all’Italia il ruolo di quinta colonna americana in Europa, paese importatore integrale del modello anglosassone e disposto ad accettare supinamente le avventure imperialiste americane.

Monti, forte della investitura americana pone una seria ipoteca sull’avvenire della politica italiana, presentandosi come credibile candidato leadership italiana post seconda repubblica. E’ stata inaugurata una nuova forma di leadership che prescinde dai consensi elettorali, non politica ma cooptata dagli USA. In America si è anche detto che non sembra nemmeno un italiano, infatti non lo è davvero.

Costanzo Preve

Chi è Monti, un uomo dei tedeschi (e della Merkel in particolare) o un uomo degli americani (e di Obama in particolare)? Cercherò di rispondere, sia pure in modo sintetico: tatticamente, è un uomo dei tedeschi, strategicamente è un uomo degli americani, ed è il terreno strategico quello fondamentale.
Sul piano tattico superficiale, Monti sembra l’uomo dei tedeschi, perché da essi mutua la politica recessiva e l’ossessione anti-keynesiana del pareggio del bilancio. Ma in realtà è l’uomo degli americani, come del resto tu dici con ammirevole chiarezza, quando parli di uomo della svolta anglosassone non solo dell’Italia, ma dell’intera Europa. Si è credito a lungo che una Europa unificata dall’euro potesse in prospettiva fare da contraltare strategico all’arroganza unipolare degli USA, e con questo argomento l’unità europea fu “venduta” alla sinistra ed al suo variopinto circo intellettuale. Ma oggi sappiamo che così non è, e che è anzi esattamente il contrario, in quanto la prospettiva eurasiatica si è rivelata (per ora) inconsistente, e non è uscita dal novero di rivistine semisconosciute.
La tradizionale disattenzione degli italiani per la politica estera, tipica di un paese privo di sovranità politica e militare, ha fatto sì che passasse praticamente inosservato il fatto che i nuovi ministri degli Esteri e della Difesa (un diplomatico di carriera amico della Clinton ed un ammiraglio bombardatore in Afghanistan, per conto della NATO), che hanno sostituito i precedenti pittoreschi berlusconiani Frattini e La Russa, sono “servi degli USA al cento per cento”.
Personalmente, non avevo mai avuto dubbi sul fatto che Berlusconi non fosse di pieno gradimento per gli americani. Non si trattava solo del suo stile di vita immorale di puttaniere, improponibile all’ipocrita puritanesimo USA. Si trattava dei suoi “giri di valzer” con Gheddafi e con Putin, fatti non certo per ragioni politiche o geopolitiche, ma per il vecchio fiuto del faccendiere e del venditore “chiavi in mano”.
E così come Berlusconi non aveva saputo normalizzare la politica interna, così non aveva saputo normalizzare la politica estera. Con Monti l’Italia ha finalmente trovato il capo del suo partito americano senza se e senza ma. Dove questo potrà portarci in un’epoca di crescente contrapposizione strategica USA con la Cina e di pericoli di guerra contro l’Iran, io non lo so e solo il cielo lo sa. E’ una povera consolazione rilevare che almeno noi ce ne siamo accorti.