lunedì 27 settembre 2010

Il concetto di comunità in Marx




di Stefano Moracchi


In questa riflessione cerco di proporre una lettura della comunità marxiana attraverso l’indagine filosofico-politica “attuazionista”. Opererò una distinzione tra il concetto di Idea e quello di Opinione in base al valore che essi assumono nei rapporti sociali e in che modo essi sono determinanti per la costituzione dei rapporti stessi. Questa distinzione verrà analizzata in rapporto alla descrizione marxiana tra comunità apparente e comunità reale e, secondo la mia ipotesi, il concetto di comunità elaborato da Marx è inteso come concetto di classe che comprende sia il momento di opposizione tra capitale/lavoro sia quello tra consumo/distribuzione, ovvero un concetto di classe capace di incidere sia nel processo di produzione sia in quello di riproduzione.
Nella comunità apparente la circolazione di idee valoriali ha un rapporto circolare in quanto i rapporti sociali che si determinano sono il frutto di una perdita di valore individuale incorporato nella merce che viene prodotta attraverso il modo di produzione capitalistico. Queste idee valoriali come “proprietà” non devono avere nessun attrito con altre idee valoriali e, proprio in virtù di ciò, devono essere “indifferenti” sia ai valori che alle qualità. Nella comunità apparente questo tipo di idee valoriali si trovano sotto il dominio dell’Opinione che rappresenta come concetto l’insieme dei rapporti sociali di produzione e riproduzione del sistema capitalistico, il quale richiede per la sua stessa natura l’indifferenza dei soggetti che producono e riproducono tanto le merci quanto i rapporti mercificati. La comunità apparente pertanto sarà caratterizzata, da questo punto di vista, come la valorizzazione dell’individuo privato del suo stesso valore, costretto in questa costituzione ontologica a ritrovare se stesso nel punto dove è stato costretto a perdersi: nella merce.
Nelle parti dell’Ideologia tedesca, in cui viene criticato Feuerbach, Marx comincia a trattare il comunismo come un movimento, piuttosto che come uno stato ideale, e lo fa principalmente analizzando il concetto di comunità e il rapporto che esso intrattiene con l’individuo. Marx parla della comunità come di una realtà fattuale e di un processo sociale, facendo una distinzione tra comunità apparente e comunità reale. Sappiamo che Marx risente molto della costruzione filosofica di Hegel e, pertanto, il concetto di “reale” contrapposto a quello di “apparente” potrebbe indurre a pensare la comunità apparente come irreale.
Al contrario, per Marx, la comunità apparente è quel tipo di organizzazione sociale in cui gli individui in carne ed ossa si trovano a vivere nella società capitalistica, partecipando a un tipo di rapporto non come individui ma come membri della propria classe. Questo significa che, nel ragionamento marxiano, la comunità apparente non è priva di legami sociali e rapporti sociali, ma che all’interno di questa comunità i vincoli e i legami sono da impedimento al libero sviluppo dell’individuo, costretto ad essere una mera appendice di quel rapporto (rapporti sociali di produzione) e, proprio in virtù di ciò, è solo apparenza. Vediamo che in questo passaggio è significativo l’accento posto da Marx sull’individuo, perché è proprio partendo dall’individuo che vi è possibilità di riscatto e di libertà in quanto individuo consapevole e libero. Abbiamo a che fare con due concetti importanti: individuo e libertà. Il primo come l’ultima resistenza all’oppressione. Marx confida nell’individuo perché solo da lui può venire la scelta di libertà e non ad un soggetto collettivo in cui i propri membri sono prigionieri di rapporti sociali derivanti dalla propria classe.
Se consideriamo che lo Stato hegeliano rappresenta l’universalità delle tante particolarità formate dalla famiglia e dalla società civile, e lo mettiamo a confronto con la lettura che Marx dà della società civile come momento del particolare che prevale sull’universale, ne consegue che la particolarità è universale apparente.
Ecco, allora, che il concetto di comunità sviluppa ulteriormente quello di classe. Marx indica che non basta appartenere ad una classe perché vi possa essere consapevolezza della lotta, ma solo che dall’appartenenza alla classe deriva una comunità apparente dove la lotta che si sviluppa è una riproduzione della propria condizione di assoggettamento e di riconduzione alla propria classe di riferimento.
La comunità reale invece è un tipo di relazione sociale risultante dalla consapevolezza dell’individuo di rompere i propri legami apparenti e di costruirne dei nuovi che possano incidere sullo stato delle cose presente e, proprio per questo, reale. La comunità reale è frutto della consapevolezza individuale e di affermazione della propria autonomia e della propria soggettività, unici baluardi affinché “nella comunità reale gli individui acquistano la propria libertà nella loro associazione e per mezzo di essa”, che Marx definisce come “comunità dei proletari rivoluzionari”.
Analizziamo in che modo avviene la circolazione delle idee e se sia possibile una determinazione che possa raggiungere l’universalità; ossia se è possibile un’uscita da una società civile che, imprigionando le particolarità, le rende universali (attraverso lo Stato) solo apparentemente all’interno del suo movimento.
Un’idea perché possa circolare deve avere come proprietà un valore. Per valore si può intendere sia il valore in sé e per sé oppure un valore d’uso. Ma potrebbe essere anche un valore aggiunto.
Per circolare liberamente, ed essere d’interesse, un’idea si deve costituire di determinazioni. Possiamo prendere queste determinazioni come qualità, quantità e misura.
La qualità le permette di essere scambiabile. Un’idea che abbia una qualche qualità si renderà interessante. Questa idea che possiede una qualità si determinerà ulteriormente attraverso la sua esplicazione e specificazione di idee correlate e sarà, quindi, una complessità di ragionamenti. Questa complessità la determina come quantità di idee espresse.
Questa quantità (di idee espresse) si misurerà con altrettante idee. Abbiamo così anche la determinazione di misura.
Questa Idea di idee in circolazione, che ha la sua caratteristica di valore, si scontrerà con altre idee e con altrettanti valori, come si troverà a convergere con altre idee, che esprimono lo stesso valore anche se con idee differenti. Ma che cosa impedisce a tante idee valoriali convergenti di determinarsi nell’universalità sostanziale del concetto ed essere in grado di uscire dalla compressione della società civile?
In Marx vi è nell’individuo un processo necessario di attuazione che, a differenza di Hegel, non è negazione del particolarismo per affermare l’universalismo ma, al contrario, è definizione e attuazione del particolare dal quale affermare l’universale. I rapporti sociali non sono rappresentazioni ideali ma concreti fatti reali. Solo nella comunità reale, che Marx intende come classe particolare in cui gli individui si pensano come tali e non come espressioni della loro classe, si può realizzare, ovvero attuare, la propria libertà. L’attuazione individuale che Marx descrive ci porta a indagare come il concetto di comunità sia il completamento di quello di classe. Il concetto di classe che Marx sviluppa è un concetto di appartenenza da cui partire per affermare una posizione e per indicare con chiarezza gli interessi che ne derivano. Nel concetto di comunità marxianamente inteso vi è lo sviluppo reale della lotta che comprende sia il modo di produzione capitalistico sia quello di riproduzione. Nella comunità reale il fronte di liberazione è composto da individui consapevoli del loro ruolo all’interno della classe di appartenenza e, pertanto, sanno benissimo che la loro lotta non può essere rivolta soltanto all’interno del posto di lavoro ma, soprattutto, nei posti dove il frutto del loro lavoro viene riversato, ovvero nei luoghi della distribuzione della merce. È per questo che Marx parla di comunità reale come ampliamento della classe dei lavoratori, soffermandosi sulle relazioni sociali che si instaurano nella società capitalista che, proprio perché tale, nasconde alla classe la sostanza delle reali relazioni sociali che si instaurano nel processo riproduttivo, dove le merci hanno ancora in sé il valore del lavoro compiuto dagli operai e in virtù di ciò sono privi di valore come individui, come descrive lo stesso Marx nei Manoscritti economico-filosofici: Con la messa in valore del mondo delle cose cresce in rapporto diretto la svalutazione del mondo degli uomini. […] l’operaio è derubato non solo degli oggetti più necessari, ma anche degli oggetti più necessari del lavoro. L’operaio diventa schiavo del suo oggetto e quanto più crea dei valori e tanto più egli è senza valore e senza dignità […].
Bisogna premettere che la circolazione delle idee valoriali (nel senso di scambiabili) per essere “sposate” hanno bisogno di essere fatte proprie.

Cosa significa essere fatte proprie?

Significa uscire dalla comunità apparente dove il momento produttivo e quello riproduttivo non trova nessuna opposizione reale. Nella comunità apparente i fatti mentali in cui i rapporti sono espressi sotto forma di idee sono ontologicamente subordinati rispetto ai fatti materiali con cui gli individui costituiscono le relazioni. Pertanto, parlare di idee subordinate ai fatti materiali, significa parlare della trasformazione delle idee, nel momento produttivo, in opinioni nel momento riproduttivo e, proprio per questo funzionali a creare rapporti sociali di dipendenza.
Dipendenza che parte dall’Idea produttiva (modo di produzione capitalistico) che acquista forza-lavoro (incorporazione del valore individuale sulla merce), perdita da parte dell’individuo della propria dignità (vendere se stesso in cambio di salario), perdita del proprio valore, e pertanto la successiva fase di credere in idee che circolano liberamente (non incidono sul reale) e, in virtù di questa libera circolazione, propriamente idee che si formano sul dominio dell’Opinione che, come tale, non ha una proprietà particolare se non quella di essere universale.
Nella comunità apparente l’Opinione forma le idee-valore che riproducono se stesse in modo circolare.
Nella comunità reale la loro circolazione non ha il carattere del “cerchio” ma quello della linea.
Le idee valoriali hanno un punto di approdo, o meglio, devono trovare un punto di approdo per rendersi universali. Ecco perché Marx nel descrivere la comunità reale presuppone una presa di posizione individuale capace di spezzare il cerchio valoriale espresso nel processo di produzione capitalistico.
Il vero smacco per il lavoratore salariato non è nel momento della produzione ma in quello della riproduzione. Nel momento in cui l’operaio, nel suo lavoro, viene espropriato del suo stesso oggetto lavorato, e quindi della sua dignità, e il valore dell’oggetto lavorato è dato dal valore umano in esso incorporato, ne consegue che l’acquisto da parte dell’operaio (privato del suo valore) di quell’oggetto è doppiamente umiliante. Il valore dell’operaio scompare nel momento stesso in cui compare nell’oggetto e, per riprendersi il proprio valore e la propria dignità, l’operaio è costretto a comprare più oggetti possibile. Ecco allora che l’acquisto e il possesso degli oggetti formano il valore sociale degli individui.
Facciamo l’ipotesi che le idee valoriali abbiano la possibilità di circolare nel modo del “cerchio”.
In questo modo avremo un movimento costante e infinito, con un punto di partenza, punti intermedi e un punto finale, per poi riprendere la partenza, e così via, all’infinito. Queste idee valoriali si diffondono e riprendono a circolare nella continuità.
Marx comprende che il concetto di classe si ferma all’opposizione di lavoro/capitale e si concentra solo sul modo di produzione sociale capitalistico, da cui discende la formazione sociale e la suddivisione in classi e, proprio in virtù di questo, descrive il concetto di comunità reale in contrapposizione a quella di comunità apparente. Nella comunità apparente l’individuo è determinato dalla sua appartenenza di classe e pertanto non riesce a conseguire la vera liberazione e quando ci riesce, ci riesce solo in quanto individuo e non come insieme di soggetti consapevoli. In questa riflessione vi si trovano tutti i limiti che hanno riguardato il marxismo e il comunismo novecentesco. La lotta di classe è stata una lotta importante e significativa per affermare un benessere sociale legato ad un progressivo inserimento dei diritti del lavoratore sul posto di lavoro e in virtù di ciò la classe operaia è rimasta all’interno della comunità apparente. Comunità apparente anche in quanto individuo apparente. L’individuo della classe operaia attraverso le sue lotte sul posto di lavoro conquistava il suo potere di acquisto. Si sentiva valorizzato rispetto alla sua generazione precedente. Quella conquista sociale era frutto di un potere di acquisto e, in quanto tale, era un’affermazione del principio di valorizzazione dell’individuo, e di affermazione dell’individuo in quanto derivazione di una classe particolare determinata dal modo di produzione capitalistico. La valorizzazione dell’individuo aumentava proprio nell’aumentare la sua capacità di consumo, che altro non era, la sua completa perdita di valore come individuo facente parte della comunità reale.


Il problema che si pone a livello di ontologia dell’essere sociale è proprio il rapporto tra l’individuo e la società. Un individuo che perde il suo valore nel momento in cui entra in un rapporto di lavoro ha, come possibilità di recupero di quel valore, solo quello di riacquistarlo attraverso quegli stessi oggetti in cui si è incorporato, e che lui stesso è stato costretto a produrre. La costrizione sul lavoro e quella sull’acquisto, come abbiamo visto, pur facenti parte dello stesso processo sono diversi nella comprensione e nella formazione del soggetto sociale. La lotta sul lavoro se non viene condotta anche sul processo d’acquisto non cambia assolutamente i rapporti sociali di produzione, anzi li rafforza. La classe operaia nelle sue lotte a metà del novecento aveva assunto una forza d’acquisto e un’egemonia culturale. La forza d’acquisto non ha fatto altro che rafforzare il concetto di svalorizzazione dell’individuo, poiché sono aumentati i passaggi di valore dall’individuo alle merci, e l’egemonia culturale altro non era che la svalorizzazione delle idee come cose.
In questo processo di svalorizzazione, la classe di appartenenza nella comunità apparente aveva finito per coincidere con la stessa comunità apparente. Di fatti, la classe operaia consumando il suo valore come individuo di una classe specifica, adottando il comportamento d’acquisto di una classe apparente, ha finito per riprodurre se stessa come classe ininfluente. L’individuo che Marx descrive nella classe appartenente alla comunità apparente è un “individuo medio” un “individuo contingente”, oppure “uomini medi” scarsamente autonomi.

www.attuazionista.blogspot.com

Nessun commento:

Posta un commento