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domenica 27 marzo 2011

La privatizzazione della vita sociale



Intervista con il Prof. Costanzo Preve a cura di Luigi Tedeschi

1. Il referendum dei lavoratori della Fiat, conclusosi con la vittoria dei SI alla strategia di ristrutturazione aziendale voluta da Marchionne, prelude a mutamenti sistemici dell’economia italiana in senso liberista. E’ dunque giunto al suo “naturale” compimento un processo di destrutturazione del modello di economia mista enunciato dalla carta costituzionale, che prevedeva il controllo, l’indirizzo e lo stesso intervento diretto dello Stato nell’economia nazionale. Alle privatizzazioni delle aziende pubbliche, hanno fatto seguito le riforme strutturali della legislazione del lavoro, con l’introduzione di forme diversificate di lavoro precario, le riforme pensionistiche con l’allungamento della vita lavorativa, le limitazioni della tutela sindacale. La nuova strategia industriale inaugurata da Marchionne, rappresenta di per se il delinearsi di un nuovo modello di sviluppo, suscettibile di applicazione a tutti i settori della produzione. La svolta “Marchionne” sarebbe dovuta all’esigenza prioritaria di adeguare l’economia italiana alla competitività dei mercati internazionali: pertanto essa comporta l’aggancio dei salari alla produttività, la compressione dei diritti sindacali e l’esclusione dalle trattative aziendali di quei sindacati che non accettino i contratti di lavoro proposti dagli imprenditori, oltre alla abrogazione, nei fatti, del contratto collettivo di lavoro. Il nuovo modello di sviluppo è quindi fondato sulla unilateralità del modo di produzione imposto dalla grande industria e dalle banche in relazione alle condizioni, in termini di produttività e competitività poste dal mercato globale. In realtà, quali che siano le prospettive di sviluppo della Fiat – Chrysler, certo è che l’economia italiana ed europea non potrà mai essere competitiva con quella cinese e/o asiatica, data la minima incidenza del costo del lavoro dei paesi emergenti rispetto ai lavoratori europei. Si è comunque determinata una svolta epocale nei rapporti di produzione: è scomparsa la funzione di mediazione dello Stato nei rapporti tra le parti sociali (il governo ha peraltro sostenuto la strategia di Marchionne), si è svuotato di contenuto il ruolo dei sindacati, quale controparte rappresentativa dei lavoratori nelle trattative con l’imprenditore, che a sua volta (nel caso di Marchionne), si dissocia dalla propria associazione sindacale (Federmeccanica), per imporre il proprio contratto di lavoro. I costi sociali di tale trasformazione del modello economico, in termini di salario, tutela sindacale, occupazione, qualità della vita, sono devastanti. Ma, soprattutto, occorre evidenziare come la ristrutturazione industriale imposta da Marchionne si realizzi nel contesto di una fase storica in cui si verifica nella società italiana una trasformazione sociale e culturale che potremmo definire “privatizzazione della vita sociale”. Infatti, nell’ambito della giustizia civile l’orientamento riformatore è quello di sviluppare la pattuizione privata, la conciliazione, un tipo di contrattualistica in cui le leggi derogano alla trattativa tra le parti. Nel campo penale, la depenalizzazione di molte fattispecie di reato, il massiccio ricorso al patteggiamento, sono fenomeni di analoga ispirazione. Nello stesso diritto del lavoro tutta la legislazione sul lavoro precario e flessibile, è, nei fatti, sostitutiva dei principi della contrattazione collettiva, e della stessa contrattazione aziendale, già diffusa in altri settori (vedi il tessile), prima del “modello” Marchionne si sostituirà nel tempo la contrattazione privata individuale. Sta emergendo un processo riformatore in cui gli organi legislativi e giurisdizionali dello Stato vengono estraniati dalle loro funzioni istituzionali: il legislatore abroga se stesso, eliminando l’intervento dello Stato come fonte normativa primaria e devolvendo alla sfera privatistica la regolazione dei rapporti tra le parti sociali, il giudice è destinato asvolgere una funzione giurisdizionale limitata alla legittimità, estraniandosi cioè dal merito delle controversie tra i cittadini.

R. Penso che la formula da te impiegata “privatizzazione della vita sociale” sia estremamente felice, e possa servire da bussola concettuale per una corretta ricostruzione storica e culturale di ciò che ha preceduto la situazione attuale. Ciò che correttamente il sindacato FIOM-CGIL chiama il “ricatto Marchionne” è in realtà il “modello globalizzato Marchionne”, e senza capirne la logica diventa impossibile opporvisi se non in modo puramente lamentoso e testimoniale. Benché preti, politici, giornalisti e clero universitario parlino di “responsabilità sociale dell’impresa” ad ogni piè sospinto, in realtà l’impresa è responsabile soltanto verso i profitti dei propri azionisti, ed il resto è secondario. Cerchiamo allora nella storia degli ultimi secoli un filo conduttore che ci permetta di andare un poco più in profondità.

In tutte le società precapitalistiche la privatizzazione integrale della vita sociale era non solo impossibile, ma anche concettualmente inconcepibile. Questo non significa affatto che esse fossero moralmente “migliori”, ed ogni nostalgismo di questo tipo ci porta fuori strada. E’ interessante che lo stesso termine latino privatus non alludesse ad una situazione originaria di libertà ‘“naturale”, ma indicasse al contrario l’operazione di “priva- zione” dal godimento della proprietà comunitaria dell’ager publicus, che in realtà “pubblico” in senso moderno non lo era per niente, ma si riferiva ad una comunità tribale fortemente gerarchica ed inegualitaria. Il fatto che essere “privato” volesse dire essere forzosamente privato di qualche cosa (il godimento comunitario dei beni), mentre il “pubblico” alludesse ad un particolarismo tribale gerarchico (le gentes) non è solo una curiosità etimologica, ma è uno stimolo per uno spaesamento concettuale necessario per farci relativizzare i significati attuali dei termini, che sono storici e non “naturali”.

Il modello politico e sociale della polis greca classica era fondato su di un modo di produzione sociale di piccoli produttori indipendenti, e non era affatto correlato ad un modo di produzione schiavistico sviluppato, secondo una tradizionale confusione cui sono caduti pensatori diversi ed incompatibili come Nietzsche, Hannah Arendt, Stalin ed il marxismo classico. Ed è questa la ragione per cui Marx fece sempre riferimento alla polis greca classica, vedendo in essa un esempio certo di sfruttamento, ma non di alienazione vera e propria. La separazione dei concetti di sfruttamento (Ausbeutung) e di alienazione (Entfremdung) è concettualmente necessaria, perchè il modo di produzione capitalistico è il primo ed il solo in cui si verifica la piena fusione di entrambi. Solo la norma dell’accumulazione illimitata di valore, infatti, permette di incorporare integralmente i processi di sfruttamento (che caratterizzano tutte indistintamente le formazioni sociali classiste) all’interno del processo di alienazione, cioè di espropriazione integrale dello stesso processo lavorativo sociale, al di là della precedente distribuzione ineguale del plusprodotto.

Questo – val la pena ripeterlo senza stancarsi – non comporta assolutamente conclusioni ‘’nostalgiche” nei confronti delle società caratterizzate dal dispotismo orientale oppure, in Europa, dal feudalesimo e dal dominio nobiliare. Il problema non sta qui, ma sta nella corretta individuazione della genesi storica della società caratterizzata dalla privatizzazione della vita sociale. Anche se solo oggi questa privatizzazione della vita sociale è diventata scandalosamente visibile (e lo è diventata perché si è globalizzata), è bene ricordare che già fra Settecento ed Ottocento sono già riscontrabili sintomi di questa visibilità, soprattutto nell’interpretazione idealistica della natura del precedente illuminismo (Aufklärurng). Ciò che cercherò di sviluppare in questa mia prima risposta è appunto una tesi, per cui progressivamente il punto di vista integralmente individualistico e privatistico dell’empirismo inglese ha sostituito il punto di vista certamente ancora classistico, ma anche comunitario, dell’idealismo tedesco cui Marx non è che l’ultimo coerente esponente.

Ma indaghiamo prima il modello dell’idealismo tedesco, e soltanto dopo, quello dell’empirismo inglese, in modo che la “contrastività” del secondo rispetto al primo appaia maggiormente visibile. Il carattere “dialettico”, e quindi contraddittorio, degli esiti della critica illuministica appare già chiaro al primo grande idealista, il prussiano Fichte, figlio di servi della gleba. A differenza di Voltaire e dei suoi successori odierni (ricordo qui solo il giornalista con pretese culturali Eugenio Scalfari), Fichte considera l’illuminismo in termini dialettici, che ritengo nell’essenziale validi ancora oggi. Da un lato, la distruzione illuministica delle pretese metafisiche di legittimazione feudale e signorile (e quindi assolutistica) è interamente giustificata e legittimata, e non c’è traccia di quel “nostalgismo” che invece caratterizzerà i pensatori della successiva Restaurazione (1815-1830). Il vecchio mondo meritava di morire, perchè aveva perduto quella eticità sostanziale che pure era stata in grado di produrre le grandi cattedrali, romaniche e gotiche. Dall’altro lato, però, la distruzione di tutte le precedenti certezze comunitarie, pur necessaria, aveva comportato uno stato di anomia individualistica, di scetticismo e di relativismo nichilistico integrale che Fichte definì in termini di “epoca della compiuta peccaminosità” e più tardi Hegel definì come “risoluzione dell’ascetismo della morale in regno animale dello spirito”. Qui non c’è lo spazio, e neppure la necessità di interpretare analiticamente i due concetti critici di Fichte e di Hegel, ma è sufficiente sottolineare che la diagnosi di potenziale “privatizzazione della vita sociale” era già stata fatta, ed era stata fatta in termini chiari ed addirittura cristallini. Non siamo all’anno zero della critica, se sappiamo restaurare affreschi coperti dai graffiti liberali e postmoderni.

Ci sono molti modi alternativi di esporre e di riassumere il pensiero di Hegel, ma ce n’è forse uno comparativamente e contrastivamente migliore degli altri: Hegel è il pensatore moderno che ha esposto nel mondo migliore la distinzione e nello stesso tempo la complementarietà convergente del Privato e del Pubblico, ognuno sovrano nei rispettivi ambiti. Se questo è vero – come può essere agevolmente dimostrato – partendo da Hegel non si potrà arrivare mai alla privatizzazione della vita sociale. E’ utile ripercorrere sommariamente il suo processo di pensiero, fondato sulla distinzione fra la Moralità (o sfera del Privato) ed Eticità (o sfera del Pubblico), in cui entrambi i momenti sono riconosciuti interamente legittimi.

Hegel inizia concettualmente da una critica, talvolta addirittura eccessiva ed un po’ ingenerosa, nei confronti del diritto naturale (o giusnaturalismo) e del contratto sociale (o contrattualismo). Se pensiamo che il giusnaturalismo ed il contrattualismo ai suoi tempi costituivano il novanta per cento del pensiero politico, ci rendiamo conto della sua rivoluzionarietà e del suo coraggio innovativo. Ma sono le motivazioni che lo spingono a suscitare la nostra postuma ammirazione.

Hegel respinge il diritto naturale, pur riconoscendone il valore storico negli ultimi secoli perchè non accetta che ci sia un presupposto non-storico della storia posto all’origine della storia stessa, e nello stesso tempo sottratto alla storicità costituente. Oggi si direbbe che si contrappone ai miti dell’Origine, che sono inevitabilmente anche dei miti della Fine della Storia (ove la storia è vista in termini di perdita e di successiva ricomposizione di un Intero Perduto). Se ci fosse qui lo spazio per approfondire analiticamente la questione, apparirebbe chiaro che questa posizione è incompatibile con l’interpretazione di Hegel come neoplatonico moderno che vuole ricomporre una totalità organica originaria decaduta (Lucio Colletti), oppure come teorico della fine della storia (Alexandre Kojève). Ma in questa sede ci interessa sottolineare che sia il Privato che il Pubblico sono entrambi prodotti dello sviluppo storico, e non sono presupposizioni giusnaturalistiche astoriche. Hegel critica la teoria del contratto sociale per le stesse ragioni per cui aveva criticato la teoria del diritto naturale. Non c’è e non c’è mai stato un contratto originario, ma all’origine la società si è costituita sulla base di rapporti di forza (nascita del dominio, rapporto fra servo e signore, eccetera). Il moderno rapporto di Privato e di Pubblico è un risultato storico di un processo di incivilimento dialettico progressivo, non la restaurazione di una caduta originaria, bene esemplificata dal mito biblico del peccato originale, radice unica di tutte le successive secolarizzazioni escatologiche. Chi interpreta Marx in termini di secolarizzatore utopico della escatologia giudaico-cristiana (ad esempio Löwith, ed oggi la stragrande maggioranza della filologia universitaria sia moderna che postmoderna, da Habermas a Lyotard) deve dimenticare e far dimenticare che Marx nell’essenziale accetta la critica di Hegel al diritto naturale ed al contratto sociale, la metabolizza e la fa sua, e quindi non è corretto inserirlo nella sequenza (sia pur rispettabile) dei pensatori dell’Origine presupposta e del conseguente Fine prefissato.

Il rapporto fra sfera pubblica e sfera privata è posto da Hegel in modo rigorosamente filosofico, e più esattamente filosofico-comunitario, e non più nel vecchio modo religioso precedente. Per essere chiari, il pubblico interviene sul privato quando c’è un reato non quando c’è un peccato. Il pubblico interviene nel privato quando c’è pedofilia, non certo quando c’è omosessualità. Nello stesso tempo, anche alla famiglia viene conferito un carattere pubblico, nella misura in cui l’educazione dei figli non può che avere un carattere pubblico. La stessa società civile fa parte di una sfera pubblica, perchè il riconoscimento della professionalità e l’assistenza pubblica non possono essere ridotte all’arbitrio di un eventuale “capitalismo compassionevole”.

Non vi è qui lo spazio per esaminare le varie forme di hegelismo posteriore, di destra (Gentile) o di sinistra (hegelo-marxismo). Esse hanno sempre avuto come minimo comun denominatore il rifiuto concettuale di una qualsivoglia privatizzazione della vita sociale, ed ad esse bisognerà tornare per “raddrizzare” l’attuale andazzo privatizzatore. E’ invece utile esaminare la corrente dell’ empirismo individualistico anglosassone, perchè è essa a fare da portatrice ed amplificatrice di questo fenomeno.

Mentre la tradizione dell’idealismo tedesco (nell’essenziale ereditata da Marx nella forma del superamento-conservazione, Aufhebung) permette di salvare l’autonomia specifica sia del Pubblico che del Privato, la tradizione dell’empirismo anglosassone fin dall’inizio è dominata da una tendenza di privatizzazione individualistica integrale del pubblico). L’origine sta forse in una particolare secolarizzazione del calvinismo, una forma di religione che tende a mettere in rapporto diretto e senza mediazioni l’individuo e la divinità, oltre a fare l’apologia dell’arricchimento privato come segnale della elezione divina. Ma già in Hobbes, che pure è completamente ateo e diffida degli estremisti religiosi puritani, è centrale la polemica contro l’antropologia filosofica di Aristotele. Rifiutando la teoria aristotelica per cui l’uomo è un animale politico, sociale e comunitario (politikòn zoon) si rifiuta soprattutto la conseguenza pratico-politica di questa teoria, per cui l’uomo è un animale comunitario capace di calcolo sociale per la divisione giusta ed armonica del potere e delle ricchezze (zoon logon echon). In Locke la proprietà privata è un diritto naturale derivato dal lavoro diretto del primo coltivatore, e non l’effetto di un processo storico di progressiva privatizzazione di una precedente comunitaria (si tratta della concezione che Marx chiamò poi “robinsonismo” riferendosi al personaggio di Robinson Crusoè). La stessa critica di Locke alla categoria metafisica di “sostanza”, lungi dall’essere una innocua operazione gnoseologica, è una metafora politica per la negazione di una sostanza comunitaria che “sta sotto” agli scambi privati fra individui. Ma il punto archimedico di questa privatizzazione filosofica della vita sociale sta in David Hume, e nel suo particolare modo di respingere il contratto sociale che nelle concezioni del tempo era considerato l’elemento che “istituiva” la società. Mentre Hegel (e poi Marx) respingeva la fondazione contrattualistica della convivenza umana perchè considerava il contratto una istituzione puramente privatistica, non adatta a fondare concettualmente la società umana (rifiutando così la concezione della società umana come rete contrattuale di individui privati originari e sottratti alla storicità ed alla socialità costituenti), Hume considera il

contratto sociale inutile, dal momento che la società si istituisce spontaneamente senza contratto sulla base delle attese di scambio reciproche fra venditore e compratore (e Smith, accetterà integralmente questa autofondazione dell’economia su se stessa, con inevitabile posteriore trasformazione del primato dell’economia in dittatura totalitaria della crematistica). Soltanto i manuali di storia della filosofia, capolavori di stupidità istituzionalizzata, possono sostenere che la critica di Hume alla categoria di causalità non nasconde nulla di “sociale”, ma è soltanto un geniale accorgimento gnoseologico. In questo modo, la privatizzazione della vita sociale era cosa fatta, con l’inevitabile primato del modello neoliberale di economia su tutti gli altri ambiti della vita sociale (l’azienda Italia, il giudizio dei mercati, eccetera).

E’ interessante che nell’ultima opera di Toni Negri, questo giocoliere che ricava il suo comunismo anarchico dallo stesso sviluppo della globalizzazione capitalistica, ci sia un’insistita polemica contro la dicotomia di Pubblico e di Privato, in nome di un fantomatico “comune” attinto direttamente da individui onnipotenti animati da una nicciana volontà di potenza intesa come autovalorizzazione energetica individuale. Ma si tratta solo di un sintomo secondario, nel mondo dissociato dei cosiddetti “intellettuali di sinistra”, della provvisoria vittoria del modello dell’empirismo anglosassone sul modello dell’idealismo tedesco. La storia delle idee ha infatti un andamento più ciclico che lineare, dipendendo strettamente non tanto da una logica conoscitiva e veritativa, che resta sempre e solo “ideale” (donde appunto l’idealismo), quanto da una più modesta sociologia degli intellet- tuali accademici, editoriali ed universitari. Oggi il padrone é a Washington, e nel giorno stesso in cui sto scrivendo queste righe (sabato 12 febbraio 2011) i giornali commentano la cacciata dei Mubarak, sostengono che non si tratta di una vittoria del popolo egiziano, pagata con un grande tributo di sangue, ma di una vittoria di Obama e del modello neoliberale dì gestione “democratica” del capitalismo. I rapporti di forza in cui viviamo ci costringono a sopportare impotenti questa dittatura della manipolazione, ma speriamo che si tratti soltanto di una congiuntura temporanea.

Segue: http://www.comunismoecomunita.org/?p=2317

giovedì 4 novembre 2010

“1980: i 35 giorni che hanno cambiato l’Italia. Cause ed effetti della madre di tutte le sconfitte”
Traccia dell’intervento per il dibattito
  
organizzato da Sinistra Critica nel 30° anniversario dell’ottobre 1980   circolo ARCI Oltrepo di Torino - venerdì 22 ottobre 2010
raccontano la storia: Nino De Amicis, storico del movimento operaio – Pietro Perotti e Cesare Allara, già delegati FLM Fiat Mirafiori – Franco Turigliatto, responsabile Lavoro LCR anni ’80

Cesare Allara 

            Due sono le domande a cui rispondere per capire gli avvenimenti torinesi dell’autunno 1980 e la relazione che essi hanno con la situazione attuale.
            La sconfitta dei lavoratori ai cancelli della FIAT dopo 35 giorni di lotta era inevitabile? E se non ci fosse stata quella sconfitta, oggi i rapporti di forza fra le classi in Italia sarebbero diversi da quelli che sono? In altre parole, e per stare all’affascinante titolo del dibattito, l’autunno 1980 a Torino è la madre di tutte le sconfitte?
            Alla prima domanda rispondo con quasi assoluta certezza in modo affermativo. Forse, un forse oltremodo aleatorio, se gestita in modo più energico dalle avanguardie del consiglio di fabbrica, la battaglia dei 35 giorni avrebbe potuto finire in un modo meno catastrofico, ma la guerra a mio avviso era ormai irrimediabilmente perduta.
            Se quanto ho affermato è vero, conseguentemente l’autunno 1980 ai cancelli della FIAT non può essere considerato la madre di tutte le sconfitte. La matrice della sconfitta degli operai FIAT va invece ricercata negli avvenimenti degli anni ’70 e soprattutto nelle scelte politiche che in quegli anni fecero i sindacati e i partiti della sinistra: insomma, a mio avviso, l’ottobre 1980 notificò una sconfitta che era già maturata ampiamente in precedenza.
Una disamina del comportamento delle forze politiche di sinistra e dei sindacati in quei fatidici anni ’70 è anche la migliore chiave di lettura per comprendere le ragioni della storica disfatta culturale e politica culminata nell’aprile 2008 con l’uscita dal Parlamento italiano di qualsiasi rappresentanza della cosiddetta “sinistra radicale”, comunista o sedicente tale. Nonché del declino e della crisi della democrazia rappresentativa così com’era stata prevista dalla Costituzione; crisi della rappresentatività che spianerà la strada a Berlusconi e al berlusconismo di destra e di sinistra. Responsabilità questa, che come dimostrano i fatti, è tutta, ma proprio tutta, da addebitare alle forze della sinistra istituzionale e alla complicità dei sindacati.
            Va notata innanzitutto l’eccezionale durata in Italia del ciclo di lotte iniziate alla fine degli anni ’60, lotte di cui la sinistra extraparlamentare ne fu l’avanguardia, dentro e fuori del sindacato. In altri dibattiti fatti in precedenza, quasi tutti i protagonisti di quelle lotte hanno convenuto che era impossibile, anche per ragioni fisiche, mantenere per tanti anni altissimi livelli di militanza e di conflittualità. Mancò una sponda politica, mancò il partito della classe operaia (come vedremo più avanti, il PCI non era più tale) che avrebbe dovuto amplificare le lotte in fabbrica e produrre quelle alleanze sociali che avrebbero permesso alla classe operaia di sentirsi meno isolata. A ben vedere, il partito e le alleanze sociali è ciò che manca ancora oggigiorno. Questo enorme pezzo di responsabilità della sconfitta va tutto attribuito alle organizzazioni della sinistra extraparlamentare.
            Quel ciclo di lotte operaie avviene verso il termine di quella che lo storico inglese Eric Hobsbawm ne “Il secolo breve” ha definito “l’età dell’oro”, cioè quel periodo che va dalla fine della seconda guerra mondiale a circa la metà degli anni ’70, così soprannominato perché un’ondata di relativo benessere investì in varia misura l’Occidente capitalistico.
Molto brevemente, sono proprio le lotte dei lavoratori, unite alla saturazione dei tradizionali mercati europei, alla crisi petrolifera determinata dalle nazionalizzazioni operate nei primi anni ’70 nei paesi arabi e alla guerra del Kippur dell’ottobre 1973, che affrettano la fine del ciclo keynesiano.
Si pone per i padroni il problema di ricreare quei margini di profitto che un’economia basata sulla spesa pubblica, sull’inflazione, sul welfare-state ecc, non gli può più garantire, cambiando anche un’organizzazione della produzione che si era rivelata assai vulnerabile.
La riorganizzazione del sistema capitalistico si appoggia nei primi anni ’70  alle teorie del movimento neo-liberista di cui sono sostenitori l’economista Milton Friedman e l’università di Chicago, teorie basate soprattutto sulle privatizzazioni, sulle liberalizzazioni, sull’antistatalismo in generale.
            Queste “nuove” teorie sono sperimentate subito nel Cile di Pinochet, ma il più famoso e rigoroso dei Chicago Boys (cioè i seguaci di Friedman) rimane l’economista Domingo Cavallo che venne nominato ministro dell’Economia in Argentina nel 1991. Negli anni ’90 propinò appunto una “cura da Cavallo” al suo paese, stabilendo per legge la parità del cambio fra il dollaro USA e il peso argentino, azzerando un’inflazione a quattro cifre, ma provocando poi nel 2001 il disastro del debito pubblico argentino con le conseguenze che tutto il mondo ancora ricorda.
             Questi fattori internazionali uniti a quelli specifici italiani che adesso andrò molto sinteticamente ad enunciare, mi portano a concludere che, anche se non ci fosse stata la sconfitta dell’ottobre 1980, per la natura dei sindacati e della “sinistra” italiana che vedremo fra breve, i rapporti di forza tra le classi sarebbero più o meno quelli che ci ritroviamo oggi.
Venendo quindi all’Italia, occorre tenere conto di due fattori essenziali per comprendere gli avvenimenti: la subalternità della CGIL al PCI per cui la politica del sindacato era strettamente legata alle esigenze del partito, e soprattutto il cambiamento della natura del PCI, cambiamento che a mio parere avviene intorno all’inizio degli anni ’70, sicuramente nel 1972 con la fine della segreteria di Luigi Longo.
            A quel tempo il PCI era l’unico partito di sinistra alternativo alla DC. Il PSI ormai dai primi anni ’60 aveva optato per la collaborazione governativa con la DC e con gli altri partiti centristi, formando con questi alleati i primi governi di centrosinistra; ed è proprio per questa sua vocazione governista che inizia a trasformarsi, già negli anni ’60, da partito operaio a partito degli affarismi e delle clientele. 
Il PSIUP, nato nel gennaio 1964 da una scissione da sinistra del PSI, nelle elezioni del  maggio 1972 non ottiene il quorum e si scioglie. Molti suoi iscritti come ad esempio Fausto Bertinotti aderiscono al PCI, mentre con la nuova segreteria Berlinguer fanno rapidamente carriera nel partito giovani rampanti come D’Alema, Fassino, Veltroni e si iscrivono personaggi come Sandro Bondi, al suo paese soprannominato “ravanello” perché rosso fuori e bianco dentro. 
E’ sbagliato, parlando dei personaggi sunnominati, tirare in ballo la categoria di tradimento degli ideali del partito. Effettivamente costoro, come hanno più volte dichiarato, non furono mai comunisti , non volevano in alcun modo cambiare radicalmente lo stato di cose presente, ma semplicemente gestire al posto della DC o con la DC il sistema capitalistico vigente. Cosicché all’interno del più grande partito comunista dell’Occidente, i comunisti erano una trascurabile minoranza e facevano riferimento prevalentemente ad Armando Cossutta.
I tanti cambi di nome che il partito effettua, PCI-PDS-DS-PD, segnano anche le sue innumerevoli evoluzioni ideologiche: da partito della classe operaia a partito socialdemocratico nel senso peggiore del termine, a partito neoliberista, a concorrente della destra nella difesa degli interessi padronali,  dalle ordinanze della BCE a quelli di Marchionne.
Tornando agli anni ’70, basta mettere in fila alcuni dei principali eventi politici e sindacali per rendersi conto delle trasformazioni.
Dopo il colpo di stato in Cile contro il governo di Salvador Allende l’11 settembre 1973, Berlinguer con tre articoli su Rinascita  lancia il “compromesso storico”. I tre articoli escono fra il 28 settembre 1973 e il 12 ottobre 1973 con il titolo generale di Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile. I titoli sono: Imperialismo e coesistenza alla luce dei fatti cileni – Via democratica e violenza reazionaria – Alleanze sociali e schieramenti politici.
Scrive Berlinguer: “Sarebbe del tutto illusorio pensare che anche se i partiti e le forze di sinistra riuscissero a raggiungere il 51% dei voti e della rappresentanza parlamentare … questo fatto garantirebbe la sopravvivenza e l’opera di un governo che fosse espressione di tale 51%. Ecco perché noi parliamo non di una “alternativa di sinistra”, ma di una “alternativa democratica”, e cioè della prospettiva politica di una collaborazione e di un’intesa delle forze popolari di ispirazione comunista e socialista con le forze popolari di ispirazione cattolica, oltre che con formazioni di altro orientamento democratico”.
Grazie soprattutto alle lotte e alle conquiste dei lavoratori, alle elezioni amministrative del 15 giugno 1975,  vi è una grande avanzata delle sinistre e in particolare del PCI. Roma, Milano, Napoli, Torino, Genova, Venezia sono conquistate dalla sinistra. A Torino, un numero impressionante di cittadini “entusiasti”vuole iscriversi al PCI; la federazione torinese blocca per un breve periodo di tempo le iscrizioni.
In un’intervista a Gianpaolo Pansa del Corriere sella Sera del 15 giugno 1976, Berlinguer dichiara: “Non desidero affatto l’uscita dell’Italia dalla NATO, perché dentro il Patto Atlantico, sotto questa organizzazione, l’Italia oltre che contribuire a consolidare gli equilibri internazionali, permette di costruire il socialismo nella libertà”.
Alle elezioni politiche del 20-21 giugno 1976 il PCI raggiunge il 34,4%, miglior risultato mai ottenuto.
Il 29 luglio 1976 nasce il nuovo governo monocolore Andreotti che ottiene la “non sfiducia” di tutti i partiti compreso il PCI e ad eccezione del MSI.
Nell’ottobre 1976 durante un Comitato Centrale del PCI, Berlinguer enuncia la “politica dell’austerità” ed il 15 gennaio 1977, ad un convegno di intellettuali al teatro Eliseo di Roma, ne precisa i contenuti.
Solo undici giorni dopo, il 26 gennaio 1977, con l’intento di “ frenare l’inflazione e difendere la moneta attraverso il contenimento del costo del lavoro e l’aumento della produttività”, CGIL-CISL-UIL firmano un accordo con la Confindustria che prevede l’eliminazione degli scatti futuri di contingenza dal conteggio del TFR e l’abolizione di sette festività, cinque religiose e due civili: Ascensione e Corpus Domini che vengono spostate col consenso del Vaticano dal giovedì alla domenica successiva; San Giuseppe (19 marzo), S. S. Pietro e Paolo (29 giugno) e l’Epifania (6 gennaio) che verrà ripristinata nel 1986; l’anniversario della vittoria (4 novembre) e la festa della repubblica (2 giugno) che sarà ripristinata nel 2001.
L’accordo regala una valanga di miliardi di lire ai padroni sottraendoli ai lavoratori, ed aumenta l’orario di lavoro. Qualcuno quantificò in 250.000 i posti di lavoro non più disponibili per l’aumento dell’orario annuale di lavoro. E’ il primo accordo nella storia sindacale volto solo a peggiorare le condizioni di vita dei lavoratori.
Il 17 febbraio 1977, il segretario generale della CGIL Lama parla all’università La Sapienza di Roma, ma viene contestato da studenti dell’Autonomia in lotta contro la riforma Malfatti. Seguono scontri fra servizio d’ordine del PCI e studenti, e Lama è costretto a fuggire.
Gli studenti scandiscono slogan ironici: Lama star, superstar, i sacrifici vogliamo far  - Lama o non Lama, più nessun Lama – I lama stanno nel Tibet – Ti prego Lama non andare via, vogliamo ancora tanta polizia – Sacrifici, sacrifigici – Andreotti è rosso, Fanfani lo sarà -  Più baracche meno case – Più lavoro meno salario -  Potere padronale – E’ ora, è ora, miseria a chi lavora – Il capitalismo non ha nazione, l’internazionalismo è la produzione.
Nel giugno del 1977, sempre col nobile intento di “favorire l’occupazione” viene varato il “contratto di formazione lavoro”. Lo Stato offre incentivi  in forma di sgravi contributivi al datore di lavoro che  può assumere ragazzi con lo scopo di insegnarli un mestiere. In realtà, per il ragazzo, è una forma di assunzione al lavoro in condizioni peggiori. Inizia la frantumazione dei contratti dei lavoratori.
In una intervista che appare su Repubblica  del 24 gennaio 1978, Lama  dichiara che per far uscire l’Italia dalla crisi economica, “il sindacato propone ai lavoratori “una politica dei sacrifici”. Sacrifici non marginali, ma sostanziali”.  Lama afferma che “La politica salariale nei prossimi anni dovrà essere molto contenuta, i miglioramenti che si potranno chiedere dovranno essere scaglionati nell’arco dei tre anni di durata dei contratti collettivi”.
Lama sconfessa dieci anni di rivendicazioni e conquiste sindacali. Il salario non può più essere una variabile indipendente, “… si stabiliva un certo livello salariale ed un certo livello dell’occupazione e poi si chiedeva che le altre grandezze economiche fossero fissate in modo da render possibili quei livelli di salario e di occupazione. Ebbene, dobbiamo essere intellettualmente onesti: è stata una sciocchezza …”.
Lama afferma infine che le aziende hanno il diritto di licenziare: “C’è un certo numero di aziende che ha un carico di dipendenti eccessivo … Perciò, sebbene nessuno quanto noi si renda conto della difficoltà del problema, riteniamo che le aziende, quando sia accertato il loro stato di crisi, abbiano il diritto di licenziare”. 
Il 13-15 febbraio 1978, l’assemblea di CGIL-CISL-UIL che si svolge nel quartiere romano dell’EUR ratifica la nuova linea sindacale proposta da Lama: è la svolta dell’EUR.
Il 28 febbraio 1978 Aldo Moro, nel corso dell’assemblea dei gruppi parlamentari della DC, avanza l’ipotesi di una futura maggioranza parlamentare comprendente DC e PCI. Il governo del paese tanto agognato dal PCI sembra a portata di mano e la classe operaia forse si fa stato come recitava la propaganda del PCI.
Il 16 marzo 1978, le Brigate Rosse sequestrano Moro. Nasce il primo governo di solidarietà nazionale, presieduto da Giulio Andreotti che ottiene l’appoggio incondizionato del PCI nonostante fossero state respinte tutte le sue richieste.  Il 9 maggio viene ritrovato il cadavere di Moro ucciso dalle Brigate Rosse.
Il 9 ottobre 1979, sessantuno dipendenti Fiat ricevono una lettera di licenziamento per “aver costantemente manifestato comportamenti non consoni ai principi della civile convivenza nei luoghi di lavoro”. Pochi giorni dopo, il dirigente del PCI torinese Adalberto Minucci dichiara che “assumendo studenti e disadattati, la Fiat ha raschiato il fondo del barile”. Un altro dirigente del PCI, Giorgio Amendola in un articolo su Rinascita si domanda perché il sindacato “non ha preso per primo l’iniziativa di una lotta coerente contro ogni forma di violenza e di teppismo in fabbrica e contro il terrorismo”. Per avallare meglio le tesi aziendali, Amendola paragona le “violenze” degli operai con le violenze fasciste nei primi anni ’20.
Mentre il PCI cercava di rendersi credibile agli occhi dei padroni quale gestore del sistema capitalistico e di conserva  CGIL-CISL-UIL abbracciavano le ragioni di Confindustria regalandogli moderazione salariale,  aumento delle giornate lavorative annuali e salario differito, la FLM ancora sino al 1979, grazie all’ancora alta mobilitazione operaia, conquistava miglioramenti in materia di orario di lavoro, salario e condizioni di vita in fabbrica.
Questa contraddizione tra la FLM e CGIL-CISL-UIL propone qualche analogia con l’attuale contrapposizione tra la FIOM e la CGIL.
Nell’ottobre 1980 ai cancelli di Mirafiori non ci sarà solo la resa dei conti fra la FIAT e la FLM, ma sarà anche e soprattutto la resa dei conti tra la FLM da una parte e PCI-CGIL-CISL-UIL dall’altra.  In questo senso, è sbagliato affermare che nell’ottobre 1980 il sindacato fu sconfitto. In realtà come si è visto, dai cancelli FIAT esce sconfitto solo il Sindacato dei Consigli, la FLM, in particolare la FLM torinese. 
Il PCI e CGIL-CISL-UIL avevano da tempo deciso che in futuro la loro legittimazione l’avrebbero ricevuta non più dai lavoratori, ma dal padronato.
Tanto che trent’anni dopo, nella situazione odierna, tutte le categorie hanno un loro padrino politico. Gli interessi delle varie mafie godono di un’ampia rappresentanza, trasversale a tutti i partiti; la stessa cosa dicasi per gli evasori fiscali di tutte le taglie. Per rappresentare gli interessi dei cosiddetti “imprenditori”, si sgomita assai fra centrodestra e centrosinistra. Persino i fuorilegge delle quote latte trovano dei validi sostenitori.
L’unica categoria orfana, e che continua ad avere sempre l’ombrello in quel posto, come disegna Vauro, sono i lavoratori. Al momento, senza speranza di cambiamenti, visto come vanno le cose in quell’area politica che in teoria dovrebbe salvaguardare gli interessi delle classi meno abbienti.
Il sogno iniziale del compagno Lenin si è veramente trasformato in un incubo:  da Vladimir Ilic a Vladimir Luxuria e a dimostrazione che al peggio non c’è mai fine, da Luxuria a Niki Vendola. Non ci resta che piangere?