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sabato 16 giugno 2012

Stato Versus Mercato L’Italia stretta fra globalizzazione, Europa unionista e deficit di sovranità nazionale

 

Inseriamo questo contributo di Eugenio Orso sul problema della fine sostanziale della sovranità politica degli Stati nel contesto dell’UE e della globalizzazione capitalstica



di Eugenio Orso

Premessa
Come si evidenzia nel sottotitolo di questo breve saggio politico, l’Italia è finita nella morsa globalizzante neoliberista, stretta com’è fra i processi di globalizzazione, mai interrotti dalla crisi strutturale neocapitalistica, un’Europa aliena e unionista che la sta stritolando imponendo con brutalità i suoi programmi economici, e il drammatico deficit di sovranità nazionale che non consente al paese di decidere, autonomamente, del proprio futuro.
Il presente scritto si articola in due capitoli. Il primo capitolo è introduttivo, ed attraverso un esercizio di storia comparata si tenta di evidenziare la gravità e le potenzialità distruttive della crisi neocapitalistica in Italia. Il secondo capitolo, che costituisce il cuore del saggio, è relativo al rapporto, ormai fin troppo chiaro, fra l’avvento dell’Europa dell’Unione, la riorganizzazione delle sue istituzioni sopranazionali, la creazione della BCE, l’introduzione dell’euro e la perdita di sovranità politica e monetaria degli stati succubi, fra i quali lo stato nazionale italiano. Lo scontro fra il sopranazionale e il nazionale che si sta verificando nel vecchio continente, cioè fra l’Unione europea globalista ed alcuni Stati da “normalizzare” economicamente e socialmente (per ora, l’Italia ela Greciamesse di recente “sotto tutela”), nasce dalla rottura dello storico patto fra il vecchio Stato nazionale dotato di sovranità politica ed il Mercato, da intendersi qui come il grande Capitale in mani private. Il “conflitto” fra i due è iniziato nella seconda metà degli anni settanta del novecento, dopo lo scadere dei cosiddetti trenta gloriosi anni di compromesso, di relativo equilibrio e di moderata emancipazione delle classi subalterne. Tale confronto riflette il tentativo, che sta per riuscire, di anteporre sempre e comunque l’economia ultraliberista, dominata dalle ragioni della finanza, alla decisione politica nazionale sovrana, e di demolire le ultime barriere, in Europa e in occidente, che ancora ostacolano la libera circolazione dei capitali. Si tratta, in sostanza, della continuazione in nuove forme, per molti versi inedite, dell’antico scontro fra la crematistica da un lato, intesa come creazione illimitata di valore monetario e finanziario, e l’etica dall’altro lato, che per sussistere può ammettere soltanto la “buona” economia, subordinata alla decisione politica della comunità. Uno scontro vivo fin dai tempi di Aristotele, che ha attraversato i secoli ed oggi potrebbe risolversi con la vittoria della nuova crematistica. Gli effetti sociali e politici, pesantemente negativi, dell’attuale crisi neocapitalistica e la ricerca di possibili vie d’uscita, per l’Italia riorganizzata in chiave neoliberista e globalista dall’esecutivo Monti, non potranno che portare all’avvio di un processo rivoluzionario, alimentato da un chiaro disegno politico, economico e sociale alternativo, pena l’implosione definitiva della sua società ed il completamento della colonizzazione neoliberista. Al di fuori di una futura via rivoluzionaria per la salvezza, non sembra che esserci un ritorno incruento, peraltro improbabile (se non impossibile), alle politiche neokeynesiane del dopoguerra, che sollecitavano un forte interventismo statale in campo economico, ammettevano la protezione dell’industria nazionale e richiedevano il controllo della moneta, come accadeva nella precedente fase storica, in cui lo stato‐nazione non era nelle attuali condizioni di subordinazione, ed era ancora dotato di un certo grado di autonomia e sovranità. Nel caso di disordini insidiosi e troppo estesi tendenti al caos permanente, di guerra civile e/o di una frantumazione regionalista del paese con il rischio di un contagio destabilizzante del cosiddetto ordine mondiale, l’occupazione globalista effettiva del paese, manu militari utilizzando lo strumento NATO, potrà diventare una drammatica realtà.

La grande crisi e le antiche crisi

In seguito agli effetti economico‐sociali negativi delle misure imposte da governi fantoccio che operano per conto terzi, scopertamente al di fuori di un supposto quadro di legalità democratica, si sente affermare sempre più spesso che l’attuale crisi italiana (a causa dell’ingente debito “sovrano”, dei tassi di interesse sui titoli del debito pubblico che lievitano con lo spread, della caduta del prodotto, dei segnali economici marcatamente depressivi) è la più grave dal dopoguerra, ma spesso si omette di dire che questa crisi è ampiamente indotta dalla dinamiche neocapitalistiche, e serve per l’omologazione dell’Italia al modello di capitalismo ultraliberista anglo‐americano, “evolutosi” nell’ultimo ventennio senza incontrare ostacoli di rilievo, fino a diventare il nuovo capitalismo finanziarizzato del terzo millennio.
Pur sapendo che gli esercizi di storia comparata sono insidiosi, perché talvolta rischiano di portare fuori strada nell’analisi, non possiamo non riconoscere che la penisola, anticamente, ha già vissuto almeno una situazione simile, foriera di gravi rischi e di innumerevoli lutti, e precisamente durante la cosiddetta crisi del terzo secolo (dopo Cristo) che ha investito l’impero romano, e dalla quale l’impero – fino ad allora sufficientemente saldo ed in espansione, soprattutto nel periodo che andava da Ottaviano Augusto a Traiano, o al più a Marco Aurelio – non si è mai più ripreso. Quando scoppiò la crisi del terzo secolo, la penisola era ancora fiorente e rappresentava il cuore del sistema imperiale, ma quando la crisi finì, in termini economici, demografici e sociali le province italiane ne uscirono malconce ed esauste, pronte per entrare nel lungo tunnel della decadenza dell’occidente, durata circa due secoli, e del conseguente trapasso al “nuovo mondo” feudale. La crisi neocapitalistica che oggi investe soprattutto l’Italia e l’Europa, è nel contempo elemento strutturale del Nuovo Capitalismo, senza il quale questo modo storico di produzione non potrebbe reggersi a lungo, e manifestazione del definitivo tramonto, in quanto potenza economica e produttiva, del vecchio continente a rischio di marginalizzazione, con i paesi dell’Europa mediterranea e la stessa Italia che sembrano essere diventati, in quest’ultimo periodo, l’epicentro della crisi stessa, un’area del mondo in cui la “distruzione creatrice” in atto è più evidente e rischia di diventare sanguinosa.
Anche la crisi romana del terzo secolo fu una “distruzione creatrice”, naturalmente rapportata al sistema schiavistico e al sistema (politico) imperiale dell’epoca, e lo fu su vari piani: quello economico e sociale, quello militare, e quello dell’organizzazione dell’impero. Ma dalla crisi del terzo secolo non uscì nulla di buono, perché non sempre ciò che si crea dopo aver distrutto è positivo per le società umane e per gli equilibri sociali, per la stessa tenuta delle istituzioni che si vorrebbero preservare.
Grazie al cinquantennio ricordato come il periodo dell’anarchia militare (dal 235 al 284 dopo Cristo), si passò dal principato augusteo, che rappresentava una forma politica di dominio relativamente “soft”, in grado di mediare fra i poteri (fra i quali il senato aristocratico d’età repubblicana) e le classi sociali (patrizi e plebei, o meglio, honestiores e humiliores), ad una sorta di dominato, o di dispotismo non asiatico fortemente centralizzato, non di rado retto da figure di militari‐avventurieri emergenti (il primo fu Massimino il Trace). L’avvento del dominato imperiale riduceva i già angusti spazi di libertà concessi alla popolazione, mentre l’accresciuta pressione fiscale per affrontare le ingenti spese di guerra (contro i barbari ed i persiani), nel tentativo di rafforzare l’apparato militare e potenziare quello statale, riduceva sul lastrico ampie fasce di popolazione, risparmiando soltanto i grandi latifondisti.
Un po’ come oggi, in Italia, in cui la crescente pressione fiscale colpisce sempre più duramente i redditi da lavoro dipendente e le pensioni (in un paese in cui ci sono undici milioni di poveri, fra i quali moltissimi lavoratori e pensionati, rapidamente cresciuti di numero grazie alla crisi ed alle misure governativo‐europeiste), risparmiando soprattutto i grandi evasori fiscali, i quali nel concreto sono intoccabili perché appartengono alla classe dominante, o rappresentano potentati dell’economia formalmente criminale, che si sviluppa
parallelamente a quella neocapitalistica. L’intangibilità del sistema bancario, che deve essere finanziato e sostenuto a tutti i costi, se del caso sottraendo risorse agli impieghi di natura sociale e produttiva, completa il quadro.
Se la crisi romana del terzo secolo accrebbe la conflittualità sociale, suscitò le rivolte dei dominanti e modificò l’ordine sociale, in Italia ed altrove entro i confini dell’impero, l’attuale crisi neocapitalistica e l’avvento di un governo collaborazionista dell’occupatore del paese, quale è quello di Monti, suscita fuori degli schemi sistemici e del “politicamente corretto” (semi‐)rivolte sociali fino a ieri imprevedibili (Sicilia, trasportatori, tassinari, pescatori, ed in futuro molti altri), mentre la violenza della crisi e delle controriforme montiane accelerano la trasformazione dell’ordine sociale, che procederà, se non incontrerà ostacoli di rilievo, fino alla sua estrema “semplificazione” sociologica in classe globale dominante e classe povera dominata. Per evitare opposizioni di rilievo nel tessuto politico e sociale italiano, e per far procedere speditamente le controriforme pianificate, la classe globale che sostiene Monti ha “comprato” i cartelli elettorali che contano, i sindacati, i vertici delle lobby importanti, assicurandosi il loro appoggio contro gli interessi del popolo italiano (e non di rado dei loro stessi militanti, iscritti ed associati).
La prima e più profonda ragione della spaventosa crisi romana del terzo secolo, la quale ha rimodellato brutalmente la società italica peggiorando le condizioni di vita della massa, risiede nello svuotamento progressivo dei “giacimenti” di braccia per il lavoro schiavo, e più in generale per appropriare risorse, come effetto del raggiungimento della massima espansione militare, territoriale e demografica dell’impero. A ciò corrisponde nel nostro tempo storico, in cui la penisola è nuovamente funestata da una profonda crisi economica, politica e sociale, il progressivo e rapido svuotamento di sovranità dello stato nazionale, che dopo aver raggiunto l’apice della sua autonomia con il fascismo, nel periodo prebellico, ha visto progressivamente ridursi le sue competenze, ed ha perso la prerogativa della decisione politica su molte materie strategiche (moneta, debito pubblico, industria, eccetera), fino a scivolare nelle attuali condizioni di subalternità nei confronti dell’esterno. Questa perdita di sovranità, forse irreversibile, è indotta e accelerata dalle dinamiche neocapitalistiche che hanno influenzato la stessa “costruzione” europea, i parametri di Maastricht, il dominio della BCE e del FMI, ed imposto l’euro ai maggiori paesi dell’Europa occidentale. La rapacità del dominato imperial‐militare romano, che ha impoverito le popolazioni italiche fin dall’età del ferro dei Severi, trova unʹinquietante corrispondenza, oggi, nella rapacità dei globalisti dominanti, i quali, assumendo il controllo degli stati‐nazione privati della loro autonomia, saccheggiano le risorse collettive e de‐emancipano le masse, riducendole a neoplebi. Dovrebbe esser chiara anche al cosiddetto uomo della strada, giunti a questo punto, la vera funzione della UE, della BCE e dell’euro.
Come l’impero che in quegli anni lontani ha mostrato il suo vero volto, riorganizzandosi in dominato dispotico e impoverendo la popolazione, per scaricare sulle classi inferiori l’ingente costo della crisi, economica, sociale e militare del terzo secolo, cosi, oggi, la liberaldemocrazia ci mostra il suo vero volto, autoritario, dispotico, oligarchico, di totale subordinazione alle ragioni della classe dominate globale, e contribuisce ad imporre quelle controriforme, economiche e sociali, che scaricano sui più deboli l’onere della crisi e rimodellano in senso neocapitalistico la società.
Gli italici e le altre popolazioni non sono riusciti, nonostante l’insorgente conflittualità fra i gruppi sociali e le numerose rivolte, ad impedire quella trasformazione dell’ordine costituito che alla fine hanno dovuto subire, fino all’estinzione formale, avvenuta due secoli dopo, dell’impero romano d’occidente. Riusciranno nel prossimo futuro gli italiani, e gli altri popoli dell’Europa mediterranea, ad interrompere il processo in atto, sottraendosi alla morsa del nuovo potere globalista, senza dover attenderne l’estinzione? Al momento attuale, in cui gli eventi sono in pieno corso, si moltiplicano le proteste fuori degli schemi, si attiva la repressione sistemica e la “distruzione creatrice” neocapitalistica subisce un’accelerazione, il futuro è sommamente incerto e la domanda non può ancora trovare una chiara risposta.

Sovranità nazionale e dominio del sopranazionale

L’opposizione, o meglio l’incompatibilità, fra l’affermazione e il mantenimento di una sovranità assoluta degli stati nazionali e la trasmigrazione del potere in entità sopranazionali sempre più potenti e onninvasive, nell’Europa del dopoguerra sembra essersi risolta a favore queste ultime. Non si può ancora sapere se il trionfo del globale sul nazionale, del mondiale sul locale, e soprattutto del Capitale sul Lavoro, sia definitivo, fino all’irreversibilità dei processi in atto, ma è certo che le oligarchie globaliste, supportate dallo strumento militare americano‐NATO e dalla finanza di rapina, hanno vinto un’importante battaglia, sottomettendo in buona misura gli stati, i popoli e le nazioni. La stessa, dissennata tensione, diffusa ad arte, per la “difesa dell’euro” che spiana la strada alle controriforme sociali, e che si giustifica minacciando sciagure inenarrabili in caso di collasso della moneta europea, o semplicemente dell’uscita di uno stato dall’Unione monetaria, costituisce una prova di quanto qui si afferma. Infatti, all’euro si può sacrificare tutto, anche le pensioni, anche la sanità o la scuola pubblica, persino il posto di lavoro fisso e tutelato (unica fonte di sostentamento per la maggioranza), e di questo purtroppo si mostrano convinte, in Italia e altrove, moltissime vittime delle dinamiche neocapitalistiche. Disinformazione mediatica, propaganda ultraliberista e neoliberale, idiotizzazione sociale, “snazionalizzazione” delle coscienze, svalutazione del ruolo dello stato, delle comunità di appartenenza, della socialità e diffusione dell’individualismo anomico, hanno proceduto di pari passo con l’affermazione dei “precetti” economico‐finanziari di questo capitalismo, consentendogli, fino ad ora, di spianare ogni ostacolo sul suo percorso. La grande disputa politica, come dovrebbe essere chiaro a tutti, attualmente è quella fra i sostenitori della sovranità assoluta dello stato nazionale, da un lato, e le oligarchie globaliste che istituiscono nuove forme di governo sopranazionale, dall’altro, in accordo con i loro interessi vitali. La classe dominante globale è oggi sul punto di stravincere il confronto, come provano i casi della Grecia e dell’Italia (ma non soltanto questi), e ciò equivarrebbe anche ad uno storico trionfo (irreversibile?) del Capitale sul Lavoro, perché le politiche sociali, assistenziali, di emancipazione dei lavoratori e di tutela del lavoro sono possibili, come la storia ha ampiamente dimostrato, soltanto in un quadro di ampia autonomia, politica e monetaria, degli stati nazionali. Quello che appare scontato è che non c’è più alcuna possibilità di compromesso fra Stato e Mercato (e la condizione dell’Europa lo testimonia), cioè fra la sovranità nazionale, sul piano politico, monetario ed economico, e il grande Capitale finanziario nelle mani della classe neodominante globale. Gli esecutivi di Monti, in Italia, e di Papademos, in Grecia, sono altrettanti “cani da guardia” del capitale finanziario, ed agiscono scopertamente contro i popoli e gli stati nazionali. Di recente, nella Grecia affidata a quel Papademos di cui Monti è un replicante, il maggior sindacato di polizia ellenico, che agisce nel quadro dello stato‐nazione, ha minacciato di arrestare i funzionari del FMI ed europei presenti sul territorio greco, dichiarando di schierarsi con il popolo contro l’Europa finanziaria dei dominanti e la globalizzazione.
La grande disputa politica fra i sostenitori della sovranità nazionale e i “globalizzatori”, equivale sul piano economico al confronto fra i sostenitori del “compromesso” fra politica ed economia, regolamentando i mercati (o addirittura sopprimendoli, nel caso si assumano posizioni non riformiste) e gli ultraliberisti che teorizzano, e mettono in pratica con successo, la piena autonomia e la superiorità del Mercato.
Ciò che è importante capire, e ribadire una volta di più, è che le due battaglie, quella adifesa dell’autonomia degli stati‐nazione e quella sociale in difesa del welfare, non solo non sono incompatibili – una “di destra” e l’altra “di sinistra”, secondo i vecchi schemi ormai inattuali, ma, al contrario, sono complementari, perché ambedue costituiscono presupposti indispensabili per la libertà, l’autodeterminazione e la giustizia sociale realizzata.
Difendendo l’autonomia dello stato nazionale contro i globalisti e contro quel loro strumento di dominio che è l’Europa dell’Unione, si difendono anche il Lavoro, i diritti dei subalterni (quelli concreti, economici, non quelli astratti e posticci liberaldemocratici), le conquiste economico‐sociali della seconda metà del novecento, i meccanismi redistributivi del reddito a vantaggio dei subordinati. Possiamo perciò affermare che lo stato nazione pienamente sovrano, nelle attuali condizioni storiche, rappresenta l’ultimo baluardo della socialità, dell’etica, dell’equità contro il saccheggio operato dai mercati e l’imposizione di una globalizzazione economica che conviene soltanto ai dominanti.
L’attacco alla sovranità politica e monetaria dello stato‐nazione ha richiesto, per poter essere sferrato con successo, l’avvio di rilevanti trasformazioni culturali, economico‐sociali e politiche che si possono sintetizzare come segue.
[a] Traformazioni antropologico‐culturali e dell’ordine sociale.
E’ bene evidenziare che l’attacco allo stato‐nazione, chiarissimo nell’Europa mediterranea, in cui alcune entità statuali sono occupate dagli emissari delle élite globaliste e svuotate di contenuti politici effettivi, è stato reso possibile dallo sconvolgimento dell’ordine sociale precedente e dal grandioso esperimento di manipolazione culturale ed antropologica per la creazione sociale dell’uomo precario, per la flessibilizzazione di massa a partire dal lavoro, per la diffusione della stupidità sociale organizzata. In luogo dell’inclusione domina l’esclusione, dal lavoro e dalla decisione politica, i cittadini consapevoli tendono ad essere sostituiti da “idiotai”, confinati nella dimensione privata dell’esistenza ed espropriati della dimensione politico‐sociale, all’emancipazione si è sostituita la riplebeizzazione di massa, che investe tanto gli operai quanto i ceti medi figli del welfare novecentesco. Senza questi indispensabili presupposti, l’esproprio di sovranità e di socialità in atto avrebbe trovato fortissime resistenze, e probabilmente non potrebbe esser portato a compimento con indubbio successo, come accade di questi tempi. Conditio sine qua non dell’attacco finale alla sovranità nazionale, condotto proprio in questi mesi in Italia e in Grecia, è stato quel processo manipolatorio di massa che ha distrutto le classi del vecchio ordine (espressione del capitalismo del secondo millennio) e neutralizzato l’opposizione sociale, un processo che è in corso da circa un trentennio ed ha ottenuto indiscutibili “successi”. Il mondo culturale borghese, la solidarietà e l’identità della classe operaia, salariata e proletaria, le sicurezze e le “aspettative crescenti” dei ceti medi postbellici stanno scomparendo, anzi, possiamo affermare che in assenza di contrasti fra qualche anno saranno un mero ricordo, materia per gli storici e per una retrospettiva sociologica imbevuta di nostalgismi.
[b] Trasformazioni economiche dopo la rottura definitiva del patto fra Stato e Mercato.

Altro elemento che ha creato i presupposti, quantomeno nell’Europa mediterranea “spendacciona” e vulnerabile, per la perdita di sovranità degli stati è la crisi neocapitalistica permanente come elemento strutturale del Nuovo Capitalismo e come strumento di dominio globalista, opportunamente combinata con i vincoli di Maastricht e dell’euro. La bolla del debito pubblico e la sopravvivenza dell’euro rappresentano altrettanti cavalli di troia per l’assoggettamento degli stati, e per la loro occupazione (permanente? Sine die?) senza l’uso di strumenti bellici. L’esperimento greco e la vicenda italiana sono a tali propositi paradigmatici. Gli esecutivi imposti ai due paesi rispondono nel concreto soltanto ad interessi esterni e al comando neocapitalistico della classe globale. Il tutto “insaporito” con slogan neoliberisti, da accettare acriticamente e privi di effetti economico‐sociali positivi: l’indispensabilità della crescita, perniciosa anche dal punto di vista ambientale, la competitività in uno scenario globale di libero movimento dei capitali, l’apertura definitiva al mercato, la “monotonia” del posto fisso e l’inevitabilità della flessibilizzazione del lavoro, eccetera, eccetera. I sistemi che FMI e Banca Mondiale usavano per assoggettare al libero mercato i paesi del terzo mondo (piani di aggiustamento strutturale, ricatto del debito, apertura forzata dei paesi ai capitali finanziari internazionali) sono simili, per certi versi, a quelli che FMI, UE e BCE utilizzano oggi contro i paesi dell’Europa mediterranea, chiamati con disprezzo PIIGS. Si pensi al vero significato del Cresci‐Italia di Monti che accompagna, come un’illusoria carota agitata dal Quisling globalista, le misure più feroci e impoverenti. I veri obbiettivi delle manovre montiane in Italia, e di quelle del suo omologo Papademos in Grecia, sono essenzialmente i seguenti: (1) imporre il modello capitalistico ultraliberista, portato alle estreme conseguenze, che identifica un nuovo modo di produzione sociale, (2) ridurre all’osso l’area dell’intervento statale, compromettendo persino i cosiddetti beni pubblici puri, che solo lo stato può offrire a condizioni ragionevoli (non di mercato), rendendoli accessibili a tutta la popolazione, (3) rischiavizzare il lavoro per ridurlo a mero fattore produttivo (nello specifico italiano, la scomparsa del contratto collettivo nazionale, l’attacco all’art. 18, la probabile “riforma” della CIG, eccetera), (4) accelerare latrasformazione sociale in senso neocapitalistico, riplebeizzando una parte rilevante dei cet medi (in questo senso la “liberalizzazione” delle professioni), fino allo stabilirsi della dicotomia Global class/Pauper class.
[c] Trasformazioni politiche, svuotamento di contenuti effettivi delle istituzioni statuali e assimilazione completa dei cartelli elettorali liberaldemocratici nell’unico Partito della Riproduzione Neocapitalistica.
L’ultimo supporto che si è rivelato indispensabile per “piegare” gli stati nazionali ai voleri della classe globale neodominate è la piena omologazione della cosiddetta classe politica al neoliberalismo ultraliberista, con particolare biasimo per la sinistra, che si sta rivelando in diversi paesi il miglior servo dei globalisti. In Italia, ad esempio, il cosiddetto centro‐destra (con l’esclusione della Lega che agisce per puro calcolo elettoralistico) ha piegato la testa, a partire dallo spaventato ed isolato Berlusconi, ed ha accettato Monti a denti stretti, cedendogli l’esecutivo e garantendogli un appoggio incondizionato. Ma è il Pd, assieme ai centristi che si mostrano entusiasti delle riforme montiane, il sostenitore/servitore più affidabile di questo governo fantoccio, insediato a tempo di record dagli occupatori del paese, dopo le dimissioni di Berlusconi, con la decisiva complicità di Napolitano. Pur appoggiando servilmente l’esecutivo globalista (PdL, Pd, centristi), o contrastandolo fintamente in parlamento senza esiti concreti (Lega, IdV), espropriati dall’alto del controllo del governo del paese e della possibilità di fare una vera opposizione, i cartelli elettorali marginalizzati continuano nella finzione liberaldemocratica e simulano un confronto politico, ormai senza consistenza alcuna. Si va dalle accuse incrociate, quando scoppiano scandali che investono esponenti dell’uno o dell’altro cartello (il caso Penati, l’ex tesoriere della Margherita Lusi, i processi ancora in corso in cui è coinvolto Berlusconi), alle proposte di entente cordiale per la tanto attesa riforma elettorale, la quale, però, potrà trovare concreto riscontro soltanto quando e se i globalisti consentiranno di tornare alle urne.
La finzione, finalmente scoperta e trasformatasi in un’indecorosa recita, è dura a morire. Mai come oggi la situazione italiana offre la prova della fine della dicotomia politica destra/ sinistra, che non ha più alcun senso se la politica è completamente soggetta all’economia finanziaria, e supporta un “governo tecnico” incaricato di imporre il modello capitalistico ultraliberista, approvando pedissequa le sue controriforme.
In conclusione, possiamo affermare che la vittoria del globale sul nazionale, dell’economico sul politico, della finanza sulla socialità, del Capitale sul Lavoro, altro non sono che scontati riflessi della vittoria complessiva del Mercato sullo Stato, una vittoria epocale (ma forse non definitiva, per tutto il secolo) che ha instaurato il dominio sopranazionale della Global class, espropriando le entità statuali della sovranità politica e monetaria e sottomettendole al comando neocapitalistico.
 

mercoledì 16 febbraio 2011

Eurocrack



di Vladimiro Giacchè

1. La crisi del debito sovrano è parte integrante della crisi generale iniziata nel 2007
Il primo aspetto da sottolineare è questo: la crisi del debito che infuria in Europa dalla primavera del 2010 non è qualcosa di diverso dalla crisi che a partire dal 2007 ha sconvolto l’economia e la finanza internazionali.

È un’ulteriore fase di quella crisi. Fa parte cioè della fine della bubble èpoque, ossia della crescita drogata con la finanza e con il debito che ha caratterizzato le economie dei Paesi occidentali negli ultimi trent’anni (in parte compensando, e così rendendo socialmente accettabile, un marcato declino della crescita e dei redditi da lavoro). Nel 2007 è iniziata a manifestarsi, con sempre maggiore perentorietà, l’insostenibilità di quel modello di “crescita” imperniato sul capitale produttivo d’interesse. La crisi, che ha seriamente minacciato – per la prima volta dal 1929 – l’intero sistema finanziario internazionale, è stata tamponata con una “socializzazione delle perdite” che non ha precedenti per entità nella storia: nel giugno 2009 il Financial Stability Report della Bank of England rivelò che i sussidi e le garanzie offerti dalle banche centrali e dai governi degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e dell’area dell’euro a sostegno del sistema bancario ammontavano alla cifra spaventosa di 14.000 miliardi di dollari. Si tratta – precisava lo stesso rapporto – di una cifra equivalente a circa il 50% del prodotto interno lordo di quei paesi.

A fronte di questo impegno gigantesco, i problemi di fondo dell’attuale fase di sviluppo del capitalismo non sono stati risolti. Il sistema finanziario globale non è saltato, ma nella gran parte dei paesi occidentali l’economia non si è affatto ripresa come desiderato. La distruzione di capitale è stata ingentissima, e ancora oggi, la disoccupazione è prossima al 10% sia negli Stati Uniti che in Europa (e in molti Paesi va ben al di là di queste cifre). Inoltre l’entità complessiva del debito (pubblico + prviato) non è diminuita. In compenso, è aumentata la proporzione del debito pubblico sul totale. Questo si deve in parte ai salvataggi di Stato di cui sopra, ma anche al fatto che la crisi ha diminuito le entrate fiscali e fatto crescere, invece, le spese per ammortizzatori sociali. Di conseguenza, oggi nel mirino non ci sono più le grandi banche, ma gli Stati. Chi è più esposto al rischio di fallimento? Ovviamente le possibili classifiche dipendono dal criterio che si sceglie: per entità assoluta del deficit il record spetta agli Stati Uniti (con un deficit annuo di 1.230 miliardi di dollari nel 2010, pari all’8% del prodotto interno lordo); se invece si prende l’entità del debito pubblico complessivo rispetto al pil vince il Giappone, che ha superato il 200%; se poi prendiamo la somma di debito pubblico e debito privato il record mondiale è della Gran Bretagna, con il 469% del Pil. I principali candidati al default dovrebbero essere questi (e non è affatto escluso che a breve la loro candidatura sia accettata con entusiasmo da mercati finanziari e speculatori). Sta di fatto, però, che la crisi del debito è scoppiata in Europa. Anche per questo, però, ci sono buone ragioni, che non possono essere ridotte alle “congiure” (che tra l’altro dovrebbero essere chiamate col loro nome: ossia “cartelli”) di qualche hedge fund statunitense.

2. La crisi del debito sovrano è scoppiata in Europa a causa di limiti strutturali dell’Unione Europea
I motivi dello scoppio in Europa della crisi del debito affondano le loro radici nel processo di costruzione dell’Europa, nella sua architettura istituzionale, e nelle loro finalità. In termini più brutali, la crisi è scoppiata in Europa perché l’Unione Europea è l’Europa dei capitali. Vediamo perché.
La crisi scoppiata nel 2007 ha evidenziato, e aggravato, un’accentuata divergenza tra le economie della zona euro: in termini di crescita, di inflazione, di squilibrio delle bilance commerciali e di incremento del debito pubblico. Stiamo assistendo ad una crisi che colpisce in misura molto diversa i paesi dell’Unione, con i più deboli tra essi ormai impossibilitati ad adoperare la leva delle svalutazioni competitive per raddrizzare le loro economie. E che quindi rischiano di avvitarsi in una spirale drammatica: crisi economica, debito fuori controllo (anche per la riduzione delle entrate fiscali a causa della crisi) e necessità di una terapia d’urto contro il debito che ha l’effetto di aggravare la crisi.
L’Unione Europea non è in grado di impedire che si producano situazioni del genere. Questo perché c’è l’unione monetaria, ma non esiste una politica economica integrata a livello europeo. E non può esserci, per un motivo ben preciso: perché una politica economica comune è impossibile in assenza di una politica fiscale comune. E le politiche fiscali dei Paesi dell’Unione sono tutt’altro che omogenee. Anche perché il Trattato di Lisbona prevede che sull’armonizzazione delle politiche fiscali (come del resto sulle politiche sociali) l’Unione possa decidere soltanto all’unanimità. Conseguenza: è sufficiente che sia contrario anche un solo Paese (che magari non fa neppure parte della zona dell’euro) per impedire che l’Unione Europea armonizzi le diverse legislazioni fiscali.
All’origine di questa situazione vi sono un presupposto ideologico e un motivo che ha direttamente a che fare con concreti interessi di classe. Il presupposto ideologico è l’idea neoliberistica secondo cui il “libero agire delle forze di mercato”, unito al coordinamento delle politiche monetarie e di bilancio, sarebbe la ricetta giusta per conseguire la crescita economica. Su questa idea sono stati costruiti tutti i trattati, almeno da Maastricht in poi. Il motivo legato a specifici interessi di classe è rappresentato dagli interessi delle imprese: le quali, proprio grazie all’assenza di regole fiscali comuni (ossia di regole uniformi di tassazione), hanno potuto fare arbitraggio fiscale, creando o spostando filiali operative nei Paesi in cui la fiscalità era più conveniente (vedi alla voce Irlanda). Questo a sua volta ha ingenerato una concorrenza al ribasso tra le fiscalità e quindi una tendenziale riduzione delle tasse medie sulle imprese su scala europea.
Tutto questo ha avuto effetti perversi di breve e di lungo periodo. Quelli di breve - siccome i vincoli di Maastricht imponevano comunque soglie basse di deficit - sono consistiti in un aggravio del carico fiscale sulle persone fisiche (ed in particolare sui lavoratori dipendenti) e in una riduzione delle prestazioni sociali erogate dagli Stati, indebolendo anche per questa via la domanda interna nei Paesi dell’Unione. I frutti avvelenati di lungo periodo, invece, li stiamo gustando adesso, e consistono nell’impossibilità concreta di una politica economica comune: anche per Paesi che hanno una moneta comune, e anche in presenza di una crisi devastante.
La realtà è che oggi l’Unione Europea, proprio in quanto è un’Europa ritagliata a misura delle esigenze dei capitali, è priva di strumenti per affrontare adeguatamente la crisi. In queste condizioni, la moneta unica può diventare una palla al piede per chi l’ha adottata: perché, in assenza di politiche economiche comuni, e di iniziative centralizzate di riequilibrio economico e trasferimento tra le regioni, ogni Stato è lasciato solo con i propri problemi senza potersi giovare di svalutazioni competitive.
Nei casi di crisi del debito sovrano che si sono presentati dalla primavera dello scorso anno in Europa (e che avrebbero potuto essere governati con ben altra facilità senza le caratteristiche della costruzione europea che abbiamo visto sopra), l’Unione Europea non è riuscita a far altro – dopo estenuanti trattative – che sostenere i titoli di Stato del Paese interessato, in parte attraverso nuovi prestiti (spesso assai onerosi in termini di interessi), in parte attraverso l’acquisto sul mercato dei relativi titoli di Stato da parte della Banca Centrale Europea. Tutto questo in cambio di manovre di drastica riduzione della spesa pubblica da parte degli Stati interessati, a cominciare dalle spese sociali e per le pensioni. Dal punto di vista del capitale, è la quadratura del cerchio: significa né più né meno che far pagare la crisi ai lavoratori (attivi e in pensione). Ma al tempo stesso, anche se i “leader” europei non mostrano di averlo capito, è la ricetta per la fine dell’euro e per la catastrofe economica. Vediamo perché.

3. La crisi del debito sovrano fornisce l’occasione ideale per distruggere il welfare europeo, scaricando i costi della crisi addosso ai lavoratori
Il ritornello è ormai lo stesso da mesi. Eccolo, nelle parole del Financial Times del 10 maggio 2010: “gran parte dell’Unione Europea vive al di sopra dei suoi mezzi”, e “se gli Europei non accettano misure di austerità adesso, probabilmente dovranno affrontare qualcosa di più scioccante: default del debito sovrano e collassi bancari”. Il Washington Post dello stesso giorno specificava: “I problemi sorgono da tutte le prestazioni assistenziali (indennità di disoccupazione, assistenza agli anziani, assicurazioni sanitarie) oggi garantite dagli Stati”. Pochi giorni dopo, il 15 maggio, anche il Sole 24 Ore emetteva la sua sentenza: “il welfare state del Vecchio continente si scopre vecchio come la sua patria. E insostenibile”.
Sarebbe fin troppo facile ricordare a questi Soloni della disciplina di bilancio che si erano ben guardati dal lanciare analoghi allarmi quando – appena due anni prima – gli stati sborsavano migliaia di miliardi per salvare banche e società finanziarie. È però più utile dimostrare che spesso i problemi delle finanze pubbliche dipendono proprio da questi salvataggi. Emblematico il caso dell’Irlanda, dove è successo esattamente questo: 1) lo Stato ha salvato le due maggiori banche del Paese, travolte dalla crisi immobiliare, con iniezioni di capitale per decine di miliardi di euro; 2) questo ha fatto esplodere il deficit pubblico, che è schizzato al 32% del pil su base annua (il limite di Maastricht è al 3%); 3) contemporaneamente, sono state assunte misure di austerity che hanno precipitato il Paese in deflazione; 4) la crisi bancaria si è approfondita anche per questo motivo: e sono risultati necessari altri soldi, che lo Stato irlandese non era in grado di pagare; 5) di qui la necessità di un soccorso internazionale (un prestito di 85 miliardi di euro, un terzo dei quali destinato alle banche), a fronte di una severissima manovra di bilancio su 4 anni (tagli alla spesa pubblica e ai servizi sociali per 15 miliardi di euro, 25.000 impiegati pubblici a casa, neoassunti con uno stipendio del 10% inferiore e così via). La morale di tutta questa storia è molto semplice: il governo irlandese ha dato i soldi alle banche e i lavoratori irlandesi pagano il conto.
Più in generale, oggi l’attacco al welfare significa sgonfiare la bolla del debito comprimendo la quota di salario indiretto (le prestazioni sociali) e differito (le pensioni), oltre a privatizzare funzioni fin qui svolte dallo Stato a beneficio delle imprese private. Né più né meno di questo.

4. La formula “finanziamento agli Stati in crisi in cambio della distruzione del welfare” non funziona, e crea le premesse per l’implosione dell’Eurozona
Si può facilmente comprendere che questa strategia affascini buona parte delle classi dominanti del nostro continente (e non solo). Esattamente per gli stessi motivi essa deve essere avversata con forza dai comunisti. Ma c’è un ulteriore motivo per avversarla: questa strategia non è soltanto ingiusta, essa è fallimentare anche sul piano economico. Il punto è che la sola vera arma in grado di abbattere il debito pubblico di un Paese è la crescita economica: che comporta aumento delle entrate fiscali e minori spese per misure di assistenza (alle imprese e alle famiglie). Se non c’è crescita, se il prodotto interno lordo anziché crescere diminuisce, è inevitabile che cresca il rapporto tra deficit e pil - e quindi anche lo stock del debito che si viene accumulando. Ora, se si adottano misure di restrizione della finanza pubblica per abbattere il deficit in una situazione in cui la crescita già non c’è, il risultato inevitabile sarà una recessione. È quanto già oggi sta accadendo in Grecia e Irlanda. La verità è che in questi Paesi la prospettiva più probabile è comunque quella di una ristrutturazione del debito sovrano. Che però a questo punto avverrà dopo anni di depressione e di agonia economica. Nel frattempo, le banche private (francesi e tedesche nel caso della Grecia, inglesi e tedesche nel caso dell’Irlanda), avranno avuto tutto il tempo di vendere parte delle loro obbligazioni greche e irlandesi alla Banca Centrale Europea, senza scontare le perdite che avrebbero dovuto (giustamente) sostenere qualora alla ristrutturazione si fosse arrivati subito.
Ma allarghiamo lo sguardo. Immaginiamo che misure fortemente restrittive della spesa pubblica vengano adottate contemporaneamente da tutti i Paesi di una regione del mondo fortemente integrata economicamente, qual è l’Unione Europea: e nei mesi scorsi gli Stati dell’Unione Europea hanno in effetti deliberato tagli alla spesa pubblica per più di 300 miliardi di euro. In tal caso lo scenario sarà probabilmente depressivo: per il semplice motivo che il calo della domanda interna in ciascun Paese si tradurrà immediatamente anche in un calo delle esportazioni reciproche tra i diversi Paesi. Lo ha rilevato anche Paul Krugman il 12 gennaio scorso sul New York Times: i tagli sincronizzati alla spesa pubblica che si stanno attuando in Europa sono tali da “lasciare gran parte dell’Europa in una situazione di depressione profonda per gli anni a venire”. È ben difficile pensare che la stessa moneta unica possa resistere in uno scenario di questo tipo.
Ma in fondo basterebbe che il numero degli Stati in crisi aumentasse, per rendere le disponibilità delle BCE e del Fondo di sostegno finanziario (European Financial Stability Facility, EFSF) faticosamente messo in piedi negli ultimi mesi del tutto insufficienti a tamponare una crisi. Probabilmente, sarebbe sufficiente una seria crisi della Spagna per far saltare tutto il meccanismo e innescare reazioni a catena dall’esito imprevedibile. È probabilmente questo il motivo per cui la Germania, per la prima volta, ha cercato di anticipare la crisi del Portogallo offrendo aiuto (pur non avendo le proprie banche esposte significativamente): perché sa che dopo il Portogallo il prossimo candidato al default è la Spagna.

5. L’Italia a un bivio?
È il caso di spendere qualche parola anche sul caso italiano, rimasto sinora sullo sfondo, soprattutto a motivo del silenziatore che il governo ha posto alle notizie poco tranquillizzanti che filtravano da Bruxelles. Negli ultimi tempi Tremonti ha tenuto un profilo molto basso sull’argomento, limitandosi a ottenere qualche titolo sulla sua proposta di un bond europeo (avversata dalla Germania, e comunque non risolutiva). Ma la situazione è grave. È infatti evidente l’intento della Germania di far coincidere nei tempi l’accordo a livello europeo sull’entità della dotazione dell’EFSF con la fissazione di nuove regole, più stringenti di quelle negoziate a Maastricht, sul rientro dai debiti eccessivi, ossia eccedenti il 60% del pil. Come è noto, il debito pubblico italiano, grazie ai governi di Craxi-Andreotti-Forlani e poi alle leggi pro-evasione dei governi Berlusconi, veleggia sul 116% del pil. Sono già più volte trapelate indiscrezioni su regole quali l’obbligo di far diminuire il debito del 5% annuo (che costringerebbero a un avanzo di bilancio della stessa entità), e anche le cifre dei miliardi di riduzione del debito da realizzare. L’ultima, uscita poche settimane fa dalla Commissione Europea, parla di 130 miliardi in tre anni: una cifra folle. Non è un caso che già più volte un economista ben informato quale Paolo Savona abbia esplicitamente espresso la necessità che l’Italia pensi ad un “Piano B”, ossia a “uscire dall’euro avendo preordinato decisioni e alleanze internazionali per superare la fase critica senza incorrere nel rischio di perdere la sovranità fiscale residua e di incappare in una deflazione”; ritenendo tale prospettiva comunque preferibile al “Piano A”, cioè restare nell’euro a tutti i costi, soprattutto in presenza di un cambiamento in peggio delle regole del gioco (Il Foglio, 18 gennaio).
Se, come sembra, queste opzioni sono sul tappeto, è estremamente grave che su tutto questo, per evidente dolo da parte del governo e per la consueta “distrazione” dell’opposizione parlamentare, non avvenga da subito un dibattito pubblico.
Credo che i comunisti, oltre a sollecitare l’apertura di questo confronto, dovrebbero tenere fermo ad alcuni punti essenziali:
1) la più intransigente opposizione ad ogni ulteriore attacco a qualunque titolo al welfare (che andrà invece potenziato attingendo risorse all’enorme bacino dell’evasione fiscale, stimata in 120 miliardi di euro annui per il nostro Paese);
2) la più intransigente opposizione ad ogni modifica peggiorativa del già pessimo Trattato di Maastricht (non sarà fuori di luogo rammentare che tra le ragioni della bassa crescita del nostro Paese negli ultimi anni un ruolo non secondario ha giocato proprio l’insufficiente entità degli investimenti pubblici, ridotti al fine di mantenere il deficit sotto controllo): si tratta di una materia in cui vale la regola dell’unanimità, e l’Italia dovrà votare contro;
3) il rilancio della parola d’ordine dell’Europa dei popoli contro l’Europa dei capitali, per un’Europa che preveda
a. una fiscalità comune e standard comuni ed elevati di protezione dei lavoratori (invertendo la competizione al ribasso nelle politiche fiscali e sociali che ha caratterizzato gli ultimi anni);
b. una politica economica integrata, che includa il rilancio dei grandi progetti infrastrutturali pubblici a livello europeo e trasferimenti di fondi da regioni ricche a meno ricche;
nella consapevolezza che questo obiettivo rappresenta l’unica alternativa concreta alla fine dell’euro e alla disgregazione dell’Unione Europea;
4) la necessità di una battaglia per l’uscita dall’Unione Europea (e quindi dall’euro) qualora i Trattati siano modificati in modo tale da imporre al nostro Paese politiche di ulteriori tagli della spesa pubblica e delle prestazioni sociali, che comporterebbero un ulteriore decennio di stagnazione economica, oltre a polverizzare le conquiste di decenni di battaglie dei lavoratori.

Tratto da:marx21.it