Buoni e cattivi nel futuro scontro sociale in Italia: I buoni [terzo e ultimo capitolo]
di Eugenio Orso
I buoni nel futuro scontro sociale in Italia
Nell’individuazione degli amici e dei nemici sul piano sociale e politico, in questa sede provocatoriamente definiti “buoni” e “cattivi”, è necessario precisare che il Nemico Principale nella dimensione sociale è e rimane la Global class, in qualità di agente del capitalismo contemporaneo, ed in quella politica è rappresentato dalla cosiddetta liberaldemocrazia, che universalizza un suffragio impotente e impone l’istituto della rappresentanza.
La longa manu dei globalisti è penetrata nel nostro paese fin dagli inizi degli anni novanta e nel prossimo futuro cercherà di “stringere il pugno”, per impossessarsi delle ultime risorse, compromettendo la sopravvivenza di quel che rimane della grande industria nazionale, ancora totalmente in mani pubbliche [in quelle del tesoro, per quanto riguarda la Fincantieri], o comunque ancora legata al settore pubblico con partecipazioni e “golden share” [Eni, Enel, Finmeccanica].
Altri pesanti effetti negativi si produrranno in conseguenza dell’attacco finale al sistema pensionistico e ai diritti dei lavoratori, che da qualche tempo è in cantiere e si svilupperà probabilmente dopo la caduta di Berlusconi o dopo la sua capitolazione compromissoria.
Workfare di matrice anglosassone o forme simili e meno “costose” in sostituzione del welfare, “contratto leggero” a tutele ridotte in sostituzione del Ccnl, estensione dell’area della precarietà e pensioni ridotte all’osso, rappresenteranno altrettante minacce per la maggioranza della popolazione italiana, modificando completamente il quadro dei rapporti sociali e le prospettive future.
Gli apparati ideologico-mediatici ed accademici sono arrivati al punto di arruolare i demografi [come è accaduto con Antonio Golini, in Italia] per giustificare futuri innalzamenti dell’età pensionabile, da collegare all’innalzamento progressivo della vita media ed alla sconfitta della cosiddetta morte precoce.
Oppure si fa credere che il processo di deindustrializzazione innescato dalle delocalizzazioni, dal reengineering volto a ridurre gli occupati e dalle chiusure aziendali che hanno interessato l’Italia in questi ultimi dieci o quindici anni può essere fonte di competitività, e quindi un dato positivo, un’opportunità, sviluppando in sostituzione delle unità produttive decedute, delocalizzate o ridotte all’osso un terziario evoluto [ricerca, consulenza, servizi informatici] non certamente in grado di riassorbire la massa dei lavoratori espulsi dal manifatturiero, e non in grado di porre veramente rimedio alla “desertificazione” avanzante.
Rilevanti effetti negativi discenderanno dalla compressione dell’occupazione nel settore pubblico, dagli enti locali all’amministrazione centrale, dalla scuola alla sanità, ben oltre le millantate esigenze di “efficientamento” dello stesso.
Dopo anni di propaganda incessante “contro le inefficienze” della pubblica amministrazione e di attacchi mirati contro il pubblico impiego – I Nullafacenti, dell’ex comunista Pietro Ichino riconvertitosi in supporter dei macellai sociali, ne rappresentano una significativa testimonianza – ai quali non si è peraltro accompagnata un’adeguata riforma dello stesso, ma soltanto qualche misura punitiva nei confronti di gruppi di dipendenti dell’amministrazione [pensiamo ai “tornelli” di Brunetta o al più importante blocco delle retribuzioni e del turn-over], ridurre drasticamente i posti di lavoro nel settore pubblico potrà risultare più facile, suscitando minori opposizioni e resistenze in una compagine sociale prostrata dalla crisi, manipolata e flessibilizzata.
La violenza verbale di Ichino nei confronti dei dipendenti pubblici, descritti come portatori di un’odiosa rendita parassitaria nella sua opera più tristemente famosa [I Nullafacenti] e nelle interviste, nasconde il fine di tagliare le retribuzioni e soprattutto l’occupazione nel settore pubblico, rilasciando risorse per l’”iniziativa privata” ed in definitiva per la speculazione finanziaria, nel solco dei diktat globalisti.
Se si vuole che tutto funzioni come un’azienda – scuole ed ospedali compresi – tutto sarà sempre di più assoggettato alle regole stringenti ed alle espropriazioni del Libero Mercato, senza alcuna considerazione per gli aspetti sociali, per il diritto al lavoro e allo studio, per i diritti dei malati e per la stessa conservazione dei “beni pubblici puri”, i quali, per la loro stessa natura, sono estranei ai meccanismi di funzionamento del mercato.
Business della sanità e business dell’istruzione, frontiere irrinunciabili dell’esproprio e lucrosi mercati da sfruttare, nella più perfetta aderenza alle logiche di questo capitalismo si sostituiranno sempre più velocemente alla scuola ed alla sanità pubbliche che hanno garantito dal dopoguerra ad oggi scolarizzazione di massa e la mutua per tutti, così come al diritto al lavoro, all’istruzione e all’accesso ai medicinali ed alle cure mediche si sostituirà la posizione imposta a ciascuno, nell’ordine sociale, dal Mercato, e per i più deboli ed esposti ci sarà pur sempre il conforto della carità privata, del volontariato diffuso e della religione.
La riduzione ai minimi termini delle competenze e dell’azione dello stato, nonché della spesa pubblica nel suo complesso, sarà l’obbiettivo precipuo del prossimo governo nazionale – con o senza federalismo fiscale bossiano e “spesa standard” imposta alle regioni – poiché, come ha scritto il padre del peggior liberalismo contemporaneo, Milton Friedman, il ruolo del governo è quello di fare soltanto ciò che il Libero Mercato non può fare da sé, e L’esistenza di un governo, da questo punto di vista, è resa necessaria dal fatto che la libertà assoluta è impossibile. Per quanto seducente possa essere, sotto il profilo dottrinale, l’anarchia, essa, tuttavia, non è attuabile in un mondo di uomini imperfetti. [Efficienza economica e libertà, titolo originale Capitalism and Freedom, Vallecchi editore Firenze, 1967]
Dato che il Mercato sembra in grado di fare ogni cosa, o almeno così si fa credere, esattamente come faceva il Friedman che osservava la società americana negli anni cinquanta e sessanta – sostenendo, all’epoca, che il Mercato Libero era perfettamente in grado di occuparsi del servizio postale e di rompere finalmente uno storico monopolio dello stato – il ruolo del governo e delle amministrazioni pubbliche in generale, all’interno dell’organizzazione statuale, non può che ridursi all’essenziale, fissando “le regole del gioco” [oggi peraltro fissate dagli organi della mondializzazione, con ricadute negative, attraverso gli stati e i singoli governi, sulle popolazioni] e assicurando, di conseguenza, il più agevole scorrimento dei capitali finanziari in ogni dove.
I lineamenti anarchici di questo capitalismo senza ridistribuzione della ricchezza, con la pretesa della riduzione aziendalistica di ogni attività sociale, saranno evidenti anche nelle misure adottate dai futuri governi italiani, che faranno seguito al quarto esecutivo Berlusconi.
Nel tentativo di evitare l’insorgere di un’autentica protesta sociale in tutta la penisola, certe misure estreme d’esproprio e di de-emancipazione dei subalterni potranno essere più facilmente imposte da un governo compromissorio post-berlusconiano [con la partecipazione di futuristi, centristi, rutelliani, eccetera] o scopertamente anti-berlusconiano e di “centro-sinistra” [da Bersani a Vendola].
Allo bisogna potrebbe anche servire, pur se non rappresenta la soluzione migliore per gli interessi finanziario-globalisti, un nuovo esecutivo Berlusconi – che sarebbe il quinto e l’ultimo – in grado di reggere fino alla fine della sedicesima legislatura.
Si vedrà dopo la fatidica data del 14 di dicembre del 2010.
Un simile esecutivo non potrebbe che nascere da un compromesso segreto, che da un lato manterrebbe in carica l’attuale premier, interessato esclusivamente a non finire nel buco nero dei processi e dell’esproprio del suo impero privato, e dall’altro – autentico “patto leonino” imposto al conducador mediatico italiota, ormai indebolito dalle fronde interne, dagli scandali e dalla perdita di gradimento nei sondaggi – consentirebbe l’attivazione piena e l’accelerazione delle predette politiche economiche e sociali.
Gli attacchi contro la socialità, il lavoro, la giustizia distributiva e l’etica, bene impostati dagli ultimi esecutivi berlusconiano-leghisti, continueranno a spron battuto, estendendosi e approfondendosi dopo la caduta del “cavaliere festaiolo” o la sua capitolazione compromissoria, che gli consentirebbe di evitare i processi e di chiudere la legislatura alla bella età di settantasei anni, mantenendosi in sella fino al 2013.
Nel cupo contesto sociale, politico ed economico che si prospetta, sembra perciò ragionevole attendersi nuove e più estese tensioni sociali, l’insorgere di rischi di conflitti insanabili fra gruppi contrapposti, quanto ad interessi e condizioni materiali di vita, e fra questi ed il governo nazionale che sarà in carica.
La frantumazione dell’ordine sociale imposta da questo capitalismo, l’isolamento dei singoli destinati a diventare merce-lavoro e unità di consumo, oppure degli esclusi perché “inutili” nella Creazione del Valore finanziaria, azionaria e borsistica, hanno la funzione di blandire, ed anzi di prevenire, le reazioni sociali all’esproprio e al nuovo sfruttamento integrale dell’uomo, e perciò seminano l’inimicizia fra i gruppi sociali e i singoli, attivano una competizione esasperata di cui può beneficiare soltanto, per riprodursi all’infinito, l’impersonale ed anonimo meccanismo capitalistico.
Se l’individuazione dei nemici nel futuro scontro sociale risulta piuttosto agevole, a partire dal Nemico Principale contemporaneo, fino a giungere a quei gruppi sociali e politici interni nel precedente capitolo di questo saggio definiti “cattivi”, l’individuazione degli amici, qui definiti un po’ enfaticamente i “buoni”, non lo è altrettanto, poiché i veri amici si rivelano tali nel momento del bisogno, nel corso di un’emergenza o nello sviluppo di un processo rivoluzionario di liberazione costellato di lotte e di pericoli, e tuttavia si può ragionevolmente cercare, fin d’ora, di individuarli con sufficiente chiarezza.
Il processo di liberazione umana è un percorso lungo ed incerto, un percorso storico inconcluso che non può che iniziare con una rivoluzione, e svilupparsi nei secoli attraverso rivoluzioni successive, le quali rappresentano la condizione necessaria ma non sufficiente per consentire lo sviluppo futuro di tale processo, nel corso del quale, ed in particolare nei suoi momenti più critici e decisivi, si potranno riconoscere i veri “amici”.
Il quadro generale è certamente fosco, e lo è anche in Italia, in cui ai fattori esogeni di crisi, che investono con i loro effetti negativi buona parte dell’occidente, si sommano fattori endogeni preoccupanti ed altrettanto rilevanti – quali l’inadeguatezza di una politica che oscilla fra corruzione endemica e totale incompetenza, la forza crescente della criminalità organizzata, gli squilibri sociali approfonditisi di recente e quelli territoriali ormai storici, le spinte separatiste e dissolutive – ma esiste pur sempre una speranza che si riattivi il processo rivoluzionario di liberazione, e questa speranza risiede nella stessa natura umana, poiché L’uomo è per natura un essere sociale e comunitario o, più precisamente, un ente naturale generico. E’ dunque impossibile manipolarlo al punto tale da ridurlo ad una sorta di individuo puro ed astratto, un semplice supporto del sistema dell’individualismo proprietario capitalistico. [Costanzo Preve, Elogio del comunitarismo, Controcorrente]
Il dubbio che può sorgere in questa analisi – dubbio che lo scrivente purtroppo non è in grado di sciogliere completamente – è se i gruppi amici, potenzialmente anticapitalisti, mostreranno compattezza nell’affrontare il nemico e lineamenti solidaristico-classisti, in una lotta finalizzata a riattivare processi emancipativi che da un paio di decenni il nuovo capitalismo ha inceppato, o se si tratterà, al contrario, di sporadiche battaglie di retroguardia delle vecchie classi sociali morenti, le quali resisteranno all’avanzare del nuovo ordine prima di estinguersi completamente.
O peggio ancora, non è facile prevedere se il futuro ci riserverà insurrezioni spontanee, scollegate le une dalle altre, suscitate da emergenze sanitarie, ecologiche e sociali, a macchia di leopardo sul territorio, e torbidi non più limitati alle esplosioni di rabbia delle sotto-classi urbane, che si accenderanno improvvisamente e rapidamente si spegneranno, lasciandosi alle spalle macerie e caos.
In questo ultimo caso, che è il più insidioso ed anche il più “illeggibile”, sia dal punto di vista politico sia da quello sociale, gli scenari tipicamente insurrezionali non potranno portare nulla di buono, in particolare per i subalterni.
Il futuro scontro sociale, a secondo della strada che prenderà e che oggi non è ancora prevedibile, si aprirà a diversi esiti possibili, che si possono riassumere, in sintesi, come segue:
1) Esiti positivi, emancipativi e trasformativi, che delineano l’innesco di un processo rivoluzionario, con la riemersione definitiva del problema sociale e l’attivazione della lotta di classe, esiti ai quali lo scrivente non crede [purtroppo] che si possano assegnare grandi probabilità, poiché la classe subalterna, nel nuovo ordine, è ancora in via di formazione e l’indispensabile elemento coscienziale non sembra ancora emergere con la dovuta chiarezza, come è apparso negli ultimi scioperi e nelle ultime manifestazioni dei lavoratori, nonché nella recente rivolta di studenti e precari della scuola contro la cosiddetta riforma Gelmini.
2) Esiti sostanzialmente negativi, in conseguenza di pure battaglie di retroguardia delle vecchie classi sociali morenti, o lotte di natura prettamente sindacale e rivendicazionista, o peggio ancora di natura corporativa e “lobbistica”, destinate a spegnersi in breve tempo senza lasciare troppe tracce nella società, oppure ad arrestarsi bruscamente davanti ad una più decisa repressione sistemica. Se così sarà, il potere vigente coglierà l’occasione per lanciare una nuova offensiva propagandistica flessibilizzante, e quindi per un suo ulteriore rafforzamento. L’incognita del separatismo regionalista, di matrice leghista ma con possibilità di diffusione anche nel sud della penisola, permarrebbe immutata.
3) Esiti dissolutivi, che la repressione delle insurrezioni e dei torbidi potrà non riuscire a contenere, con il rischio del collasso delle istituzioni e la diffusione di violenze incontrollate. Ne trarrebbero qualche vantaggio, nel breve, in primo luogo lo”stato di mafia”, che potrebbe estendere significativamente il controllo del territorio a sud, e forse le bande leghiste e separatiste del nord, che potrebbero spingersi fino a proclamare l’indipendenza di parti del territorio settentrionale. Affinché simili scenari si concretizzino, oltre a forti spinte dissolutive endogene dovute ad un precipitare della situazione economica, sociale e politica interna già oggi in bilico, dovrebbero verificarsi eventi esogeni di una certa gravità, di natura finanziaria, valutaria, ecologica e/o militare. Tuttavia, è probabile che in simili circostanze interverrano d’autorità gli Stati Uniti d’America e l’Unione Europea, se necessario servendosi dello strumento NATO, per porre il paese sotto la loro diretta “tutela”.
I primi due gruppi sociali amici, che dovrebbero porsi alla guida della protesta riattivando il motore della lotta di classe da troppo tempo ingrippato, sono costituiti dagli operai, abbandonati da quasi tutti i sindacati [con l’eccezione lodevole della Fiom di Rinaldini, Landini e Cremaschi] e da tutti i partiti sistemici, compresa quella sinistra “radicale” che è stata espulsa dal parlamento nel 2008, e da quella parte dei ceti medi in via di rapida ri-plebeizzazione che esprime il lavoro dipendente intellettuale, tecnico, specialistico, impiegatizio, soggetta ai contratti di precarietà ed alle espulsioni dal ciclo produttivo quanto gli operai, con i quali ormai condivide non pochi interessi e un destino comune.
Questa ultima componente è stata fortemente penalizzata negli ultimi anni assieme al lavoro operaio qualificato, oltre che dai processi di globalizzazione economica che ne hanno seriamente compromesso i redditi e lo status, dalle politiche dei governi berlusconiano-leghisti e da quelle del breve esecutivo prodiano.
Si tratta dei gruppi sui quali si fa e si farà ricadere il peso maggiore della [presumibilmente] lunga crisi economica che ha investito l’economia reale dalla seconda metà del 2008, con l’onda d’urto dei cali di produzione, dell’aumento della disoccupazione e della contrazione dei consumi.
La crisi si è riverberata su un’economia già stagnante, in un paese con i salari fra i più bassi dell’Europa occidentale, e non potrà non avere effetti di lungo periodo sul piano sociale, destabilizzandolo, perché gli ammortizzatori, abbondantemente usati a partire dalla cassa integrazione, non potranno “tamponare le falle” indefinitamente non essendo sostenibili nell’arco dei prossimi otto o dieci anni, né dalle imprese né tanto meno dai lavoratori [fra i quali molti cassaintegrati a zero ore], decine e decine di milioni di ore di CIG.
Considerando operai, impiegati e ceti medi legati al lavoro dipendente, pubblico e privato, si riesce ad abbracciare la grande maggioranza della popolazione attiva in questo paese [circa i tre quarti della stessa], quella che nel bene e nel male veramente “regge la baracca”, consentendo la bella vita da sub-dominanti a politici, impresari, speculatori, evasori fiscali e criminali, organizzati e non.
Il fatto che questi gruppi, fondamentali per la produzione delle basi materiali della vita associata, non abbiano oggi dei veri rappresentanti politici – pur essendo chiamati, periodicamente, a partecipare al rito del voto liberaldemocratico per legittimare una falsa rappresentanza – e nei fatti non partecipano alle decisioni strategiche che li riguardano, che devono soltanto subire, avrebbe dovuto rendere in breve la situazione esplosiva, ma lunghi anni di manipolazione, di dominazione simbolica, di flessibilizzazione e precarizzazione, oltre a svalutare economicamente e culturalmente il loro lavoro, hanno contribuito a dividere questi gruppi, a disperderli per evitare adunate “sediziose” e quindi pericolose per il potere, fiaccandone la resistenza, ed almeno in apparenza, compromettendone la combattività.
Ogni atto compiuto dai lavoratori dipendenti, anche se blando come il lancio di uova o di insulti, che possa soltanto lontanamente ricordare la lotta di classe novecentesca, viene oggi preso a pretesto dai cialtroni del circo mediatico e dai vili intellettuali subalterni per colpevolizzare in modo disgustoso le vittime, fino ad arrivare alle accuse di squadrismo e di terrorismo.
La lotta di classe deve perciò essere bandita anche dai ricordi, o selvaggiamente criminalizzata se riappare come uno spettro inquietante, perché la dominazione della Global class filtrata attraverso i poteri locali sub-dominanti deve essere assoluta, ed il sistema liberaldemocratico deve fornire il necessario supporto agli interessi e alle strategie dei dominanti.
Liberalizzazioni, privatizzazioni, delocalizzazioni e lavoro-merce rispecchiano i suddetti interessi nella nostra società, e quindi non devono incontrare indebite resistenze.
Colpendo il lavoro ed i lavoratori in questo modo, si vuole “fiaccare la resistenza” nella società, rendendola malleabile, controllabile e pienamente gestibile dall’alto, e perciò vi è una parte di verità in quanto è riportato nelle “Considerazioni generali” del 44esimo Rapporto Censis, in cui l’intera società italiana è descritta come “appiattita” con i riferimenti più alti soppiantati dalla delusione per gli esiti del primato del mercato, della verticalizzazione e personalizzazione del potere, del decisionismo di chi governa, ma quello che per il Censis è il declino della soggettività, prostrata da processi che hanno radici e motori fuori della realtà italiana, altro non è che l’esito del processo di flessibilizzazione di massa per la costruzione sociale dell’uomo precario.
Il processo manipolatorio per la diffusione della precarietà ha colpito tutto il corpo sociale, ma in primo luogo ha interessato i lavoratori, essenzialmente per impedire che determinazione, coesione e solidarietà potessero rinvigorirne la protesta.
Lo stesso Censis ci avverte, nel medesimo Rapporto, che nell’ultimo decennio [dal 1999 al 2009], il lavoro dipendente ha mostrato una forte crescita, superiore ai due milioni di unità, mentre il cosiddetto lavoro autonomo si è ridotto complessivamente di ben duecentomila unità, incidendo sul totale degli occupati per meno di un quarto, a dimostrazione che nei fatti lo slogan liberista “diventa imprenditore di te stesso” attrae sempre di meno [vista la “delusione” che ha comportato il Libero Mercato primeggiante], ma anche perché, per poter iniziare un’attività imprenditoriale, è preferibile avere buoni mezzi alle spalle e “il culo coperto”.
In sostanza, la minor propensione di giovani e meno giovani a diventare imprenditori, professionisti e consulenti, od anche soltanto bottegai, può essere imputata alla necessità di possedere, per incamminarsi su questi percorsi, i mezzi patrimoniali e finanziari necessari, ed in effetti, in una società in cui la coperta delle risorse è sempre più corta e gli squilibri economici fra i gruppi sociali sempre più grandi, sono sempre di meno coloro che anelano a diventare “imprenditori di sé stessi”, e soprattutto, coloro che hanno concretamente le risorse per poterlo fare.
L’alleanza fra operai e ceti medi riplebeizzati è fondamentale, a detta dello scrivente, affinché la lotta possa avere qualche speranza di successo, ma questa alleanza, e la comunanza di interessi che la renderà possibile, costituirà la migliore prova che l’ordine sociale non è più quello che ha caratterizzato la seconda metà del Novecento, che tutto è mutato, e che una nuova classe subalterna, la Pauper class, sta per affacciarsi all’orizzonte della storia.
Se le vecchie organizzazioni dei lavoratori si sono trasformate in agenzie di supporto del nuovo capitalismo ed i partiti di massa sono ormai definitivamente scomparsi, sostituiti da vergognosi ed effimeri cartelli elettorali privi di anima e di storia [PdL, Pd, UDC], oppure da congreghe di separatisti ed evasori fiscali che inventano nuove patrie [Lega Nord], i due gruppi sociali amici dovranno ricostruire integralmente le loro organizzazioni, senza cadere nella trappola liberaldemocratica della “novità”, del nuovo prodotto politico di rapido consumo, della formazione nuova di zecca che millanta di rappresentare i non rappresentati e che finge un’improbabile alternativa, per poi confluire in maggioranze di governo incaricate dagli interessi dominati di massacrare il lavoro e la socialità.
Un lavoro dipendente sempre più povero e compresso, privo di rappresentanza politica e di tutele sociali rientra perfettamente nei disegni dei dominanti, per un futuro interamente nelle loro mani, ed allora le retribuzioni devono essere sempre più strettamente legate al solo tempo di lavoro ed alla trappola della “produttività individuale”, che rappresenta una giustificazione di matrice economicistica per ridurle progressivamente.
Si vuole, in buona sostanza, ridurre alla completa variabilità l’intero salario, precarizzandolo integralmente insieme al lavoratore.
Per legare le retribuzioni, e quindi lo stesso costo del lavoro da comprimere all’infinito, al solo tempo di lavoro, la via dei contratti di precarietà e del lavoro a termine sembra la migliore, sicuramente la più vantaggiosa astraendo completamente da considerazioni etiche e dalle sofferenze imposte all’uomo, ed è per questo che dagli anni novanta ad oggi è nato un nuovo gruppo sociale, le cui file si sono gonfiate fino ad accogliere alcuni milioni di soggetti, non necessariamente tutti giovani o giovanissimi.
Il gruppo dei precari e dei falsi lavoratori autonomi, cioè i parasubordinati, è da considerarsi un gruppo potenzialmente “amico”, e visto che il massimo della flessibilità del lavoro si realizza con il “nero”, la più piena e totale informalità che non prevede buste paga, contributi, versamenti d’imposta, ferie, permessi e maturazione della pensione, in questo gruppo possiamo comprendere anche molti lavoratori “in nero”.
L’obbiettivo del nuovo capitalismo, attraverso la dominazione del Libero Mercato – sia dal punto di vista del razionamento delle risorse e dell’esclusione dai rapporti sociali di produzione sia da quello ideologico –, è di ridurre integralmente le società ad una mera rete di rapporti commerciali, fondata sullo scambio mercantile e ancor di più sulla Creazione del Valore, e di far nascere e morire precari gli uomini come inevitabile conseguenza.
Se la precarietà c’è sempre stata nel corso della storia umana, ma ha riguardato una piccola minoranza, questo capitalismo l’ha approfondita ed estesa, al punto che tende a diventare una condizione esistenziale sempre più diffusa, anzi, la condizione esistenziale che caratterizza quest’epoca storica, potenzialmente estensibile a tutta l’umanità, e in ciò risiede l’esito, totalmente anti-umano ed anti-etico, profondamente criminale, del capitalismo liberista contemporaneo.
Perciò, criminali sono i pubblicisti e gli “ingegneri” della precarietà, pagati lautamente da questo sistema ed incensati anche dopo la morte, a partire da Marco Biagi.
La leggenda che la precarietà è stata introdotta in Italia negli anni novanta [1997, la famigerata legge Treu] per favorire “l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro”, e che quindi avrebbe rappresentato una condizione di minorità temporanea, un male necessario ma passeggero per poter accedere al posto fisso, si è rivelata in breve tempo per quello che è, un’atroce menzogna diffusa ad arte dai media, dagli accademici [con la lodevole eccezione di Luciano Gallino, il più grande sociologo italiano vivente] e dai politici di sistema, tutti o quasi concordi nel supportare questa decisiva campagna contro i lavoratori, da sinistra a destra senza distinzioni.
I lavoratori “usa e getta” subiscono più di tutti gli altri le asprezze dello spietato modello liberalcapitalistico finanziarizzato e transgenetico del terzo millennio, e per tale motivo potrebbero rappresentare un’autentica forza rivoluzionaria – incontenibile in quelle stesse dinamiche capitalistiche che l’hanno generata – nel futuro scontro sociale in Italia.
Precari contrattualizzati, parasubordinati spacciati per lavoratori autonomi o “consulenti” e lavoratori in nero, oggi non coprono soltanto le esigenze di una produzione tradizionale, offrendo lavoro dequalificato, meramente esecutivo, a basso contenuto tecnologico e a bassa scolarità, ma offrono sempre più spesso un lavoro intellettuale, ad alto contenuto scientifico e tecnologico, in settori cosiddetti di nicchia o nella ricerca applicata.
Ma la condizione economica ed esistenziale del professore universitario precario o del ricercatore a termine, che deve contarsi in tasca i soldi per il biglietto del treno quando deve partecipare ad un seminario o ad una conferenza in una città lontana, nella sostanza non è diversa da quella del lavoratore interinale impiegato da una falsa cooperativa nelle pulizie industriali, e la situazione economica del primo tenderà sempre di più ad approssimare quella del secondo.
Se sarà possibile unire il lavoro operaio, orfano della classe storica antagonista novecentesca “operaia, salariata e proletaria”, i ceti medi riplebeizzati che esprimono il lavoro intellettuale ed impiegatizio stabilizzato ai precari, ai parasubordinati e a molti lavoratori “in nero”, si produrrà una forza sociale antagonista che difficilmente potrà essere arginata dall’applicazione dei sistemi repressivi e disciplinari del potere vigente, e questa dovrebbe rappresentare una mera evidenza per tutti, perché è proprio nella svalutazione e nella compressione capitalistica del lavoro, portate alle estreme conseguenze, che matureranno le future istanze rivoluzionare ed emancipatrici.
La distanza fra gli stabilizzati ed i precari tenderà rapidamente a ridursi, poiché se operai, impiegati, tecnici non soffrono la precarietà occupazionale in quanto hanno un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, molti fra loro non sfuggono alla precarietà nelle prestazioni, che rappresenta un grimaldello, nella persistenza dei vecchi contratti di lavoro, per scardinare progressivamente le tutele e i diritti.
E’ ben vero che fino ad ora si è cercato, con un certo successo, di mettere i lavoratori stabili e quelli precari l’uno contro l’altro, in un divide et impera contemporaneo che tende a preservare le strutture di potere e i meccanismi riproduttivi capitalistici, ma è anche probabile [e chi scrive ne è sinceramente convinto] che esiste un limite fisico e psicologico all’esproprio di risorse e di diritti, alla compressione materiale del lavoro ed al peggioramento complessivo delle condizioni di vita dei subordinati, valicato il quale ci si deve attendere una reazione generalizzata, che potrà portare all’unione di questi gruppi sociali, ad una loro stretta alleanza quali membri di un’unica, nuova classe sociale: la classe povera del terzo millennio.
Il penultimo grande gruppo sociale iscrivibile fra i “buoni” è un gruppo di recente formazione, che lo scrivente ha deciso di autonomizzare in considerazione delle sue caratteristiche e delle sue specificità, anche se i soggetti che lo compongono esprimono il lavoro operaio, quello precario, il lavoro informale, o addirittura il lavoro schiavizzato in certe parti della penisola [Rosarno e la piana di Gioia Tauro, Puglia, provincia di Latina e Agro Pontino, eccetera], ed in misura minore esprimono il lavoro intellettuale e impiegatizio.
Si tratta dei lavoratori immigrati, che in questo paese sono circa un milione e novecentomila – secondo i dati ufficiali, con la necessaria avvertenza che il sommerso e il lavoro schiavo sono difficili da quantificare – e per oltre i due terzi del totale provengono da paesi extracomunitari, in molti casi da regioni del pianeta profondamente diverse dalla nostra.
A questi lavoratori, considerati indispensabili per mandare avanti le attività produttive ed i servizi nel paese più vecchio del mondo, quale è l’Italia insieme al Giappone, e richiesti dagli stessi industriali che da tempo hanno puntato sul lavoro a basso costo [se non “a sconto”], stanno imprimendo al paese una vera e propria svolta demografica [di suo, l’Italia sarebbe in una situazione di pesante calo delle nascite], e nel tempo sono usciti progressivamente dallo stereotipo che gli assegna quei lavori “che gli italiani non vogliono più fare”, perché sono presenti ormai in numerosi settori di attività, ed in una minoranza dei casi esprimono il lavoro qualificato, scientifico [ad esempio i medici] e creativo.
Non si tratta esclusivamente delle badanti filippine o rumene che curano gli innumerevoli anziani non autosufficienti sparsi in tutto il paese, poiché gli apporti del lavoro immigrato interessano tutti i settori produttivi e sono diventati fondamentali per la produzione delle basi materiali della vita associata in Italia.
Certo, in generale gli immigrati sono quelli che hanno sopportato e sopportano le peggiori condizioni lavorative ed i peggiori abusi da parte di impresari senza scrupoli, pur con delle differenze fra regione e regione [in Calabria ed anche in Veneto, ad esempio, la loro situazione è complessivamente peggiore di quella che vivono nel Friuli Venezia Giulia], e sono più colpiti degli italiani, in proporzione, dalla recente ondata di disoccupazione, per questi lavoratori superiore al dieci per cento nelle stesse stime ufficiali.
Altra considerazione importante – lasciando perdere le diffamanti accuse di matrice leghistico-bossiana che presentano gli immigrati come un gruppo interamente costituito da delinquenti abituali e rapinatori, indegne persino di essere considerate – è che non si tratta affatto di un gruppo omogeneo, dal punto di vista delle origini culturali, religiose, etniche, il quale sconta anch’esso il divide et impera capitalistico, nel senso che si utilizza per abbattere il costo del lavoro e per un ennesimo ricatto capitalistico [“o tu lavori a condizioni peggiori di prima o c’è sempre un immigrato disposto ad accettarle”], ponendolo artatamente in competizione con i lavoratori autoctoni.
Tuttavia, pur essendo il lavoro immigrato, contrattualizzato o informale che sia, espressione di una miriade di etnie, di religioni e di culture diverse, in certi casi portatrici di contenziosi storici l’una nei confronti dell’altra [i serbi non amano gli albanesi, e viceversa, i mussulmani del Kashmir non amano gli indù, eccetera], pur trovandosi in competizione reciproca e soprattutto in competizione con gli autoctoni nell’universo del lavoro astratto capitalistico, questo stesso lavoro, la sua sostanza, la comune condizione di sfruttamento e de-emacipazione che oggi si riafferma con prepotenza nei concreti rapporti di produzione, potranno costituire l’elemento unificante, il collante più duraturo, che vale ben di più di una generica e formale integrazione nel paese che li ospita.
Infatti, una nuova coscienza di classe estesa ai lavoratori immigrati, è il più potente veicolo per l’integrazione e il cambiamento.
L’ultimo gruppo potenzialmente amico, in questa breve panoramica che riguarda la strutturazione sociale in rapporto ai futuri, possibili conflitti nella società italiana, è rappresentato dai disoccupati, dagli inoccupati, da coloro che sono senza lavoro e resteranno in questa condizione per lungo tempo.
Nell’iscrivere disoccupati, inoccupati ed in generale i senza lavoro fra i “buoni” è necessario adottare alcune cautele, avanzare qualche legittimo dubbio ed operare qualche distinguo, poiché in Italia dimora un esercito di giovani [dai 15 ai 34 anni] i quali non studiano, non hanno un posto di lavoro né lo cercano, un esercito di dimensioni superiori a quello dei lavoratori immigrati, forte di oltre due milioni e duecentomila unità, se dobbiamo credere alle analisi del Censis, del suo direttore Giuseppe Roma e del suo presidente, il noto sociologo Giuseppe De Rita.
L’inerzia, l’assenza di stimoli, la stessa indifferenza per il proprio stesso futuro che questi giovani inoccupati in apparenza esprimono, si inserisce perfettamente nel discorso di Giuseppe De Rita sull’”appiattimento” generale della società italiana, ma, a ben vedere, è un riflesso dell’azione devastante sul piano sociale del Libero Mercato, inteso quale supremo sistema di razionamento e di esclusione, che condanna un numero sempre più grande di persone all’esclusione a vita dal lavoro e dai rapporti di produzione [vedi, a tale proposito, Nuovi signori e nuovi sudditi. Ipotesi sulla struttura di classe del capitalismo contemporaneo. C. Preve – E. Orso].
Ma il discorso sulla rinuncia generazionale al lavoro e allo studio non si esaurisce con il richiamo al funzionamento dei meccanismi di Mercato, e deve essere ulteriormente approfondito.
Se qualche ipocrita ben retribuito e spacciato per grande sociologo [neppure serve fare il nome] tempo fa ha scritto sulla prima pagina del Corriere che questo inquietante fenomeno, parte del più ampio fenomeno della disoccupazione e dell’esclusione, è frutto della pigrizia, dell’indolenza dei singoli, della loro propensione a ricevere i soldi a casa senza lavorare [Soldi e successo senza fatica. Così il pigro si gode la vita, Il Corriere della sera, 7 settembre 2009], porgendo una spiegazione depistante che come spesso accade tende a colpevolizzare la vittima, dovrebbe esser chiaro che dietro questa scelta, maturata in giovane età, si nasconde quello che per molti ragazzi è un deciso rifiuto, in molti casi non consapevole, delle dinamiche capitalistiche nel loro complesso.
E’ vero che questo rifiuto origina in primo luogo dal funzionamento del Mercato, e dalla sua sempre più frequente tendenza ad escludere, a scoraggiare, ad allontanare dal lavoro, piuttosto che ad includere creando il profilo del produttore-consumatore, come accadeva nella seconda metà del Novecento, ma non può essere certo tutto qui, ed ancor meno si tratta del vecchio “effetto del lavoratore scoraggiato” che smetteva di cercare lavoro, una volta constatata l’inutilità dei suoi sforzi, come accadeva in altre età del capitalismo.
Il rifiuto profondo, che molti giovani scivolati nella condizione “Not Employed in Education and Training” esprimono, per qualche verso sostituisce l’esplicito ribellismo giovanile sessantottesco, e se gli studenti sessantottini volevano cambiare il mondo, gli attuali giovani inoccupati “per scelta” seguendo questa via – che forse è l’unica oggi praticabile se non si vuole lanciare le molotov contro i blindati o premere il grilletto di una P38 – mostrano di voler uscire dal mondo, simboleggiato dalla società capitalistica di mercato onninvasiva, e così predispongono l’”esodo”.
Un “esodo” silenzioso che forse non li porterà da nessuna parte, se non interverranno eventi scioccanti che potranno rimettere la storia in movimento perturbando l’orizzonte della riproduzione capitalistica.
Oggi, in luogo del vecchio profilo del produttore-consumatore sembra prevalere il profilo del precarizzato-escluso, ma questi giovani, senza attendere che li escluda una sentenza del Mercato, scelgono l'auto-esclusione e se ne vanno, sbattendo la porta dietro di sé.
I giovani "NEET" intendono forse, pur non consapevoli di questo, togliere l’acqua al pesce capitalistico, a poco a poco, per farlo morire boccheggiando?
Oppure è soltanto una forma silenziosa di ribellismo giovanile, destinata a rientrare con la prossima generazione, che non avrà alcun esito politico e sociale determinante?
Chi scrive non sa dare una chiara risposta a queste domande, purtroppo, ma per gli scopi che si prefigge il presente saggio, è sufficiente far rilevare che questo ultimo gruppo di “buoni” è molto composito, e pone non pochi problemi proprio per la sua “varietà”, poiché accanto ai cinquantenni disoccupati che hanno perso un posto di lavoro stabile e ne cercano senza esito un altro, vi sono giovani inoccupati per scelta “silenziosamente ribellistica” e parzialmente inconsapevole, oppure, in una minoranza dei casi, sfaccendati che tali sarebbero anche in un’altra epoca storica.
D’altra parte, il concetto di disoccupazione è nato all’interno del mondo capitalistico, in cui è stato costituito e sempre mantenuto con funzioni ricattatorie [anche ai tempi del pieno impiego keynesiano, del welfare e dell’inclusione moderatamente emancipatrice] quel ”esercito industriale di riserva” che nel terzo millennio rischia di assumere dimensioni pletoriche, diventando più propriamente l’”esercito degli esclusi”, ma gli sfaccendati che talora non sfuggono alle rilevazioni statistiche sono sempre esistiti, come minoranza bizzarra e tollerata, fin dal mondo antico ed anche prima di esso.
Eppure la pubblicistica liberale e liberista, al servizio del capitale a tempo pieno, ci racconta la storiella dello sfaccendato, del perdigiorno, del pigro, del “furbo” che attende il sussidio di disoccupazione e che preferisce dormire fino a tardi la mattina, o del giovane che vive comodamente in famiglia con i soldi del padre, per nascondere la vera origine del problema della disoccupazione e dell’esclusione, rigirando l’accusa che potrebbe essere mossa a questo capitalismo contro le sue vittime prestinate.
In Italia si fa molto affidamento sulle “reti familiari e amicali”, storicamente molto sviluppate in tutta la penisola, per sostentare il più a lungo possibile disoccupati, inoccupati, e vari altri soggetti non concretamente attivi.
In particolare, si tende sempre di più a scaricare questo problema assieme a tanti altri [anziani non autosufficienti, invalidi], a mano a mano che il welfare rifluisce, sulla famiglia, sulle reti di rapporti personali e sulla comunità.
Peccato che queste reti siano state seriamente indebolite dalla crisi, dal giugno del 2008 ad oggi, e se la crisi continuerà per buona parte del prossimo decennio [com’è molto probabile, anzi, com’è praticamente certo] queste reti salvifiche rischieranno di collassare.
Le pensioni del padre e della madre, anche loro ridotte all’osso, potranno non bastare per poter mangiare in tre come prima, dando sollievo al figlio inoccupato, ed è così che si registrano cali nei consumi e nella stessa spesa alimentare delle famiglie, con circa un quarto delle famiglie italiane che già da tempo è in forte difficoltà e deve rinunciare a prodotti e a servizi essenziali… altro che solide “reti familiari e amicali” di sostegno!
I disoccupati di lungo periodo, in un paese in cui esiste l’ammortizzatore sociale della cassa integrazione per gli occupati con contratti “regolari”, ma non esiste un degno sussidio di disoccupazione o un’auspicabile salario di cittadinanza garantito a tutti, sono fra gli attivi quelli che vivono più di ogni altro l’esclusione capitalistica.
I disoccupati sono prigionieri che il Nemico Principale utilizza come monito per piegare le resistenze dei subalterni, per scongiurare rivendicazioni di retribuzioni più alte e di nuovi diritti, e sempre più spesso per ridurre le retribuzioni e cancellare i diritti.
Il Nemico utilizza disoccupazione ed esclusione come armi nella “sua” lotta di classe.
Tralasciando gli sfaccendati per vocazione o coloro che sono dediti ad attività criminali e perciò risultano disoccupati, i molti milioni di lavoratori espulsi dal processo produttivo, di attivi inoccupati e di giovani “NEET” – l’esercito degli esclusi che ha sostituito il vecchio esercito industriale di riserva – potrebbero costituire un altro significativo gruppo nel futuro scontro sociale in Italia, non soltanto dal punto di vista numerico, e un alleato importante per gli operai, i ceti medi riplebeizzati, i precari, i parasubordinati, i lavoratori informali ed i lavoratori immigrati.
In conclusione di questo capitolo, una menzione particolare va riservata agli studenti, delle scuole medie superiori e delle università, che hanno iniziato una lotta per il diritto allo studio e per la difesa della scuola pubblica contro l’orrenda riforma Gelmini, con la quale si vuole svendere il patrimonio delle istituzioni universitarie e scolastiche e tagliare drasticamente i costi dell’istruzione.
Gli studenti non accettano il dominio della logica aziendalistica ed economicista, e tanto meno quello delle imprese private, che penerebbero nella scuola pubblica non tanto per armonizzare i programmi di studio con le fatidiche esigenze “del mondo della produzione”, ma con secondi fini ed a scopo di lucro.
Questa battaglia è cruciale quanto quella per la difesa del diritto ad un lavoro decentemente retribuito e dignitoso, o per l’accesso universale ai medicinali e per la difesa dell’acqua pubblica.
Gli studenti non rappresentano certo uno specifico gruppo sociale, e quindi nel presente saggio sono stati un po’ trascurati, ma la loro lotta, vigliaccamente silenziata da molti media sistemici e dalle numerose televisioni sotto il controllo dei mercenari berluscones, ha in questo momento un grande significato simbolico, e perciò chi scrive spera che questa lotta non si arresti ma riprenda con un certo vigore, incontrando sempre maggiori adesioni nel mondo della scuola ed anche al di fuori di esso.
Una domanda è bene porsi, prima di chiudere definitivamente: da quale parte staranno gli studenti che oggi occupano e manifestano quando inizierà il vero scontro politico e sociale in questo paese?
La risposta è scontata.
mercoledì 15 dicembre 2010
domenica 12 dicembre 2010
Buoni e cattivi nel futuro scontro sociale in Italia: I cattivi [capitolo secondo]
Dopo l’uscita di scena di Berlusconi, i guasti provocati nella società italiana dal berlusconismo e dal regionalismo tribalistico leghista continueranno, seppure presumibilmente in misura decrescente nel tempo, e quei gruppi sociali che effettivamente hanno sostenuto per oltre un quindicennio Berlusconi e/o Bossi, sosteranno chiunque in futuro, pur di poter mantenere indefinitamente il loro status e i loro ingiusti privilegi, concessigli oltre il limite della legalità dalla politica sistemica.
Una prima individuazione dei “cattivi” nel futuro scontro sociale in Italia, oggetto del presente elaborato assieme alla necessaria individuazione dei “buoni”, ci riporta proprio a questi gruppi, storici sostenitori del berlusconismo e del leghismo, che per numerosi ipocriti ed alcuni imbecilli rappresenterebbero i veri e i soli “ceti produttivi” e l’unica speranza futura della nazione.
Il discorso anticapitalista della corretta individuazione di nemici, avversari e amici, nella dimensione politica e in quella sociale, bene impostato dal filosofo Costanzo Preve sul piano teorico in alcuni dei suoi saggi più recenti e in alcune conferenze, può essere compendiato, per quanto riguarda specificamente la questione sociale italiana, dalla breve analisi che seguirà.
Per una corretta definizione dei gruppi che storicamente hanno supportato il tribalismo leghista e il “dispotismo dolce” berlusconiano – i quali stanno presumibilmente giungendo al capolinea – sarebbe troppo superficiale, e quindi sarebbe un errore, credere che nel primo caso avessero agito in primo luogo pulsioni di natura comunitaria, desiderio di indipendenza o autonomia, e legittime resistenze alle imposizioni del capitalismo globale finanziarizzato, e che nel secondo caso si sia trattato semplicemente di una ricerca di rappresentanza politica da parte di elettorati resi “orfani” da Tangentopoli-Mani pulite, che per lunghi anni hanno fatto riferimento ai vecchi partiti di massa, strutturati sul territorio, come furono la DC e il PSI.
Commercianti, impresari, patrimonializzati che devono la loro fortuna alle eredità di famiglia, professionisti ambiziosi e piccoli rentiers, benestanti vari ed altri simili soggetti hanno sostanzialmente accettato – unicamente per perseguire i loro personali interessi economici, senza che in ciò vi sia alcuna traccia di idealità e di riferimenti più alti e collettivi – un mercimonio elettoralistico, fondato sullo scambio del consenso con la praticabilità effettiva dell’evasione fiscale e contributiva, la concreta rinuncia alla lotta all’evasione ed una relativa “impunità” concessa agli evasori.
Quanto precede compendiato, naturalmente, dal rifiuto berlusconiano “di mettere le mani in tasca agli italiani” – ma soltanto nelle tasche di certi italiani, bene inteso – che guarda caso ha portato in prima battuta all’abolizione dell’imposta di successione e donazione [18 ottobre 2001] ed ha risparmiato fiscalmente le rendite finanziarie, grandi e piccole, a scapito dei redditi da lavoro.
E’ bene precisare che il consenso elettorale ottenuto dal berlusconismo e dal leghismo in questi anni difficili, di crisi complessiva della società italiana e di peggioramento delle condizioni di vita per gran parte della popolazione, ha valicato i confini di questi specifici gruppi, fino a carpire il voto di molti disoccupati, operai, casalinghe, impiegati, pensionati, del nord, nel caso della Lega, ed in tutta la penisola per quanto riguarda i cartelli elettori che fanno direttamente riferimento al nostro sgraziato “Tycoon di provincia”, ma la sostanza del discorso non cambia, perché la base essenziale del consenso, quella irrinunciabile, quella intorno alla quale è stata costruita la “fortuna” di tutto il cento-destra nell’agone della politica sistemica, si identifica con i predetti gruppi sociali e con la tutela dei loro particolari interessi.
Nel caso di Berlusconi e del suo cartello elettorale primigeneo, Forza Italia, è soprattutto una “distorsiva”, istupidente e continua azione mediatica – iniziata negli anni ottanta [dal Drive In di Antonio Ricci su Italia 1, partito nel 1983, in poi], ben prima della sua improvvisa intrusione nella politica – che ha consentito al suddetto di estorcere a piene mani i consensi elettorali di soggetti deboli, culturalmente e non di rado socialmente, sommandoli ai voti del suo “zoccolo duro”.
Nel caso della Lega Nord, i consensi sono stati gonfiati fin dall’inizio da una generica protesta, nel settentrione del paese, rivolta integralmente contro la politica di sistema e le sue dinamiche, nonché, più di recente, dall’incolpevole voto operaio che non sa più a quale santo votarsi …
Un giorno, ricordando il fenomeno del berlusconismo indissolubilmente legato a questo tetro periodo della storia d’Italia, apparirà chiaro che dietro il cosiddetto scudo fiscale concesso alla grande speculazione e alla criminalità organizzata, e dietro la stessa “licenza d’evadere” concessa ai piccoli impresari e ai furbi, si nasconde una precisa scelta di natura sociale e politica e nel contempo la necessità di conservare lo “zoccolo duro” del consenso elettorale.
E’ per tale motivo, tenuto conto che in questo caso parliamo in prevalenza della “piccola evasione fiscale”, che le dimensioni del fenomeno in Italia hanno raggiunto livelli intollerabili, anche per un sistema liberaldemocratico che massacra i lavoratori coccolando i bottegai, gli impresari ed i furbi, esprimendo volumi d’evasione non facilmente quantificabili, i quali oscillano fra i cento ed i duecento miliardi di euro l’anno, IVA compresa o esclusa e in dipendenza della fonte.
Tale mercimonio, determinante negli ultimi due decenni assieme all’avanzare della globalizzazione per gli equilibri politici e gli squilibri sociali prodottisi in questo paese, è profondamente segnato dall’illegalità, ed anzi, è a sua volta fonte di illegalità, di ingiustizia dal punto di vista sociale – e quindi sul piano etico –, rappresentando uno dei principali fattori che alimentano il degrado complessivo del paese.
Considerando questo aspetto, si riesce a cogliere un po’ meglio la vera sostanza del cosiddetto berlusconismo ed anche quella del leghismo bossiano.
L’illegalità nasce, in prima battuta, dalla mancata applicazione e dal mancato rispetto della legislazione fiscale italiana, che pur esiste ed è in vigore, ed è un’illegalità voluta, tollerata e promossa, nel concreto, dalla politica berlusconiana e leghista, con lo scopo precipuo della difesa dei loro principali “bacini elettorali” e di consenso nella società.
Questo aspetto deleterio e per qualche verso decisivo nella vicenda italiana – non assolutamente corretto da una penosa sinistra sistemica, totalmente asservita ai potentati finanziari e militari anglo-americani, nei periodi in cui è stata al governo – ha comportato minori risorse pubbliche da destinare alla scuola, alla sanità, all’assistenza dei malati e dei soggetti deboli, e a quelle stesse infrastrutture che avrebbero dovuto favorire, in un’ottica squisitamente capitalistica, una ripartenza economica che non c’è mai stata.
Ecco perché, banalmente, porgendo un unico esempio qualificante, in questo paese si è condotta una campagna di criminalizzazione rivolta contro i “falsi invalidi”, intendendo in realtà colpire – in nome di quella stessa giustizia che l’evasione fiscale ammessa quotidianamente viola – tutte le pensioni di invalidità, indiscriminatamente, nel tentativo di lasciare senza mezzi di sostentamento, peraltro già da tempo insufficienti in relazione al crescente costo della vita e dei servizi di assistenza, proprio gli invalidi veri, in paese in cui vivono oltre quattro milioni di disabili.
Del resto, come si sbandiera ad arte per far passare in secondo piano i tagli alla socialità, questo è il paese del volontariato diffuso, che fortunatamente con la sua azione caritatevole allevia le sofferenze dei più deboli e supplisce a quei vuoti assistenziali, sempre più ampi, lasciati da uno stato sociale storicamente in ritirata.
Non solo, ma diventa una scelta obbligata, in tali frangenti, massacrare fiscalmente i redditi di lavoro dipendente, dopo averli abbondantemente ridotti con l’applicazione dei contratti precari e a termine, con l’invenzione dei parasubordinati [i falsi lavoratori autonomi] e con i contratti nazionali truffa della cui parte economica beneficia la sola Confindustria, scaricando su questi redditi la parte maggiore della spesa pubblica.
Infine, la questione dell’evasione fiscale e contributiva si sovrappone a quella del lavoro nero, del sommerso, dell’economia informale, con il lavoratore in nero che è costretto ad accettare condizioni di massima flessibilità, senza versamenti contributivi, senza il diritto alle ferie, alla malattia ed agli assegni familiari, semplicemente per poter lavorare e avere un reddito, o che in qualche caso accetta tali condizioni di buon grado, onde sfuggire all’allucinante pressione fiscale esercitata sui redditi da lavoro dipendente.
Per quanto riguarda il clown paramafioso e satireggiante di Arcore, tutti dovrebbero ricordare le sue passate dichiarazioni, in relazione ad una possibile riforma del sistema di imposizione fiscale sui redditi personali che fortunatamente non si è mai concretizzata.
Un’imposta sui redditi personali strutturata su due, o peggio su una sola aliquota uguale per tutti, come era nelle intenzioni di Berlusconi quando ha esternato, pur essendo tecnicamente possibile rappresenta una palese ingiustizia che colpisce i redditi bassi, poiché, riflettendo sul caso di una sola aliquota pari ad un terzo dell’imponibile e soprassedendo sul mantenimento di un'insufficiente no tax area, diecimila euro su trentamila non pesano di certo nell’affrontare le spese della vita quotidiana come trentamila su trecentomila, ed ancor meno come trecentomila su tre milioni.
La correzione dovuta ai carichi familiari, anche se rilevante, non può cambiare la sostanza del discorso.
Del resto, se l’unica aliquota rappresenterebbe un’iniquità troppo scoperta, il progetto di riforma dell’imposizione sui redditi a due aliquote, del 23% e del 33%, risale all’ormai lontano 1994, ma è chiaro che quanto più si riduce il numero delle aliquote, e di conseguenza degli scaglioni di reddito, tanto più ci si allontana dall’equità fiscale.
Questa “semplificazione” del sistema impositivo, agognata dal conducador mediatico italiota, è strettamente correlata alla volontà di rappresentare certi gruppi sociali, nella logica prima ricordata del voto di scambio, e di mantenersi al potere fidando sul loro appoggio, contrapponendosi muro contro muro al resto della società italiana.
Non una parola, naturalmente – al di là di vaghe dichiarazioni di principio e di generiche condanne del fenomeno – sulla necessità e sull’urgenza dell’effettivo potenziamento del settore degli accertamenti fiscali, e quindi, sull’effettiva praticabilità di una capillare lotta all’evasione.
Berlusconi e i caporioni leghisti sanno bene che impegni concreti in tal senso comprometterebbero la fiducia dello “zoccolo duro” elettorale, poiché la base delle loro fortune è rappresentata proprio dall’inquità fiscale e dall’illegalità espressa da un’evasione diffusa, che si concede a certi gruppi e a certe categorie a scapito di tutti gli altri.
Strano che il personaggio in questione non sia andato oltre, fino a proporre un’imposta sui redditi regressiva, con aliquote decrescenti all’aumentare del reddito imponibile, che rappresenta eticamente e socialmente il punto massimo dell’iniquità.
Certo è che chi non paga attualmente le imposte, perché appartiene ad una di quelle categorie che beneficiano della “tolleranza” politica nei confronti dell’evasione, elettoralmente interessata e nel pieno disprezzo della legislazione vigente, continuerà in futuro a non pagarle se gli sarà assicurata una relativa impunità, sia nel caso in cui le aliquote per scaglione scenderanno tutte di uno o due punti percentuali, ed anche se si imporrà il sistema ancor più iniquo a due sole aliquote.
Per quanto riguarda Bossi – furente e volgare, a ruota libera davanti al suo miserabile popolume, del quale per l’occasione “parla la lingua”, ma sicuramente lucido e finalizzato ad ottenere precisi effetti politici ed elettorali in certe sue dichiarazioni pubbliche – nel tempo il suddetto non ha perso occasione per ricordarci pelosamente che il nord “paga le tasse”, insinuando che le pagherebbe anche per tutti gli altri.
Peccato che il nord, così come lo intende Bossi, è rappresentato esclusivamente dal grottesco, feroce e per fortuna minoritario popolume leghista, e questo richiamo frequente alle “tasse” che il nord pagherebbe per intero, fino all’ultimo euro, rivela la volontà di nascondere la vera sostanza del legame fra Bossi e il suo elettorato, quella più concreta e tangibile, cioè lo scambio “voti contro la possibilità dell’evasione”.
In quest’ottica va visto lo stesso federalismo fiscale – minaccia incombente per buona parte delle regioni italiane, comprese alcune regioni settentrionali che entrerebbero in serie ambasce –, il quale federalismo, nell’attuale versione leghista, si accompagna all’illusione, diffusa ad arte fra il popolume bossiano, che “i soldi resteranno a nord”, cioè nelle sue tasche.
I “soldi che restano nelle nostre tasche” rappresentano un’illusione pericolosa, che i fatti puntualmente smentiranno, e costituiscono, oggi, l’unica e la sola giustificazione del federalismo leghista capace di catturare il consenso dei cosiddetti ceti produttivi padani.
E pensare che nel 1993 l’ideologo leghista Gianfranco Miglio, a quel tempo eletto come indipendente nelle liste della Lega Nord e oggi quasi del tutto dimenticato, metteva in guardia contro i “falsi federalisti”, descrivendo un progetto federale [che comunque lo scrivente non condivide, è bene precisare subito] ben più ambizioso, complesso ed articolato di ciò che Bossi chiama federalismo, il quale prevedeva un governo direttoriale per garantire a tutte le repubbliche diritto di voto su materie importanti per l’intera federazione, la conseguente ricostruzione dello stato fin dalle sue fondamenta, sulla base di una rinnovata legalità, e infine un’ampia autonomia impositiva concessa ai municipi ed alle repubbliche federate …
Anche Miglio parlava, dal suo particolare punto di vista, di federalismo fiscale come passo decisivo della “rivoluzione”, senza il quale non ci potrebbe essere vero e compiuto federalismo, ma il fatto è che oggi il federalismo leghista sembra ridursi esclusivamente a questo – visto che le burocrazie politiche padane sono ormai del tutto interne al sistema di potere vigente – e rischia di provocare l’accentuarsi degli squilibri fra le regioni, rappresentando per l’intero paese una potente ed ulteriore spinta dissolutiva.
Il sogno ereditato da Miglio per una nuova costituzione federale di ampio respiro sembra essersi, dunque, definitivamente infranto, e ciò è accaduto, in buona sostanza, per la stessa natura del consenso leghista, ed anche del consenso berlusconiano, entrambi fondati sulla pratica del voto di scambio e dell’illegalità diffusa, nonché sulla tutela dell’interesse particolare di gruppi minoritari nella società italiana.
E’ impossibile fondare sull’illegalità diffusa una nuova legalità e nuove istituzioni degne di rispetto.
Il fondamento illegale ed anti-etico del berlusconismo e del leghismo bossiano dovrebbe risultare ormai chiaro come il sole alla generalità delle persone, ma così non è, purtroppo, perché ipocrisia, disinformazione e distrazione mediatica, imbecillità artificialmente diffusa impediscono di vedere la vera sostanza sulla quale si regge il loro potere.
Del resto, ricordando le parole dello scomparso professor Gianfranco Miglio, apprendiamo che In molti credono che questo sia il momento del demiurgo. Cioè del personaggio che arriva con poteri speciali, si impone e salva tutti. E’ un’idea profondamente antidemocratica, oltre che criminalmente stupida. [Gianfranco Miglio, Attenti al demiurgo!, Panorama, 16 aprile 1994].
Il demiurgo in questione, stigmatizzato come un pericolo immanente dal professor Miglio, non è altri che Silvio Berlusconi, quello stesso Berlusconi che oggi la Lega bossiana puntella instancabile, cercando di assicurargli la maggioranza, per evitare la sua uscita di scena e il conseguente allontanamento della burocrazia politica leghista dal governo di Roma …
E’ chiaro che uno come Gianfranco Miglio, il miglior intellettuale [se non l’unico] che la Lega ha avuto dalla sua parte fin dal debutto nella politica nazionale, non avrebbe visto di buon occhio le pretese berlusconiane, avanzate in questi ultimi anni di governo e di ampio consenso, di estendere i poteri e le prerogative del capo dell’esecutivo.
L’epoca di Berlusconi sembra però essere giunta alla fine, come ci rivelano molti segnali, a partire da quegli stessi sondaggi che hanno orientato il demiurgo “de noantri”e nel contempo influenzato il consenso, ed anche il 44esimo Rapporto Censis avverte che il lungo ciclo iniziato negli anni ottanta – quello del decisionismo e della voglia di governabilità che ha suscitato l’illusione antipolitica, ed ha portato alla verticalizzazione ed alla distruttiva “politica del fare” – è ormai arrivato al capolinea, dopo l’apogeo toccato nel primo decennio di questo secolo.
Se Berlusconi ha “spopolato” nei primi anni del nuovo millennio, il ruolo della sinistra politica sistemica, da quella liberalsocialista a quella ridicolmente chiamata radicale, o ancor più ironicamente massimalista, in questo decennio è sembrato non a torto secondario, decisamente minore.
In questi anni la sinistra è andata a rimorchio, e quando ha avuto responsabilità di governo, non solo non ha cercato di invertire la tendenza – combattendo ad esempio l’evasione, quanto meno la “piccola” evasione che non può rifugiarsi negli intangibili paradisi fiscali, rivalendosi di conseguenza sui gruppi sociali che la esprimono – ma, al contrario, ha dato il suo contributo al massacro dei lavoratori dipendenti, dei pensionati, dei giovani, della socialità in generale, fino allo “scippo” delle tredicesime operato dal secondo governo Prodi, che ha alimentato l’indimenticabile “tesoretto” di Prodi, Visco e Padoa-Schioppa lasciato in eredità a Berlusconi, Bossi e Tremonti [un extragettito “virtuoso” stimato in circa 10,7 miliardi di euro], secondo i suddetti frutto della lotta all’evasione …
Questa sinistra, totalmente priva di programmi politici e di idealità, ma non priva di rapaci burocrazie, se mai tornerà ad assumere responsabilità di governo, non si sognerà neppure di rispondere con un deciso “niet” alle richieste dei dominanti americani, anche se queste dovessero comportare lo smantellamento definitivo degli ultimi grandi gruppi industriali italiani [Eni, Finmeccanica, Fincantieri], non salverà ciò che rimane dello stato sociale e della scuola pubblica, non combatterà l’evasione fiscale e contributiva, a partire dalla “grande evasione”, e non si sognerà di contrastare concretamente ed efficacemente l’economia criminale propriamente detta, il lavoro nero, il sommerso.
Si tratta, insomma, di una sinistra mercenaria, lontanissima dai bisogni reali e dalle istanze concrete dei subalterni, che non avrà alcuna difficoltà a continuare sulla strada della flessibilizzazione del lavoro dipendente, supportando quella lotta di classe che in occidente è portata avanti dai globalisti, e nel contempo ad imporre privatizzazioni e liberalizzazioni a tutto vantaggio del grande capitale finanziario.
Per quanto riguarda i gruppi sociali definiti dallo scrivente, senza mezze misure o ipocrisie di sorta, i “cattivi” nel futuro scontro sociale in Italia, rileviamo che da qualche mese è stata costituita la R.ETE. Imprese Italia – in rappresentanza di oltre due milioni di piccole entità con circa quattordici milioni di addetti, fra botteghe, piccole imprese, laboratori artigianali e simili –, la quale nel suo breve manifesto sostiene che Il futuro del Paese è inscindibilmente legato alle piccole e medie imprese ed all’impresa diffusa, chiave di volta della sua competitività, struttura portante dell’economia reale e dei processi di sviluppo territoriale, luogo di integrazione e costruzione delle appartenenze. [Il Manifesto delle Imprese del Territorio]
In queste parole è contenuta parte significativa del dramma della società italiana e dei suoi assetti produttivi, perché dovrebbe essere ormai chiaro che la frantumazione del tessuto produttivo in una miriade di piccole entità esposte a tutte le intemperie e non di rado inefficienti, che sopravvivono grazie ai contratti di precarietà, al nero, alla compressione del costo del lavoro e all’evasione diffusa, in alcun modo può e potrà costituire un punto di forza, all’interno delle stesse logiche capitalistico-globaliste.
Questa associazione mercantile-industriale-artigianale dei piccoli e dei medio-piccoli, cioè dei più poveri fra i ricchi anche loro a rischio di ri-plebeizzazione negli anni venturi, è nata dal “Patto del Capranica” [maggio del 2010, Roma] che ha unito varie entità quali la Confcommercio che fu di Sergio Billè, Confartigianato, Confesercenti, Casartigiani, CNA, in rappresentanza, nella realtà sociale ed economica italiana, della piccola intermediazione commerciale, caratterizzata sostanzialmente da un pletora di botteghe che da decenni appesantiscono la rete distributiva nazionale, facendo lievitare i costi dei prodotti al dettaglio, e delle medio-piccole, piccole o piccolissime imprese, proliferate grazie da una serie di fenomeni economico-sociali pregressi in buona parte negativi, quali, ad esempio, la frantumazione del tessuto produttivo nazionale e la progressiva scomparsa [grazie a privatizzazioni e svendite] della grande industria, o la difficoltà di accesso a posti di lavoro stabili e decentemente retribuiti nel settore pubblico ed anche in quello privato.
Questi gruppi, come appare nei loro documenti, sostengono che Il federalismo fiscale può arginare il dilagare della spesa pubblica: il passaggio dalla spesa storica a quella standard per le funzioni essenziali delle Regioni e ai fabbisogni standard per il finanziamento delle funzioni fondamentali degli enti locali dovrebbe garantire il contenimento della spesa coniugata ad un miglioramento nella qualità della spesa. [Ripensare alla crescita del paese: strategie e scelte di medio termine]
Non li sfiora minimamente il dubbio che sulla questione della spesa pubblica, la quale trova sempre minor copertura nelle entrate fiscali, pesi come un macigno – quale importante ma non unico fattore, bene inteso – la questione dell’evasione, grande e piccola, questa ultima espressa da una parte non trascurabile dei loro affiliati.
Né considerano il piccolo particolare che una parte rilevante delle entrate delle regioni e degli altri enti locali territoriali deriva dai trasferimenti di risorse dal centro, e non dall’imposizione fiscale locale.
O meglio, chiedono per loro stessi nuove agevolazioni fiscali, con la solita scusa, trita e ritrita, dell’estensione della base occupazionale, ed un fisco meno oneroso, ma soltanto per le loro attività e per chi vuole diventare, in accordo con la propaganda neoliberista flessibilizzante, “imprenditore di se stesso”, naturalmente se dispone dei mezzi privati per poterlo fare.
Perfettamente nel solco della politica berlusconiana, i suddetti richiedono: la prosecuzione della detassazione della componente “di risultato” del salario, cioè quella più aleatoria e variabile, che riguarda essenzialmente straordinari e premi di produzione e che risulta vantaggiosa soprattutto per i datori di lavoro, la riforma dei contratti di lavoro nel senso voluto dal governo, da Confindustria e dalla Cisl, ed un rafforzamento degli Enti bilaterali, per scongiurare il riapparire di una più che giustificabile conflittualità, di matrice antagonistica, negli attuali rapporti di produzione.
Leggendo con la dovuta attenzione i testi disponibili in rete, la R.ETE. Imprese Italia – che parla esclusivamente per i “titolari”, è bene ricordarlo, e non certo per i molti milioni di dipendenti che in tali aziende lavorano – mostra di aderire pienamente alle politiche berlusconiane ed anche a quelle leghiste, a partire dal federalismo fiscale, e tutto questo non può certo essere privo di un chiaro significato politico e sociale.
Credere che sia possibile una saldatura fra costoro, da un lato, il lavoro operaio e quello dipendente in generale, dall’altro lato, fra costoro e quella parte del vecchio ceto medio che esprime, in qualità di dipendenti pubblici o privati, il lavoro intellettuale, fra costoro e i giovani in cerca di un’occupazione stabile e dignitosamente retribuita, fra costoro ed i precari della scuola e delle università, costituisce, per come la pensa lo scrivente, un esercizio di pura fantasia, o un modo subdolo per cercare di neutralizzare la sacrosanta protesta sociale che potrà montare, nei prossimi due o tre anni, anche in questo paese, imbrigliandola attraverso alleanze controproducenti e innaturali.
Nel novero dei “cattivi” rientrano a pieno titolo le burocrazie politiche dei partiti sistemici, svuotati di rappresentanza effettiva, ridotti ai minimi termini come numero di militanti attivi, portatori di programmi-fotocopia od anche di nessun programma politico definito [vedi in proposito il caso penoso del Pd], ma comunque dotati di costose strutture e di numerosi quadri “voraci”, che operano esclusivamente allo scopo di assicurarsi privilegi, lauti redditi personali e comode scorciatoie per la carriera.
Il peso dei predetti tende a diventare particolarmente intollerabile, in periodi di crisi, poiché si tratta di quasi cinquecentomila individui, consigli circoscrizionali, “consulenze” e portaborse compresi.
Data la numerosità degli “occupati in politica” e il peso che hanno nella società, la loro manifesta subalternità al mondo degli affari, la mancanza totale di idealità ben testimoniata da programmi politici “replicanti”, fotocopia o addirittura dall’assenza degli stessi [come se rappresentassero una protesi inutile], nonché la concordanza di interessi concreti e la corruttibilità che generalmente li caratterizza, da intendersi come propensione a scambiare qualsiasi cosa sia nella loro disponibilità [appalti e risorse pubbliche, pacchetti di voti, eccetera] con vantaggi personali ed immeritati benefit, li possiamo ormai considerare come un gruppo sociale a sé stante.
Un gruppo sociale compatto nel difendere i propri interessi, al di là delle apparenti differenze di schieramento, integralmente parassitario e scopertamente nocivo.
La prova che la politica minore dell’epoca si è trasformata in una “professione”, particolarmente lucrosa per chi riesce a raggiungere certi livelli, si è avuta innumerevoli volte in questi anni, ed infatti, molti parlamentari dell’opposizione sistemica sperano che Berlusconi riesca ad ottenere nuovamente la fiducia, in questo mese di dicembre del 2010, piuttosto di arrivare allo scioglimento delle camere e a nuove elezioni politiche, essenzialmente perché fanno parte di quegli oltre trecento membri del parlamento che non hanno ancora “maturato la pensione”.
Rilevante è anche il peso degli affiliati alla grande criminalità organizzata, che spesso si intreccia con la politica sistemica a tutti i livelli, quelli locali e quello nazionale, il che non significa considerare nel novero soltanto la manovalanza camorrista nei quartieri di Napoli, i gruppi di fuoco della camorra, della mafia e della ‘ndrangheta, ma anche i colletti bianchi, i professionisti di supporto, gli “impiegati” e simili figure sempre più essenziali, diffuse a sud come a nord della penisola.
L’Italia intera è attraversata da un gran numero di “zone grigie”, in cui l’illegalità si leva come una nebbia che rischia di avvolgere l’intero paese.
Queste “zone grigie” non di rado si sovrappongono, e così è, infatti, per quanto riguarda l’evasione e l’elusione fiscale, il lavoro nero e l’economia informale, il lavoro schiavo, la politica minore che si lascia corrompere da impresari e malavitosi, e purtroppo ciò risulta particolarmente vero per l’economia formalmente e penalmente definibile criminale, al punto che oggi si afferma che la capitale “finanziaria” della grande malavita organizzata è diventata quella Milano in cui si concentrano i “danè” e gli affari, e non è più la Palermo dei tradizionali “mammasantissima”.
Se il nord è territorio d’affari per la criminalità organizzata, è comunque nel sud che questa riesce ad espandersi, nella crisi generale della società italiana, estendendo progressivamente il controllo effettivo del territorio, quale stato nello stato, come risulta dal 44esimo Rapporto del Censis: La regione dove la presenza della criminalità organizzata e il controllo del territorio sono più pressanti è la Sicilia (dove il 52,3% dei Comuni presenta almeno un indicatore di criminalità organizzata, coinvolgendo l’83,1% della popolazione), segue la Puglia (con il 43% dei Comuni), la Calabria (38,4%) e la Campania (36,3%).
E’ persino evidente che l’espansione dello “stato di mafia” a sud, con importanti diramazioni affaristiche nel nord, è reso possibile dalla connessione sempre più stretta fra la criminalità organizzata e la politica sistemica, di maggioranza [Lega Nord compresa] e di minoranza.
Con oltre cento e quaranta mila iscritti in rappresentanza di imprese di ogni dimensione, ma in particolare di quella grande e media industria che è minoritaria in un tessuto produttivo frantumato in una miriade di piccole entità, Confindustria fa indubbiamente parte dei “cattivi” che animeranno il futuro scontro sociale in Italia.
Si può agevolmente notare che se da un lato questa organizzazione è interessata a spingere fino alle estreme conseguenze la manovra precarizzante e flessibilizzante nei confronti del lavoro dipendente, iniziata negli anni ottanta, proseguita negli ultimi due decenni e mai più arrestatasi, dichiarando pubblicamente di farlo in nome della “competitività”, dell’”efficienza”, della “produttività” – in una, in nome della Legge del Mercato –, dall’altro chiede continuamente iniezioni di soldi pubblici, in via diretta o indiretta, fino a spingere per la svendita del patrimonio dello stato e degli enti locali, risorse che una politica compiacente non ha avuto e non avrà difficoltà a sottrarre al welfare ed alla socialità nel suo complesso.
Confindustria, in poche parole, esprime la tendenza liberal-capitalistica consolidata a socializzare le perdite private ed a privatizzare le risorse collettive, agitando l’improbabile carota della creazione di nuovi posti di lavoro nel settore privato, e il bastone minaccioso dei licenziamenti e della disoccupazione.
Oltre all’incapacità manageriale e all’”arretratezza” che caratterizzano molta parte dell’industria privata italiana grande e piccola – diversa da quel “capitalismo della borghesia” tedesco che resiste meglio alla crisi –, dietro questa tendenza si nasconde neppure troppo bene la vera sostanza del Libero Mercato, fondato su espropri, razionamenti e ricatti socialmente intollerabili.
Un altro gruppo di “cattivi” è ben rappresentato dai quadri dei sindacati gialli – Cisl, Uil e Ugil – che hanno svenduto i diritti dei lavoratori e il loro stesso futuro, con accordi volti a demolire progressivamente sia la parte economica sia quella dei diritti nei rinnovi dei contratti nazionali di categoria, anzi, questi pseudo-sindacati partecipano attivamente all’attacco complessivo al lavoro, in qualità di truppe ascare, rendendosi immediatamente disponibili a supportare operazioni come quella della Fiat a Pomigliano, oppure per la “riforma” dello Contratto collettivo nazionale, ultimo baluardo dei lavoratori assieme allo Statuto dei Lavoratori del 1970, che con tutta evidenza si vogliono togliere rapidamente di mezzo.
Deroghe sempre più ampie al Ccnl nell'attesa di sostituirlo con un “contratto leggero” a tutele ridotte, attivazione degli Enti bilaterali, inerzia davanti all’approvazione in parlamento dell’arbitrato, accettazione del piano Marchionne per Pomigliano d’Arco, costituiscono il prezzo che un certo sindacalismo ha accettato di pagare – o meglio, ha deciso di far pagare a tutti i lavoratori – per il mantenimento dei suoi centri di potere e dei suoi privilegi.
Questo ultimo gruppo di “cattivi” – degnamente simboleggiato dalla figura di Raffaele Bonanni al vertice della Cisl, che è il pesce più grosso nello stagno putrescente del sindacalismo giallo – è particolarmente odioso, perché disposto a vendere anche la pelle dei propri stessi iscritti, che sono pur sempre lavoratori dipendenti minacciati quanto gli altri dalla de-emancipazione e dalla disoccupazione, in cambio del mantenimento di un potere ormai del tutto autoreferenziale.
In coda, è opportuno far riferimento a quei settori della magistratura che si sono costituiti, de facto e non de iure, in potere politico autonomo, con la pretesa di condizionare i governi – Prodi o Berlusconi non importa – per mantenere il proprio status di privilegio e “orientare” la politica nel senso voluto, mentre i processi, per la gente comune che in questo sistema non conta, si accumulano come montagne di pratiche inevase, poiché non garantiscono rapide carriere, lustro mediatico e non rientrano nella logica perversa della lotta fra poteri dello stato.
Così, all’inizio del 2009 i procedimenti civili pendenti erano cinque milioni e quattrocentomila, ed i procedimenti penali “non evasi” oltre tre milioni e duecentomila.
Questa incuria, della quale dovrebbe rispondere in primo luogo la magistratura, oltre a causare danni e sofferenze crescenti alla popolazione, alimenta l’abuso, la prevaricazione, la violenza e contribuisce a diffondere l’illegalità, nella fondata speranza che la pena potrà non arrivare mai, se i tempi medi sono lievitati negli anni a quasi mille giorni per il primo grado del processo e ad oltre mille e cinquecento per il giudizio di appello.
Gli attacchi al lavoro, l’evasione concessa, la giustizia inceppata, il garantismo castale, l’economia criminale tollerata, gli appalti truccati, i costi e le vistose inefficienze della politica liberaldemocratica non sono che altrettanti sintomi dell’estinzione dell’etica, il miglior humus per la diffusione dell’illegalità, e le principali ragioni endogene del futuro conflitto sociale nella penisola.
http://pauperclass.myblog.it/
I cattivi nel futuro scontro sociale in Italia
di Eugenio Orso
Dopo l’uscita di scena di Berlusconi, i guasti provocati nella società italiana dal berlusconismo e dal regionalismo tribalistico leghista continueranno, seppure presumibilmente in misura decrescente nel tempo, e quei gruppi sociali che effettivamente hanno sostenuto per oltre un quindicennio Berlusconi e/o Bossi, sosteranno chiunque in futuro, pur di poter mantenere indefinitamente il loro status e i loro ingiusti privilegi, concessigli oltre il limite della legalità dalla politica sistemica.
Una prima individuazione dei “cattivi” nel futuro scontro sociale in Italia, oggetto del presente elaborato assieme alla necessaria individuazione dei “buoni”, ci riporta proprio a questi gruppi, storici sostenitori del berlusconismo e del leghismo, che per numerosi ipocriti ed alcuni imbecilli rappresenterebbero i veri e i soli “ceti produttivi” e l’unica speranza futura della nazione.
Il discorso anticapitalista della corretta individuazione di nemici, avversari e amici, nella dimensione politica e in quella sociale, bene impostato dal filosofo Costanzo Preve sul piano teorico in alcuni dei suoi saggi più recenti e in alcune conferenze, può essere compendiato, per quanto riguarda specificamente la questione sociale italiana, dalla breve analisi che seguirà.
Per una corretta definizione dei gruppi che storicamente hanno supportato il tribalismo leghista e il “dispotismo dolce” berlusconiano – i quali stanno presumibilmente giungendo al capolinea – sarebbe troppo superficiale, e quindi sarebbe un errore, credere che nel primo caso avessero agito in primo luogo pulsioni di natura comunitaria, desiderio di indipendenza o autonomia, e legittime resistenze alle imposizioni del capitalismo globale finanziarizzato, e che nel secondo caso si sia trattato semplicemente di una ricerca di rappresentanza politica da parte di elettorati resi “orfani” da Tangentopoli-Mani pulite, che per lunghi anni hanno fatto riferimento ai vecchi partiti di massa, strutturati sul territorio, come furono la DC e il PSI.
Commercianti, impresari, patrimonializzati che devono la loro fortuna alle eredità di famiglia, professionisti ambiziosi e piccoli rentiers, benestanti vari ed altri simili soggetti hanno sostanzialmente accettato – unicamente per perseguire i loro personali interessi economici, senza che in ciò vi sia alcuna traccia di idealità e di riferimenti più alti e collettivi – un mercimonio elettoralistico, fondato sullo scambio del consenso con la praticabilità effettiva dell’evasione fiscale e contributiva, la concreta rinuncia alla lotta all’evasione ed una relativa “impunità” concessa agli evasori.
Quanto precede compendiato, naturalmente, dal rifiuto berlusconiano “di mettere le mani in tasca agli italiani” – ma soltanto nelle tasche di certi italiani, bene inteso – che guarda caso ha portato in prima battuta all’abolizione dell’imposta di successione e donazione [18 ottobre 2001] ed ha risparmiato fiscalmente le rendite finanziarie, grandi e piccole, a scapito dei redditi da lavoro.
E’ bene precisare che il consenso elettorale ottenuto dal berlusconismo e dal leghismo in questi anni difficili, di crisi complessiva della società italiana e di peggioramento delle condizioni di vita per gran parte della popolazione, ha valicato i confini di questi specifici gruppi, fino a carpire il voto di molti disoccupati, operai, casalinghe, impiegati, pensionati, del nord, nel caso della Lega, ed in tutta la penisola per quanto riguarda i cartelli elettori che fanno direttamente riferimento al nostro sgraziato “Tycoon di provincia”, ma la sostanza del discorso non cambia, perché la base essenziale del consenso, quella irrinunciabile, quella intorno alla quale è stata costruita la “fortuna” di tutto il cento-destra nell’agone della politica sistemica, si identifica con i predetti gruppi sociali e con la tutela dei loro particolari interessi.
Nel caso di Berlusconi e del suo cartello elettorale primigeneo, Forza Italia, è soprattutto una “distorsiva”, istupidente e continua azione mediatica – iniziata negli anni ottanta [dal Drive In di Antonio Ricci su Italia 1, partito nel 1983, in poi], ben prima della sua improvvisa intrusione nella politica – che ha consentito al suddetto di estorcere a piene mani i consensi elettorali di soggetti deboli, culturalmente e non di rado socialmente, sommandoli ai voti del suo “zoccolo duro”.
Nel caso della Lega Nord, i consensi sono stati gonfiati fin dall’inizio da una generica protesta, nel settentrione del paese, rivolta integralmente contro la politica di sistema e le sue dinamiche, nonché, più di recente, dall’incolpevole voto operaio che non sa più a quale santo votarsi …
Un giorno, ricordando il fenomeno del berlusconismo indissolubilmente legato a questo tetro periodo della storia d’Italia, apparirà chiaro che dietro il cosiddetto scudo fiscale concesso alla grande speculazione e alla criminalità organizzata, e dietro la stessa “licenza d’evadere” concessa ai piccoli impresari e ai furbi, si nasconde una precisa scelta di natura sociale e politica e nel contempo la necessità di conservare lo “zoccolo duro” del consenso elettorale.
E’ per tale motivo, tenuto conto che in questo caso parliamo in prevalenza della “piccola evasione fiscale”, che le dimensioni del fenomeno in Italia hanno raggiunto livelli intollerabili, anche per un sistema liberaldemocratico che massacra i lavoratori coccolando i bottegai, gli impresari ed i furbi, esprimendo volumi d’evasione non facilmente quantificabili, i quali oscillano fra i cento ed i duecento miliardi di euro l’anno, IVA compresa o esclusa e in dipendenza della fonte.
Tale mercimonio, determinante negli ultimi due decenni assieme all’avanzare della globalizzazione per gli equilibri politici e gli squilibri sociali prodottisi in questo paese, è profondamente segnato dall’illegalità, ed anzi, è a sua volta fonte di illegalità, di ingiustizia dal punto di vista sociale – e quindi sul piano etico –, rappresentando uno dei principali fattori che alimentano il degrado complessivo del paese.
Considerando questo aspetto, si riesce a cogliere un po’ meglio la vera sostanza del cosiddetto berlusconismo ed anche quella del leghismo bossiano.
L’illegalità nasce, in prima battuta, dalla mancata applicazione e dal mancato rispetto della legislazione fiscale italiana, che pur esiste ed è in vigore, ed è un’illegalità voluta, tollerata e promossa, nel concreto, dalla politica berlusconiana e leghista, con lo scopo precipuo della difesa dei loro principali “bacini elettorali” e di consenso nella società.
Questo aspetto deleterio e per qualche verso decisivo nella vicenda italiana – non assolutamente corretto da una penosa sinistra sistemica, totalmente asservita ai potentati finanziari e militari anglo-americani, nei periodi in cui è stata al governo – ha comportato minori risorse pubbliche da destinare alla scuola, alla sanità, all’assistenza dei malati e dei soggetti deboli, e a quelle stesse infrastrutture che avrebbero dovuto favorire, in un’ottica squisitamente capitalistica, una ripartenza economica che non c’è mai stata.
Ecco perché, banalmente, porgendo un unico esempio qualificante, in questo paese si è condotta una campagna di criminalizzazione rivolta contro i “falsi invalidi”, intendendo in realtà colpire – in nome di quella stessa giustizia che l’evasione fiscale ammessa quotidianamente viola – tutte le pensioni di invalidità, indiscriminatamente, nel tentativo di lasciare senza mezzi di sostentamento, peraltro già da tempo insufficienti in relazione al crescente costo della vita e dei servizi di assistenza, proprio gli invalidi veri, in paese in cui vivono oltre quattro milioni di disabili.
Del resto, come si sbandiera ad arte per far passare in secondo piano i tagli alla socialità, questo è il paese del volontariato diffuso, che fortunatamente con la sua azione caritatevole allevia le sofferenze dei più deboli e supplisce a quei vuoti assistenziali, sempre più ampi, lasciati da uno stato sociale storicamente in ritirata.
Non solo, ma diventa una scelta obbligata, in tali frangenti, massacrare fiscalmente i redditi di lavoro dipendente, dopo averli abbondantemente ridotti con l’applicazione dei contratti precari e a termine, con l’invenzione dei parasubordinati [i falsi lavoratori autonomi] e con i contratti nazionali truffa della cui parte economica beneficia la sola Confindustria, scaricando su questi redditi la parte maggiore della spesa pubblica.
Infine, la questione dell’evasione fiscale e contributiva si sovrappone a quella del lavoro nero, del sommerso, dell’economia informale, con il lavoratore in nero che è costretto ad accettare condizioni di massima flessibilità, senza versamenti contributivi, senza il diritto alle ferie, alla malattia ed agli assegni familiari, semplicemente per poter lavorare e avere un reddito, o che in qualche caso accetta tali condizioni di buon grado, onde sfuggire all’allucinante pressione fiscale esercitata sui redditi da lavoro dipendente.
Per quanto riguarda il clown paramafioso e satireggiante di Arcore, tutti dovrebbero ricordare le sue passate dichiarazioni, in relazione ad una possibile riforma del sistema di imposizione fiscale sui redditi personali che fortunatamente non si è mai concretizzata.
Un’imposta sui redditi personali strutturata su due, o peggio su una sola aliquota uguale per tutti, come era nelle intenzioni di Berlusconi quando ha esternato, pur essendo tecnicamente possibile rappresenta una palese ingiustizia che colpisce i redditi bassi, poiché, riflettendo sul caso di una sola aliquota pari ad un terzo dell’imponibile e soprassedendo sul mantenimento di un'insufficiente no tax area, diecimila euro su trentamila non pesano di certo nell’affrontare le spese della vita quotidiana come trentamila su trecentomila, ed ancor meno come trecentomila su tre milioni.
La correzione dovuta ai carichi familiari, anche se rilevante, non può cambiare la sostanza del discorso.
Del resto, se l’unica aliquota rappresenterebbe un’iniquità troppo scoperta, il progetto di riforma dell’imposizione sui redditi a due aliquote, del 23% e del 33%, risale all’ormai lontano 1994, ma è chiaro che quanto più si riduce il numero delle aliquote, e di conseguenza degli scaglioni di reddito, tanto più ci si allontana dall’equità fiscale.
Questa “semplificazione” del sistema impositivo, agognata dal conducador mediatico italiota, è strettamente correlata alla volontà di rappresentare certi gruppi sociali, nella logica prima ricordata del voto di scambio, e di mantenersi al potere fidando sul loro appoggio, contrapponendosi muro contro muro al resto della società italiana.
Non una parola, naturalmente – al di là di vaghe dichiarazioni di principio e di generiche condanne del fenomeno – sulla necessità e sull’urgenza dell’effettivo potenziamento del settore degli accertamenti fiscali, e quindi, sull’effettiva praticabilità di una capillare lotta all’evasione.
Berlusconi e i caporioni leghisti sanno bene che impegni concreti in tal senso comprometterebbero la fiducia dello “zoccolo duro” elettorale, poiché la base delle loro fortune è rappresentata proprio dall’inquità fiscale e dall’illegalità espressa da un’evasione diffusa, che si concede a certi gruppi e a certe categorie a scapito di tutti gli altri.
Strano che il personaggio in questione non sia andato oltre, fino a proporre un’imposta sui redditi regressiva, con aliquote decrescenti all’aumentare del reddito imponibile, che rappresenta eticamente e socialmente il punto massimo dell’iniquità.
Certo è che chi non paga attualmente le imposte, perché appartiene ad una di quelle categorie che beneficiano della “tolleranza” politica nei confronti dell’evasione, elettoralmente interessata e nel pieno disprezzo della legislazione vigente, continuerà in futuro a non pagarle se gli sarà assicurata una relativa impunità, sia nel caso in cui le aliquote per scaglione scenderanno tutte di uno o due punti percentuali, ed anche se si imporrà il sistema ancor più iniquo a due sole aliquote.
Per quanto riguarda Bossi – furente e volgare, a ruota libera davanti al suo miserabile popolume, del quale per l’occasione “parla la lingua”, ma sicuramente lucido e finalizzato ad ottenere precisi effetti politici ed elettorali in certe sue dichiarazioni pubbliche – nel tempo il suddetto non ha perso occasione per ricordarci pelosamente che il nord “paga le tasse”, insinuando che le pagherebbe anche per tutti gli altri.
Peccato che il nord, così come lo intende Bossi, è rappresentato esclusivamente dal grottesco, feroce e per fortuna minoritario popolume leghista, e questo richiamo frequente alle “tasse” che il nord pagherebbe per intero, fino all’ultimo euro, rivela la volontà di nascondere la vera sostanza del legame fra Bossi e il suo elettorato, quella più concreta e tangibile, cioè lo scambio “voti contro la possibilità dell’evasione”.
In quest’ottica va visto lo stesso federalismo fiscale – minaccia incombente per buona parte delle regioni italiane, comprese alcune regioni settentrionali che entrerebbero in serie ambasce –, il quale federalismo, nell’attuale versione leghista, si accompagna all’illusione, diffusa ad arte fra il popolume bossiano, che “i soldi resteranno a nord”, cioè nelle sue tasche.
I “soldi che restano nelle nostre tasche” rappresentano un’illusione pericolosa, che i fatti puntualmente smentiranno, e costituiscono, oggi, l’unica e la sola giustificazione del federalismo leghista capace di catturare il consenso dei cosiddetti ceti produttivi padani.
E pensare che nel 1993 l’ideologo leghista Gianfranco Miglio, a quel tempo eletto come indipendente nelle liste della Lega Nord e oggi quasi del tutto dimenticato, metteva in guardia contro i “falsi federalisti”, descrivendo un progetto federale [che comunque lo scrivente non condivide, è bene precisare subito] ben più ambizioso, complesso ed articolato di ciò che Bossi chiama federalismo, il quale prevedeva un governo direttoriale per garantire a tutte le repubbliche diritto di voto su materie importanti per l’intera federazione, la conseguente ricostruzione dello stato fin dalle sue fondamenta, sulla base di una rinnovata legalità, e infine un’ampia autonomia impositiva concessa ai municipi ed alle repubbliche federate …
Anche Miglio parlava, dal suo particolare punto di vista, di federalismo fiscale come passo decisivo della “rivoluzione”, senza il quale non ci potrebbe essere vero e compiuto federalismo, ma il fatto è che oggi il federalismo leghista sembra ridursi esclusivamente a questo – visto che le burocrazie politiche padane sono ormai del tutto interne al sistema di potere vigente – e rischia di provocare l’accentuarsi degli squilibri fra le regioni, rappresentando per l’intero paese una potente ed ulteriore spinta dissolutiva.
Il sogno ereditato da Miglio per una nuova costituzione federale di ampio respiro sembra essersi, dunque, definitivamente infranto, e ciò è accaduto, in buona sostanza, per la stessa natura del consenso leghista, ed anche del consenso berlusconiano, entrambi fondati sulla pratica del voto di scambio e dell’illegalità diffusa, nonché sulla tutela dell’interesse particolare di gruppi minoritari nella società italiana.
E’ impossibile fondare sull’illegalità diffusa una nuova legalità e nuove istituzioni degne di rispetto.
Il fondamento illegale ed anti-etico del berlusconismo e del leghismo bossiano dovrebbe risultare ormai chiaro come il sole alla generalità delle persone, ma così non è, purtroppo, perché ipocrisia, disinformazione e distrazione mediatica, imbecillità artificialmente diffusa impediscono di vedere la vera sostanza sulla quale si regge il loro potere.
Del resto, ricordando le parole dello scomparso professor Gianfranco Miglio, apprendiamo che In molti credono che questo sia il momento del demiurgo. Cioè del personaggio che arriva con poteri speciali, si impone e salva tutti. E’ un’idea profondamente antidemocratica, oltre che criminalmente stupida. [Gianfranco Miglio, Attenti al demiurgo!, Panorama, 16 aprile 1994].
Il demiurgo in questione, stigmatizzato come un pericolo immanente dal professor Miglio, non è altri che Silvio Berlusconi, quello stesso Berlusconi che oggi la Lega bossiana puntella instancabile, cercando di assicurargli la maggioranza, per evitare la sua uscita di scena e il conseguente allontanamento della burocrazia politica leghista dal governo di Roma …
E’ chiaro che uno come Gianfranco Miglio, il miglior intellettuale [se non l’unico] che la Lega ha avuto dalla sua parte fin dal debutto nella politica nazionale, non avrebbe visto di buon occhio le pretese berlusconiane, avanzate in questi ultimi anni di governo e di ampio consenso, di estendere i poteri e le prerogative del capo dell’esecutivo.
L’epoca di Berlusconi sembra però essere giunta alla fine, come ci rivelano molti segnali, a partire da quegli stessi sondaggi che hanno orientato il demiurgo “de noantri”e nel contempo influenzato il consenso, ed anche il 44esimo Rapporto Censis avverte che il lungo ciclo iniziato negli anni ottanta – quello del decisionismo e della voglia di governabilità che ha suscitato l’illusione antipolitica, ed ha portato alla verticalizzazione ed alla distruttiva “politica del fare” – è ormai arrivato al capolinea, dopo l’apogeo toccato nel primo decennio di questo secolo.
Se Berlusconi ha “spopolato” nei primi anni del nuovo millennio, il ruolo della sinistra politica sistemica, da quella liberalsocialista a quella ridicolmente chiamata radicale, o ancor più ironicamente massimalista, in questo decennio è sembrato non a torto secondario, decisamente minore.
In questi anni la sinistra è andata a rimorchio, e quando ha avuto responsabilità di governo, non solo non ha cercato di invertire la tendenza – combattendo ad esempio l’evasione, quanto meno la “piccola” evasione che non può rifugiarsi negli intangibili paradisi fiscali, rivalendosi di conseguenza sui gruppi sociali che la esprimono – ma, al contrario, ha dato il suo contributo al massacro dei lavoratori dipendenti, dei pensionati, dei giovani, della socialità in generale, fino allo “scippo” delle tredicesime operato dal secondo governo Prodi, che ha alimentato l’indimenticabile “tesoretto” di Prodi, Visco e Padoa-Schioppa lasciato in eredità a Berlusconi, Bossi e Tremonti [un extragettito “virtuoso” stimato in circa 10,7 miliardi di euro], secondo i suddetti frutto della lotta all’evasione …
Questa sinistra, totalmente priva di programmi politici e di idealità, ma non priva di rapaci burocrazie, se mai tornerà ad assumere responsabilità di governo, non si sognerà neppure di rispondere con un deciso “niet” alle richieste dei dominanti americani, anche se queste dovessero comportare lo smantellamento definitivo degli ultimi grandi gruppi industriali italiani [Eni, Finmeccanica, Fincantieri], non salverà ciò che rimane dello stato sociale e della scuola pubblica, non combatterà l’evasione fiscale e contributiva, a partire dalla “grande evasione”, e non si sognerà di contrastare concretamente ed efficacemente l’economia criminale propriamente detta, il lavoro nero, il sommerso.
Si tratta, insomma, di una sinistra mercenaria, lontanissima dai bisogni reali e dalle istanze concrete dei subalterni, che non avrà alcuna difficoltà a continuare sulla strada della flessibilizzazione del lavoro dipendente, supportando quella lotta di classe che in occidente è portata avanti dai globalisti, e nel contempo ad imporre privatizzazioni e liberalizzazioni a tutto vantaggio del grande capitale finanziario.
Per quanto riguarda i gruppi sociali definiti dallo scrivente, senza mezze misure o ipocrisie di sorta, i “cattivi” nel futuro scontro sociale in Italia, rileviamo che da qualche mese è stata costituita la R.ETE. Imprese Italia – in rappresentanza di oltre due milioni di piccole entità con circa quattordici milioni di addetti, fra botteghe, piccole imprese, laboratori artigianali e simili –, la quale nel suo breve manifesto sostiene che Il futuro del Paese è inscindibilmente legato alle piccole e medie imprese ed all’impresa diffusa, chiave di volta della sua competitività, struttura portante dell’economia reale e dei processi di sviluppo territoriale, luogo di integrazione e costruzione delle appartenenze. [Il Manifesto delle Imprese del Territorio]
In queste parole è contenuta parte significativa del dramma della società italiana e dei suoi assetti produttivi, perché dovrebbe essere ormai chiaro che la frantumazione del tessuto produttivo in una miriade di piccole entità esposte a tutte le intemperie e non di rado inefficienti, che sopravvivono grazie ai contratti di precarietà, al nero, alla compressione del costo del lavoro e all’evasione diffusa, in alcun modo può e potrà costituire un punto di forza, all’interno delle stesse logiche capitalistico-globaliste.
Questa associazione mercantile-industriale-artigianale dei piccoli e dei medio-piccoli, cioè dei più poveri fra i ricchi anche loro a rischio di ri-plebeizzazione negli anni venturi, è nata dal “Patto del Capranica” [maggio del 2010, Roma] che ha unito varie entità quali la Confcommercio che fu di Sergio Billè, Confartigianato, Confesercenti, Casartigiani, CNA, in rappresentanza, nella realtà sociale ed economica italiana, della piccola intermediazione commerciale, caratterizzata sostanzialmente da un pletora di botteghe che da decenni appesantiscono la rete distributiva nazionale, facendo lievitare i costi dei prodotti al dettaglio, e delle medio-piccole, piccole o piccolissime imprese, proliferate grazie da una serie di fenomeni economico-sociali pregressi in buona parte negativi, quali, ad esempio, la frantumazione del tessuto produttivo nazionale e la progressiva scomparsa [grazie a privatizzazioni e svendite] della grande industria, o la difficoltà di accesso a posti di lavoro stabili e decentemente retribuiti nel settore pubblico ed anche in quello privato.
Questi gruppi, come appare nei loro documenti, sostengono che Il federalismo fiscale può arginare il dilagare della spesa pubblica: il passaggio dalla spesa storica a quella standard per le funzioni essenziali delle Regioni e ai fabbisogni standard per il finanziamento delle funzioni fondamentali degli enti locali dovrebbe garantire il contenimento della spesa coniugata ad un miglioramento nella qualità della spesa. [Ripensare alla crescita del paese: strategie e scelte di medio termine]
Non li sfiora minimamente il dubbio che sulla questione della spesa pubblica, la quale trova sempre minor copertura nelle entrate fiscali, pesi come un macigno – quale importante ma non unico fattore, bene inteso – la questione dell’evasione, grande e piccola, questa ultima espressa da una parte non trascurabile dei loro affiliati.
Né considerano il piccolo particolare che una parte rilevante delle entrate delle regioni e degli altri enti locali territoriali deriva dai trasferimenti di risorse dal centro, e non dall’imposizione fiscale locale.
O meglio, chiedono per loro stessi nuove agevolazioni fiscali, con la solita scusa, trita e ritrita, dell’estensione della base occupazionale, ed un fisco meno oneroso, ma soltanto per le loro attività e per chi vuole diventare, in accordo con la propaganda neoliberista flessibilizzante, “imprenditore di se stesso”, naturalmente se dispone dei mezzi privati per poterlo fare.
Perfettamente nel solco della politica berlusconiana, i suddetti richiedono: la prosecuzione della detassazione della componente “di risultato” del salario, cioè quella più aleatoria e variabile, che riguarda essenzialmente straordinari e premi di produzione e che risulta vantaggiosa soprattutto per i datori di lavoro, la riforma dei contratti di lavoro nel senso voluto dal governo, da Confindustria e dalla Cisl, ed un rafforzamento degli Enti bilaterali, per scongiurare il riapparire di una più che giustificabile conflittualità, di matrice antagonistica, negli attuali rapporti di produzione.
Leggendo con la dovuta attenzione i testi disponibili in rete, la R.ETE. Imprese Italia – che parla esclusivamente per i “titolari”, è bene ricordarlo, e non certo per i molti milioni di dipendenti che in tali aziende lavorano – mostra di aderire pienamente alle politiche berlusconiane ed anche a quelle leghiste, a partire dal federalismo fiscale, e tutto questo non può certo essere privo di un chiaro significato politico e sociale.
Credere che sia possibile una saldatura fra costoro, da un lato, il lavoro operaio e quello dipendente in generale, dall’altro lato, fra costoro e quella parte del vecchio ceto medio che esprime, in qualità di dipendenti pubblici o privati, il lavoro intellettuale, fra costoro e i giovani in cerca di un’occupazione stabile e dignitosamente retribuita, fra costoro ed i precari della scuola e delle università, costituisce, per come la pensa lo scrivente, un esercizio di pura fantasia, o un modo subdolo per cercare di neutralizzare la sacrosanta protesta sociale che potrà montare, nei prossimi due o tre anni, anche in questo paese, imbrigliandola attraverso alleanze controproducenti e innaturali.
Nel novero dei “cattivi” rientrano a pieno titolo le burocrazie politiche dei partiti sistemici, svuotati di rappresentanza effettiva, ridotti ai minimi termini come numero di militanti attivi, portatori di programmi-fotocopia od anche di nessun programma politico definito [vedi in proposito il caso penoso del Pd], ma comunque dotati di costose strutture e di numerosi quadri “voraci”, che operano esclusivamente allo scopo di assicurarsi privilegi, lauti redditi personali e comode scorciatoie per la carriera.
Il peso dei predetti tende a diventare particolarmente intollerabile, in periodi di crisi, poiché si tratta di quasi cinquecentomila individui, consigli circoscrizionali, “consulenze” e portaborse compresi.
Data la numerosità degli “occupati in politica” e il peso che hanno nella società, la loro manifesta subalternità al mondo degli affari, la mancanza totale di idealità ben testimoniata da programmi politici “replicanti”, fotocopia o addirittura dall’assenza degli stessi [come se rappresentassero una protesi inutile], nonché la concordanza di interessi concreti e la corruttibilità che generalmente li caratterizza, da intendersi come propensione a scambiare qualsiasi cosa sia nella loro disponibilità [appalti e risorse pubbliche, pacchetti di voti, eccetera] con vantaggi personali ed immeritati benefit, li possiamo ormai considerare come un gruppo sociale a sé stante.
Un gruppo sociale compatto nel difendere i propri interessi, al di là delle apparenti differenze di schieramento, integralmente parassitario e scopertamente nocivo.
La prova che la politica minore dell’epoca si è trasformata in una “professione”, particolarmente lucrosa per chi riesce a raggiungere certi livelli, si è avuta innumerevoli volte in questi anni, ed infatti, molti parlamentari dell’opposizione sistemica sperano che Berlusconi riesca ad ottenere nuovamente la fiducia, in questo mese di dicembre del 2010, piuttosto di arrivare allo scioglimento delle camere e a nuove elezioni politiche, essenzialmente perché fanno parte di quegli oltre trecento membri del parlamento che non hanno ancora “maturato la pensione”.
Rilevante è anche il peso degli affiliati alla grande criminalità organizzata, che spesso si intreccia con la politica sistemica a tutti i livelli, quelli locali e quello nazionale, il che non significa considerare nel novero soltanto la manovalanza camorrista nei quartieri di Napoli, i gruppi di fuoco della camorra, della mafia e della ‘ndrangheta, ma anche i colletti bianchi, i professionisti di supporto, gli “impiegati” e simili figure sempre più essenziali, diffuse a sud come a nord della penisola.
L’Italia intera è attraversata da un gran numero di “zone grigie”, in cui l’illegalità si leva come una nebbia che rischia di avvolgere l’intero paese.
Queste “zone grigie” non di rado si sovrappongono, e così è, infatti, per quanto riguarda l’evasione e l’elusione fiscale, il lavoro nero e l’economia informale, il lavoro schiavo, la politica minore che si lascia corrompere da impresari e malavitosi, e purtroppo ciò risulta particolarmente vero per l’economia formalmente e penalmente definibile criminale, al punto che oggi si afferma che la capitale “finanziaria” della grande malavita organizzata è diventata quella Milano in cui si concentrano i “danè” e gli affari, e non è più la Palermo dei tradizionali “mammasantissima”.
Se il nord è territorio d’affari per la criminalità organizzata, è comunque nel sud che questa riesce ad espandersi, nella crisi generale della società italiana, estendendo progressivamente il controllo effettivo del territorio, quale stato nello stato, come risulta dal 44esimo Rapporto del Censis: La regione dove la presenza della criminalità organizzata e il controllo del territorio sono più pressanti è la Sicilia (dove il 52,3% dei Comuni presenta almeno un indicatore di criminalità organizzata, coinvolgendo l’83,1% della popolazione), segue la Puglia (con il 43% dei Comuni), la Calabria (38,4%) e la Campania (36,3%).
E’ persino evidente che l’espansione dello “stato di mafia” a sud, con importanti diramazioni affaristiche nel nord, è reso possibile dalla connessione sempre più stretta fra la criminalità organizzata e la politica sistemica, di maggioranza [Lega Nord compresa] e di minoranza.
Con oltre cento e quaranta mila iscritti in rappresentanza di imprese di ogni dimensione, ma in particolare di quella grande e media industria che è minoritaria in un tessuto produttivo frantumato in una miriade di piccole entità, Confindustria fa indubbiamente parte dei “cattivi” che animeranno il futuro scontro sociale in Italia.
Si può agevolmente notare che se da un lato questa organizzazione è interessata a spingere fino alle estreme conseguenze la manovra precarizzante e flessibilizzante nei confronti del lavoro dipendente, iniziata negli anni ottanta, proseguita negli ultimi due decenni e mai più arrestatasi, dichiarando pubblicamente di farlo in nome della “competitività”, dell’”efficienza”, della “produttività” – in una, in nome della Legge del Mercato –, dall’altro chiede continuamente iniezioni di soldi pubblici, in via diretta o indiretta, fino a spingere per la svendita del patrimonio dello stato e degli enti locali, risorse che una politica compiacente non ha avuto e non avrà difficoltà a sottrarre al welfare ed alla socialità nel suo complesso.
Confindustria, in poche parole, esprime la tendenza liberal-capitalistica consolidata a socializzare le perdite private ed a privatizzare le risorse collettive, agitando l’improbabile carota della creazione di nuovi posti di lavoro nel settore privato, e il bastone minaccioso dei licenziamenti e della disoccupazione.
Oltre all’incapacità manageriale e all’”arretratezza” che caratterizzano molta parte dell’industria privata italiana grande e piccola – diversa da quel “capitalismo della borghesia” tedesco che resiste meglio alla crisi –, dietro questa tendenza si nasconde neppure troppo bene la vera sostanza del Libero Mercato, fondato su espropri, razionamenti e ricatti socialmente intollerabili.
Un altro gruppo di “cattivi” è ben rappresentato dai quadri dei sindacati gialli – Cisl, Uil e Ugil – che hanno svenduto i diritti dei lavoratori e il loro stesso futuro, con accordi volti a demolire progressivamente sia la parte economica sia quella dei diritti nei rinnovi dei contratti nazionali di categoria, anzi, questi pseudo-sindacati partecipano attivamente all’attacco complessivo al lavoro, in qualità di truppe ascare, rendendosi immediatamente disponibili a supportare operazioni come quella della Fiat a Pomigliano, oppure per la “riforma” dello Contratto collettivo nazionale, ultimo baluardo dei lavoratori assieme allo Statuto dei Lavoratori del 1970, che con tutta evidenza si vogliono togliere rapidamente di mezzo.
Deroghe sempre più ampie al Ccnl nell'attesa di sostituirlo con un “contratto leggero” a tutele ridotte, attivazione degli Enti bilaterali, inerzia davanti all’approvazione in parlamento dell’arbitrato, accettazione del piano Marchionne per Pomigliano d’Arco, costituiscono il prezzo che un certo sindacalismo ha accettato di pagare – o meglio, ha deciso di far pagare a tutti i lavoratori – per il mantenimento dei suoi centri di potere e dei suoi privilegi.
Questo ultimo gruppo di “cattivi” – degnamente simboleggiato dalla figura di Raffaele Bonanni al vertice della Cisl, che è il pesce più grosso nello stagno putrescente del sindacalismo giallo – è particolarmente odioso, perché disposto a vendere anche la pelle dei propri stessi iscritti, che sono pur sempre lavoratori dipendenti minacciati quanto gli altri dalla de-emancipazione e dalla disoccupazione, in cambio del mantenimento di un potere ormai del tutto autoreferenziale.
In coda, è opportuno far riferimento a quei settori della magistratura che si sono costituiti, de facto e non de iure, in potere politico autonomo, con la pretesa di condizionare i governi – Prodi o Berlusconi non importa – per mantenere il proprio status di privilegio e “orientare” la politica nel senso voluto, mentre i processi, per la gente comune che in questo sistema non conta, si accumulano come montagne di pratiche inevase, poiché non garantiscono rapide carriere, lustro mediatico e non rientrano nella logica perversa della lotta fra poteri dello stato.
Così, all’inizio del 2009 i procedimenti civili pendenti erano cinque milioni e quattrocentomila, ed i procedimenti penali “non evasi” oltre tre milioni e duecentomila.
Questa incuria, della quale dovrebbe rispondere in primo luogo la magistratura, oltre a causare danni e sofferenze crescenti alla popolazione, alimenta l’abuso, la prevaricazione, la violenza e contribuisce a diffondere l’illegalità, nella fondata speranza che la pena potrà non arrivare mai, se i tempi medi sono lievitati negli anni a quasi mille giorni per il primo grado del processo e ad oltre mille e cinquecento per il giudizio di appello.
Gli attacchi al lavoro, l’evasione concessa, la giustizia inceppata, il garantismo castale, l’economia criminale tollerata, gli appalti truccati, i costi e le vistose inefficienze della politica liberaldemocratica non sono che altrettanti sintomi dell’estinzione dell’etica, il miglior humus per la diffusione dell’illegalità, e le principali ragioni endogene del futuro conflitto sociale nella penisola.
http://pauperclass.myblog.it/
venerdì 10 dicembre 2010
Buoni e cattivi nel futuro scontro sociale in Italia: Le sette piaghe d'Italia [capitolo primo]
di Eugenio Orso
Pubblico il primo capitolo di un mio breve saggio nel quale tratto la delicata questione dei “buoni” e dei “cattivi” nello scontro sociale [e politico] che in futuro potrà sconvolgere l’Italia. Seguiranno gli altri due capitoli.
Le sette piaghe d’Italia
Disoccupazione, sotto-occupazione e precarietà diffusa indotte dalle nuove dinamiche capitalistiche, bolla del debito pubblico che minaccia di esplodere e interessi sul debito in aumento, battaglia di retroguardia per “difendere l’euro” e la minaccia di un nuovo patto di stabilità imposto dall’Europa monetaria e commerciale su sollecitazione della Germania, bassa crescita del PIL dallo stesso punto di vista capitalista e sviluppista, imbarbarimento complessivo nella società aggravato dalla diffusione dell’illegalità, dell’evasione fiscale e dell’economia criminale, crisi politica permanente nel ferale crepuscolo di Berlusconi, pericolo di un integrale asservimento del paese, nel prossimo futuro, agli interessi della finanza americana, rappresentano le sette principali piaghe che affliggono il paese, gravi al punto che possono far passare in secondo piano le rivelazioni destabilizzanti di Wikileaks ed i sospetti di tangenti ai governanti italiani per affari energetici.
La prospettiva di medio periodo che l’Italia ha davanti è sicuramente negativa, con la possibilità che si trasformi in un incubo dissolutivo, in cui gruppi sociali e politici contrapposti, incattiviti dalla “coperta sempre più corta” delle risorse disponibili, si affronteranno in una lotta ai coltelli.
Centrale, come sempre, è la questione del lavoro, dell’occupazione e del reddito da lavoro dipendente o parasubordinato, che riguarda la maggioranza della popolazione e che sembra non lasciare scampo alle nuove generazioni.
O per meglio dire, sta diventando centrale la questione del non-lavoro, del lavoro occasionale, intermittente, a termine, la cui espansione, assieme a quella della disoccupazione e dell’esclusione perpetua o di lungo periodo dai processi produttivi, ha caratterizzato questo primo decennio del ventunesimo secolo.
La prima delle sette piaghe elencate, che in realtà si alimentano l’una con l’altra, a parere di chi scrive si rivelerà decisiva, perché esistono pur sempre dei limiti invalicabili, fisici e psicologici, all’espropriazione capitalistica e alla pressione esercitata sui subordinati.
Se questo è il vulnus, se la questione sociale, del lavoro, del welfare, dell’equa ripartizione del prodotto è sempre centrale – ed è etica, prima ancora che economica – sembra logico che il potere, in tutte le sue diramazioni e sfaccettature, da quella politico-sistemica a quella mediatico-accademica, nasconda tale questione e operi sempre più spesso una “diversione”, spostando l’attenzione su questioni talora secondarie, talaltra addirittura inesistenti.
I “bombardamenti” di informazioni ai quali tutti sono soggetti ed i giudizi contraddittori servono in realtà ad operare questa diversione.
Ha scritto il filosofo americano Noam Chomsky, come esito della sua riflessione sulle strategie di manipolazione di massa, che un elemento fondamentale del controllo sociale è, appunto, distogliere l’attenzione dai veri problemi, quelli rilevanti per la maggioranza, e dai cambiamenti imposti dal potere elitistico a suo esclusivo vantaggio, utilizzando il “diluvio informativo” per la distrazione continua e la diffusione di informazioni insignificanti.
Lo possiamo notare ogni giorno, perché queste tecniche di distrazione compendiate dalla disinformazione continua sono applicate per nascondere le grandi questioni sociali, rendendo illeggibile la realtà per molti milioni di persone.
In ciò, non vi è sostanziale differenza fra l’agire del versante destro dell’unico Partito della Riproduzione Capitalistica, rispetto all’agire di quello sinistro, e per quanto riguarda nello specifico l’Italia, politica ufficiale, media e informazione, complici gli ambienti accademici e quasi tutti i sindacati, occultano sapientemente la questione sociale.
Se gli studenti e i precari della scuola insorgono in tutte le città italiane, occupando istituti e facoltà, bloccando il traffico, cercando di entrare nei palazzi del potere, scontrandosi con una polizia sempre più aggressiva, si diffonde ad arte la notizia che la riforma della scuola è ormai definitivamente passata in parlamento – cosa non vera – e che i dimostranti possono tornarsene a casa, perché ormai hanno perso la battaglia ed i massacratori della pubblica istruzione hanno trionfato.
In tempi recenti, le uova lanciate da operai esasperati contro le sedi dei sindacati “gialli” Cisl e Uil, e contro quelle di Confindustria, hanno fornito il pretesto non certo per informare sulla drammatica situazione del lavoro operaio e dipendente nella penisola, ma per poter accusare di “squadrismo”, colorato di rosso ma con tendenza al nero, i lavoratori a rischio di disoccupazione, spingendosi fino a paventare la ricomparsa di una nuova minaccia terroristica interna.
Al crepuscolo di Berlusconi, attaccato da più parti e non propriamente gradito all’amministrazione americana, come è messo bene in evidenza nei documenti di Wikileaks che lo riguardano, si sommano le faide politiche interne alla sua stessa maggioranza di governo, in via di progressivo sfacimento, ed un prolungato immobilismo nel governo del paese, se continuerà per molti mesi, rischierà di accentuare il rischio di un’implosione sistemica complessiva.
Intanto si cerca di far passare la riforma della scuola, in parlamento, e l’ugualmente perniciosa “riforma” del contratto nazionale di lavoro a livello sindacale, vincendo le forti resistenze Fiom all’interno della Cgil, passaggio fondamentale che nelle intenzioni flessibilizzanti di Confindustria e di larga parte dello spettro politico sistemico dovrebbe accompagnarsi alla demolizione dello Statuto dei Lavoratori.
Se Berlusconi nonostante la sua strenua resistenza cadrà nel giro di un paio di mesi, o addirittura entro la fine del 2010, un governo istituzionale o un nuovo governo uscito da elezioni che già si profilano con un esito incerto, porterà comunque avanti le politiche contro il lavoro, contro la scuola, contro la socialità, a tutto beneficio della finanza internazionale privatizzatrice, che vuole soddisfare anche in Italia i suoi inesauribili appetiti.
Che sia Montezemolo, oppure Casini, o Bersani, o Fini a sostituire Berlusconi, le criminose politiche economico-finanziarie antisociali rivolte contro gli interessi della maggioranza della popolazione, e perciò contro gli interessi del paese, non solo non cambieranno, ma si approfondiranno, perché l’obbiettivo sarà sempre quello di rivalersi sui redditi da lavoro dipendente, sulle pensioni e sugli “sprechi” dello stato sociale.
Nel frattempo, permane immutata l’incognita del debito pubblico [destinato ad approssimare e forse a superare i duemila miliardi di euro], e quella del peso degli interessi sul debito, fattori che possono scatenare la speculazione internazionale sempre in agguato, nonostante gli elogi rivolti a Tremonti per la sua azione di contenimento del debito.
Lo spread con il bund tedesco tenderà a lievitare, rendendo sempre più difficile e oneroso piazzare i titoli del debito pubblico.
Sono ipotizzabili fin d’ora la centralizzazione delle politiche economico-sociali degli stati “per difendere l’euro”, con una nuova e più stretta camicia di forza imposta alle economie europee più deboli, attraverso uno stringente patto di stabilità che è in cantiere, ed un presumibile aumento della spesa per interessi in un paese in bilico come l’Italia.
Sotto la vaga espressione di “Mercati ed Investitori”, infatti, si nascondono gli animal spirits dei globalisti necrofori, i quali attendono come avvoltoi che cadano una ad una le tessere meno solide del mosaico europeo, e meglio se si tratterà di un boccone grosso, ben più grande e succulento della piccola Grecia.
Far fuori Berlusconi, il PdL e [soprattutto] la Lega sono, in sé, cose buone e giuste, ma quello che ci attende, nel dopo, non è una liberazione da celebrare, come credono il Popolo Viola ed i supporters dell’Italia dei Valori, bensì il colpo di mannaia definitivo.
Il successore di Berlusconi, con buona probabilità, sarà un “Quisling” della classe globale americana ed opererà totalmente, sul piano interno come su quello della politica estera, per tutelarne gli interessi a scapito di quelli dell’intero paese.
Da quel di Soci, in Russia, il clownesco nottambulo ultrasettantenne di Arcore sembra ancora una volta blandire i “pettegolezzi” diplomatici che lo riguardano direttamente, resi pubblici dal sito Wikileaks, in quanto si tratterebbe del chiacchiericcio di funzionari dell’amministrazione americana da lui definti di secondo piano.
Secondo quanto dichiara pubblicamente Berlusconi, i giudizi fastidiosi dati sulla sua persona non devono essere enfatizzati e, soprattutto, non bisogna credere che il premier-nottambulo, oltre alle continue “feste selvagge” con droga e minorenni, sia rimasto invischiato in una sorta di tangentopoli internazionale, per quanto riguarda gli accordi energetici con la Russia, con la promessa a Berlusconi di una percentuale, a detta di Ronald Spogli [ambasciatore americano a Roma che riporta la “soffiata” dell’ambasciatore georgiano in Italia], per i gasdotti realizzati da Gazprom in collaborazione con Eni.
I funzionari americani “di secondo piano” che avrebbero sparlato di lui, avrebbero ricavato certe informazioni dalla solita stampa che denigra il cavaliere, quella di “sinistra” che lo tiene costantemente sotto tiro.
Se negli accordi energetici di lungo periodo l’Eni ha mostrato di avere un grande potere, anche sul piano politico, queste complesse trame si sono sviluppate con continuità durante il periodo dell’esecutivo di Romano Prodi [dal maggio del 2006 al maggio del 2008], quando Berlusconi non era al governo.
Va anche precisato, inoltre, che nonostante l’attivazione di partnership internazionali contrarie agli interessi strategici americani, nonostante l’intesa fra Eni e Gazprom e gli accordi del 2008 con la Libia, i benefici occupazionali millantati per i lavoratori dipendenti e i pensionati, per la maggioranza della popolazione perseguitata dallo spettro della precarietà, da costi della vita insostenibili in rapporto ai redditi – ivi compresi i costi dell’energia per il riscaldamento domestico e quelli della benzina alla pompa –, puntualmente non si sono visti ed il processo di impoverimento e de-emancipazione è continuato senza inversioni di tendenza.
Ciò che ha contato più di ogni altra cosa sono le imposizioni globaliste in materia economica, finanziaria e commerciale, filtrate attraverso il FMI, la BCE e la UE.
Nell'attesa del disarcionamento definitivo del cavaliere, che in questi ultimi mesi è sembrato più difficile del previsto nonostante la secessione finiana, dalla recente presentazione del 44esimo Rapporto Censis sulla situazione sociale del paese [2010] apprendiamo, grazie al sociologo Giuseppe De Rita, che leaderismo e carisma non seducono più le masse, e che gli italiani sono stanchi della personalizzazione della politica, con circa il 71% degli stessi che comincia ad accorgersi della gravità della situazione economica e non ritiene che sia il caso di ampliare i poteri del capo del governo.
Alla caduta di Berlusconi, che resiste caparbiamente nei palazzi pubblici e privati temendo di finire, una volta uscito da lì, fra le grinfie di una magistratura autoreferenziale e vendicativa, e di vedere il suo impero privato fatto a pezzettini, non farà certo seguito l’estinzione immediata del cosiddetto berlusconismo, poiché questa cancrena politica, culturale e sociale – che non è una forma nuova di populismo antagonista, ma soltanto un esito spregevole della liberaldemocrazia italiana – continuerà nella sua azione nefasta e con essa proseguirà la deleteria azione leghista nel nord della penisola.
http://pauperclass.myblog.it/
di Eugenio Orso
Pubblico il primo capitolo di un mio breve saggio nel quale tratto la delicata questione dei “buoni” e dei “cattivi” nello scontro sociale [e politico] che in futuro potrà sconvolgere l’Italia. Seguiranno gli altri due capitoli.
Le sette piaghe d’Italia
Disoccupazione, sotto-occupazione e precarietà diffusa indotte dalle nuove dinamiche capitalistiche, bolla del debito pubblico che minaccia di esplodere e interessi sul debito in aumento, battaglia di retroguardia per “difendere l’euro” e la minaccia di un nuovo patto di stabilità imposto dall’Europa monetaria e commerciale su sollecitazione della Germania, bassa crescita del PIL dallo stesso punto di vista capitalista e sviluppista, imbarbarimento complessivo nella società aggravato dalla diffusione dell’illegalità, dell’evasione fiscale e dell’economia criminale, crisi politica permanente nel ferale crepuscolo di Berlusconi, pericolo di un integrale asservimento del paese, nel prossimo futuro, agli interessi della finanza americana, rappresentano le sette principali piaghe che affliggono il paese, gravi al punto che possono far passare in secondo piano le rivelazioni destabilizzanti di Wikileaks ed i sospetti di tangenti ai governanti italiani per affari energetici.
La prospettiva di medio periodo che l’Italia ha davanti è sicuramente negativa, con la possibilità che si trasformi in un incubo dissolutivo, in cui gruppi sociali e politici contrapposti, incattiviti dalla “coperta sempre più corta” delle risorse disponibili, si affronteranno in una lotta ai coltelli.
Centrale, come sempre, è la questione del lavoro, dell’occupazione e del reddito da lavoro dipendente o parasubordinato, che riguarda la maggioranza della popolazione e che sembra non lasciare scampo alle nuove generazioni.
O per meglio dire, sta diventando centrale la questione del non-lavoro, del lavoro occasionale, intermittente, a termine, la cui espansione, assieme a quella della disoccupazione e dell’esclusione perpetua o di lungo periodo dai processi produttivi, ha caratterizzato questo primo decennio del ventunesimo secolo.
La prima delle sette piaghe elencate, che in realtà si alimentano l’una con l’altra, a parere di chi scrive si rivelerà decisiva, perché esistono pur sempre dei limiti invalicabili, fisici e psicologici, all’espropriazione capitalistica e alla pressione esercitata sui subordinati.
Se questo è il vulnus, se la questione sociale, del lavoro, del welfare, dell’equa ripartizione del prodotto è sempre centrale – ed è etica, prima ancora che economica – sembra logico che il potere, in tutte le sue diramazioni e sfaccettature, da quella politico-sistemica a quella mediatico-accademica, nasconda tale questione e operi sempre più spesso una “diversione”, spostando l’attenzione su questioni talora secondarie, talaltra addirittura inesistenti.
I “bombardamenti” di informazioni ai quali tutti sono soggetti ed i giudizi contraddittori servono in realtà ad operare questa diversione.
Ha scritto il filosofo americano Noam Chomsky, come esito della sua riflessione sulle strategie di manipolazione di massa, che un elemento fondamentale del controllo sociale è, appunto, distogliere l’attenzione dai veri problemi, quelli rilevanti per la maggioranza, e dai cambiamenti imposti dal potere elitistico a suo esclusivo vantaggio, utilizzando il “diluvio informativo” per la distrazione continua e la diffusione di informazioni insignificanti.
Lo possiamo notare ogni giorno, perché queste tecniche di distrazione compendiate dalla disinformazione continua sono applicate per nascondere le grandi questioni sociali, rendendo illeggibile la realtà per molti milioni di persone.
In ciò, non vi è sostanziale differenza fra l’agire del versante destro dell’unico Partito della Riproduzione Capitalistica, rispetto all’agire di quello sinistro, e per quanto riguarda nello specifico l’Italia, politica ufficiale, media e informazione, complici gli ambienti accademici e quasi tutti i sindacati, occultano sapientemente la questione sociale.
Se gli studenti e i precari della scuola insorgono in tutte le città italiane, occupando istituti e facoltà, bloccando il traffico, cercando di entrare nei palazzi del potere, scontrandosi con una polizia sempre più aggressiva, si diffonde ad arte la notizia che la riforma della scuola è ormai definitivamente passata in parlamento – cosa non vera – e che i dimostranti possono tornarsene a casa, perché ormai hanno perso la battaglia ed i massacratori della pubblica istruzione hanno trionfato.
In tempi recenti, le uova lanciate da operai esasperati contro le sedi dei sindacati “gialli” Cisl e Uil, e contro quelle di Confindustria, hanno fornito il pretesto non certo per informare sulla drammatica situazione del lavoro operaio e dipendente nella penisola, ma per poter accusare di “squadrismo”, colorato di rosso ma con tendenza al nero, i lavoratori a rischio di disoccupazione, spingendosi fino a paventare la ricomparsa di una nuova minaccia terroristica interna.
Al crepuscolo di Berlusconi, attaccato da più parti e non propriamente gradito all’amministrazione americana, come è messo bene in evidenza nei documenti di Wikileaks che lo riguardano, si sommano le faide politiche interne alla sua stessa maggioranza di governo, in via di progressivo sfacimento, ed un prolungato immobilismo nel governo del paese, se continuerà per molti mesi, rischierà di accentuare il rischio di un’implosione sistemica complessiva.
Intanto si cerca di far passare la riforma della scuola, in parlamento, e l’ugualmente perniciosa “riforma” del contratto nazionale di lavoro a livello sindacale, vincendo le forti resistenze Fiom all’interno della Cgil, passaggio fondamentale che nelle intenzioni flessibilizzanti di Confindustria e di larga parte dello spettro politico sistemico dovrebbe accompagnarsi alla demolizione dello Statuto dei Lavoratori.
Se Berlusconi nonostante la sua strenua resistenza cadrà nel giro di un paio di mesi, o addirittura entro la fine del 2010, un governo istituzionale o un nuovo governo uscito da elezioni che già si profilano con un esito incerto, porterà comunque avanti le politiche contro il lavoro, contro la scuola, contro la socialità, a tutto beneficio della finanza internazionale privatizzatrice, che vuole soddisfare anche in Italia i suoi inesauribili appetiti.
Che sia Montezemolo, oppure Casini, o Bersani, o Fini a sostituire Berlusconi, le criminose politiche economico-finanziarie antisociali rivolte contro gli interessi della maggioranza della popolazione, e perciò contro gli interessi del paese, non solo non cambieranno, ma si approfondiranno, perché l’obbiettivo sarà sempre quello di rivalersi sui redditi da lavoro dipendente, sulle pensioni e sugli “sprechi” dello stato sociale.
Nel frattempo, permane immutata l’incognita del debito pubblico [destinato ad approssimare e forse a superare i duemila miliardi di euro], e quella del peso degli interessi sul debito, fattori che possono scatenare la speculazione internazionale sempre in agguato, nonostante gli elogi rivolti a Tremonti per la sua azione di contenimento del debito.
Lo spread con il bund tedesco tenderà a lievitare, rendendo sempre più difficile e oneroso piazzare i titoli del debito pubblico.
Sono ipotizzabili fin d’ora la centralizzazione delle politiche economico-sociali degli stati “per difendere l’euro”, con una nuova e più stretta camicia di forza imposta alle economie europee più deboli, attraverso uno stringente patto di stabilità che è in cantiere, ed un presumibile aumento della spesa per interessi in un paese in bilico come l’Italia.
Sotto la vaga espressione di “Mercati ed Investitori”, infatti, si nascondono gli animal spirits dei globalisti necrofori, i quali attendono come avvoltoi che cadano una ad una le tessere meno solide del mosaico europeo, e meglio se si tratterà di un boccone grosso, ben più grande e succulento della piccola Grecia.
Far fuori Berlusconi, il PdL e [soprattutto] la Lega sono, in sé, cose buone e giuste, ma quello che ci attende, nel dopo, non è una liberazione da celebrare, come credono il Popolo Viola ed i supporters dell’Italia dei Valori, bensì il colpo di mannaia definitivo.
Il successore di Berlusconi, con buona probabilità, sarà un “Quisling” della classe globale americana ed opererà totalmente, sul piano interno come su quello della politica estera, per tutelarne gli interessi a scapito di quelli dell’intero paese.
Da quel di Soci, in Russia, il clownesco nottambulo ultrasettantenne di Arcore sembra ancora una volta blandire i “pettegolezzi” diplomatici che lo riguardano direttamente, resi pubblici dal sito Wikileaks, in quanto si tratterebbe del chiacchiericcio di funzionari dell’amministrazione americana da lui definti di secondo piano.
Secondo quanto dichiara pubblicamente Berlusconi, i giudizi fastidiosi dati sulla sua persona non devono essere enfatizzati e, soprattutto, non bisogna credere che il premier-nottambulo, oltre alle continue “feste selvagge” con droga e minorenni, sia rimasto invischiato in una sorta di tangentopoli internazionale, per quanto riguarda gli accordi energetici con la Russia, con la promessa a Berlusconi di una percentuale, a detta di Ronald Spogli [ambasciatore americano a Roma che riporta la “soffiata” dell’ambasciatore georgiano in Italia], per i gasdotti realizzati da Gazprom in collaborazione con Eni.
I funzionari americani “di secondo piano” che avrebbero sparlato di lui, avrebbero ricavato certe informazioni dalla solita stampa che denigra il cavaliere, quella di “sinistra” che lo tiene costantemente sotto tiro.
Se negli accordi energetici di lungo periodo l’Eni ha mostrato di avere un grande potere, anche sul piano politico, queste complesse trame si sono sviluppate con continuità durante il periodo dell’esecutivo di Romano Prodi [dal maggio del 2006 al maggio del 2008], quando Berlusconi non era al governo.
Va anche precisato, inoltre, che nonostante l’attivazione di partnership internazionali contrarie agli interessi strategici americani, nonostante l’intesa fra Eni e Gazprom e gli accordi del 2008 con la Libia, i benefici occupazionali millantati per i lavoratori dipendenti e i pensionati, per la maggioranza della popolazione perseguitata dallo spettro della precarietà, da costi della vita insostenibili in rapporto ai redditi – ivi compresi i costi dell’energia per il riscaldamento domestico e quelli della benzina alla pompa –, puntualmente non si sono visti ed il processo di impoverimento e de-emancipazione è continuato senza inversioni di tendenza.
Ciò che ha contato più di ogni altra cosa sono le imposizioni globaliste in materia economica, finanziaria e commerciale, filtrate attraverso il FMI, la BCE e la UE.
Nell'attesa del disarcionamento definitivo del cavaliere, che in questi ultimi mesi è sembrato più difficile del previsto nonostante la secessione finiana, dalla recente presentazione del 44esimo Rapporto Censis sulla situazione sociale del paese [2010] apprendiamo, grazie al sociologo Giuseppe De Rita, che leaderismo e carisma non seducono più le masse, e che gli italiani sono stanchi della personalizzazione della politica, con circa il 71% degli stessi che comincia ad accorgersi della gravità della situazione economica e non ritiene che sia il caso di ampliare i poteri del capo del governo.
Alla caduta di Berlusconi, che resiste caparbiamente nei palazzi pubblici e privati temendo di finire, una volta uscito da lì, fra le grinfie di una magistratura autoreferenziale e vendicativa, e di vedere il suo impero privato fatto a pezzettini, non farà certo seguito l’estinzione immediata del cosiddetto berlusconismo, poiché questa cancrena politica, culturale e sociale – che non è una forma nuova di populismo antagonista, ma soltanto un esito spregevole della liberaldemocrazia italiana – continuerà nella sua azione nefasta e con essa proseguirà la deleteria azione leghista nel nord della penisola.
http://pauperclass.myblog.it/
martedì 7 dicembre 2010
COMUNISMO E LIBERAZIONE NAZIONALE
Popolo e nazione
Una delle contraddizioni apparentemente più inspiegabili di questi anni è la coincidenza tra crisi delle grandi visioni del mondo globali e ideologiche, con le relative appartenenze politico-culturali, e il manifestarsi di ondate nazionaliste che ripropongono una forte appartenenza etnico-culturale e una riproposizione delle "radici" di individui e collettività territorialmente fondate.
Di fronte a questa contraddizione che assume caratteri così inediti la sinistra ha certamente necessità di una rifondazione che riguardi anche l’analisi del problema nazionale ed etnico-culturale.
Non sono del tutto persuaso che a questo proposito il vero limite della cultura marxista sia quello di essersi limitata a un approccio di classe ed economicista. I diversi movimenti che si sono ispirati al socialismo e al comunismo hanno avuto impostazioni complesse e differenziate sul tema nazionalitario, ed è troppo facile ridurre il marxismo alla sua vulgata superficiale o propagandistica.
Il comunismo prima di Marx rifiutava il concetto di nazione (vedi Fourier) perché lo identificava con gli Stati borghesi allora esistenti, divisi e belligeranti. Veniva contrapposto un universalismo dei popoli che si opponeva ai patriottismi. In seguito, con Marx ed Engels viene sottoposta a critica la "triviale retorica" della fratellanza universale dei popoli, e si sceglie una analisi che storicizza il rapporto tra i popoli e tra popolo e nazione, legandolo al contesto dei rapporti sociali. Nello stesso tempo i fondatori del socialismo scientifico erano convinti che gli antagonismi nazionali dei popoli fossero un fenomeno arcaico, destinato a scomparire con lo sviluppo della borghesia, e ancor di più con il dominio del proletariato.
Operai senza patria
Il comunismo marxista ha quindi accolto plurali interpretazioni del concetto di nazione. Innanzitutto vi è la convinzione che gli operai non hanno patria. Le lotte nazionali (contro la borghesia nazionale del proprio paese) sono per il "Manifesto del partito comunista" decisive per sconfiggere l’avversario di classe, ma in un contesto "internazionalista".
Nell’Ottocento di Marx le nazioni tendono a coincidere con confini decisi dai ceti dominanti e "forti" dei paesi capitalistici, e lo scenario che si propone allo sguardo è quello di guerre nazionali con evidenti motivazioni economiche1.
Per il marxismo classico, dunque, le nazioni coincidono con le frontiere statali (distinguendo, poi, tra nazioni storiche e non), e l’attenzione è rivolta solo marginalmente all’appartenenza etnico-culturale dei popoli. Inoltre, Marx aveva grande ammirazione per il delinearsi di un pianeta in comunicazione complessiva, affascinato da un mondo che poteva entrare in collegamento da un continente all’altro: di qui l’enfatizzazione, "storicamente determinata", dell’internazionalismo, più che del nazionalismo2. Ma, non va dimenticato, alla parola internazionalismo veniva aggiunto, nella vulgata leninista, il termine "proletario", ad indicare non un privilegio del contatto/incontro tra Stati, ma tra classi subalterne dei vari paesi. Un afflato unificante che aveva un esplicito contenuto di "modernizzazione", contro vecchi e sanguinosi colonialismi, contro le politiche imperiali del capitalismo, contro le frontiere artificiosamente costruite dalle borghesie nazionali.
È quasi banale ricordare come oggi la situazione assuma contorni profondamente nuovi. Lo Stato-nazione è in declino, si propone con forza l’interdipendenza o l’ipotesi di un governo mondiale. Ma, al contrario di quanto auspicava il marxismo e il comunismo, questo declino degli Stati-nazione e questo collegamento universale tra paesi avviene tutto in un contesto di omogeneizzazione e di tendenziale cancellazione delle differenze e delle diversità, sotto il dominio del più forte (i paesi maggiormente industrializzati e dotati di un potente e sofisticato armamento bellico).
Per un territorio autogovernato
I movimenti di liberazione nazionale diventano oggi una forma decisiva del conflitto contemporaneo proprio perché mettono in discussione non sono il dominio sul e nel proprio territorio, ma anche i confini nazionali prodotti da guerre e rapporti di forza nel corso della storia. Viene recuperato un pezzo dell’identità collettiva (l’appartenenza etnico-culturale) e ciò in contraddizione con le frontiere nazionale/statali date.
Indubbiamente vi è qualcosa di ambiguo e di pericoloso in una enfatizzazione del nazionalismo, anche in chiave di liberazione. I movimenti nazionalitari possono essere la premessa (e in passato è spesso stato così) per ulteriori ostilità anche armate tra gruppi vicini in contrapposizione atavica, oggi comode pedine per gli stravolgimenti degli equilibri mondiali scossi dal crollo del blocco sovietico.
Esiste un approccio reazionario e regressivo al nazionalismo, ed esiste un approccio dinamico e fecondo (la rivendicazione di un territorio autoregolato, autogovernato, autocentrato). Il rispetto e la valorizzazione delle differenze culturali, talora legate alle questioni etniche, può scivolare facilmente in una moderna forma di razzismo, che frammenta e disgrega ulteriormente, che risveglia attriti facilmente strumentali a giochi di potere e di classe. L’ombra di un neo-fascismo e di un neo-nazismo (magari sotto altre spoglie e colori) che muova da una radicalizzazione delle contrapposizioni etnico-nazionaliste non è affatto improbabile o fantastica.
Eppure, in una prospettiva comunista, sarebbe assolutamente inadeguato un giudizio liquidatorio od unilaterale sui fenomeni nazionalitari di questi anni. Né si può evitare di distinguere tra Stato-nazione e nazione come aggregato etnico-politico-culturale. L’Intifada palestinese, come ha scritto il noto cronista di "Time" Lance Morrow, dal 1987 non è riuscita a conquistarsi uno Stato, ma sta costruendo una nazione: un significativo esempio della portata di lotte e movimenti su base etnico-culturale.
L’incontenibile ricchezza delle diversità
Le potenzialità positive di un rinnovato espandersi di movimenti di liberazione nazionale sta anche nella controtendenza rispetto alla dissoluzione delle regole del diritto internazionale e alla crisi delle Nazioni Unite. Da tempo si pone il problema di rifondare il diritto internazionale e la stessa ONU, e tanto più è urgente oggi dopo che il tracollo economico-militare, e poi lo scioglimento dell’Unione Sovietica ha fatto saltare unilateralmente Yalta con la motivazione, imperdonabilmente ingenua, di favorire una nuova prospettiva di pacifici ed equilibrati rapporti internazionali. In realtà al mondo di Yalta si è sostituito un mondo in cui l’occidente a guida statunitense ripropone la sua tradizionale politica di potenza sotto le spoglie di un governo mondiale, sulla pelle di popoli e culture, adducendo in molti casi il pretesto del destino del pianeta (destino energetico, economico, politico: così è stato con la guerra del Golfo). Un governo mondiale già operante, che marginalizza completamente le opposizioni nazionali e sostituisce all’idea (pur discutibile e limitata) di un "parlamento mondiale" la pratica di un esecutivo planetario degli esecutivi nazionali. È dunque di piena attualità ridiscutere di autodeterminazione dei popoli, di movimenti di liberazione nazionale, di internazionalismo.
Una rifondata critica comunista può valorizzare anche in quest’ambito il meglio del proprio patrimonio e saper mutare rigidità e vecchi schemi assumendo temi e fondamenti di altre culture e altri movimenti. Mentre una sinistra omologata e perdente propone di contrapporre alle disintegrazioni nazionaliste l’integrazione in organismi sovranazionali come la Nato, una sinistra capace di superare le compatibilità esistenti e la subalternità al dato deve stimolare e accogliere le controtendenze che promuovono la ricchezza delle diversità, incontenibili e irriducibili, in un quadro di rapporti pacifici e non violenti tra popoli ed etnie.
Fabio giovannini
1 Vedi su questi aspetti il saggio di Luigi Cortesi, Il socialismo e la guerra, in Aa.Vv., Guerre e pace nel mondo contemporaneo, Istituto Universitario Orientale, Napoli, 1985.
2 Vedi Renato Monteleone, Marxismo, internazionalismo e questione nazionale, Loescher, Torino, 1982.
Popolo e nazione
Una delle contraddizioni apparentemente più inspiegabili di questi anni è la coincidenza tra crisi delle grandi visioni del mondo globali e ideologiche, con le relative appartenenze politico-culturali, e il manifestarsi di ondate nazionaliste che ripropongono una forte appartenenza etnico-culturale e una riproposizione delle "radici" di individui e collettività territorialmente fondate.
Di fronte a questa contraddizione che assume caratteri così inediti la sinistra ha certamente necessità di una rifondazione che riguardi anche l’analisi del problema nazionale ed etnico-culturale.
Non sono del tutto persuaso che a questo proposito il vero limite della cultura marxista sia quello di essersi limitata a un approccio di classe ed economicista. I diversi movimenti che si sono ispirati al socialismo e al comunismo hanno avuto impostazioni complesse e differenziate sul tema nazionalitario, ed è troppo facile ridurre il marxismo alla sua vulgata superficiale o propagandistica.
Il comunismo prima di Marx rifiutava il concetto di nazione (vedi Fourier) perché lo identificava con gli Stati borghesi allora esistenti, divisi e belligeranti. Veniva contrapposto un universalismo dei popoli che si opponeva ai patriottismi. In seguito, con Marx ed Engels viene sottoposta a critica la "triviale retorica" della fratellanza universale dei popoli, e si sceglie una analisi che storicizza il rapporto tra i popoli e tra popolo e nazione, legandolo al contesto dei rapporti sociali. Nello stesso tempo i fondatori del socialismo scientifico erano convinti che gli antagonismi nazionali dei popoli fossero un fenomeno arcaico, destinato a scomparire con lo sviluppo della borghesia, e ancor di più con il dominio del proletariato.
Operai senza patria
Il comunismo marxista ha quindi accolto plurali interpretazioni del concetto di nazione. Innanzitutto vi è la convinzione che gli operai non hanno patria. Le lotte nazionali (contro la borghesia nazionale del proprio paese) sono per il "Manifesto del partito comunista" decisive per sconfiggere l’avversario di classe, ma in un contesto "internazionalista".
Nell’Ottocento di Marx le nazioni tendono a coincidere con confini decisi dai ceti dominanti e "forti" dei paesi capitalistici, e lo scenario che si propone allo sguardo è quello di guerre nazionali con evidenti motivazioni economiche1.
Per il marxismo classico, dunque, le nazioni coincidono con le frontiere statali (distinguendo, poi, tra nazioni storiche e non), e l’attenzione è rivolta solo marginalmente all’appartenenza etnico-culturale dei popoli. Inoltre, Marx aveva grande ammirazione per il delinearsi di un pianeta in comunicazione complessiva, affascinato da un mondo che poteva entrare in collegamento da un continente all’altro: di qui l’enfatizzazione, "storicamente determinata", dell’internazionalismo, più che del nazionalismo2. Ma, non va dimenticato, alla parola internazionalismo veniva aggiunto, nella vulgata leninista, il termine "proletario", ad indicare non un privilegio del contatto/incontro tra Stati, ma tra classi subalterne dei vari paesi. Un afflato unificante che aveva un esplicito contenuto di "modernizzazione", contro vecchi e sanguinosi colonialismi, contro le politiche imperiali del capitalismo, contro le frontiere artificiosamente costruite dalle borghesie nazionali.
È quasi banale ricordare come oggi la situazione assuma contorni profondamente nuovi. Lo Stato-nazione è in declino, si propone con forza l’interdipendenza o l’ipotesi di un governo mondiale. Ma, al contrario di quanto auspicava il marxismo e il comunismo, questo declino degli Stati-nazione e questo collegamento universale tra paesi avviene tutto in un contesto di omogeneizzazione e di tendenziale cancellazione delle differenze e delle diversità, sotto il dominio del più forte (i paesi maggiormente industrializzati e dotati di un potente e sofisticato armamento bellico).
Per un territorio autogovernato
I movimenti di liberazione nazionale diventano oggi una forma decisiva del conflitto contemporaneo proprio perché mettono in discussione non sono il dominio sul e nel proprio territorio, ma anche i confini nazionali prodotti da guerre e rapporti di forza nel corso della storia. Viene recuperato un pezzo dell’identità collettiva (l’appartenenza etnico-culturale) e ciò in contraddizione con le frontiere nazionale/statali date.
Indubbiamente vi è qualcosa di ambiguo e di pericoloso in una enfatizzazione del nazionalismo, anche in chiave di liberazione. I movimenti nazionalitari possono essere la premessa (e in passato è spesso stato così) per ulteriori ostilità anche armate tra gruppi vicini in contrapposizione atavica, oggi comode pedine per gli stravolgimenti degli equilibri mondiali scossi dal crollo del blocco sovietico.
Esiste un approccio reazionario e regressivo al nazionalismo, ed esiste un approccio dinamico e fecondo (la rivendicazione di un territorio autoregolato, autogovernato, autocentrato). Il rispetto e la valorizzazione delle differenze culturali, talora legate alle questioni etniche, può scivolare facilmente in una moderna forma di razzismo, che frammenta e disgrega ulteriormente, che risveglia attriti facilmente strumentali a giochi di potere e di classe. L’ombra di un neo-fascismo e di un neo-nazismo (magari sotto altre spoglie e colori) che muova da una radicalizzazione delle contrapposizioni etnico-nazionaliste non è affatto improbabile o fantastica.
Eppure, in una prospettiva comunista, sarebbe assolutamente inadeguato un giudizio liquidatorio od unilaterale sui fenomeni nazionalitari di questi anni. Né si può evitare di distinguere tra Stato-nazione e nazione come aggregato etnico-politico-culturale. L’Intifada palestinese, come ha scritto il noto cronista di "Time" Lance Morrow, dal 1987 non è riuscita a conquistarsi uno Stato, ma sta costruendo una nazione: un significativo esempio della portata di lotte e movimenti su base etnico-culturale.
L’incontenibile ricchezza delle diversità
Le potenzialità positive di un rinnovato espandersi di movimenti di liberazione nazionale sta anche nella controtendenza rispetto alla dissoluzione delle regole del diritto internazionale e alla crisi delle Nazioni Unite. Da tempo si pone il problema di rifondare il diritto internazionale e la stessa ONU, e tanto più è urgente oggi dopo che il tracollo economico-militare, e poi lo scioglimento dell’Unione Sovietica ha fatto saltare unilateralmente Yalta con la motivazione, imperdonabilmente ingenua, di favorire una nuova prospettiva di pacifici ed equilibrati rapporti internazionali. In realtà al mondo di Yalta si è sostituito un mondo in cui l’occidente a guida statunitense ripropone la sua tradizionale politica di potenza sotto le spoglie di un governo mondiale, sulla pelle di popoli e culture, adducendo in molti casi il pretesto del destino del pianeta (destino energetico, economico, politico: così è stato con la guerra del Golfo). Un governo mondiale già operante, che marginalizza completamente le opposizioni nazionali e sostituisce all’idea (pur discutibile e limitata) di un "parlamento mondiale" la pratica di un esecutivo planetario degli esecutivi nazionali. È dunque di piena attualità ridiscutere di autodeterminazione dei popoli, di movimenti di liberazione nazionale, di internazionalismo.
Una rifondata critica comunista può valorizzare anche in quest’ambito il meglio del proprio patrimonio e saper mutare rigidità e vecchi schemi assumendo temi e fondamenti di altre culture e altri movimenti. Mentre una sinistra omologata e perdente propone di contrapporre alle disintegrazioni nazionaliste l’integrazione in organismi sovranazionali come la Nato, una sinistra capace di superare le compatibilità esistenti e la subalternità al dato deve stimolare e accogliere le controtendenze che promuovono la ricchezza delle diversità, incontenibili e irriducibili, in un quadro di rapporti pacifici e non violenti tra popoli ed etnie.
Fabio giovannini
1 Vedi su questi aspetti il saggio di Luigi Cortesi, Il socialismo e la guerra, in Aa.Vv., Guerre e pace nel mondo contemporaneo, Istituto Universitario Orientale, Napoli, 1985.
2 Vedi Renato Monteleone, Marxismo, internazionalismo e questione nazionale, Loescher, Torino, 1982.
giovedì 2 dicembre 2010
Hamas, un ostacolo per la pace?
L’unico vero ostacolo: occupazione militare e colonie
di Giancarlo Paciello
1. Premessa. 2. Il nazionalismo palestinese. 3. Il movimento islamico palestinese 4.
L’Intifada. a) La generazione dell’Intifada b) L’organizzazione c) La strategia 5. Medio Oriente
in guerra 6. Il processo di pace. 7. Camp David e l’Intifada al-Aqsa. 8. Repetita juvant. 9. Le
ragioni della vittoria elettorale. 10.Reazioni e commenti 11. Conclusioni
1. Premessa
La vittoria di proporzioni del tutto inaspettate di Hamas alle elezioni palestinesi ha creato
una situazione decisamente nuova nei Territori (illegittimamente) occupati da Israele, nelle
cancellerie di tutto il mondo, in Israele, nei Territori, tra coloro che sostengono in vario modo la
lotta del popolo palestinese e anche tra coloro che non la sostengono. Delle reazioni a questa
situazione parlerò nella parte finale di questo articolo, ma prima cercherò di ricostruire il quadro
(e le origini) dell’islàm politico palestinese, proprio per non cedere alle reazioni istintive (e
probabilmente sbagliate) che pure mi pare contribuiscano in grandissima maggioranza alla
valutazione dell’evento. Confesso di misurarmi per la prima volta con un’analisi “all’interno”
della realtà palestinese, avendo privilegiato, come scelta metodologica, il riferimento al popolo
palestinese nel suo complesso e alle sue vicissitudini occorse con la nascita del sionismo
politico e la relativa colonizzazione della Palestina prima e alla partizione della Palestina
mandataria da parte dell’ONU poi. Mi auguro quindi di non commettere errori troppo vistosi,
pur nella consapevolezza di percorrere un terreno assai accidentato. Sicuramente eviterò
l’errore, questo si irreparabile, di farmi tifoso di questa o quella posizione del “campo
palestinese”. Elemento centrale di questa analisi sarà l’Intifada del 1987, cui dedicherò la parte
più corposa dell’articolo, e che ritengo essere stata un momento di svolta nel quadro della lotta
per la liberazione nazionale, che i palestinesi portano avanti ormai da quasi quarant’anni, in
particolare contro l’occupazione (che dura dal 1967) e contro la colonizzazione dei Territori
occupati.
Continua: http://comunitarismo.it/Hamas,%20un%20ostacolo%20per%20la%20pace.pdf
L’unico vero ostacolo: occupazione militare e colonie
di Giancarlo Paciello
1. Premessa. 2. Il nazionalismo palestinese. 3. Il movimento islamico palestinese 4.
L’Intifada. a) La generazione dell’Intifada b) L’organizzazione c) La strategia 5. Medio Oriente
in guerra 6. Il processo di pace. 7. Camp David e l’Intifada al-Aqsa. 8. Repetita juvant. 9. Le
ragioni della vittoria elettorale. 10.Reazioni e commenti 11. Conclusioni
1. Premessa
La vittoria di proporzioni del tutto inaspettate di Hamas alle elezioni palestinesi ha creato
una situazione decisamente nuova nei Territori (illegittimamente) occupati da Israele, nelle
cancellerie di tutto il mondo, in Israele, nei Territori, tra coloro che sostengono in vario modo la
lotta del popolo palestinese e anche tra coloro che non la sostengono. Delle reazioni a questa
situazione parlerò nella parte finale di questo articolo, ma prima cercherò di ricostruire il quadro
(e le origini) dell’islàm politico palestinese, proprio per non cedere alle reazioni istintive (e
probabilmente sbagliate) che pure mi pare contribuiscano in grandissima maggioranza alla
valutazione dell’evento. Confesso di misurarmi per la prima volta con un’analisi “all’interno”
della realtà palestinese, avendo privilegiato, come scelta metodologica, il riferimento al popolo
palestinese nel suo complesso e alle sue vicissitudini occorse con la nascita del sionismo
politico e la relativa colonizzazione della Palestina prima e alla partizione della Palestina
mandataria da parte dell’ONU poi. Mi auguro quindi di non commettere errori troppo vistosi,
pur nella consapevolezza di percorrere un terreno assai accidentato. Sicuramente eviterò
l’errore, questo si irreparabile, di farmi tifoso di questa o quella posizione del “campo
palestinese”. Elemento centrale di questa analisi sarà l’Intifada del 1987, cui dedicherò la parte
più corposa dell’articolo, e che ritengo essere stata un momento di svolta nel quadro della lotta
per la liberazione nazionale, che i palestinesi portano avanti ormai da quasi quarant’anni, in
particolare contro l’occupazione (che dura dal 1967) e contro la colonizzazione dei Territori
occupati.
Continua: http://comunitarismo.it/Hamas,%20un%20ostacolo%20per%20la%20pace.pdf
Iscriviti a:
Post (Atom)
