lunedì 29 agosto 2011

Ricostruire il Partito Comunista?




di Costanzo Preve

Ho iniziato a scrivere questo modesto testo politico senza pretese il giorno di ferragosto 2011, dopo aver letto alcuni commenti sulla doppia stangata chiamata eufemisticamente “manovra”, e dopo aver letto alcuni testi interessanti, come ad esempio AAVV, Ricostruire il partito comunista, Max XXI – AAVV, Il ruggito del dragone, Ed. Aurora – J. Salem, Lenin e la Rivoluzione, Ed. Nemesis.

Dopo aver letto gli argomenti in favore della ricostruzione di un partito comunista come presupposto “leninista” di una strategia anticapitalista ed in favore di un giudizio sulla natura “socialista” della Cina, e dopo averli presi sul serio senza il solito atteggiamento sprezzante e spregiativo dell’estremismo di sinistra, vorrei rifiutarli educatamente e proporre una prospettiva diversa. So bene che l’abituale ricatto retorico della sinistra è l’eterno “ma tu cosa proponi?”. Bene, risponderò, ma propongo un’altra cosa, e la chiarirò. Il problema preliminare è questo: dove stanno andando le classi dominanti? Credo che sia una domanda integralmente “marxiana”. Prima di dare le risposte giuste bisogna prima fare le domande giuste. Si può rispondere in due modi. Primo: neppure le classi dominanti sanno dove stanno andando, stanno navigando a vista verso la catastrofe (sociale, ecologica, eccetera, a seconda delle opinioni). Secondo: stanno andando in una direzione ben precisa, e bisogna sapere quale. In base alla risposta che darò, ne risulta che l’ipotesi di ricostruire un partito comunista mi sembra una risposta strategicamente errata, in quanto l’analogia storica del futuro possibile e prevedibile ci porta verso un nuovo 1789 (unificazione del nuovo Terzo Stato) piuttosto che verso il 1917 (costruzione del partito comunista del proletariato e dei contadini poveri). Aggiungerò tre Appendici, A, B e C. L’appendice A sarà dedicata ad una mia esperienza personale vissuta nel 1989. L’appendice B sarà dedicata alle due “pesti” della sinistra italiana, il manipulitismo e l’antiberlusconismo. L’appendice C alla riflessione sulle ragioni del fallimento di quell’aborto Ricostruire il Partito Comunistastrategico chiamato Partito della Rifondazione Comunista in Italia.

1. RIFLESSIONI COMPARATIVE SULL’ATTUALE CRISI INIZIATA NEL 2008



Ho letto molte riflessioni sulle ragioni dell’attuale crisi, da David Harvey a Vladimiro Giacché, da Luciano Gallino a Bernard Conte, eccetera, laddove il chiacchiericcio pettegolo antiberlusconiano non mi ha mai fatto né caldo né freddo. Il solo modo per orientarmi (essendo un filosofo e uno storico, e non un economista) è stato quello analogico, con un esame comparativo con le due grandi crisi precedenti (grande depressione 1873-1896 e grande crisi del 1929). So bene che l’analogia storica è ingannatrice, perché tipico della storia è il produrre novità qualitative, che rendono di fatto impossibile la previsione, sia pure tendenziale. Sono d’accordo con Hegel, per cui la civetta della conoscenza filosofica della totalità giunge solo al crepuscolo. A differenza di Marx (di cui peraltro continuo a considerarmi un allievo critico) non credo che si possa prevedere il futuro del capitalismo, neppure in modo tendenziale. In breve, penso si tratti di una illusione positivistica, per cui la storia è trattata come se fosse simile ad una scienza della natura, tipo la fisica, che in effetti rende possibile la previsione, sia pure solo probabilistica (meccanica quantistica, eccetera). Credo anche che questa illusione positivistica derivi paradossalmente da un presupposto messianico-escatologico, che pretende di conoscere e di anticipare l’esito finale della storia. E qui mi fermo, perché so che troppa filosofia annoia il lettore medio.

Non conosco storie soddisfacenti del capitalismo. Non mi convince la teoria di Ernest Mandel sulle “onde lunghe”. Stimo molto Giovanni Arrighi, ma non mi convince la sua teoria della periodizzazione del capitalismo (fase genovese, fase olandese, fase inglese, fase americana, ed infine Adam Smith a Pechino). Tutte le teorie delle “fasi” non mi convincono. La storia non procede mediante fasi. Non ho mai neppure creduto alla teoria staliniana dei cinque stadi (comunismo primitivo, schiavismo, feudalesimo, capitalismo, ed infine comunismo mondiale a base proletaria). Il capitalismo non è nato per ragioni di fasi, ma è nato per una finestra storica congiunturale (Inghilterra del Settecento), che avrebbe potuto anche non presentarsi. Eccetera, eccetera. Credo però ad una unità dialettica trascendentale di una “storia ideale eterna”, nel senso di Vico, Fichte, Hegel e Marx. Risparmio al lettore i dettagli, che richiederebbero mille pagine, e che i miei affezionati lettori già conoscono. Con Vico, credo all’equazione verum ipsum factum, che tradotta in linguaggio comune significa che la sola verità filosofica possibile consiste in un bilancio del presente storico inteso come progressiva autocoscienza della libertà di un soggetto, laddove il resto è certezza (fisica, chimica e biologia), esattezza (matematica e veridicità artistica). Di conseguenza, la verità non può mai essere “certificabile” (e con questo, per farla corta, respingo cortesemente Cartesio e Kant). La verità è frutto di prassi storica trasformatrice (Fichte), di allargamento della lotta per il riconoscimento (Hegel) e di perseguimento dell’obiettivo possibile di una società comunitaria senza classi (Marx). Ancora una volta, mi scuso per l’intermezzo filosofico, ma come il Menico dei Promessi Sposi che giocava a rimbalzello perché era bravo nel fare volare le pietre sull’acqua, ognuno fa sempre quello che sa fare meglio. Ma passiamo ad un esame analogico delle tre grandi crisi.

La prima grande crisi, chiamata Grande Depressione, fece ammutolire Marx, mentre Engels scrisse che stava crollando sotto i nostri occhi la produzione capitalistica (prefazione alla Miseria della Filosofia di Marx, salvo errore, cito a memoria). Ovviamente non era così. Essa fu “superata” con l’imperialismo colonialistico, la spartizione dell’Africa, il riarmo navale, la corsa al petrolio, le innovazioni di processo (taylorismo e fordismo) e di prodotto (chimica, elettricità, automobili, eccetera). Essa produsse anche come “danno collaterale” la formazione dei partiti socialisti e dei sindacati operai. Il “marxismo”, formazione ideologica a base positivistica elaborata nel ventennio 1875-1895 congiuntamente da Engels e da Kautsky sulla base di una compresenza fra “ortodossia e fini” (Matthyas) e progressiva integrazione nel capitalismo, nacque su committenza pressoché diretta della socialdemocrazia tedesca. La compresenza di ortodossia dei fini (le prediche della domenica) e progressiva integrazione burocratica (Michels, eccetera) creò un piano inclinato che portò poi al 1914, il grande macello. Parentesi. La proposta di Diliberto delle tre unità (unità dei comunisti, unità della sinistra, ed infine unità democratica, contro Berlusconi, ovviamente) è un esempio di ortodossia dei fini (teniamo fermo il comunismo) e di integrazione nel sistema politico (ci uniamo con Bersani, Veltroni e Napolitano perché è il solo modo elettorale di rientrare in parlamento). Ma su questo dirò dopo. Per il momento torniamo alle cose serie.

La grande crisi del 1929 fu superata soltanto dalla seconda guerra mondiale e dalla grande corsa agli armamenti. Sottoprodotto sociale di questa soluzione bellica furono i “trenta anni gloriosi” 1945-1975 di cui ha parlato Hobsbawm. Appare oggi chiaro che il periodo storico del welfare non è per nulla stato un “avvicinamento riformistico” al socialismo, ma un momento del tutto congiunturale, ed in quanto congiunturale revocabile (ed infatti oggi revocato). Ho insegnato per 35 anni storia su manuali menzogneri che sostenevano che la crisi del 1929 era stata “superata” dal New Deal di Roosevelt e dal “compromesso” keynesiano-fordista. Non c’è maggior stupido di chi si fa ingannare, per pigrizia intellettuale o per conformismo identitario di “sinistra”.

Infine, venne la dissoluzione dell’esperimento sociale (sotto cupola geodesica protetta, per usare l’espressione di Jameson) del comunismo storico novecentesco (1917-1991). In vent’anni, il chiacchiericcio di sinistra non ha mai cercato di darne una spiegazione “strutturale” (vedi Marx), ma si è accontentato di versioni postmoderne della teoria del “totalitarismo” di Hannah Arendt. A modo mio, ho fatto l’ipotesi (cfr. C. Preve, La quarta guerra mondiale) di una grande e maestosa controrivoluzione sociale dei ceti medi sovietici (e cinesi) contro un dispotismo sociale operaio e proletario nel frattempo esauritosi come base sociale ed ideologica. Nessuno ha mai neppure battuto un colpo, in quanto erano tutti impegnati a prendere sul serio Negri, Bertinotti, Vendola, Ingrao e la signora Rossanda. E così abbiamo sbattuto il muso contro la crisi apertasi nel 2008, senza che nessuno provasse neppure lontanamente a fare ipotesi su verso dove stiano andando le oligarchie finanziarie che ci governano. Proviamo a fare qualche ipotesi.

2. DOVE VANNO LE OLIGARCHIE FINANZIARIE CHE CI GOVERNANO



A questa domanda si può rispondere in due modi. Primo: non lo sanno neppure loro, vivono giorno per giorno senza prospettive, come la famosa nave Titanic. Le facoltà di economia hanno smesso da tempo di produrre una scienza sociale, e fanno soltanto estrapolazioni matematiche. Le facoltà di filosofia vivono di odio verso i geci e Hegel, e raccontano ai futuri disoccupati che il mondo è privo di senso, bisogna accettarlo così com’è, ogni utopia finirebbe necessariamente in terrore, e l’unica ontologia che si può fare è quella del telefonino e dei social network. In definitiva, la diagnosi è quella di Rosa Luxemburg: in mancanza di socialismo, avremo la barbarie, e la rovina comune delle classi in lotta. Non ci credo. Si tratterebbe sempre di una teoria della fine della storia, soltanto pessimistica e non ottimistica (i domani che cantano).

Secondo, ed è la mia risposta, possiamo almeno ipotizzare dove stiano andando le oligarchie finanziarie. Ovviamente, esse non devono essere antropomorfizzate inventandoci un inesistente complotto coordinato alla Spectre (James Bond). E’ evidente che la globalizzazione finanziaria si fonda sulla fine della sovranità monetaria degli Stati nazionali. E’ evidente che la Costituzione italiana non esiste più, da quando l’agente americano Giorgio Napolitano ha spinto il riluttante e ricattabile puttaniere Berlusconi all’aggressione contro la Libia di Gheddafi (travestita da garanzia di una no fly zone, in cui invece a fly sono i bombardieri NATO), alla faccia del fatto che l’Italia ripudia le guerre. E’ evidente che il cosiddetto “giudizio dei mercati” è una foglia di fico per lo smantellamento di ciò che restava del welfare della prima repubblica (1946-1992). Molte cose sono evidenti, e mi sembrerebbe un retorico spreco di carta soffermarmici sopra. Andiamo invece al dunque. Ed il dunque è: dove stiamo andando?

Stiamo andando verso una polarizzazione estrema verso un polo oligarchico, da un lato, ed un immenso e politicamente espropriato “terzo stato”, dall’altro. E tuttavia, le oligarchie sanno bene che è necessario un “cuscinetto di grasso” sociale fra i due poli, per evitare che possa verificarsi uno scontro diretto fra i pochissimi, ed i moltissimi abbandonati alla insicurezza della vita e al lavoro sottopagato, flessibile e precario. Fra le oligarchie e questo nuovo immenso “terzo stato” (che sarebbe improprio definire in termini di imborghesimento del proletariato o proletarizzazione della piccola borghesia, categorie sociologiche a mio avviso sorpassate) bisogna favorire la costituzione di un gruppo sociale che, sulla scorta della proposta linguistica di Eugenio Orso, definirei new global middle class (uso l’inglese perché è la nuova lingua dei padroni, come avvenne prima per il greco, poi per il latino ed infine per il francese). A questo nuovo gruppo sociale bisognerà pur sempre dare qualche privilegio, in modo che non si rivolti contro l’oligarchia. Su questo non ho le idee chiare. Se ci fossero ancora dei sociologi, io chiederei a loro, ma so bene che ormai Wright Mills e Christopher Lasch sono morti, e restano soltanto animali accademici tronfi ed autoreferenziali. Ma adesso è giunta l’ora di chiarire perché a mio avviso la parola d’ordine non può essere quella di rifare il partito comunista.

3. FUNZIONE STORICA DEL PARTITO COMUNISTA



Laddove oggi c’è la tendenza a valorizzare Marx come “profeta della globalizzazione” e di sputare su Lenin, io non seguo questa tendenza, e sono d’accordo con il libro di Salem. Oggi demonizzare Lenin, con la scusa che dopo è venuto Stalin (che non demonizzo, ma neppure rivaluto seguendo le orme di Domenico Losurdo, di Ludo Martens e del partito comunista greco) significa in realtà demonizzare lo stesso concetto di prassi rivoluzionaria. Altra cosa, invece, è condividere tutto quello che Lenin ha detto e scritto. Ad esempio, io non condivido la riduzione della filosofia ad ideologia ed il cosiddetto “materialismo dialettico”. Dio me ne scampi e liberi! Condivido invece la piena legittimità della rivoluzione del 1917. Ma il lettore non sarà tanto interessato a sapere che cosa pensa il signor Preve della storia del Novecento, quanto arrivare al cuore della questione. Arriviamoci.

Il partito comunista, in tutte le sue versioni (qui staliniani, trotzkisti e maoisti concordano, pur bastonandosi e piccozzandosi ferocemente fra loro) è stato concepito per la rivoluzione proletaria sia pure “allargata” ad alleanze varie (contadini, piccola borghesia, persino “borghesia nazionale”, eccetera). E’ impensabile un partito comunista senza centralità della classe operaia, salariata e proletaria, di cui si nega peraltro la “rivoluzionarietà diretta”, priva di un coordinamento partitico. Qui non c’è differenza “teorica” fra Diliberto, Ferrando e Lotta Comunista. Mi scuso per la semplificazione, ma a volte facilita la discussione. Le attuali oligarchie finanziarie al potere non si limitano infatti a “proletarizzare” i ceti medi. Se li proletarizzassero, si potrebbe dire che ci vuole un partito comunista. Ma il processo che si svolge sotto i nostri occhi e ben più complesso e maestoso. In Cina, in India ed in Brasile (ed ora anche nei paesi arabi, con la cosiddetta “primavera araba”, che solo un inguaribile ingenuo potrebbe pensare abbia una natura rivoluzionaria, laddove si tratta della semplice presa del potere di una borghesia sunnita occidentalista) si sta formando finalmente una classe media globale, la cui parte superiore, alleata con le oligarchie finanziarie, eserciterà una funzione controrivoluzionaria di fronte alla quale i codini nobiliari del 1789 sembreranno tutti dei Thomas Munzer. La parte inferiore dei ceti medi, numericamente di gran lunga prevalente, cadrà in questo nuovo “terzo stato”. Essa non ha bisogno di un partito comunista, e soprattutto non ha bisogno di portarsi dietro il sanguinoso contenzioso sul bilancio storico del comunismo novecentesco. Su questo Diliberto e Ferrero non saranno mai d’accordo, perché per il primo il più grande rivoluzionario è stato Lenin, e per il secondo Raniero Panzieri. Si pensa forse di poter “assemblare” Mauro Gemma e Marco Ferrando?

Ma non sta neppure qui il punto essenziale. E qui, pur sapendo che è come bestemmiare in chiesa, sono costretto a porre il problema del superamento della dicotomia Destra/Sinistra, anche se per le orecchie pie e politicamente corrette del “sinistro” medio, questo può dare luogo al sospetto di “infiltrazione fascista”.

4. NOTE SULLA DICOTOMIA SINISTRA/DESTRA



Non riprenderò qui per ragioni di spazio le argomentazioni da me sviluppate in un quindicennio (e quale quindicennio!) sul superamento della dicotomia Destra/Sinistra. Lascerò perdere la filosofia e la storia che stanno alla base di questa dicotomia, e svilupperò un solo argomento, di tipo politico. Seguendo il noto “rasoio di Occam”, credo che un solo argomento basterà, se è convincente.

Chi si situa all’interno della dicotomia Sinistra/Destra, concluderà necessariamente non tanto che il comunismo è “l’estrema sinistra” o la “vera sinistra”, ma che il comunismo è la parte più coerente, rigorosa ed organizzata della sinistra stessa. A questo punto, ne discenderà ‘gravitazionalmente (uso questo avverbio volutamente) che bisognerà’ allearsi con la “sinistra moderata” (ed addirittura con il centro-sinistra) contro la Destra, come se si fosse ancora al tempo dei fronti popolari contro il fascismo (1934-36). E’ questa la ragione simbolica del mantenimento ideologico dell’antifascismo in assenza totale, palese e manifesta di fascismo. Ci deve essere sempre un “fascista”, o almeno un suo succedaneo simbolico (prima Fanfani, poi Craxi, infine Berlusconi). Ricordo ancora i cialtroni di Lotta Continua che parlavano di “fanfascismo”.

Questa forza ideologica gravitazionale impedirà di comprendere l’omologazione strutturale del quadro politico nell’epoca della terza grande crisi capitalistica. Bisognerà trovare sempre argomenti per dire che Bersani, Veltroni e Fassino sono “meglio” (o “meno peggio”) di Tremonti, Bossi e Berlusconi. Il menopeggismo sostituisce l’analisi gramsciana delle classi, per obsoleta che in parte possa essere. Ma il menopeggismo è un lento veleno mitridatico. Il cittadino diventa un “consumatore” di offerte politiche, ed è esattamente il modello inglese ed americano, cui sin tratta di omologarci.

Se la dicotomia Destra/Sinistra facesse soltanto acqua sul piano storico e filosofico, la lascerei stare per ragioni di quieto vivere. In fondo, non è divertente farsi dare del “fascista” da una marmaglia fanatizzata. Ma si tratta di un vero “ostacolo epistemologico” (mi scuso per il termine supercolto). Se siamo di sinistra, bisognerà allearsi con Bersani contro Berlusconi, e con la Marcegaglia e Montezemolo contro Bossi e Tremonti. Bisognerà sempre trovare dei “fascisti” da qualche parte, come se fossimo al tempo del film di Ugo Tognazzi “Vogliamo i colonnelli”. In questo modo il terzo stato non potrà mai essere politicamente ricomposto, perché lo si scinderà ideologicamente in una falsa contrapposizione simbolica, che ricorda i guelfi ed i ghibellini, e soprattutto non si comprenderà mai l’omologazione strutturale dei ceti politici professionali di “sinistra” in Europa all’interno del nuovo capitalismo finanziario e del neoliberalismo. Tutte le chiacchiere di Diliberto e Ferrero, sfrondate dei riferimenti simbolici identitari, si riducono a tirare per la giacca Bersani, la Bindi e la Camusso.

Sarei molto dispiaciuto se quanto sto dicendo venisse catalogato sprezzantemente sotto la voce “estremismo” o “minoritarismo”. Sono stato estremista in gioventù, ma non lo sono più da almeno vent’anni. Ho gusti “conservatori” nelle arti figurative, in filosofia, in letteratura ed in musica. Il succo del mio discorso è un altro. Se andassimo verso un nuovo 1917, sarei per ricostruire un partito comunista, anche perché da allievo di Marx mantengo un anticapitalismo radicale. Ma in base al ragionamento fatto sulla base analogico-comparativa delle tre grandi crisi del capitalismo (1873, 1929 e 2008) mi sembra che andiamo invece più probabilmente verso un nuovo 1789, e si tratta piuttosto di unificare il nuovo “terzo stato” contro le oligarchie ed il loro clero (il clero regolare, accademico-universitario, ed il clero secolare, mediatico-televisivo). Questa unificazione non può avvenire riproponendogli tutti i vecchi contenziosi “marxisti”.

                                                                 APPENDICE A

RICORDO PERSONALE DI UNA TRAGICOMICA ESPERIENZA DEL 1989



In filosofia io sono un Signor Qualcuno, e non mi interessa se questo viene riconosciuto o no dagli oi polloi (traduzione consigliata dal greco: i polli, nel senso di galline). Ma in politica io sono un Signor Nessuno, lo so perfettamente, e tanto basta. Ma voglio qui ricordare una tragicomica esperienza dell’ormai lontano 1989. Negli anni Ottanta mi avvicinai prima ad una rivista politica intitolata Unità Proletaria, diretta da Attilio Mangano e da Luigi Cortesi, e poi ad un piccolo centro culturale dipendente da Democrazia Proletaria denominato “Punto Rosso”, tuttora esistente. Si trattava di un matrimonio di interesse reciproco: essi mi offrivano la possibilità di pubblicare e di far conoscere le mie elucubrazioni filosofiche “marxiste” (Althusser, Bloch, Lukacs, eccetera), ed io offrivo loro una collaborazione gratuita, disinteressata e non pagata. Poi un dirigente di Democrazia Proletaria (inutile il nome, si dice il peccato, non il peccatore) mi propose di cooptarmi nella Direzione Nazionale di questo partito, perché potessi fare interventi “colti” considerati “marxisti”. Avrei dovuto rifiutare, ma ero ancora nella fase “militante” della mia vita. I dirigenti politici, in genere, amano gli intellettuali-pagliacci in veste non tanto di commissari politici quanto di cappellani, cioè di “clero teorico”, purché non osino mettere le zampe sulla “linea politica”, che considerano loro monopolio assoluto, un po’ come il denaro per i capitalisti. Cooptato nella Direzione Nazionale, rifiutai subito il ruolo di intellettuale-pagliaccio ornamentale, e mi indirizzai verso il problema proibito della linea politica. Democrazia Proletaria era una vera Armata Brancaleone (nel senso del film di Gassman), con al vertice un pagliaccio mediatico (Mario Capanna, precursore di Fausto Bertinotti e di Nichi Vendola) ed alla base un carnevale di femministe, ecologisti e pacifisti. Dal momento che il PCI di Occhetto stava liquidando il comunismo, mi sembrò opportuno proporre una linea politica tendente a ricostruire un piccolo partito comunista esplicito.

Non l’avessi mai fatto! Da intellettuale-pagliaccio supercolto diventai immediatamente un fastidioso rompiballe, che rompeva i delicati equilibri interni fra “movimentisti” e “partitisti”. E tuttavia, proposi delle tesi politiche che furono costretti a pubblicare nel Bollettino di Democrazia Proletaria. In esse sostenevo che l’individuazione in Craxi del nemico principale (il grassone, il corrottone, il mangione, eccetera) era una sciocchezza, e che la ricomposizione delle oligarchie italiane avveniva diversamente. Certo, non potevo prevedere Mani Pulite, ma mi si dovrebbe dare atto di una mia politica preveggenza. Da qualche parte, in qualche emeroteca, queste tesi potrebbero ancora trovarsi. Nello stesso tempo, mi misi a collaborare con il gruppo cossuttiano “Marxismo Oggi”, perché intuivo che da lì sarebbe nato qualcosa. Poi, per fortuna, mi ammalai gravemente, ma sopravvissi. In questo modo potei evitare di fare l’esperienza mefitica e grottesca di Rifondazione Comunista, perché, essendo assente per malattia, non fui “cooptato” nella sua ridicola Direzione. E’ proprio il caso di dire che non tutto il male viene per nuocere. Diventai così uno studioso indipendente, senza alcun legame partitico, precondizione assoluta per poter pensare liberamente, senza dover commisurare quanto si pensa alle compatibilità ferree della linea politica stabilita dai babbioni del ceto politico professionale di “sinistra”.

Allora (1989) pensavo sinceramente che fosse necessario ricostruire un partito comunista. Oggi, ventidue anni dopo (2011) non lo penso invece più, per le ragioni esposte precedentemente. Ma ringrazio l’esperienza fatta, perché ci ho sicuramente imparato molto.

                                                                  APPENDICE B

LE DUE GRANDI PESTI DELLA SINISTRA ITALIANA: MANIPULITISMO E ANTIBERLUSCONISMO



Il codice teorico identitario del picismo italiano (termine con cui cerco di connotare la continuità del serpentone metamorfico PCI-PDS-DS-PD) si basava su una sorta di storicismo progressistico, convinto di “navigare con il vento della storia”. Trascuro le critiche alla Walter Benjamin di questa pappa positivistica. Togliatti mantenne “l’ortodossia dei fini” in termine di ideologia identitaria di partito “comunista”, facilitando l’inserimento del partito nella società italiana e nel suo miracolo economico (evidente dopo il 1958). Ammetto apertamente che fino al 1974 circa (dopo non più) il PCI continuò ad esercitare un ruolo sociale e culturale complessivamente positivo, e non voglio che mi si confonda con i nostalgici della rivoluzione mancata nel 1945 o nel 1948 o con ogni tipo di estremismo operaista e/o bordighista (con tutto il rispetto per Bordiga, che si mangiava in insalata il gregge conformista e pecoresco degli “intellettuali organici” PCI). Ma qui non c’è tempo di approfondire la questione. Credo che colui che ci capì di più fu il cattolico integralista Augusto Del Noce, che fece la diagnosi più esatta di tutte, ed anche la più dialettica (anzi, l’unica dialettica), quella della trasformazione progressiva dello storicismo (a base relativistica e nichilistica, se gli si toglie la base ontologica presente in Hegel ed abbozzata, ma solo abbozzata, nella mirabile Ontologia dell’ultimo Lukacs) in adesione alla società postmoderna radicale dei consumi. In ogni caso, arriviamo subito per brevità al 1989-91. Con il crollo della Casa Madre il vecchio personale picista dovette riconvertirsi in fretta e furia. Se prima erano il sacerdozio della via italiana al socialismo e dell’eurocomunismo, ora dovevano diventare il personale politico di mediazione “politica” del capitale finanziario e dell’impero militare americano (D’Alema con il Kosovo 1999, Napolitano con la Libia 2011). Data la pittoresca ignoranza degli italiani non fu neppure necessario “gestire” una riconversione ideologica esplicita (tipo Bad Godesberg tedesca 1959). Il popolo di Beppe Grillo, Nanni Moretti e Nichi Vendola non è popolo di teorici, basta lo sghignazzo di “Linus” e del “Manifesto”. La riconversione fu progressivamente compiuta prima con il Manipulitismo e poi con l’Antiberlusconismo. Trattiamoli separatamente.

Alcuni anni fa mi trovai a Milano in un dibattito pubblico con Gherardo Colombo, uno dei più noti magistrati del pool di Mani Pulite. Un interlocutore cortese, educato e colto. In sua presenza esposi in forma cortese e non polemica la mia tesi storico-politica di fondo, per cui a mio avviso Mani Pulite, pur formalmente legale e costituzionale (a differenza della guerra di D’Alema in Kosovo 1999 e di Napolitano in Libia 2011), era di fatto stato un colpo di Stato giudiziario extraparlamentare che aveva distrutto una prima repubblica italiana certamente corrotta, ma anche assistenziale e proporzionalistica, la cui conseguenza era stata paradossalmente quella di facilitare l’avvento di Berlusconi, che grazie al suo denaro aveva potuto “ereditare” gran parte dell’elettorato DC ed anche PSI. Avrei anche potuto parlare turco. Il cortese Colombo non contrappose una sua lettura storica alternativa alla mia, ma parlò di “obbligatorietà dell’azione penale”, che l’aveva costretto a colpire Chiesa, Craxi e tutti i mangioni. Ora, io non mettevo assolutamente in discussione che i reati di corruzione e di concussione richiedono l’obbligatorietà dell’azione penale, e lo ammettevo apertamente. Soltanto, desideravo che il tema non venisse soltanto discusso in modo giudiziario, ma storico. Ma fu come passare dal turco al mongolo parlato e stretto. A distanza di quasi vent’anni, non esiste ancora un bilancio storico di Mani Pulite (fanno parziale eccezione due saggi di Filippo Fiandrotti e di Giovanni Di Martino, sconosciuti agli oi polloi). Resta invece il fuoco di diversione mediatica sulle ruberie della casta, sui prezzi politici dei ristoranti parlamentari e su tutte le pittoresche miserie degli straccioni del ceto politico professionale, che essendo al servizio delle oligarchie al potere, vogliono anche loro poter raccogliere le briciole dei loro banchetti in termini di barche a vela o di culi di adolescenti ambiziose, come già avveniva per gli schiavi ed i liberti delle oligarchie schiavistiche romane. In ogni caso, la riduzione giudiziaria della storia italiana è un fenomeno grottesco che richiederebbe Swift e Rabelais, ed ammetto di non esserne all’altezza.

E passiamo ora al berlusconismo, anzi all’antiberlusconismo. Un tempo si diceva che il nazionalismo era l’ultimo rifugio delle canaglie. Ma il nazionalismo era Freud, Darwin e Einstein in confronto con il concerto antiberlusconiano dell’ultimo ventennio. Spieghiamoci meglio. Il nano di Arcore si prestava meravigliosamente a diventare il bersaglio satirico privilegiato di una “sinistra” decerebrata ed ormai del tutto incapace di analisi strutturale. Il puttaniere di Arcore, amico di Emilio Fede, era un personaggio da commedia dell’arte postmoderna che faceva sentire superiori tutti i coglioncelli di sinistra che a suo tempo Stefano Benni aveva definito Gente di una certa Kual Kultura (con il kappa). Lui è ricco, è vero, ma noi siamo più intelligenti, perché abbiamo letto Proust in tedesco con sottotitoli in polacco. Una banda di contemporaneisti sacerdoti della perennità dell’antifascismo in conclamata e palese assenza di fascismo usò termini come “telefascismo”, riesumando il “popolo delle scimmie” di gobettiana memoria. Per dirla con uno spaghetti-western, Dio perdona, ma io no! Per venti anni, il popolo di sinistra e il suo ceto politico giudiziario-giornalistico cercò di far fuori Berlusconi con il conflitto di interessi, le puttane, le minorenni, i soldi di Veronica e di De Benedetti, eccetera. Alla severa analisi di Gramsci si sostituì la pochade delle operette pecorecce degli anni Cinquanta. Il giornale-partito di “Repubblica” fu in questo all’avanguardia, perché doveva riconvertire ideologicamente gli ex babbioni picisti in neobabbioni scalfariani. Ma se Berlusconi cadrà (e probabilmente cadrà) non sarà certamente per gli scandali pecorecci di un vecchio maniaco dotato di Viagra, ma per le bastonate della manovra commissionata dai “mercati finanziari” dell’estate 2011. Certo, i pagliacci di sinistra rivendicheranno il merito di averlo fatto cadere, ma potranno ingannare soltanto i loro militanti-babbioni, Sarà il massacro dei ceti medi a far tramontare il nano di Arcore, non certo la signora Boccassini. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. Ma come scrisse Spinoza, non bisogna né ridere né piangere, ma capire.

Detto in linguaggio medioevale, continuare a non capire il manipulitismo e l’antiberlusconismo non è più un peccato dell’intelletto, ma della volontà. Non si vuole capire. E si continui a non capire, se vi fa piacere. E’ impossibile raddrizzare le gambe ai cani.

                                                                    APPENDICE C

BILANCIO DELLA TRISTE STORIA DI RIFONDAZIONE COMUNISTA




Dopo la grande dissoluzione del triennio 1989-91 neppure Marx e Lenin sarebbero riusciti a “rifondare” politicamente il comunismo (si parla qui di rifondazione politica, perché quella teorica è più facile, basta contrastare il capitalismo). Figuriamoci se potevano riuscirci pagliacci politici mediocri come il cinico familista Armando Cossutta o il narcisista dilettante Fausto Bertinotti. Il teatro greco ci ha offerto tre tipi di azione scenica, la tragedia, la commedia ed il dramma satiresco. Rifondazione fu sempre e solo un dramma satiresco.

Nel libro sopraindicato Ricostruire il partito comunista gli autori (Diliberto, Giacché, Sorini e Catone) citano in proposito un certo Tortorella, che giustificò nel 1991 la sua non adesione a Rifondazione con la scusa che era “eclettica”. Fausto BertinottiCominciare dalla sovrastruttura (il presunto eclettismo di Rifondazione) e non dalla struttura (il suo ruolo ventennale nel sistema politico italiano dopo Mani Pulite) è una vergogna. Se si vuole discutere di Rifondazione non si può cominciare dal suo (innegabile) eclettismo, ma dal suo ruolo politico strutturale oggettivo. In nessun momento Rifondazione fu mai una “rifondazione comunista”. Essa fu sempre una “decompressione comunista”, il cui ruolo fu sempre quello di gestire la “decompressione” di ex comunisti orfani del togliattismo e del berlinguerismo. Il suo ruolo fu sempre quello di gestire ferreamente dall’alto un confusionario massimalismo in basso, tenendolo sempre ben stretto alla Casa Madre PCI-PDS-DS-PD. Tenendolo ben stretto attraverso le “risorse ideologiche” del manipolitismo e dell’antiberlusconismo. Altro che eclettismo! La storia ridicola ed irrilevante di questo partitino finì idealmente con l’espulsione dell’onesto senatore Turigliatto per avere votato contro i “crediti di guerra” (ricordiamo Liebknecht nel 1914!). Le contorsioni ideologiche del narcisista Bertinotti non sono rilevanti, ma solo pittoresche.

Il fallimento di Rifondazione ci consegna intatta l’esigenza di costruzione di una forza politica anticapitalistica. Ne sono perfettamente consapevole. Ma chi non ha ancora capito la funzione di Vendola come “copertura poetica” del PD è al di fuori di ogni possibile discussione storica e politica.

venerdì 15 luglio 2011

Dall’insurrezione all’anti-rivoluzione 
(libere riflessioni sulla “primavera araba” del 2011)



di Costanzo Preve

Ha scritto Romano Prodi (cfr. “La Stampa”, 18-4-11): “Io vedo nelle rivolte arabe lo scoppio di società fatte di giovani, disoccupati e colti incompatibili con governi tirannici”. Si tratta di un modello. neoliberale di spiegazione assolutamente maggioritario veicolato sia dai giornalisti che dai cosiddetti “esperti” di politica e geopolitica, in cui domina il modello della dicotomia Libertà/Dittatura. La tesi che vorrei proporre al lettore (ovviamente con mille cautele e dispostissimo a ritirarla se non dovesse reggere alle critiche serie) è che – se questo fosse vero ma non è detto che lo sia – non si tratterebbe tanto di rivoluzioni, e neppure di controrivoluzioni, ma di vere è proprie anti-rivoluzioni. Converrà però spiegarsi meglio, per non lasciare adito a pittoreschi equivoci.

Personalmente, tendo a definire i movimenti politici e sociali che hanno portato alla dissoluzione dei paesi socialisti europei e dell’URSS fra il 1988 ed il 1992 (simili in questo al mutamento strutturale della Cina dopo il 1976) delle vere e proprie contro-rivoluzioni nel senso classico della teoria politica moderna. So bene che esiste una resistenza, quando non una vera e propria riluttanza, nell’accettare questa connotazione, che non implica affatto (è bene ribadirlo subito contro ogni possibile pittoresco equivoco) un giudizio positivo di approvazione per lo stalinismo evoluto poi dopo il 1956 in “socialismo reale”.

Niente di tutto questo. Si tratta invece di una connotazione storico-politica relativamente “neutrale”, che si oppone educatamente ad altre connotazioni possibili. Esaminiamone quindi alcune in modo “contrastivo”.

In primo luogo, considero impropria per gli eventi del 1988-1992 la connotazione di “rivoluzioni liberali”. Questa connotazione indica un insieme di fenomeni. storici ben precisi, che hanno caratterizzato l’Ottocento europeo, in cui il liberalismo (unito o meno con il liberalismo economico, ma non coincidente con esso, secondo la lezione di Croce in polemica con Einaudi) si è contrapposto in modo rivoluzionario all’ancien régime ed al bonapartismo, in un’alleanza instabile con la democrazia (suffragio universale, eccetera), destinata a rompersi a fine Ottocento. Sono state queste, e solo queste, le “rivoluzioni liberali”. Il capitalismo selvaggio imposto sulle macerie del socialismo reale dopo il 1992 non ha mai avuto niente di “liberale’’, al di fuori dell’ideologia della Fondazione Soros, ed è un insulto retroattivo per i liberali dell’Ottocento usare per questi corrotti mafiosi questo nobile appellativo.

In secondo luogo, considero impropria per gli eventi del 1988-1992 (si tratta di un processo quinquennale e non solo di un “evento magico” tipo caduta del muro di Berlino) la connotazione di “restaurazione”, o per, così dire di restaurazione borghese-capitalistica. È assolutamente sicuro che il capitalismo è stato restaurato, ma non si è trattato di restaurazione di un capitalismo vetero-borghese (che avrebbe implicato la formazione organizzata di un polo opposto, popolare-proletario), ma di un capitalismo di tipo nuovo ed inedito, di un capitalismo selvaggio di tipo americano del tutto post-borghese (e quindi post-proletario). La riconversione di gran parte della struttura burocratico-partitica excomunista in nuova classe oligarchica selvaggia non ha infatti “restaurato” la precedente “borghesia” di tipo europeo, sostanzialmente distrutta nel ventennio 1920-1940 in URSS e nel ventennio 1945-1965 nell’Est europeo ed in Cina, ma ha “instaurato” una nuova classe dominante sostanzialmente criminale, e del tutto post-borghese. Si studino sociologicamente i comportamenti dei “nuovi russi” in vacanza a Rimini ed in Versilia, e quanto dico apparirà meno surrealistico.

La connotazione meno peggiore (in attesa di una connotazione migliore, che forse esiste già, ma di cui non sono a conoscenza) degli eventi 1988-1992 è quella di maestosa controrivoluzione sociale dei nuovi ceti medi sovietici (e cinesi), con la presa del potere finale di una nuova classe di capitalisti criminali del tutto post-borghesi. Esiste una riluttanza psicologica ad accettare questa connotazione, perché si pensa che per definizione una controrivoluzione debba essere un fatto elitario e minoritario, e non possa avere una base di massa. Si tratta di un vecchio pregiudizio di “sinistra”, che rende impossibile la comprensione di tutti gli eventi storici che non si conformino a pigri modelli consueti. In realtà sia le rivoluzioni che le controrivoluzioni possono entrambe avere consistenti basi di massa. Gli eventi che hanno portato al seppellimento del comunismo storico novecentesco in URSS, in Cina e nei paesi dell’Est europei sono stati indubbiamente controrivoluzionari, perché hanno distrutto le basi economiche e sociali delle precedenti rivoluzioni (oggi ribattezzate dagli intellettuali servi del circo accademico deliri totalitari), ma hanno avuto certamente basi di massa. Nell’assenza politica più totale e grottesca della classe operaia di fabbrica propriamente detta, e nella smentita del mito

sociologico proletario secolare, i nuovi ceti medi si sono messi in movimento dando vita ad una maestosa controrivoluzione.

È del tutto chiaro che questo approccio, giusto o sbagliato che sia, non può essere applicato alla cosiddetta “primavera araba” del 2011. Qui non c’era nessun capitalismo da “restaurare” o se vogliamo da “instaurare”, e neppure nessuna rivoluzione liberale da compiere perché la globalizzazione capitalistica e l’impero militare interventista USA hanno già da tempo distrutto e metabolizzato ogni forma di “liberalismo” precedente. Bisogna quindi andare in cerca – e non sarà facile – di un approccio diverso.

Scrivendo fra la fine di aprile e l’inizio di maggio 2011, e quindi in “tempo reale”, é difficile fare un bilancio serio e credibile di quello che le emittenti televisive CNN ed Al Jazira hanno battezzato “risveglio arabo” (arab awakening). Il pericolo di dire affrettate sciocchezze non può essere facilmente scongiurato. Dopo quattro mesi (gennaio-aprile 2011), e con mille cautele, mi sembra di poter dire che questo ciclo di insurrezioni non sta dando luogo in alcun modo (per ora, almeno) ad una prospettiva rivoluzionaria, termine che limiterei ferreamente e rigorosamente non certo ad una poco rilevante “circolazione delle élites”, quanto ad una modificazione radicale dei rapporti di classe e soprattutto ad una diversa e meno ingiusta e diseguale distribuzione della ricchezza. Queste insurrezioni (perché di insurrezioni certamente si è trattato, ed in Libia di una vera e propria guerra civile organizzata) danno purtroppo luogo non a rivoluzioni, ma a vere e proprie antirivoluzioni, tendenti ad impedire o a rendere più difficili se non impossibili eventuali vere rivoluzioni future. Chi trova eccessivo, ingiusto ed ingeneroso questo giudizio ha l’onere della spiegazione del perché queste insurrezioni sembrano tanto facilmente “recuperabili” dal modello oligarchico-occidentale di democrazia elettorale, dall’asfissiante retorica “arancione” dei blog e di twitter e soprattutto dal patronato della signora Hilary Clinton e del suo interventismo umanitario. E’ legittimo il sospetto che insurrezioni sponsorizzate da Cameron, Sarkozy, la NATO ed il Dipartimento di Stato non siano poi così “rivoluzionarie” come potevano sembrare. Per questo, trascurando casi interessanti ma marginali come lo Yemen o il Bahrein, mi limiterò prima ad alcune considerazioni sociologico-politiche generali, poi ad un rapido esame dedicato a quattro casi (Tunisia, Egitto, Libia e Siria), ed infine al bandolo della matassa geopolitica di tutto questo, che individuo in un saggio dell’apologeta dell’impero americano Parag Khanna, autore di un libro significativamente intitolato “come governare il mondo” (How to run the world).

Non c’è dubbio che l’intero mondo arabo nell’ultimo mezzo secolo sia stato caratterizzato non solo da una dinamica demografica imponente, tipica delle società tradizionali ad altissima natalità e non ancora colpite dal malthussianesimo

occidentalistico, ma anche da una intensa scolarizzazione giovanile di massa. La scolarizzazione giovanile di massa non connota soltanto modelli economici “sviluppisti” (il giovane arabo e turco studia da ingegnere in percentuale incomparabilmente superiore alla media dei suoi coetanei europei o americani) ma anche una fisiologica e benemerita

domanda di promozione sociale individuale. Le conseguenze però sono esattamente le stesse che ci sono da noi, ovviamente ingigantite e moltiplicate dal basso livello di sviluppo e del consumo interno: una gigantesca disoccupazione giovanile di massa. Da noi però ci sono i redditi dei genitori e dei nonni che attutiscono il disagio della disoccupazione giovanile e la relativa tenuta (per ora) del welfare, due elementi assenti nei paesi arabi (non parlo qui degli emirati petroliferi o dell’Arabia Saudita). Sono questi gli elementi esplosivi della società araba, e non certo generici “dittatori” (Ben Ali, Mubarak, Gheddafi, Assad„ eccetera), come sembra suggerire il pacioso ciclista emiliano Romano Prodi. Il fatto che il modello del capitalismo finanziario globalizzato costruito sulle macerie del comunismo storico novecentesco non produce occupazione, ma solo speculazione finanziarie. Non è certamente permettendo che la plebe tunisina possa ballare sui letti d’oro della moglie cleptocrate di Ben Alì che il problema strutturale può essere risolto. Ma questo ci porta alla necessità di fare almeno un tentativo di analisi differenziata paese per paese.

L’’insurrezione tunisina è stata una cosa seria, ed è costata centinaia di morti. Si è trattato di un’insurrezione popolare, al principio combattuta non solo dagli apparati di repressione, ma anche dai ceti medi della capitale Tunisi. Nonostante il circo mediatico abbia propalato l’idea che la sua “causa” debba essere cercata nelle ruberie cleptocratiche della famiglia mafiosa allargata di Ben Ali, tutti gli analisti seri sono stati concordi nel fare risalire le vere cause nelle misure economiche del Fondo Monetario Internazionale.

Questa insurrezione ha conseguito il risultato, che mi guardo bene dal disprezzare, di ottenere una ferma costituzionale di tipo democratico e liberale, in cui si possono e si potranno costituire partiti di ogni tipo, da quello islamico a quello trotzkista.

Ma questa forma liberal-democratica non può ovviamente risolvere nessuno dei problemi strutturali della società tunisina. La grande fuga in massa verso la Francia via Lampedusa lo dimostra ampiamente. I disoccupati sanno perfettamente che resteranno disoccupati, e che non saranno i processi al capro espiatorio Ben Alì ed alla sua famiglia mafiosa allargata a dare loro pane e lavoro. Bisogna allora studiare la situazione tunisina da vicino nei prossimi mesi ed anni, per poter verificare se le forme politiche liberal-democratiche possono facilitare una riaggregazione politica comunitaria del popolo tunisino che non si identifichi con l’Islam politico, tradizionalmente debole in Tunisia. Mi sia permesso educatamente di dubitarne, ma chi vivrà vedrà.

Secondo cifre ufficiali, la repressione del regime di Mubarak in Egitto ha fatto 846 morti. È una cifra imponente, tenuto conto del fatto che l’Egitto è un paese moderno, sviluppato e socialmente articolato. Dal momento che la mia conoscenza dell’Egitto passa anche attraverso i romanzi del Premio Nobel Naguib Mahfuz, ricordo i suoi personaggi che tornano a casa storpiati dalla polizia segreta sia nel caso in cui fossero comunisti sia nel caso che fossero islamisti. Qui il ciclista Romano Prodi ha ragione. Un simile sistema non può durare all’infinito in presenza di una società per nulla tribale (come in Libia o nello Yemen), ma colta ed articolata. E tuttavia in Egitto, così come in Tunisia, i problemi strutturali della povertà e della disoccupazione non possono essere risolti con le chiacchiere della signora Clinton.

I Fratelli Musulmani egiziani non sono certo simili ad Al Qaeda di Bin Laden, ma sono una sorta di Democrazia Cristiana seriamente assistenziale, e pertanto non assimilabili con il modello puramente volontaristico del “capitalismo compassionevole” USA, foglia di fico oscena per il rifiuto di finanziare un welfare state di tipo europeo. Non conosco El Baradei, ma il fuoco unanime di sbarramento contro di lui aperto congiuntamente dagli USA e dai vertici dell’esercito egiziano mi fa pensare che sarebbe la soluzione migliore per il popolo egiziano. Il popolo egiziano è un grande popolo, colto e civile, e non credo proprio che sarà facile nei prossimi mesi ed anni prenderlo in giro con riforme cosmetiche di facciata o con semplici processi contro la famiglia allargata di Mubarak. Staremo a vedere.

A proposito della Siria, non vorrei dare adito ad equivoci. Sono completamente a favore del mantenimento al potere del partito Baath, anche se ovviamente non entro nel merito sulle riforme politiche che dovrà fare. I suoi oppositori, fondamentalisti musulmani o blogger occidentalisti, non sono in alcun modo un’alternativa migliore, ma peggiore. Non a caso gli USA e Sarkozy li appoggiano, insieme con l’Arabia Saudita ed Al Jazira, mentre forze politiche serie di cui mi fido (il palestinese Hamas, il libanese Hezbollah, il benemerito governo iraniano di Ahmadinejad) appoggiano il governo del Baath. Non si può sapere tutto, ed essere esperti di tutto. Io non sono un arabista, ma uno storico ed un filosofo. Non credo a cause buone sostenute dai cattivi. Il futuro ci dirà di più.

Ma è della Libia che bisogna soprattutto parlare perchè la Libia è anche un nostro problema. Avevamo firmato un patto di amicizia con il governo libico di Gheddafi, e lo abbiamo vergognosamente stracciato, mostrando ancora una volta agli occhi del mondo la nostra patetica e vergognosa inaffidabilità.

Il giornalista italiano Fulvio Grimaldi, uomo dal cattivo carattere e dal lessico inutilmente provocatorio ed estremista, con cui ho avuto a suo tempo una pittoresca polemica, ha avuto il coraggio giornalistico, umano e civile, di andare in Libia e di raccontare gli eventi “dalla parte di Gheddafi”, a differenza dei cronisti arruolati (embedded), pronti subito a correre trafelati dagli insorti di Bengasi ed a paragonare Misurata a Serajevo, anticamera simbolica sicura per un interventismo ancora più “muscolare” dei bombardamenti NATO. Non posso che lodarlo incondizionatamente e solidarizzare con lui. Il corretto atteggiamento di Grimaldi si contrappone alla posizione dell’ex-comunista Giorgio Napolitano, passato dall’obbedienza geopolitica sovietica all’obbedienza geopolitica USA, e che ha addirittura “premuto” su Berlusconi, indebolito dai suoi senili scandali puttaneschi perchè intervenisse ancora più decisamente a fianco della NATO, che ha sostituito il vecchio “sol dell’avvenire”. E Grimaldi si contrappone anche alla posizione di confusionari estremisti, come il trotzkista Marco Ferrando o l’anti-imperialista Moreno Pasquinelli, che si sono arrampicati grottescamente sugli specchi per conciliare l’appoggio agli insorti libici, dichiarati a priori “rivoluzionari”, ed il fatto che questi ultimi invocano a gran voce i bombardamenti NATO ed USA. Per carità di patria non approfondisco l’osceno “‘tifare” per gli insorti libici del “Manifesto”, del “Punto Rosso”, della signora Rossanda, dei signori Dario Fo e Franca Rame, eccetera. Il problema è infatti ampio, e coincide con la decadenza irreversibile di una intera teoria politica, che ha sostituito la lotta di classe ed il mito sociologico proletario con l’antiberlusconismo giudiziario urlato e con la lotta contro gli eterni dittatori totalitari. Il fatto è che questa gente, pur essendo spiritualmente morti, non sono stati seppelliti, e possono fare come gli zombies, che escono di notte per terrorizzare i viventi. Costoro sono egemonici nell’apparato mediatico detto impropriamente di “sinistra”, ed in questo modo possono silenziare i loro oppositori e confinarli nella galassia sotterranea dei blog. Meno male, comunque, che questi blog esistono, ma non possono che essere una soluzione provvisoria. Prima o poi, bisognerà riuscire a passare ai quotidiani, ai settimanali, alle case editrici. Il vergognoso monopolio di fogli come il “Manifesto” dovrà essere infranto.

Non intendo certo fare qui l’apologia di Gheddafi. Il suo governo quarantennale, indubbiamente carismatico-paternalistitco-dispotico, ha avuto luci ed ombre, come del resto qualsiasi governo quarantennale. Ma ha sviluppato economicamente e socialmente la Libia, e non ha mai ceduto su questioni essenziali di sovranità nazionale. L’occidente ha sempre saputo che Gheddafi non era dei ‘“suoi”, ed infatti lo ha colpito alla prima occasione. Colgo l’occasione per affermare pubblicamente di solidarizzare totalmente con il legittimo governo di Gheddafi, del tutto indipendentemente da come finiranno le cose, che non posso certo prevedere. Ho appoggiato l’onesta proposta di mediazione del benemerito presidente venezuelano Chávez. Ho appoggiato l’onesta proposta di mediazione dell’Unità Africana, organo indubbiamente più legittimo della NATO e degli USA, cui l’Europa vile si è subito accodata. Ma chi vivrà vedrà.

Gli avvenimenti arabi devono però essere l’occasione per un inquadramento più generale nella situazione geopolitica mondiale. Il recante Forum svizzero di Davos (cfr. Federico Rampini in “Repubblica”, 27-1-11) ha verificato sulla base di corredi statistici amplissimi che “in ciascuna nazione del mondo si allarga il baratro fra ricchi e poveri”. È questa la logica inesorabile del neoliberismo, dal reaganismo americano al New Labour di Tony Blair al mercatismo di Deng Hsiao Ping e dei suoi successori. Il sistema politico ha il ruolo di avallare l’approfondimento di queste diseguaglianze. In termini di allargamento delle diseguaglianze, le società occidentali si sono omologate ad India, Cina e Indonesia.

Si tratta del fenomeno che l’economista francese di Bordeaux Bernard Conte ha definito “terzomondizzazione del pianeta”. È interessante che i paperoni oligarchi di Davos circondati da giornalisti servi e da professori universitari corrivi, constatino questi dati che un tempo erano appannaggio dei contestatori più estremisti, nel frattempo approdati al disincanto post-moderno, alla teologia dei diritti umani, ai bombardamenti umanitari ed al canto rituale di “Bella Ciao”.

Come governare un simile sistema irrazionale ed impazzito? Ma il semplice ricorso alla cosiddetta “esportazione del modello occidentalistico” non basta, e non coglie a mio avviso il cuore del problema. Il modello occidentalistico è basato sul privilegio, ed in quanto tale non è esportabile. Non c’’è abbastanza grasso che cola per tutti. Come abbiamo visto, la dinamica della globalizzazione capitalistica finanziaria non è tanto l’occidentalizzazione del mondo, quanto la terzomondizzazione del pianeta. Un mondo del genere può essere governato soltanto “organizzando il Caos”.

Ma come organizzare il Caos? Ce lo spiega il politologo americano Parag Khanna, recensito entusiasticamente dal giornalista neo-conservatore Maurizio Molinari (cfr. “La Stampa”, 27-3-11), in un suo libro intitolato “Come Governare il mondo” (How to run the world). Il mondo si governa organizzando sapientemente il caos, ed il caos si organizza trasformando gli attuali cento stati mondiali, usciti dalla storia degli ultimi tre secoli e dal colonialismo europeo dell’Ottocento, in duemila o tremila a base etnica e tribale. In effetti è l’Uovo di Colombo. Più sono deboli e numerosi gli stati, più gli USA potranno governarli meglio. Gli esempi che fa Khanna sono numerosi. La Libia dovrebbe essere divisa nelle tre precedenti provincie ottomane, la Tripolitania, la Cirenaica ed il Fezzan. L’Afganistan non è che un pezzo della vecchia Persia multietnica , e potrebbe essere diviso fra Pashtun, Tagiki ed Uzbeki. Il Sudan è già stato diviso fra Nord e Sud, ma si può fare ancora di più (Darfur, eccetera). L’Etiopia è già stata divisa fra Etiopia ed Eritrea, ma si può ancora fare di più (amarici ed oromo galla, eccetera). La Nigeria è divisibile fra un Sud cristiano ed un Nord musulmano, erede dell’impero Hausa. I’Irak è divisibile fra arabi e curdi, sunniti e sciiti. Ed in prospettiva, si possono dividere a pezzi ancora molti stati, la Cina (Tibet. e Sinkiang), la Birmania-Myanmar, eccetera.

Parag Khanna ha perfettamente ragione. Se fossi un ben pagato consulente del Dipartimento di Stato USA, scriverei esattamente le cose che scrive lui. Occorre organizzare il Caos, perchè solo organizzando il caos si può continuare a governare, soprattutto in assenza di un credibile modello politico universalistico e comunitario. Uomini come Khanna sono facilitati dal fatto che coloro che dovrebbero opporsi ai loro piani sono come gattini ciechi e come uccellini implumi, invischiati nelle ideologie impotenti del politicamente corretto e dell’interventismo umanitario. Con avversari come Dario Fo e Rossana Rossanda Khanna ha vinto prima ancora di sedersi al tavolo da gioco. Ci vuole infatti un pensiero che recuperi il concetto strategico di “nemico principale”, applicato alla politica, all’economia ed alla geopolitica. Ho scritto in proposito un testo, allegato al numero 2 della rivista torinese “Socialismo XXI”, una rivista che si situa apertamente al di là della dicotomia Destra/Sinistra. Ad esso rimando il rettore interessato. Certo, non si tratta di una chiave universale che apre tutte le porte, e che esenti dall’analisi concreta della situazione concreta. Ma si tratta di una proposta di orientamento di fondo. In caso contrario, continueremo a pasticciare nel fango di chi appoggia contemporaneamente i ribelli arabi ed i bombardamenti NATO, violando non solo il principio aristotelico di contraddizione, ma anche il buon vecchio e sempre vivo buon senso.

venerdì 27 maggio 2011

L’indifferentismo morale e la cultura dell’individualismo di massa



Intervista con il Prof. Costanzo Preve a cura di Luigi Tedeschi

1. Il degrado politico – culturale delle classi dirigenti della politica sia italiana che
europea, riflette il venir meno nell’ambito della società occidentale di valori di
carattere etico riconosciuti, su cui cioè, possa fondarsi un giudizio morale che
presieda alle scelte politiche dei popoli chiamati alle urne. L’indifferentismo morale
collettivo, è ahimé constatabile in questi giorni dinanzi alla aggressione armata
dell’Occidente nei confronti della Libia, stato sovrano riconosciuto dall’ONU,
bombardato in base ad una risoluzione delle Nazioni Unite voluta da Obama. Gli
USA hanno decretato la fine di Gheddafi senza che tale risoluzione, emessa in
spregio del diritto internazionale, fosse condannata dal sentire comune dei popoli,
come se tali avvenimenti, in cui l’Italia è coinvolta in prima persona, si verificassero
in altri mondi ed altri tempi. Non suscita certo entusiasmo l’aggressività armata
della Nato, né suscita molta indignazione la condanna dei presunti “crimini contro
l’umanità” attribuita a Gheddafi, ma la politica imperialista americana e lo stato di
soggezione dei paesi vassalli europei sono fatti che vengono accettati acriticamente
come uno stato di fatto che prescinde dalla volontà dei popoli, ormai estraniati dalle
scelte politiche delle classi dirigenti. Tutti ricordano i milioni di manifestanti scesi
nelle piazze di tutta l’Europa nel 2003 per condannare la guerra di Bush contro
l’Iraq, ma quei sentimenti protesta e di condanna contro l’imperialismo armato degli
USA sembrano scomparsi. In realtà l’esaurirsi di tale dissenso è dovuto proprio al
suo contenuto ideologico “pacifista”. Si condannava l’America, in quanto
aggressore armato dell’Iraq, ma nel contempo si condannavano i “crimini contro
l’umanità” di Saddam e si invocava la pace. Questo linguaggio pacifista adattato ai
tempi odierni assume questa chiave di lettura: si deve condannare l’intervento
armato della Nato, ma Gheddafi, in quanto criminale internazionale deve essere
destituito e processato, ma il tutto deve avvenire per via pacifica. E’ evidente che in
tal modo la protesta sposerebbe nella sostanza la strategia americana (tra l’altro
tendente al disimpegno militare diretto), ma contesterebbe solo le modalità
esecutive. Ipocritamente non si effettuano scelte di campo: nessuno sta con
Obama, nessuno con Gheddafi, tutti siamo per la pace. La protesta pacifista fallì nel
2003, perché non si effettuarono chiare scelte di campo. Occorre infatti schierarsi
sia con Gheddafi che con Saddam, ma non con le loro pur discutibili persone, ma
come rappresentanti legittimi di stati sovrani. La scelta è la seguente: o si prendono
le parti dell’imperialismo armato occidentale, oppure ci si batte per la sovranità
degli stati ed il diritto internazionale, tertium non datur. L’indifferentismo morale
collettivo attuale è la conseguenza della morale della non scelta, dell’assenza di una
causa con obiettivi politici concreti da conseguire.

Applicato direttamente e senza mediazione ai fatti storici, politici e sociali, il moralismo non
è solo la morte della politica, ma è anche e soprattutto la morte della stessa morale. La
morale, infatti, è sempre la specificazione problematica all’interno della singola coscienza
individuale dell’etica, e senza un’etica comunitaria sensata la stessa morale si agita in un
vuoto pneumatico senza fondamenti, consegnata al più puro arbitrio (cfr. Costanzo Preve,
Storia dell’Etica, Petite Plaisance, Pistoia 2007). Ma la stessa etica trova il suo
fondamento in una ontologia dell’essere sociale, che a sua volta presuppone un’analisi
“materiale” dell’economia e della geopolitica internazionale. Il moralismo non sa che
farsene di tutto questo, perchè è il regno dell’arbitrio soggettivo spacciato per riferimento a
presunti “eterni valori dell’Uomo”.
L’indifferentismo morale cui tu fai giustamente riferimento, e che correttamente attribuisci
al degrado delle classi dirigenti italiane ed europee (senza mai dimenticare che la testa del
serpente non sta a Roma o a Parigi, ma a Washington e nella pretesa messianica di
uniformare il mondo intero al solo criterio di giudizio protestante e sionista), è però il
prodotto dialettico perverso di una ipertrofia moralistica ipocrita, e non nasce dal nulla, ma
deve essere diagnosticato correttamente, se vogliamo guarirne ed uscirne fuori. La
recente guerra USA-NATO contro la Libia di Gheddafi, cui fai riferimento (scrivo nel giorno
di Pasqua 2011, e quindi non posso conoscerne ancora gli esiti, che immagino comunque
tragici per il popolo libico e per il diritto internazionale) ne è un esempio, ed è bene
parlarne direttamente. Non è certamente la prima volta che assistiamo a questo copione di
manipolazione organizzata e di criminalità mediatica. Dopo la dissoluzione del comunismo
storico novecentesco, talvolta impropriamente battezzato come “dittatura totalitaria” o
come “socialismo reale”, il caso-Libia è solo la terza volta. La prima volta è stata la
Jugoslavia (1999), e la seconda volta l’Irak (2003). In tutti e tre questi casi la sfacciata
violazione del diritto internazionale è stata ipocritamente motivata con ragioni “umanitarie”
cui è stata incollata anche la nuova ideologia neoliberale del diritto incondizionato di
abbattere i “dittatori”. Il “moralismo giudiziario”, inaugurato con i processi di Norimberga
e di Tokio (quest’ultimo ancora più sfacciato del precedente) vuole anche la sanzione
processuale dei Cattivi, e questo non è affatto un caso.
Non è affatto un caso, perchè la riduzione del diritto internazionale a diritto penale rivolto
verso i “dittatori” (qui non c’è differenza fra Milosevic, Saddam Hussein e Gheddafi, perchè
tutti e tre vengono simbolicamente “hitlerizzati” per poterne legittimare il trascinamento in
giudizio) non è che la conseguenza di quella privatizzazione della vita sociale cui abbiamo
già entrambi ampiamente fatto riferimento in una conversazione precedente. Sulla base di
questo criterio, Napoleone non sarebbe finito a Sant’Elena, ma sarebbe stato processato
da una corte penale inglese, russa, austriaca e prussiana. Cavour e Bismarck sarebbero
stati certamente processati, perchè non c’è dubbio che nel perseguire le loro finalità
politiche (rispettivamente l’unificazione dell’Italia e della Germania) commisero certamente
crimini penali di ogni tipo. La storia deve quindi ritenersi conclusa (vedi l’ideologia
imperiale americana di Francis Fukuyama sulla fine della storia), e conclusa in una
globalizzazione finanziaria generalizzata e guida militare e geopolitica americana. In
questo quadro il “pubblico” è ridotto a economia (più esattamente, a crematistica), e tutto il
resto è privatizzato, civilmente o penalmente.
Il discorso sarebbe lungo, e non può essere fatto in questa sede per ragioni di spazio.
Conviene invece limitarsi ad un punto solo, del resto da te bene individuato, che è la
vergognosa impotenza e connivenza del cosiddetto “pacifismo”.
Del pacifismo (chiamato a volte in modo classicistico “irenisno”) sono state date molte
definizioni, che a volte complicano le cose anzichè chiarirle. In questa sede per ragioni di
brevità e di chiarezza, mi limiterò a segnalarne due. In primo luogo, esiste un pacifismo
assoluto, che però a scanso di equivoci è bene definire subito come “non-violenza”, e che
non ha nulla e che fare con il berciare “pace, pace” in irrilevanti cortei ai cui fianchi
esagitati in passamontagna danno fuoco a cassonetti e spaccano vetrine in genere
ampiamente assicurate, nutrendo così le assicurazioni e lo spettacolo mediatico. La nonviolenza
è una tecnica politica individuale e collettiva, rivolta ad ottenere scopi, e deve
essere giudicata esclusivamente dal fatto se questi scopi vengono o no ottenuti, non certo
dal salmodiare pecoresco di belanti dipinti (vedi Gandhi, eccetera.). In secondo luogo,
possiamo chiamare pacifismo la risoluzione pacifica di conflitti originariamente violenti ed
addirittura armati in cui le due parti vengono chiamate intorno ad un tavolo di negoziazione
in presenza di un arbitro imparziale. Nel caso della Libia 2011, il solo “pacifista” degno di
questo nome è stata l’organizzazione dell’Unità Africana, il cui tentativo di mediazione è
fallito a causa del fatto che una delle due parti, che stava per perdere sulla base delle sue
sole forze, puntava ad una vittoria totale dato l’appoggio dei bombardamenti USA e
NATO. Non chiamo invece “pacifisti, perchè non lo sono in alcun modo, gli interventisti
“umanitari” violatori del diritto internazionale, che dovrebbero essere connotati invece
come “guerristi”, se le parole avessero ancora un senso non del tutto “colonizzato” dalla
manipolazione semantica del potere.
Mi congratulo con il tuo coraggio morale quando dici che occorre schierarsi sia con
Gheddafi che con Saddam, e non con le loro discutibili persone, ma come rappresentanti
legittimi di stati sovrani. Questa è esattamente anche la mia posizione. Sono stato con
Milosevic (1999) e con Saddam (2003), e sono oggi con Gheddafi (2011). In questo modo
viene colto il punto cruciale della questione, che sta nella illegittimità e nella infondatezza
(sia politica che morale) della pretesa dell’assolutezza del diritto arbitrario sul principio
dell’interventismo umanitario. Per avere un senso, il termine di “interventismo umanitario”
deve essere ferreamente limitato ai terremoti, alle catastrofi nucleari, agli tsunami, alle
carestie, ed a tutto ciò in cui è in gioco la solidarietà fra individui, popoli e nazioni.
L’interventismo militare geopolitico che si traveste da intervento umanitario (falsificando
anche le risoluzioni ONU, che parlavano solo di no-flight-zone, e non di diritto al
bombardamento con intervento unilaterale in una guerra civile fra libici) è invece sempre e
solo “guerrrismo”, ed in nessun modo “pacifismo”. Ma allora, che cosa muove le
cornacchie di “sinistra” interventiste, Pietro Ingrao, Rossana Rossanda, Dario Fo, Franca
Rame, eccetera (non parlo qui certo di Giorgio Napolitano, esponente organico della
subordinazione italiana agli USA ed alla Nato)?
Si è trattato di un impazzimento collettivo? In parte sì. Certamente, di un impazzimento
ideologico generalizzato. Ci può aiutare la scuola di Palo Alto in California (Berkeley), che
studia le psicosi dei bambini, sulla base dei messaggi contraddittori che ricevono dai
comportamenti contraddittori dei loro genitori, e che non sanno ovviamente padroneggiare,
decifrare ed elaborare. Tutta questa gente “di sinistra” non aveva mai considerato un
“valore” la sovranità nazionale, in nome della astratta solidarietà internazionalistica su
base puramente classista. Adesso questi sventurati hanno semplicemente rovesciato il
vecchio nichilismo nazionale a base anarcoide (per cui i ribelli hanno sempre ragione
contro un fantomatico “potere”, indipendentemente dal loro concreto programma politico e
sociale, che può essere ben peggiore di quello del potere precedente) in cosmopolitismo
astratto di generici “diritti umani” a base moralistica. Ma torniamo all’esempio dell’impazzimento
sulla base della mancata elaborazione di messaggi contraddittori. Da un lato,
questi fallimentari disgraziati recepiscono il messaggio dei mass media occidentali in
modo pressoché integrale e non filtrato da un metodo critico (Milosevic macellaio dei
Balcani, Saddam Hussein dittatore sanguinario, Gheddafi ridicolo tirannello amico di
Berlusconi, eccetera). Dall’altro, e contraddittoriamente, dopo aver recepito l’immagine del
Crudele Dittatore con simbolici baffi alla Hitler-Stalin, devono però belare “pace, pace” in
nome del riferimento astratto al pacifismo. Ma questi belati non possono resistere al
fascino della teoria dei diritti umani, pilastro del Politicamente Corretto con cui questi
sventurati (a mio avviso più degni di pietà che disprezzo) hanno sostituito il precedente
Operaismo Mistico (viva la FIOM) ed il precedente Culto del Guerrigliero Eroico (viva Che
Guevara). L’impazzimento ideologico che ne consegue, come nel caso dei bambini curati
a Palo Alto, li ha portati a gridare: “Viva la Pace! Uccidete il sanguinario dittatore, anche
con i bombardamenti USA e NATO, se necessario!!”.
C’è una lezione da trarre da tutta questa grottesca e triste storia? Certo che c’è. La lezione
consiste in ciò, che il pacifismo non può essere agitato in modo astrattamente ritualistico,
ma richiede una fortissima base teorica, filosofica politica e morale. Occorre ricominciare a
riconoscere l’aspetto principale e l’aspetto secondario dei problemi, e chiedersi come é
possibile che i responsabili della dittatura delle oligarchie crematistiche siano nello stesso
tempo i difensori dei diritti umani degli individui, dei popoli e delle nazioni. Il vergognoso
tradimento della parola data (il patto d’amicizia fra Italia e Libia) è stato unanimemente
avallato in Italia da tutta indistintamente la destra e la sinistra parlamentari, che hanno così
ancora una volta mostrato alla luce del sole quella che per molti è ancora una tesi
discutibile ed azzardata, e cioè l’attuale tramonto della dicotomia Destra/Sinistra. Che
cosa ci vorrà ancora perchè si cominci a capire quella che è ormai sotto gli occhi di tutti, e
cioè l’omologazione degli estremi bipolari precedenti in un Estremismo di Centro a
sorveglianza mediatico-universitaria ed a permanente minaccia di bombardamenti NATO?

2. Non esistono oggi né partiti né movimenti politici capaci di interpretare il comune
sentire, inteso come insieme di valori morali e culturali diffusi che nella società si
contrappongano ad un ordine democratico, caratterizzato dall’assenza di
fondamenti etici su cui possano legittimarsi le istituzioni degli stati. Il fenomeno
della globalizzazione economica in atto, ha ridotto drasticamente la sovranità degli
stati ed ha anche mutato profondamente la cultura dei popoli. Le identità nazionali
hanno ceduto il passo al cosmopolitismo globale, alle differenziazioni culturali e
linguistiche si sono sostituite nuove forme di uniformazione culturale specie nei
costumi, nel modo di sentire comune, per lo più plasmato dalla virtualità
dell’immagine erogata dai media. L’umanità sembra evolvere verso forme di
omologazione del pensiero e del sentire che si impongono nel mondo non
unificandolo, ma trasformando l’umanità stessa in un agglomerato cosmopolita
globale. Il globalismo indifferenziato non richiede certo adesione e consenso, ma si
impone sia con le armi che con la cultura e l’economia dei consumi. Il globalismo
non comporta le scelte morali e le valutazioni del pensiero critico, ma investe tutti in
un unico processo che viene inteso dalla generalità delle masse come necessario
ed ineluttabile destino. Pertanto, in tale contesto è facilmente spiegabile
l’indifferentismo morale generalizzato nel nostro presente storico sia dinanzi alle
guerre imperialistiche, che nei confronti di certe scelte di trasformazione sistemica
dell’economia, che comportano l’abrogazione progressiva dello stato sociale, che
nei rapporti interpersonali improntati alle esigenze utilitaristiche dell’individuo. In
questo programmato fluire indifferenziato di eventi, la società non riproduce più sé
stessa, dal momento che è la società stessa ad aver rinunciato ai suoi presupposti
etici che ne assicurassero la sussistenza e la continuità. Una società globale
indifferenziata non può che essere sempre uguale a sé stessa, è la risultante di uno
stato di fatto permanente che non ha quindi alcuna esigenza di riprodursi.
L’economicismo globale ha distrutto inoltre i postulati basilari della stessa ragione
economica. Prevale infatti, al di là dei suoi clamorosi fallimenti, l’economia
finanziaria globale, fondata sui valori virtuali del mercato finanziario,
sull’irrazionalismo delle masse dei consumatori – investitori, a discapito della
produzione, dello sviluppo, della redistribuzione della ricchezza. Un mondo
indifferenziato globale è la conseguenza ultima di un nichilismo diffuso specie
nell’ambito di una cultura, che ha intesa da oltre un secolo prescindere dal pensiero
critico e dal giudizio morale. E’ sintomatico di tale stato di cose, che generalmente,
quando qualcuno voglia esprimere una propria opinione non perfettamente in riga
con il politically correct dominante, premetta al suo discorso che il suo pensiero
non vuole essere un giudizio morale.

Bisogna riflettere sul fatto, apparentemente secondario e minore, ma sintomatico, per cui
la gente si sbriga a dire che quanto dice non vuole essere un giudizio morale. Ciò è tanto
più paradossale, ed apparentemente contraddittorio, quanto più la politica è stata
soffocata dal moralismo degli scandali e dall’esportazione armata dei cosiddetti “diritti
umani”, che essendo appunto “umani” non possono che essere a base morale. Ma si ha
qui appunto a che fare con il fenomeno non tanto della sparizione della morale, che nella
forma del moralismo ipocrita-giudiziario è invece ipertrofica, ma con la fine dell’etica, ed in
particolare dell’etica comunitaria.
La gente non direbbe che quanto dice non vuole essere un giudizio morale se non
percepisse confusamente che c’è intorno una sorta di indiretta pressione sociale
conformistica che “preme” per questa affermazione. Non è facile il capire il perchè. Ma se
vogliamo capirlo, è necessario afferrare le cose alla radice. E la radice, a mio avviso, sta
nella riduzione del concetto di libertà a libertà del consumatore. Il consumatore può infatti
consumare quello che vuole, fino a che l’oggetto del consumo non è dichiarato
esplicitamente illegale (narcotici, pedopornografia, simboli nazisti, eccetera). Prima di
essere caratteristiche dell’ideologia contemporanea diffusa, il relativismo ed il nichilismo
sono caratteristiche organiche della libertà del consumatore, che secondo le curve di
indifferenza dell’economia neoclassica si muove in base alla massimizzazione della
propria “ofelimità” (il termine tecnico per indicare l’utilità personale).
Tutto questo, ovviamente, non è affatto di per sé un male. Finchè ci si muove nell’ambito
della legalità, ognuno ha l’insindacabile diritto sovrano di preferire un consumo ad un
altro. C’è chi preferisce la nuotata in mare, chi l’escursione in montagna, chi infine il riposo
in un agriturismo di campagna. C’è chi acquista libri rari, e chi invece preferisce un bel
viaggio in un paese lontano. Qui ci si muove nella sfera della legittima ragione economica,
ed allora il problema sta nel vedere fino a che punto quello che tu chiami “economicismo
globale” abbia distrutto, insieme con l’etica comunitaria, la stessa ragione economica. In
fondo alla catena scopriremo anche l’ometto che, convinto di essere un esprit fort libero da
vecchi e sorpassati pregiudizi, sostiene che quanto afferma non vuole essere un giudizio
morale.
Tutta la tradizione filosofica occidentale è caratterizzata dal tentativo di fondare il concetto
di libertà in qualcosa che non si riducesse a semplice arbitrio. Persino il termine di “libero
arbitrio”, centrale nelle discussioni teologiche sulla grazia e la predestinazione, è sempre
stato correlato al corretto uso di questo stesso libero arbitrio, rivolto verso il Bene ed il
Giusto e non verso il Male e l’Ingiusto. Il processo che Karl Polanyi ha descritto a livello
storico (l’autonomizzazione dell’economia dalla sua precedente “incorporazione” politica,
sociale e comunitaria) si è per così dire “duplicato” a livello ideologico-filosofico nella
separazione prima e nella assolutizzazione poi, della libertà del consumatore rispetto ad
ogni altro tipo di libertà. Da circa trent’anni, all’interno della cosiddetta
“deideologizzazione”, lo stesso elettore è trattato come un consumatore di prodotti politici
preconfezionati nel mercato politico (campagne elettorali personalizzate, sondaggi
praticamente indistinguibili dai sondaggi commerciali, eccetera).
Nella tradizione filosofica occidentale moderna il concetto di libertà è stato declinato in
due modi fondamentali, quello del criticismo di Kant e quello dell’idealismo di Hegel. In
Kant la libertà (più esattamente il libero arbitrio) è declinata come un postulato a priori
della ragion pratica, cioè del comportamento morale umano libero. Il soggetto kantiano è
però “puro” ed astratto, e cioè integralmente destoricizzato e desocializzato, ed in questo
modo il campo dell’etica, comunitario per definizione, è integralmente ridotto a campo
della morale individuale. L’etica è allora di fatto soltanto la sommatoria di singole morali
individuali. Sebbene Kant non ne fosse probabilmente consapevole, e fosse mosso dalle
migliori intenzioni illuministiche, anti-feudali, anti-signorili ed anti-assolutistiche, questa
estrema individualizzazione della morale non faceva che “duplicare” in campo filosofico
l’analoga (e storicamente coeva) individualizzazione del comportamento economico
effettuata da Adam Smith, anche se superficialmente il rigorismo dell’imperativo categorico
kantiano non aveva nulla a che fare con la cosiddetta “etica della simpatia” fra venditore e
compratore, che Kant avrebbe considerato eteronoma e non autonoma, e quindi nel suo
linguaggio non completamente “morale”. Ma qui si ha a che fare con quella fisiologica
schizofrenia del grande pensiero borghese classico, che in seguito diede poi luogo alla
famosa “coscienza infelice”.
Il grande idealismo classico tedesco (i cui principali esponenti sono stati nell’ordine Fichte,
Hegel e Marx, che non è affatto stato un filosofo materialista, ma integralmente idealista,
sia pure in modo molto peculiare) nasce come critica dell’individualismo astratto di Kant, e
prende di mira in particolare i suoi aspetti strutturali di destoricizzazione e di
desocializzazione. La destoricizzazione e la desocializzazione non erano state per nulla
degli “errori” di Kant, ma erano state ingredienti indispensabili per effettuare la rottura con
le precedenti fondazioni organicistiche delle società feudali e signorili e per poterle
sostituire con la concezione di una nuova società liberale-borghese costituita da individui
autonomi, liberi ed indipendenti. L’intera filosofia detta “moderna”, da Cartesio (il cogito) a
Kant (l’Io Penso), doveva iniziare con una costituzione formalistica del soggetto,
destoricizzato e desocializzato, perché solo in questo modo si “spianava la strada” alla
società degli individui del tutto auto-fondati economicamente e moralmente. Hegel vuole
invece ristabilire il rapporto fra filosofia e comunità, già magistralmente posto dai maestri
greci, ma nello stesso tempo è consapevole di non poter “restaurare” il modello idealistico
di Platone (di origine geometrico-pitagorica), perché nel frattempo il cristianesimo
monoteistico, che egli rifiuta di considerare in termini di semplice superstizione e
decadenza (come faranno dopo di lui i positivisti e Nietzsche), ha introdotto la nozione di
coscienza storica, più o meno diversamente secolarizzata.
In opposizione a Kant, per cui la libertà è un postulato a priori di una soggettività
individuale integralmente destoricizzata e desocializzata (la cui astrazione corrisponde al
carattere “astratto” del lavoro capitalistico), per Hegel la libertà è un risultato, un
conseguimento, il risultato finale di un processo storico e sociale di autocoscienza della
libertà. Su questo punto non esiste nessuna differenza filosofica fra Marx ed Hegel, anche
se ovviamente Marx era comunista e Hegel non lo era. L’individuo non è affatto cancellato
o umiliato, al contrario. Semplicemente, esso non è assolutizzato, ed in questo modo non
è posto astrattamente come vuota origine del Bene e del Male. L’individuo è correlato alla
comunità di appartenenza, e si tratta allora di vedere se questa comunità di appartenenza
sia o meno portatrice di valori universali, universalistici o universalizzabili. E qui viene non
solo criticato quello che Marx chiamerà “robinsonismo”, nella duplice forma filosofica di
Kant ed economica di Smith, ma viene espresso un concetto di libertà comunitario
complessivo, che in quanto tale è incompatibile con il riduzionismo alla sola libertà del
consumatore.
La libertà del consumatore si basa su di un pedigree filosofico alternativo, quello di Hume
e di Nietzsche, ereditato oggi da Faucault e da Toni Negri. Per Hume la libertà rimanda
ad un soggetto che non è che un flusso variopinto di emozioni e di sensazioni, ed è
pertanto il soggetto ideale per l’attuale seduzione consumistica del mercato pubblicitario.
D’altra parte, per Hume la società non ha bisogno di essere fondata sull’esistenza di Dio,
sul diritto naturale e sul contratto sociale, ma basta ed avanza il semplice rapporto di
abitudine fra individui. Il sulfureo Nietzsche riprende integralmente la concezione
antropologica del soggetto di Hume, in quanto il soggetto per Nietzsche non è che il flusso
energetico della volontà di potenza. L’attuale concezione post-moderna della libertà del
consumatore unifica genialmente Hume e Nietzsche, emargina quella di Kant (considerata
troppo moralistica e ritenuta valida soltanto per seminari universitari esplicitamente rivolti
contro la concezione comunitaria derivata da Hegel e poi da Marx), e si oppone
frontalmente alla concezione di Hegel e di Marx, bollati come nemici della “società aperta”
di Popper, non a caso diventato oggi il papa filosofico del capitalismo anglosassone.
Società aperta che poi non è “aperta” per nulla, ma anzi è chiusissima, perché si basa sul
presupposto della fine capitalistica della storia.
Come si vede, una corretta diagnosi dell’odierno indifferentismo morale, generalizzato,
ipocritamente unito ad un continuo moralismo asfissiante, non può evitare di risalire alle
origini dell’individualismo borghese moderno. Il comunismo storico novecentesco
recentemente defunto (1917-1991) non ha potuto e saputo in alcun modo contrapporvisi,
perchè le comunità non possono essere imposte artificialmente in modo dispotico, ed il
dispotismo, in questo simile al latte, ha una vera e propria “data di scadenza”, che coincide
con l’avvento di nuove generazioni storicamente estranee ai movimenti politici e sociali
che hanno dato luogo a questi “dispotismi sociali”. Così come avvenne per il dantesco
“contrappasso”, viviamo in un periodo storico in cui la diffusione dell’individualismo
anomico è stata ideologicamente rilegittimata da questo crollo. La sola cosa sicura, però, è
che si tratta di un fenomeno temporaneo e provvisorio.

3. Quando si evoca l’indifferentismo morale, in occidente il riferimento corre
immediato al conformismo delle masse, drogate dal consumismo indotto dallo
strapotere dei media della persuasione collettiva. Una socialità in cui prevale
l’indifferenza generalizzata non è tale. E’ assai facile per un intellettuale organico
emettere giudizi di condanna morale sulle masse che non intendono il suo verbo e
lamentare la sua emarginazione. Ma l’intellettuale emarginato dalle masse, che non
interpreta il senso comune dominante nella società n cui vive è una figura priva di
senso nel contesto sociale in cui vive. La radice dell’indifferentismo morale della
società odierna è da ricercarsi, sia dal punto di vista storico che filosofico
nell’individualismo. Anzi, l’indifferentismo morale delle masse è la conseguenza
ultima di un processo di dissociazione tra l’individuo e la società affermatosi
storicamente da almeno due secoli. Occorre infatti risalire alla genesi
dell’individualismo per comprendere la logica storico – filosofica da cui scaturisce
l’indifferentismo morale odierno. E’ infatti lo sgretolarsi progressivo dell’etica
comunitaria a produrre la morale, intesa come l’etica individuale di un uomo
dissociato dalla società e dai valori comuni di riferimento. Che poi la morale si
legittimi attraverso il primato del pensiero trascendentale (kantismo), oppure tramite
il primato della coscienza individuale (protestantesimo),la differenza non è così
rilevante: in entrambi i casi l’uomo, espropriato della suo dimensione sociale,
isolandosi dalla comunità, incardina i suoi valori in entità estranee all’uomo stesso.
Il pensiero critico è soppiantato da direttive di comportamento cui l’io deve
adeguarsi. Il precetto morale si sostituisce alla dialettica del confronto sociale
perché l’individuo diviene l’unica fonte di legittimazione di sé stesso. Quindi
all’individualismo morale succede l’individualismo prima empirista poi illuminista
che, negando al pensiero filosofico ogni fondamento metafisico, elimina dunque
ogni causalità e finalità presupposta all’individuo, che diviene in tal modo unica
causa di sé stesso e del proprio agire. Una volta ristretti gli orizzonti del pensiero ad
un agire fattuale determinato dall’utilità individuale e degradati i rapporti sociali a
rapporti economici di scambio di merci e servizi, è evidente che le problematiche
inerenti il giudizio etico – morale di sé stessi e della società appaiono
determinazioni prive di senso. La metafisica e la assiologia si sono trasformate in
psicologia individuale e di massa, sedimentata ormai la relatività del proprio essere
individuale e della stessa storia, ridotta nei limiti temporali dell’esistenza, si è
realizzata la dissoluzione dell’io, che si è sciolto nell’acido dell’indifferentismo
morale di un individualismo massificato, che non è e non vuole essere una nuova e
diversa filosofia dell’essere dell’uomo contemporaneo, ma la negazione stessa di
ogni dimensione etico – morale che conferisca senso alla vita stessa.

La colpevolizzazione aristocratico-snobistica delle masse rappresenta una facile via di
fuga per i cosiddetti “colti”, la cui cultura non gli permette però di capire che il consumismo
non è un prodotto spontaneo che viene “dal basso”, ma una forma di integrazione
artificiale integralmente gestita dai dominanti sui dominati. D’altra parte, la recente
dissoluzione del comunismo novecentesco recentemente defunto deve pur sempre
servirci da lezione, ed insegnarci che la compressione dei consumi individuali non è in
alcun modo una forma di moralizzazione, e tantomeno di ricostruzione etica comunitaria,
ma soltanto una forma di anomia che poi porta al suo contrario, il riscatenamento
dell’individualismo consumistico (ed in questo l’esempio della Cina dovrà pur sempre
essere preso in considerazione).
Nel colpevolizzare le masse per la loro presunta “volgarità” si distinguono i cosiddetti
“gruppi intellettuali”. Hai perfettamente ragione, e non posso che congratularmi con te, nel
segnalare che è assai facile per un intellettuale (organico ma non solo) emettere giudizi di
condanna morale sulle masse che non intendono il suo verbo e lamentare la sua
emarginazione. In questa mia terza risposta, quindi, mi limiterò ad esaminare il rapporto
fra gli attuali gruppi intellettuali e le forme dominanti di individualismo. Queste forme
derivano dalla società di mercato, e ci sarebbero anche se per ipotesi i gruppi intellettuali
non esistessero. Ma le forme attuali della riproduzione sociale degli intellettuali, e
soprattutto della loro visibilità pubblica (giornalistica, televisiva, ma in primo luogo e
sopratutto universitaria) sono comunque un fattore da prendere in considerazione.
I saggi che studiano la storia ed il ruolo dei gruppi intellettuali sono molto numerosi, ed io
stesso ne ho scritto uno (cfr. Il ritorno del clero, Editrice CRT, Pistoia 2000). Tuttavia
quello che imposta a mio avviso meglio i termini storici e filosofici della questione è stato
scritto da Zygmunt Bauman, ed è il suo capolavoro (cfr. La decadenza degli intellettuali,
Bollati Boringhieri, Torino 1992 e 2007). Anziché riassumerne semplicemente le tesi, le
rielaborerò autonomamente partendo da esse, per sviluppare poi il mio punto di vista, che
ritengo in gran parte convergente con il tuo.
Bauman individua la genesi storica di uno specifico gruppo sociale definibile come
“intellettuali” nei philosophes, cioè negli illuministi francesi del Settecento europeo, e li
connota come “legislatori sociali”, almeno in pectore. Gli intellettuali sarebbero quindi nati
nel Settecento, e sarebbero nati come legislatori sociali. Si tratta di una ipotesi del tutto
plausibile, che si contrappone ad altre due scuole di pensiero. La prima parla di
“intellettuali” in tutti i casi in cui una società produce dei mediatori culturali la cui funzione
è quella di produrre un mondo simbolico di integrazione sociale, ed in questo caso bisogna
risalire agli scribi egizi, ai cantori scandinavi, ai filosofi cinesi, indiani e greci, ai profeti
ebraici, eccetera, con il pericolo di produrne in questo modo una nazione talmente ampia e
generica da risultare di fatto inutilizzabile, come le maglie di una rete talmente grandi da
non poter prendere i pesci, perchè questi ultimi ci passano attraverso. La seconda limita la
nascita di veri e propri gruppi intellettuali ad un fatto molto recente avvenuto a fine
Ottocento, il caso Dreyfus e la reazione organizzata (Zola, eccetera) all’antisemitismo
moderno, con il pericolo però di produrre una nozione talmente limitativa di “intellettuali” da
renderla non euristica e non operativa per ragioni opposte ma convergenti con la
precedente. L’ipotesi di Bauman è invece plausibile perchè correla strettamente il gruppo
sociale degli intellettuali in quanto specialisti dell’universale e del simbolico con l’emergere
della borghesia come classe sociale specifica, di cui il proletariato non è tanto la
negazione ed il superamento, come ha scorrettamente opinato il marxismo ottocentesco e
novecentesco, quanto un correlato organico e complementare, che nasce con essa, si
sviluppa con essa, e tramonta con essa. Vi è pertanto un primo elemento che possiamo
trarre da Bauman: il gruppo sociale degli intellettuali sorge insieme con la borghesia e con
il suo complemento necessario chiamato proletariato, e con lo sviluppo progressivo di un
capitalismo post-borghese, e quindi post-proletario, è normale che non possano più
esistere nella vecchia forma consueta, e questo fa venir meno tutte le teorie precedenti, da
Voltaire a Mannheim, da Husserl a Gramsci, eccetera.
Ma qui il diavolo, si nasconde nel dettaglio, e cioè in una paroletta apparentemente
inoffensiva. Gli intellettuali, in questo caso i filosofi non sono nati come legislatori sociali
ma come legislatori comunitari. Non è affatto la stessa cosa. Il termine “società” non esiste
neppure in greco antico, e non esiste perchè non ne esiste neppure il concetto e la realtà,
ma c’è soltanto il termine di comunità (koinòn, koinonia). Lo stesso termine latino di
societas non è di fatto mai impiegato nel senso che oggi diamo a questa parola. La
“società” è un termine generico, la cui ipertrofia sociologica nasconde una
indeterminatezza patologica. Il “sociale” è un concetto ampio, che manca però di forza
esplicativa, se non ne viene prima posta la sua genesi ontologica, che è sempre una
ontologia storica. Per ora le scienze cosiddette “sociali” tendono a spiegare i fenomeni
sociali con altri fenomeni sociali, ed in questo mondo si crea una catena viziosa,
autoreferenziale e tautologica simile ad un serpente che si morde la coda. Ma cos’è, in
ultima istanza, l’elaborazione del sociale? Non è nulla, se non si capisce che il “sociale”
deve essere spiegato al di fuori di esso, e non è che una metafora impropria di ciò che
dovrebbe invece essere definito come “storicità”. Finchè si continuerà a pensare gli
intellettuali come “legislatori sociali”, e basta, ci si muoverà sempre in un cerchio magico
incantato in cui i concetti, come in un girotondo senza fine, si richiamano sempre e solo
l’uno con l’altro.
I primi filosofi greci, che pure a mio avviso sarebbe scorretto definire come “intellettuali”,
non erano legislatori sociali, ma erano legislatori comunitari. Una pigra abitudine inerziale
consolidata ci ha portato a pensare che fossero semplicemente dei “naturalisti”, e cioè dei
precursori artigianali dei moderni fisici, chimici e biologi. Ma non è così. In assenza di una
religione monoteistica e creazionistica rivelata, e pertanto in assenza di quella funzione
profetica diffusa presso gli Ebrei, i primi filosofi greci dovevano affermarsi come autorevoli
e credibili nella loro comunità esclusivamente attraverso l’interpretazione della genesi della
Natura, in quanto la stessa comunità sociale era pensata come duplicazione della natura
stessa, sulla base dell’originaria indistinzione fra macrocosmo naturale e microcosmo
sociale ed umano. Con l’irrompere della moneta coniata e della sua tesaurizzazione
potenzialmente illimitata (apeiron), la precedente comunità era messa in pericolo dal
potere delle ricchezze individuali e soprattutto dalla schiavitù, per debiti. Per questo era
necessario il calcolo comunitario equilibrato del potere e della ricchezza (logos), e questo
è il significato fondamentale del termine logos, che soltanto in seconda istanza significa
linguaggio o ragione discorsiva.
Gli intellettuali ottocenteschi e novecenteschi riprendono quindi questa funzione di
legislazione comunitaria, e questo è un loro titolo di merito, non certo di demerito, come
affermano i post-moderni che li accusano di essere caduti vittime della cosiddetta
“sindrome di Siracusa”, alludendo a Platone che si sarebbe illuso di poter fare da
consigliere ai tiranni. Ma qui c’è soltanto la reazione congiunturale all’ipertrofia della
ideologizzazione politica del ventennio, 1960-1980, il cui lutto non è stato ancora elaborato
se non nella forma del pentimento.
La fine della funzione intellettuale si accompagna con la visibilità mediatica ossessiva di
intellettuali conferenzieri, simili ai Luciano ed agli Apuleio del tardo impero romano. La
cultura diventa integralmente spettacolo con la passivizzazione dello spettatore. Diventati
specialisti universitari attraverso la esasperata divisione accademica delle discipline
(funzionale alla moltiplicazioni di cattedre, dipartimenti e finanziamenti), gli intellettuali non
solo si suicidano, ma si riproducono solo attraverso la cooptazione conformistica delle
cattedre universitarie. Mentre per diventare poliziotti, magistrati o insegnanti di scuola
media ci vogliono pur sempre concorsi selettivi in busta chiusa in cui vengono corretti testi
rigorosamente anonimi, i concorsi universitari (parlo qui ovviamente solo delle facoltà di
filosofia e di scienze sociali) vengono effettuati sulla base dell’integrale cooptazione, in cui
il conformismo ideologico politicamente corretto fa premio su qualsiasi altra forma di
merito, nonostante l’ipocrita e ritualistico richiamo ad una inesistente “meritocrazia”.
Questo fa diventare gli intellettuali (parlo non del singolo, che può anche cantare fuori dal
coro, ma del gruppo sociale in quanto tale) uno dei gruppi sociali più conformisti ed
“integrati” dell’intero orbe terracqueo. Se oggi il codice dominante è quello individualistico
della libertà del consumatore, possiamo essere sicuri che i gruppi intellettuali mediatici ed
universitari se ne faranno portatori, non tanto nella forma esplicita e diretta (demandata ai
pubblicitari), quanto nella forma indiretta della sistematica diffamazione di tutte le forme di
pensiero non omogenee a quest’ultimo, non importa se di destra (Ezra Pound) o di sinistra
(Karl Marx). Gli intellettuali sono oggi portatori di quello specifico estremismo di centro che
possiamo definire conformismo post-moderno. Possiamo aspettarci qualcosa di buono
dalle cosiddette “persone normali”, ma da essi intesi come gruppo sociale sicuramente no.

4. L’economia di mercato e soprattutto la società di mercato ad essa collegata,
quale complesso di rapporti sociali derivati dalla logica mercatista, produce sempre
nuovi equilibri dinamici in cui trovano il loro punto di equilibrio sia la domanda e
l’offerta di beni e servizi, che la composizione dei rapporti sociali, morali e culturali
tra le classi. Così come nel mercato si manifestano le crisi economiche, quali
momenti di trasformazione in cui il mercato tende a creare nuovi parametri di
equilibrio, anche la struttura della società tende ad evolversi parallelamente.
Pertanto, da tali mutamenti emergono alcune classi sociali, cui corrisponde il
declino di altre. Questo processo dinamico – evolutivo dell’economia di mercato,
determina dunque sempre nuovi equilibri ai quali è la società che deve adattarsi e
mai l’economia. La nuova struttura dei rapporti sociali che ne deriva è dominata da
quelle classi sociali che si siano rese compatibili con le evoluzioni del mercato con
conseguente estromissione delle altre. Il capitalismo del XXI° secolo tende ad una
accentuata logica selettiva ad excludendum, con l’effetto di marginalizzare sempre
più vasti strati del tessuto sociale, che vengono progressivamente esclusi dai nuovi
equilibri socio – economici. La selezione effettuata dal mercato determina
marginalizzazioni e disuguaglianze sempre più accentuate nel corpo sociale, mai
l’integrazione e l’eguaglianza tra le diverse componenti della società. Oggi
assistiamo con la crisi sistemica in atto sia alla emarginazione delle masse nei
paesi evoluti dell’occidente, che dei popoli del terzo mondo nell’ambito geopolitico.
L’emarginazione conduce all’isolamento sia individuale che collettivo di masse
umane che non si riconoscono nelle istituzioni, in quanto prive di un ruolo attivo
nella società sia nel campo economico che in quello politico. Quindi si afferma un
indifferentismo morale di massa derivato da una condizione umana non sorretta da
valori morali che giustifichino gli equilibri sociali selettivi e disgreganti della società
globalizzata del nostro tempo. L’emarginazione sociale comporta l’emergere di una
logica della sopravvivenza generalizzata, derivante dallo stato di precarietà
economica nel campo lavorativo ed esistenziale nei rapporti interpersonali. In tale
condizione l’uomo non tende al sovvertimento sociale, ma alla conservazione
dell’esistente: una vita precaria, concentrata sulla sopravvivenza genera solo istinto
di conservazione. Non è un caso che nella società occidentale prevalgano le
tendenze politiche conservatrici: l’estromissione delle masse da una politica
dominata dalle oligarchie delle lobbies ha prodotto ha determinato l’indifferentismo
morale quale condizione di estraniazione esistenziale dell’io sia dalla propria
identità che dal mondo in cui vive. Indifferentismo morale e conservatorismo
dell’esistente sono fenomeni paralleli che tendono ad identificarsi a vicenda. Perché
considerare la propria sostanza umana solo alla luce della realtà positiva
contingente, conduce fatalmente alla accettazione dell’esistente. Analoghi sviluppi
subisce la cultura dominante, che oggi appare concentrata nella condanna morale
di tutti quei fenomeni non del tutto compatibili con la logica relativista di
conservazione dell’ordine anomico dell’esistente (diritti umani, liberaldemocrazia,
individualismo). L’indifferentismo morale rappresenta dunque la fase terminale di
un processo degenerativo di una condizione umana che precipita nell’abisso del
suo non essere, inteso come non essere di se stessi, sia dal punto di vista
individuale che collettivo.

Ritengo che tu abbia individuato il cuore del problema del nostro tempo affermando che
oggi la società deve adattarsi all’economia, e non certo l’economia alla società. Si dirà (e
sono soprattutto i marxisti a dirlo) che questa non è una novità, perchè questo è sempre
avvenuto, e sempre la società (o più esattamente la comunità) ha dovuto adattarsi
all’economia. Ma non è vero. Se per “economia” si intendono le risorse naturali, le forze
produttive, l’agricoltura, l’allevamento, eccetera, allora questo può essere parzialmente
vero (parzialmente, ma non del tutto, perchè ambienti naturali simili hanno prodotto
configurazioni storiche e sociali, molto diverse e talvolta alternative). Ma oggi l’economia
non è più questo, quanto l’imposizione diretta di una forma obbligata politica, culturale e
sociale autoreferenziale. Si tratta di una relativa “novità”. Questa novità deve essere
indagata con categorie specifiche adatte ad essa.
Per comprendere il cuore del problema da te messo a fuoco con tanta chiarezza
un’eccessiva erudizione storica ed economica può addirittura essere fuorviante, per il noto
principio per cui occorre prima vedere le foreste, e poi esaminare i singoli alberi. Sono
invece necessari due concetti fondamentali, il primo elaborato da Karl Marx, il secondo da
Karl Polanyi. Secondo Marx il capitalismo, o più esattamente il modo di produzione
capitalistico, è retto da una norma di produzione e riproduzione illimitata, ed è proprio
questa illimitatezza l’elemento differenziale e contrastivo con tutti i precedenti (e forse i
successivi, se ci saranno successivi, cosa che nessuna filosofia della storia
necessitaristica, deterministica e teleologica può garantire a priori in forma messianica,
ricoperta o meno con una presunta veste “scientifica”) modi di produzione che hanno
caratterizzato la storia universale dei cinque continenti. Secondo Polanyi il capitalismo è
la sola società in cui l’economia non sia contenuta ed “incorporata” nella più ampia
produzione sociale e comunitaria, e questa non-incorporazione è ovviamente la premessa
non solo dell’autonomizzazione patologica dell’economia stessa, ma del suo soffocante
dominio su tutti gli ambiti della vita sociale, per cui a poco a poco, la fisiologica economia
di mercato diventa una patologica società di mercato.
Partendo dall’economia politica intesa come disciplina indipendente, in tutte le sue varianti
di destra, di centro e di sinistra, questa comprensione è impossibile, ed è impossibile per
l’autoreferenzialità della stessa scienza economica, che si basa sul presupposto
antropologico dell’individuo originario, prima produttore e poi consumatore. E’vero che a
volte si parla di macro-economia contrapposta a micro-economia, ma si tratta quasi
sempre di un espediente, perchè le stesse grandezze macro-economiche disaggregate
rimandano in ultima istanza alla sacralità indiscussa della fondazione utilitaristica
originaria.
L’economia politica trova quindi il suo fondamento ontologico ultimo in una metafisica
dell’individuo originario. Per questo fanno ridere (ma si ride per non piangere!) tutte le
affermazioni alla Habermas o alla Rorty, per cui oggi noi vivremmo finalmente in una
situazione post-metafisica, in cui il rischiaramento illuministico ha finalmente vinto sulle
precedenti superstizioni religiose e su quei succedanei religiosi imperfettamente
secolarizzati che rinviano al pensiero di Hegel e di Marx.
Chi cerca in tutti i Modi nell’economia politica la chiave per la comprensione della totalità
sociale non la troverà mai, perchè l’economia politica non è la soluzione, ma è il problema.
Una delle ragioni - non l’unica, certamente - del fallimento del marxismo storico nella
comprensione del problema della riproduzione della totalità capitalistica sta nel fatto che a
partire da Engels (ma con qualche minore responsabilità di Marx) il marxismo si è
costituito come “economia politica di sinistra” e come previsione pseudo-scientifica e
quasi-religiosa del crollo del capitalismo per opera del soggetto demiurgico proletario. Ma
l’economia politica, di destra o di sinistra che sia coincide al cento per cento con
l’utilitarismo, ed essendo l’utilitarismo una metafisica dell’individuo originario é del tutto
impossibile sulle sue basi giungere alle dinamiche della dissoluzione e della
ricomposizione della comunità. Solo la filosofia può arrivarci, e non è un caso infatti che a
partire dal 1803 circa Hegel abbia individuato nella filosofia l’unica leva per la
ricomposizione della comunità, abbandonando le precedenti generose posizioni giovanili
(l’arte, il cristianesimo, la grecità, eccetera) .
Alcuni economisti sensibili ed intelligenti hanno peraltro capito a loro modo quanto sto
dicendo, e cioè che sul terreno della sola economia è del tutto impossibile ricostruire la
totalità sociale, e pertanto modificarla in una prospettiva concreta e realistica. Fra questi
spicca l’economista-filosofo italiano Claudio Napoleoni (1924-1988). Studiando la storia
del pensiero economico, e non dimenticando mai che quella che viene chiamata “socialità”
non è altro che storicità, o se vogliamo una configurazione mobile e provvisoria della
storicità stessa, Napoleoni giunse alla comprensione della identità in ultima istanza fra la
teoria economica del valore e la teoria filosofica dell’alienazione. E mentre per il suo
compagno di strada Lucio Colletti questa scoperta fu l’occasione (o meglio, il pretesto) per
giustificare il proprio abbandono della prospettiva di Marx e la propria “conversione” al
liberalismo di Popper, per Napoleoni fu invece il punto di partenza per un ripensamento
radicale dell’intera economia politica (cfr. Discorso sull’economia politica, Boringhieri,
Torino 1985), e quindi per una uscita ragionata dalla sua assolutezza autofondata.
Personalmente, ne scrissi in proposito un commento per la rivisita “Marxismo Oggi”. Nel
1990, due anni dopo la sua morte, furono pubblicate delle sue note intitolate “cercate
ancora” (cfr. Cercate Ancora, Editori Riuniti, Roma 1990). E tuttavia, la stima e la simpatia
umana per la sua persona, da me personalmente conosciuta, non deve impedirmi di dare
un giudizio criticamente negativo sulla sua impostazione della ricerca, che esclude ogni
tipo di salvezza storico-politica, si muove verso la critica della Tecnica (intesa nel senso di
Heidegger come dispositivo anonimo ed impersonale incontrollabile ed immodificabile,
Gestell), accusata di annullare il soggetto e di portare il mondo verso un dominio
incondizionato, per cui il progetto di emancipazione umana sfocia nella sapienziale
conclusione heideggeriana che “solo un Dio ci può ancora salvare”.
In questo modo la generosa esortazione di “cercare ancora” diventa a mio avviso
completamente astratta ed ineffettuale, e sfociare nel vasto mare del pensiero postmoderno,
che non è che la razionalizzazione sofisticata dell’impotenza storica e sociale,
più o meno travestita da disincanto verso le grandi narrazioni (Lyotard, Sloterdijk,
eccetera). Bisogna indubbiamente cercare, ma cercare è del tutto inutile se non si sa dove
cercare, perchè soltanto sapendo dove cercare si può sperare di trovare qualcosa. Qui bisogna
mettersi alla scuola dei cercatori di funghi e dei pescatori, che non sono magari
sicuri di provare quello che cercano, ma sanno che in certi posti è assolutamente sicuro
che non si troverà nulla, mentre in altri è invece probabile che si troverà qualcosa.
Il luogo in cui cercare è a mio avviso perimetrato dai due concetti fondamentali prima
richiamati a proposito di Marx e di Polanyi. Se si crede di poter contestare e criticarne il
capitalismo in nome di una illimitatezza ancora più efficiente o addirittura più “giusta” si
andrà fuori strada, perchè sul terreno della illimitatezza il capitalismo è assolutamente
imbattibile. Questo non comporta automaticamente l’adozione della teoria della decrescita,
che nella forma oggi diffusa (Latouche, Badiale, Bontempelli, eccetera) non mi sembra
convincente, ma comporta la sua presa in considerazione evitando frettolose liquidazioni
in nome del modello liberale di crescita o del paradigma marxista classico, che come ho
detto prima è economicistico, ed è quindi soltanto un povero utilitarismo di sinistra a mio
avviso non riproponibile. La teoria della decrescita mi sembra per ora essere il semplice
rovesciamento non dialettico della precedente teoria della crescita. Capisco bene le
ragioni soprattutto ecologiche ed ambientali che ne possono favorire il successo, ma vi
sono troppi “passaggi” economici, politici e filosofici che questa teoria “salta” perchè si
possa pensare di avere già trovato il bandolo della matassa. Resta il fatto che la norma di
accumulazione illimitata che regge il capitalismo, in particolare nella forma attuale postborghese
e post-proletaria è il cuore da contestare e da criticare. I1 “cercare ancora”,
quindi, significa cercare le forme di aggregazione politica e sociale che possano
“praticamente” infrangere questa patetica e viziosa illimitatezza. Il pensiero greco,
pensiero della misura (metron), della giustizia (dike) e del calcolo politico e sociale
comunitario (logos) può essere in questo infinitamente più “attuale” dello storicismo
marxista o della sapienzialità heideggeriana.
E’ tuttavia la diagnosi di Po1anyi che oggi mi sembra la più ricca di insegnamenti. Finchè
l’economia (di cui non discuto la legittimità sia dell’oggetto che del metodo, se non
vengono assolutizzati in una metafisica utilitaristica dell’individuo robinsoniano originario)
non sarà riportata all’interno del controllo sociale comunitario, inevitabilmente politico, il
popolo non sarà mai al potere, ma resterà sempre un’astrazione ideologica vuota, per cui
la democrazia non potrà mai essere altro che oligarchia e l’economia non potrà mai essere
altro che crematistica.

venerdì 6 maggio 2011

Editoriale – Comunismo e Comunità n° 5



Il quinto numero di Comunismo e Comunità è in uscita in versione cartacea. Presentiamo qui, come anticipazione, l’editoriale, sicuri che tutti gli amici ed i compagni rinnovino i propri abbonamenti e ne procurino degli altri, visto che si tratta di una rivista totalmente indipendente ed autofinanziata.


La Redazione

—

UI
(urla) Sangue! Ricatti! Furti ed assassinii! Arbitrii! Sparatorie in piena strada! Uomini che si recano al lavoro, cittadini pacifici che vanno in municipio per testimoniare, uccisi in pieno giorno! E cosa fa, io domando, il Consiglio comunale? Nulla! Perché codesti valentuomini debbono progettare certi affari poco puliti, e denigrar la gente onorata, invece di adottare delle misure!

Bertold Brecht, “La resistibile ascesa di Arturo Ui”.

Per l’ennesima volta in un paio di lustri l’Italia si è impegnata in una guerra di aggressione imperialistica.
Dopo l’attacco alla Serbia in cui la nostra aviazione fu seconda solo a quella statunitense per missioni di attacco, dopo il corpo di invasione spedito in Afghanistan, dopo quello inviato attorno ai pozzi di petrolio a noi magnanimamente assegnati in Iraq dal nostro “maggior alleato” ora stiamo attaccando la Libia appena un anno dopo aver siglato con questo Paese un patto di amicizia e di reciproca non-aggressione. Giuda non avrebbe potuto fare di meglio.
Non staremo a ripetere i perché della nostra avversione agli innumerevoli “bombardamenti umanitari”. I membri del nostro laboratorio politico li hanno discussi nel sito e su altre testate online, come Megachip.
Ciò su cui occorre invece riflettere è la tripla peculiarità di questa nuova impresa imperialistica.

1. La prima, di carattere internazionale, è che all’interno del fronte degli aggressori si sono sperimentati litigi rilevanti. La constatazione empirica è che nell’attacco alla Libia siano schierati in prima linea le vecchie potenze coloniali in Africa: Francia, Gran Bretagna e Italia, che insieme possono vantare il massacro di milioni di Africani (con record francese: quattro milioni di morti) mentre nella sola Libia il nostro Paese può rivendicare con orgoglio lo sterminio di un paio di generazioni (con orgoglio: infatti chiedere scusa di ciò, coi fatti e non con le parole, è stato considerato un atto di “incivile cortigianeria” da un ampio schieramento trasversale di forze politiche, dall’estrema destra all’estrema sinistra – con pochissime eccezioni – passando per quello che una volta si sarebbe definito “arco costituzionale”, e su ciò ritorneremo).
La Germania nelle avventure coloniali in Africa c’era e non c’era e ad ogni modo durò poco (ciononostante si fece notare dai patiti del massacro coloniale per il quasi totale sterminio degli Herero nell’attuale Namibia). E anche adesso la Germania c’è e non c’è, sottoposta a pressioni di vario tipo per dare il proprio contributo all’aggressione, pressioni tra le quali spiccano quelle politiche dei Verdi tedeschi e di alcuni settori della Socialdemocrazia. E anche su questo ritorneremo.
Gli USA in Africa invece non c’erano e anche oggi dopo che “il presidente Obama ha lanciato sulla Libia più missili di quelli lanciati da tutti i precedenti premi Nobel per la Pace messi assieme” (come è stato detto ad una radio statunitense) si sono messi a tirare le fila della vicenda da una posizione più decentrata lasciando il gioco sporco ai Paesi contractor europei e agli ascari mediorientali capeggiati dall’Arabia Saudita. Già il Segretario alla Difesa, Robert Gates, aveva infatti avvertito che avrebbe considerato demenziale un terzo maggior coinvolgimento diretto degli USA dopo l’Afghanistan-Pakistan e l’Iraq. Su questa prudenza comunque non ci giureremmo, perché ci sono variabili troppo importanti da controllare.
Ritorniamo ai litigi interni alla coalizione dei volenterosi. La Francia in questa vicenda ha giocato il ruolo di prima donna isterica. Il lato isterico gliel’hanno fornito due dame di compagnia dell’interventismo umanitario, cioè Bernard-Henri Lévy, un filosofo famoso non si sa per che cosa, ma comunque obbligatoriamente famoso per i media occidentali, e Bernard Kouchner che fu leader del Maggio Francese assieme a Daniel Cohn-Bendit, anch’egli ex contestatore libertario e da tempo embedded come i suoi amici nelle truppe della NATO e di Tsahal.
Ma se il lato isterico è questo, quello ragionato rivela almeno due cose: la volontà di neutralizzare la preferenza della Libia per l’italiana ENI nello sfruttamento degli idrocarburi fossili e quella più generale di ritornare nel gioco geopolitico africano e mediorientale da dove, assieme alla Gran Bretagna, fu brutalmente cacciata a calci nel sedere dagli USA durante la crisi di Suez del 1956.
Tutta la disquisizione NATO sì-NATO no nascondeva la volontà della Francia di avere mano libera e non essere irreggimentata dal patron dell’Alleanza Atlantica, cioè gli USA (una pretesa ragionevole dato che la Francia se la sta cavando bene nell’ingerenza omicida negli affari interni della Costa d’Avorio). In questa battaglia, così come in tutta la vicenda, è presumibile che sia la Francia sia la Gran Bretagna abbiano stretto speciali accordi con Israele per poter forzare i tempi e la mano di Obama. Formalmente la Francia ha perso la contesa e così oggi siamo di fronte ad una NATO che apparentemente stenta a capire come muoversi.
Di sicuro c’è un gran lavorio di servizi segreti, di mercenari, di forniture di armi. Occorre vedere dove si sta puntando.
Per andare avanti le potenze imperialistiche sembrano quindi costrette a ripercorrere vecchie strade. Se c’è un segnale di grossa novità in questa crisi è, paradossalmente, proprio la riesumazione del passato.
La Storia si ripete (e purtroppo non in farsa), una ripetizione che è idealmente iniziata con il ritorno di Sarajevo al centro di un conflitto europeo quasi novant’anni dopo l’attentato all’Arciduca d’Austria.
E 100 anni dopo anche noi ritorniamo all’avventura della “quarta sponda” festeggiata come evento umanitario dal Capo dello Stato e delle Forze Armate, come una sorta di appendice ai festeggiamenti dei 150 anni di unità d’Italia. Per ironia della sorte sul ponte di comando della Difesa abbiamo persino un ministro fascista. Il cerchio sembra chiudersi.
Nell’ambito del litigioso schieramento imperialistico, al lato opposto della superinterventista Francia troviamo la non-interventista Germania. Meno interessata direttamente al business del petrolio libico, la Germania prosegue nella sua Ostpolitik verso la Russia testimoniata dal gasdotto Northstream e dalla sua voglia di compartecipare anche al Southstream capeggiato da ENI. Forse l’entrata dei Tedeschi potrebbe sbloccare una situazione che sembra incartata. E qui siamo arrivati alle debolezze italiane.

Segue: http://www.comunismoecomunita.org/?p=2518