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martedì 10 aprile 2012

DUBBI IPERBOLICI

                                               Commento a un testo di Lidia Cirillo

di Costanzo Preve

1. Ho letto un contributo di Lidia Cirillo dal titolo “Ogni cosa è illuminata”, un testo di alto livello teorico che rivela l’anima e l’intelligenza di una “militante di lungo corso”. Due affermazioni mi hanno colpito: la prima è che “il movimento operaio non esiste più”, e la seconda è che “l’ipotesi di un comunismo democratico, nel contesto in cui era stato pensato e in qualche momento anche praticato, non era realizzabile”. In linguaggio cartesiano, ecco due dubbi iperbolici. Ne do la mia interpretazione che è diversa da quella di Lidia Cirillo.

2. Il movimento operaio non è mai esistito, se non come mito di mobilitazione nel significato di Georges Sorel. Intendo movimento operaio come unificazione astratta di migliaia di movimenti concreti. Tuttavia anche realtà inesistenti, come ad esempio il Dio monoteistico del creazionismo, possono avere e hanno avuto effetti storici giganteschi.

Senza movimento operaio il comunismo resta soltanto come filosofia pratica della storia nel senso dell’Io di Fichte, che peraltro anch’io condivido e in cui continuo a riconoscermi. Se è così, la triade Ecologismo Femminismo Comunismo diventa soltanto Ecologismo Femminismo Sindacalismo, ed è inutile raccontarsi delle storie. Il comunismo può testare, ma deve essere radicalmente rifondato, e non solo con aggiustamenti nel senso della teoria dei paradigmi scientifici di Kuhn. Se ci fosse ancora il movimento operaio, allora avrebbe ragione Lotta Comunista, che almeno prende questo termine alla lettera e sul serio, e non come semplice risorsa simbolica ed elettorale alla Diliberto.

3. Se l’ipotesi di un comunismo democratico, e non burocratico-dispotico, non era storicamente realizzabile, allora bisogna essere coerenti, e cade tutta la metafisica trotzkista. Essa si basa infatti proprio sul fatto che una rivoluzione anti-burocratica possa rendere possibile un comunismo democratico.

A mio avviso, quella che i trotzkisti chiamano “burocrazia” è soltanto il solo modo storicamente possibile in cui un soggetto subalterno e non egemonico come la classe operaia, salariata e proletaria può prendere il potere. Verità dura da digerire, ma anche la sola verità che può far luce sul corso storico effettivo del Novecento, fino al Caro Leader. Una volta cresciuti i nuovi ceti medi, si ha la controrivoluzione aperta (Cina 1976, Russia 1989). A meno che, appunto, si decida di battezzare “controrivoluzione” lo stalinismo, che anche a me è odioso, ma che considero la sola forma fisiologica, e non patologica, con cui una classe subalterna e non egemonica può mantenersi al potere.

Un dubbio iperbolico, certamente. Ma è meglio affrontarlo, sia pure per negarlo e controbatterlo, che continuare a rimuoverlo. In caso contrario, il marxismo diventa “struzzismo”, dal nome dell’animale che mette la testa sotto la sabbia.

4. Ma allora, che conclusione trarne? Forse che il capitalismo è la fine della storia? Neppure per sogno! Al contrario, lo smettere di prendere per “scienza” un mito di mobilitazione è invece il presupposto per ripensare le basi sociali, politiche e filosofiche del comunismo, ricollocando sia Marx che il Marxismo nel loro tempo storico.

Non si creda però che ritenendo sorpassato il movimento operaio resti attuale la “sinistra”. O si ha di questa nozione un concetto ideal-tipico, necessariamente bobbiano, oppure si continua a pensare che la divisione del popolo in destra e sinistra possa essere utile per criticare il capitalismo, come se quest’ultimo si riproducesse “a destra” e non come totalità, dentro la quale ci stanno Monti e Draghi, ma anche la Dandini e la Annunziata.

So perfettamente (sono anch’io di lungo corso) che chi vuol fare politica concreta deve posizionarsi sull’asse Destra/Sinistra. Mi limito a constatare, senza voler fare il grillo parlante, che accettando questo posizionamento si apre una catena elettorale Ferrero-Diliberto-Vendola-Bersani, oppure, volendo giustamente distinguersi da costoro, si rischia di cadere in un piano inclinato gravitazionale. Sbaglio? E’ possibile, ma mi si dica il perché.

Torino, 1 aprile 2012

giovedì 1 dicembre 2011

NO AI SACRIFICI DI MONTI
 


Note sulla crisi dell’anti-berlusconismo



di Costanzo Preve



Ho messo recentemente in rete due brevi saggi.
Berlusconeide, http://www.comunismoecomunita.org/?p=2908, e Il tempo della vaselina, http://comunismocomunitario.blogspot.com/2011/11/il-tempo-della-vaselina-fine-della.html. 

L’oggetto era lo stesso, e cioè la riflessione sulla nuova situazione politica italiana caratterizzata dalla fine , o forse soltanto del declino, del berlusconismo. A proposito del secondo saggio, mi è stato fatto notare che davo troppo credito al nuovo gruppo tecnocratico di Monti, ritenuto capace non di lacrime e sangue e di macelleria sociale, ma solo di “vaselina”. E’ un equivoco. Il mio giudizio su questo gruppo tecnocratico è terribile, ma per arrivarci bisogna prima chiarire alcuni punti preliminari.






1. La ragione del No ai sacrifici di Monti deve essere ben chiarita, e non basta dire che i sacrifici li faranno sempre e soltanto i “soliti noti”: è possibile, ma non sicuro. L’ICI, la possibile patrimoniale, il peggioramento del welfare, eccetera, non la pagheranno soltanto i “soliti noti”. La pagheranno strati ben più ampi. Per questo considero insufficiente la solita retorica pauperistica e miserabilistica. Bisogna andare molto più a fondo nella questione.


La gente è sempre disposta a fare sacrifici, se pensa che ne valga la pena e possa servire a qualcosa, soprattutto per i propri figli e nipoti. Quindi, non ha senso alzare la solita retorica sui “sacrifici”. Il punto non sta qui. Il punto sta nel fatto che questi sacrifici servono esclusivamente a garantire la riproduzione allargata così com’è di questo schifoso capitalismo finanziario globalizzato, e sono quindi in prospettiva sacrifici contro di noi e contro i nostri figli. Se questi sacrifici fossero inseriti non dico in una prospettiva socialista, comunista o comunitaria, ma anche solo in una prospettiva di correzione qualitativa di questo capitalismo, allora diciamoci la verità: varrebbe la pena farli!


Ma non è così. Questi sacrifici sono inseriti in una prospettiva di radicalizzazione e di allargamento del nuovo modello liberale-anglosassone di capitalismo assoluto, totale e totalitario. Ed è questa, e solo questa, la ragione per cui il No a Monti e alla sua giunta neoliberale deve essere assoluto.






2. Purtroppo siamo lontani da questa comprensione, che pure sarebbe limpida e facilmente spiegabile. Ne siamo lontani non certamente per le “eredità del berlusconismo”, come dice unanime il concerto operaista-azionista degli intellettuali di sinistra con accesso ai foglietti politicamente corretti (Manifesto, Liberazione, eccetera), ma proprio per la ragione opposta, e cioè l’eredità mefitica dell’anti-berlusconismo.


L’anti-berlusconismo ha funzionato nell’ultimo ventennio come un fattore di oscuramento della comprensione dei rapporti sociali, in direzione di una loro moralizzazione, nel caso migliore, o di una loro estetizzazione, nel caso peggiore. Il sociologo cattolico Giuseppe De Rita ha parlato di “soggettivismo etico”, collegando intelligentemente Berlusconi al nefasto e mefitico “spirito del Sessantotto”. Più recentemente Mario Perniola (cfr. Berlusconi o il Sessantotto realizzato, Mimesis 2011) è andato più in profondità , collegando il libertarismo sessuale del vecchio satiro con la fine della moralità borghese facilitata dall’orrendo Sessantotto. De Rita e Perniola si avvicinano al punto cruciale della questione, ma lo sfiorano senza riuscire a coglierlo, perché partono in modo geocentrico dalla identificazione fra borghesia e capitalismo, tipica della cultura di “sinistra” in tutte le sue varianti. Non capiscono che si tratta di fenomeni distinti, essendo la borghesia un soggetto sociale dialettico e contradditorio, e invece il capitalismo un processo anonimo e impersonale rivolto soltanto al proprio autoaccrescimento illimitato. Su questo rivendico pienamente di aver capito da tempo il cuore della questione, ed è solo questione di tempo perché essa arrivi a quel torpido corpaccione lento di riflessi e in preda alla sindrome del “politicamente corretto” chiamato “intellettuali”.






3. I foglietti sinistroidi anti-berlusconiani (Manifesto, Liberazione, eccetera) non hanno potuto neppure avvicinarsi lontanamente a questa comprensione, perché hanno delegato la comprensione al gruppo intellettuale più retrivo ed incapace della cultura italiana, quello degli operaisti-azionisti torinesi (Revelli, De Luna, D’Orsi, eccetera). Vediamo il più goffo e banale dei tre, lo storico di regime De Luna (cfr. Liberazione del 13 novembre 2011): “Come fu per il fascismo, il berlusconismo non è stato una parentesi, ma una rivelazione che ha messo in luce i guasti profondi della nostra società … la dimensione valoriale degli italiani è stata completamente risucchiata dentro gli angusti spazi degli interessi privati”. Revelli e D’Orsi si sono subito sintonizzati su questa lunghezza d’onda: esultiamo, perché il Puzzone Numero Due (il puzzone numero uno era Mussolini) è caduto!!


Chi ha avuto l ventura di vivere a Torino conosce bene questo modello culturale, di lontana origine gobettiana mediata dalla tradizione di Bobbio, pessimista antropologico (Hobbes) e moralista individuale (Kant), ostile sopra ogni altra cosa al concetto hegelo-marxiano di comunità. Gli italiani sono un popolo di scimmie, risultato di un risorgimento senza eroi. E’ un modellino pronto all’uso tuttofare: coniato per Mussolini, è stato in seguito applicato prima alla DC, poi a Craxi, infine a Berlusconi.


Faccio questi rilievi perché ogni corrente politica ha sempre e solo gli intellettuali “organici” che si merita, chi conosce Sorel e Gramsci potrà capire meglio. Le due baracchette parassitarie di Diliberto e Ferrero, in circa vent’anni dal 1991, non hanno saputo, voluto e potuto dotarsi di gruppi intellettuali capaci di interpretare le nuove contraddizioni sociali apertesi dopo la fine della funzione geopolitica del sistema di stati del socialismo reale (la cui funzione, in Italia, è stata colta solo dalla rivista “Eurasia”, che paradossalmente l’ha colta proprio perché era sempre stata estranea alle prospettive socialiste e comuniste). Il monopolio interpretativo riservato alla patetica baracchetta azionista-operaista (Revelli-De Luna-D’Orsi) ne è stata una conseguenza.






4. Voltare le spalle alla baracchetta operaista-azionista è quindi un atto preliminare di igiene mentale. Questo implica, in linguaggio scientifico, il “tornare ai fondamentali”. E i fondamentali, secondo il vecchio metodo inaugurato da Marx e poi abbandonato dagli straccioni positivisti che ne hanno usurpato il nome per un secolo, è sempre e solo la riproduzione allargata potenzialmente illimitata del rapporto di capitale. Se uno parte da questi “fondamentali” si accorgerà che i sacrifici della giunta Monti sono rivolti a questa riproduzione, laddove i conflitti d’interesse, le squinzie di Arcore, i soggettivismi etici, il popolo delle scimmie, la corte dei miracoli del cavaliere, eccetera, sono sempre e solo stati particolari pittoreschi da commedia dell’arte.


Le mie sono, ovviamente, prediche inutili. La corruzione degli intellettuali italiani di “sinistra” è infatti profonda e incurabile. Speriamo in una generazione nuova, meno rincoglionita dall’abbietta eredità sessantottina.






Torino, 25 novembre 2011

venerdì 25 novembre 2011

IL TEMPO DELLA VASELINA 



Fine della Seconda Repubblica? Certamente

Inizio della Terza Repubblica? Forse

di Costanzo Preve

1. Scrivo queste brevi note il 17 novembre 2011 dopo aver seguito con attenzione le dichiarazioni programmatiche del nuovo governo Monti al Senato. Ho già messo in rete due pezzi recenti. Il primo, intitolato Berlusconeide, scritto per gli amici greci e francesi che mi onorano della loro stima, cerca di fare un bilancio antropologico-culturale di quella vera e propria oscenità storica che è stato l’antiberlusconismo, la cui funzione storica di fondo è stata quella di far dimenticare la dipendenza interna (FMI e BCE) ed estera (USA e NATO) a quel conglomerato sociologico di ingenui che in Italia ha preso il nome di “sinistra”. Il secondo, immensamente più importante del primo, perché strutturale e non soltanto congiunturale, ha cercato di mettere a fuoco l’intrecciarsi di due dialettiche, la dialettica vincente della illimitatezza capitalistica e la dialettica perdente della corruzione del movimento storico comunista (nulla a che vedere con il comunismo “ideale eterno”, come avrebbe detto Vico, di cui continuo ad essere un testardo sostenitore filosofico).


Queste note, certo meno importanti delle precedenti, concernono purtroppo solo la chiacchiera politica. Ma dal momento che c’è chi mi ha detto che era contento che mi fossi rimesso a scrivere note politiche (per la verità, esclusivamente grazie a due amici che mi mettono in rete, visto che nessuna rivista “politicamente corretta” e lottizzata fra Destri e Sinistri saprebbe che farsene delle mie riflessioni, che resterebbero nel cassetto) può darsi che possano interessare a qualcuno.


2. Formalmente, la Seconda Repubblica non c’è mai stata, e quindi non ci può neppure essere la Terza. Ma sappiamo che la realtà storica non sa che farsene delle formalità dei costituzionalisti, che si inventano loro quando e dove la Costituzione viene violata e quando no (per questi signori in toga il puttaneggiare di Berlusconi è anticostituzionale, mentre la guerra contro la Libia non lo è). Utilizziamo allora un linguaggio nostro, perché se aspettiamo gli storici contemporaneisti corrotti della continua emergenza resistenziale antifascista in palese assenza di ogni fascismo, possiamo aspettare le Calende Greche.


La Prima Repubblica finisce con Mani Pulite, che fu un colpo di stato giudiziario extraparlamentare operato congiuntamente da fantocci giudiziari di destra (Di Pietro), di centro (Borrelli) e di sinistra (D’Ambrosio, quello del “malore attivo” di Pinelli), e avallato dal circo mediatico unanime, di centro, sinistra (Santoro) e destra (Montanelli).


Si trattava di operare un salto storico, e non solo politico. Chiudere con la Prima Repubblica, consociativa, corrotta, ma anche statalistica e keynesiana, dotata di un minimo di politica estera indipendente (Craxi, Andreotti). Oligarchie internazionali, Panfilo Britannia e banchieri apolidi (Ciampi) fecero il resto. I “comunisti”, che io personalmente chiamo soltanto “picisti” per non sporcare il nobile nome di comunismo, ci saltarono sopra come su di una “gioiosa macchina da guerra” (Occhetto), ansiosi di riciclarsi da venditori e piazzisti della via italiana al socialismo a partityo degli “onesti” rappresentanti delle oligarchie capitalistiche e della NATO (D’Alema nel Kosovo 1999, Napolitano nella Libia 2011). Ho insegnato storia per 35 anni, ma esempi di opportunismo, trasformismo e abiezione come questo non riesco a ricordare.


Berlusconi aveva i soldi per poter coprire il vuoto creato nel potenziale elettorato di centrodestra (ma anche della sinistra craxiana, da cui vengono Frattini e Tremonti) dalla liquidazione per via giudiziaria del personale politico DC, PSI, PSDI, PRI, PLI, la cui base elettorale, ci piaccia o no, era però la maggioranza del paese. Per poter nascondere questo fatto la cultura mediatica e universitaria di “sinistra”, sicura di egemonizzare la loro base di creduloni, si inventò un mito antropologico di origine gobettiano-azionista, quella di Berlusconi come rappresentante della furbizia degli italiani, popolo che la storia aveva privato della riforma protestante e dell’empirismo anglosassone.


E’ la storia della Seconda Repubblica, quella in cui gli italiani sono stati costretti a dividersi in due soli partiti: il partito dei B e il partito degli anti-B. Vorrei ripetere bene questo punto, perché temo che sembri troppo paradossale. In superficie c’erano molti partiti, compresi Pannella, Scilipoti, Cossutta, Bertinotti, Veltroni, eccetera. In profondità c’erano sempre e solo due partiti, i B e gli anti-B. Chi scrive si è precocemente chiamato fuori da questa mascherata fini da metà degli anni Novanta, pagando un modico prezzo in termini di diffamazione (rosso-bruno e altre sciocchezze). Ho imparato molto, soprattutto che molti che ritenevo nemici non lo erano, e molti che ritenevo amici non lo erano. Ma non personalizziamo troppo.


3. Berlusconi è stato indebolito certamente dalle campagne di stampa e dalla sua vergognosa e ingiustificabile vita privata di vecchio satiro incontinente, ma è stato rovesciato e commissionato non certo dalle “dieci domande” della banda De Benedetti-Scalfari, ma dai cosiddetti “mercati”, spread, eccetera. Egli era tollerato fino a che si pensava che potesse attuare quella normalizzazione anglosassone del capitalismo italiano che tutti gli ingenui di origine azionista invocano da un secolo come l’unico modo di guarire un “popolo delle scimmie” originatosi da un “risorgimento senza eroi”. E Berlusconi lo avrebbe anche fatto volentieri (ecco perché elogia Monti, e secondo me è sincero), ma non poteva farlo, per il fatto che doveva pur sempre essere eletto, e nessun tacchino vota per il cenone di Natale, che comincia mettendolo in pentola.


Tutto qui l’enigma Berlusconi? Ma le cose non sono più complesse (la complessità è l’idolo dei confusionari e dei professori universitari)? Ma neppure per sogno, cari amici! Le cose sono semplicissime, e stanno veramente così.


4. Il governo Monti potrà fare ciò che non avrebbero potuto fare né Berlusconi, né Bersani, e tantomeno i fantocci urlanti tipo Di Pietro e Vendola. Ma non credo che saranno “lacrime e sangue” o “macelleria sociale”. Su questo mi spiace, ma non sono d’accordo con i catastrofisti, gli estremisti ed altri apocalittici. Trattandosi di tecnici (pensiamo a Passera, a Profumo, alla torinesissima Fornero, eccetera), sono certo che sapranno contemperare il loro progetto con una tempistica adeguata. E allora chiediamoci: qual è il loro progetto, per cui sono stati insediati dalle oligarchie post-borghesi che dominano il pianeta, con il loro seguito mercenario di ex-comunisti cinici e nichilisti? Macelleria sociale? No. Lacrime e sangue? No. E che cosa allora? Fino a che non si capirà cosa vogliono è del tutto inutile blaterare. Il mazzo è truccato, le carte sono segnate, e quindi accettare di mettersi a giocare è da incoscienti.


5. Il programma, in nome dell’Europa, è semplicemente la fine della eccezione capitalistica europea e la sua completa omogeneizzazione al modello anglosassone di capitalismo. Il capitalismo europeo, a causa di una doppia spinta dall’alto (Bismarck, Giolitti, De Gaulle, eccetera) e dal basso (movimento operaio e socialista, eccetera) non aveva mai potuto omologarsi in più di un secolo al modello americano del dominio assoluto dell’industria e della finanza, ma era stato costretto ad accettare quelli che le canaglie liberali e liberiste avevano chiamato “lacci e lacciuoli”, e di cui avevano auspicato per un secolo la fine.


Tutta la babbioneria dei tifosi identitari novecenteschi, a partire dal sottoscritto, era stata ipnotizzata dallo scontro tra fascismo e comunismo (quello storico novecentesco, non “ideale eterno” come il mio, che sono un idealista e un umanista esplicito, e mi spiace di far venire un colpo apoplettico a tutti i residui althusseriani e dellavolpiani ancora in servizio permanente effettivo). Ma fascismo e comunismo si sono rivelati due incidenti di percorso nel cammino dialettico del capitalismo mondiale. Altrove ho cercato di spiegare le cause di queste due pittoresche sconfitte, e qui non mi ripeto. Mi limito a ricordare un fatto.


Superati questi due incidenti di percorso, il ceto intellettuale ha certamente intrattenuto per mezzo secolo lo scontro simbolico e virtuale fra anticomunismo in assenza di comunismo e antifascismo in assenza di fascismo trovando chi era disposto a crederci, compreso lo scrivente fra il 1960 e il 1990. Ma oggi cominciamo finalmente a capire, con la torpida lentezza di chi si è fatto abbindolare per ideologismo identitario troppo a lungo, che la posta in gioco era un’altra: la fine della eccezione capitalistica europea e l’omogeneizzazione totale del capitalismo europeo all’unico modello americano.


6. Unico modello? Ma neppure per sogno! C’è anche un altro modello strategico di capitalismo, quello cinese. Ma quello cinese non è esportabile in Europa (nel terzo mondo invece forse sì), perché proviene da una storia particolare, l’innesto del maoismo come prima accumulazione del rapporto di capitale su di un substrato precedente di modo di produzione asiatico. Per questo non è un caso che la Cina diventi sempre di più l’avversario strategico degli USA.


E’ sufficiente studiare la grande strategia geopolitica USA. Su questo i lettori de “La Stampa” sono avvantaggiati, perché dispongono di una “gola profonda” al Dipartimento di Stato USA, Maurizio Molinari, che ci informa quotidianamente della strategia imperiale americana. Gli USA non cessano di provocare la Cina con il Dalai Lama. Karzai, il fantoccio afghano, ha già promesso agli USA basi militari permanenti, che potranno minacciare geopoliticamente sia la Cina che la Russia, essendo insediate nel cuore eurasiatico (lo Heartland dei geopolitici, che i criminali ex-comunisti russi hanno abbandonato consegnandolo agli USA). Gli USA hanno messo una base militare permanente a Darwin in Australia, che nessuno minaccia. Gli USA cercheranno di provocare conflitti sulle isole che fanno da contenzioso geografico fra Cina, Filippine e Vietnam. In Europa, tutte le classi dirigenti europee sono atlantiche, dai baltici ai portoghesi, dagli italiani ai polacchi.


7. Si presti attenzione al “lato esteri” del governo Monti. Alla Difesa va un generale che viene dall’Afghanistan, l’ammiraglio Di Paola, che dal suo teatro afghano di guerra ha accettato con un SMS. Si tratta di un alto stratega NATO, parte di quel gruppo di assassini che ha fatto di Sirte la nuova Guernica del Mediterraneo. Agli Esteri il signor Terzi, ambasciatore a Washington ed ex-ambasciatore a Tel Aviv, uomo fedelissimo agli americani e ai sionisti.


Se ci fosse ancora una “sinistra”, questo verrebbe notato. Ma siccome non c’è più, saranno pochissimi quelli che lo noteranno. La base di fedeli subalterni anti-B se ne frega della politica estera, non la vede neanche, e la sola cosa che gli interessa è quello che gli scribi dell’oligarchia finanziaria chiamano “ricambio antropologico” (cfr. Ceccarelli su “Repubblica” del 17 novembre 2011). Non c’è più il puttaniere, non ci sono più la Gelmini, la Minetti e Scilipoti! Evviva, evviva! Mettete ad alto volume i Carmina Burana! Cantate insieme Bella ciao e l’Inno di Mameli! Viva Napolitano, difensore della Costituzione!


8. Il tempo che verrà non sarà il tempo della macelleria sociale, ma il tempo della vaselina. I “tecnici” sono troppo abili per metterla violentemente in quel posto a Cipputi, come il tizio dell’ombrello disegnato dallo sciocco PD Altan, che ha a suo tempo inventato la Pimpa, ma ha poi messo la sua matita al servizio del Circo Bersani.


Ai lavoratori, ai precari e ai pensionati l’hanno già da tempo messa in quel posto. Mancano ancora i ceti medi, da liberalizzare totalmente, secondo il modello americano. Negli USA gli avvocati ricchi sono ricchi a miliardi, e gli avvocati poveri girano per i bar intorno alle carceri in cerca di clienti. Monti penserà certamente anche a questo, in nome della meritocrazia, dei giovani e delle donne. I rinnegati ex-comunisti lo aiuteranno certamente, fingendo di avere delle “riserve” con i loro elettori fidelizzati. Ora che non c’è più Berlusconi, bisognerà trovare dei nuovi “fascisti” e dei nuovi “populisti”, ma non sarà facile perché Alfano non si presta.


9. E l’opposizione? Certamente vi sarà, ma temo che non abbia senso nutrire troppe illusioni. Il movimento degli indignati? Certo, sono mille volte meglio di quelle vere e proprie prese in giro che sono stati i movimenti pacifista e altermondialista. Almeno costoro se la prendono con le oligarchie finanziarie. Ma in esso sono ancora troppo presenti illusioni alla Beppe Grillo per poterci veramente sperare.


La CGIL? Ma non scherziamo! La Camusso è organicamente legata al gruppo dirigente Bindi-Bersani. Farà un po’ di melina, farà dichiarazioni “severe”, ma ciò che conta è il livello strategico, e questo è assicurato.


La FIOM? Ma non scherziamo! Potrà piacere al “Manifesto”, insieme ai baci gay della Benetton, ma il signor Landini è semplicemente il contraltare del signor Marchionne. Per gente così il mondo comincia e finisce con Marchionne. Ora, il conflitto Landini-Marchionne passa a lato di tutto ciò che conta in Italia.


I signori Diliberto e Ferrero? Ma non scherziamo. Essi hanno un solo problema, salvare la baracca del loro microscopico ceto politico professionale, e possono farlo solamente attaccandosi alle bretelle di Bersani.


Il signor Ferrando e i microgruppi del fondamentalismo comunista? Ma non scherziamo. Costoro vendono sempre la vecchia merce del comunismo storico novecentesco, variante trotzkista (Ferrando) o variante stalinista (Rizzo). Io sono un amante e un cultore dell’archeologia e delle lingue morte, ma solo nei musei e nelle biblioteche.


I sindacati di base? Qui andiamo per fortuna un po’ meglio, perché almeno è gente del tutto al di fuori della grottesca mascherata B e anti-B. Non a caso, sono stati gli unici, insieme agli indignati, che hanno manifestato a Roma il 17 novembre, giorno dell’insediamento dellas giunta dei commissari FMI, BCE, USA e NATO. E’ bene dargliene atto.


10. E tuttavia, il difetto dei sindacati di base sta nel manico. Essi pensano di potersi opporre alla carica di un rinoceronte riproponendo le vecchie ricette economicistiche delle piattaforme sindacali, semplicemente prese sul serio e non usate come forme di manipolazione identitaria. Ma il tempo che ci aspetta è il tempo della vaselina. La giunta della BCE deve privatizzare tutto e liberalizzare tutto, e soprattutto deve applicare il modello della americanizzazione integrale dell’Europa, che copre anche l’appoggio strategico all’impero geopolitico americano. Si ricordi il WOW (uau) della strega Clinton all’annunzio della morte di Gheddafi. Mi ricorda i passi di danza fatti da Hitler dopo la presa di Parigi ricordati da Brecht nel suo diario fotografico.


Il baraccone ideologico che noi stessi abbiamo messo al potere (Gad Lerner, ex Lotta Continua, Adriano Sofri, ex Lotta Continua, Floris e Ballarò, eccetera) è formato da esperti in vaselina e in penetrazione indolore! Altro che il cavalier Banana di Altan e il suo ombrello che la mette in quel posto a Cipputi, il brontolone mormoratore subalterno che ha plasticamente incarnato la sconfitta storica della classe sociale più incapace della storia universale dal tempo degli antichi egizi.


Il tempo della vaselina è cominciato. Quanto tempo durerà non posso saperlo. Non posso escludere fatti nuovi. Per fortuna la storia è imprevedibile, e non assomiglia per nulla a quella caricatura impostaci per mezzo secolo dagli intellettuali storicistici del progresso. Berlusconi sarà probabilmente ricattabile con le sorti in Borsa di Mediaset. Il puttaniere tiene pur sempre famiglia, e deve lasciare ai suoi figli una proprietà ancora in piedi. La marmaglia anti-B che ne ha festeggiato la partenza urlando sconci insulti adesso sarà contenta con l’arrivo del tempo della vaselina. Ma forse la Terza Repubblica ci riserverà alcune sorprese.


Termino con un auspicio gramsciano: pessimismo della ragione, ottimismo della volontà. Bergson + Sorel. Non ci credo molto, tenuto conto della stupidità gregaria e identitaria dei nostri amici. Ma forse, speriamo, i giovani saranno meno cretini.


Torino, 17 novembre 2011

lunedì 31 ottobre 2011

LA CARICA DEL RINOCERONTE




di Costanzo Preve

 
Non ho mai lavorato come “cacciatore bianco” in Africa, ma ho visto abbastanza film e letto abbastanza libri per sapere che quando un rinoceronte carica la sua carica non può essere arrestata in alcun modo, per cui o ci si toglie dalla sua traiettoria o ti travolge inesorabilmente. Il popolo italiano (ripeto, il popolo italiano nel suo insieme, non solo le sue classi più svantaggiate o la sola classe operaia) è di fronte a una vera e propria carica di un rinoceronte, il commissariamento europeo per conto degli interessi strategici della riproduzione complessiva del capitalismo finanziario globalizzato. O riesce a togliersi collettivamente e comunitariamente dalla sua traiettoria o ne verrà inevitabilmente travolto.
C’è consapevolezza di questo, al di là di piccoli gruppi politici e intellettuali non solo non rappresentati in parlamento, ma non rappresentati neppure nelle nicchie elettorali e giornalistiche della cosiddetta “sinistra extraparlamentare”? Ma neppure per sogno! Se potessi, non vorrei affatto occuparmi di queste cose, ma dedicare gli anni di vita che mi rimangono a occuparmi di filosofia, e solo di filosofia. Purtroppo, ho preso da giovane il “viziaccio” dell’intervento politico, e allora farò alcune osservazioni politiche di “congiuntura”.


1. I sorrisini di Merkel e di Sarkozy e il coro di risate del giornalismo internazionale sull’Italia di Berlusconi (giornalisti niente affatto “comunisti”, come direbbe Berlusconi, ma embedded dalle oligarchie capitalistiche finanziarie globalizzate) hanno sancito plasticamente il totale commissariamento economico dell’Italia. Le opposizioni PD e terzo polo se ne compiacciono, perché il loro orizzonte strategico è inesistente, e quello tattico è limitato allo “scarico” di Berlusconi.
Con il termine “sviluppo” è passato che l’idea dello sviluppo abbia come presupposti l’aumento dell’età pensionabile (per ora 65 anni, ma in realtà ben presto 67 e addirittura 70), la liberalizzazione delle professioni, la privatizzazione di tutto ciò che è privatizzabile (per ora solo l’acqua, ma arriverà anche l’aria, eccetera). Gli eventuali colpi di coda di Bossi o del “cerchio magico” non sono che folklore padano, il tentativo di fermare la carica del rinoceronte sventolando fazzoletti e bandierine. E’ bene allora cercare di ragionare sul “medio periodo”, e fare alcuni ipotesi.


2. Prima ipotesi. Si conferma l’ipotesi per la quale Berlusconi non sarà rovesciato da magistrati, dipietristi urlanti e sostenitori di leggi speciali, poeti pugliesi sognanti, scandali sessuali, conflitti di interesse, eccetera, e cioè dalle stupidaggini che ci hanno imbonito per un ventennio, ma per il fatto che la macelleria sociale è incompatibile con il metodo delle maggioranze elettorali, e deve avvenire per ricatto, ultimatum e commissariamento. Berlusconi sarà laido finché si vuole (e infatti lo è), ma in definitiva per governare deve essere eletto. Ora, nessuno può essere eletto e nello stesso tempo distruggere la propria base elettorale, sia quella economica che quella ideologico-simbolica. La compatibilità della riproduzione non tanto del capitale in generale, ma di questo specifico capitale finanziario globalizzato neoliberale non possono passare attraverso l’assenso elettorale volontario, ma solo attraverso ultimatum stranieri (lettera Draghi-Trichet, eccetera).
Naturalmente, il circo anti-berlusconiano non può permettere che una simile presa di coscienza superi i limiti ristrettissimi di alcuni osservatori politicamente e militarmente impotenti. L’attenzione delle plebi babbionizzate e manipolate deve essere portata sulle puttane e puttanelle, sulle ruberie della casta, sui faccendieri più luridi e pittoreschi, eccetera. E ciò che è più triste è che queste strategie di diversione sembrano riuscire, e anzi do per scontato che nel breve e forse anche nel medio periodo riescano molto bene.


3. Seconda ipotesi. Non posso sapere se il prossimo governo risulterà da un colpo di stato “tecnico” o da vere e proprie elezioni, e neppure se sarà possibile o meno un’alleanza di coalizione fra Bersani e Casini; a occhio e croce credo di sì, ma non si sa mai. In realtà non m’importa molto, e non certo perché “non sono un bravo cittadino”, pensoso delle “sorti della Repubblica” (intesa come stato e/o come giornale), ma perché in ogni caso la carica del rinoceronte non può essere arrestata da chi non si toglie dalla sua traiettoria, che si chiami Fini, Rutelli, Casini, Bersani, Veltroni, Di Pietro, Vendola, Camusso, Landini, Ferrero o Diliberto.
Occuparsi di politica parlamentare o governativa ha infatti soltanto senso nella misura in cui questa politica è almeno in parte sovrana, non se la sovranità è limitata a fenomeni di costume, tipo il matrimonio gay. E questo del tutto indipendentemente da cosa ne pensiamo in termini culturali complessivi.


4. Tutti coloro che propongono di votare l’attuale opposizione (non faccio qui distinzioni fra i “grossi”, Bersani, Di Pietro e Vendola, e i “piccoli” ansiosi di essere presi a bordo, Diliberto, Ferrero e Vinci) hanno dalla loro un solo argomento razionale, che Vinci ha avuto il merito di esplicitare in un intervento sul “Manifesto” di polemica con lo stesso Ferrero. In breve, si afferma che il nuovo governo non potrebbe in alcun modo continuare sulla linea di massacro e macelleria sociale , e bisogna consapevolmente “scommettere” (in senso pascaliano, e cioè di scommessa razionale) sul fatto che non proseguirebbe la macelleria sociale.
Ci si può chiedere: in base a cosa si può pensare che non lo farebbe? Si può rispondere in molti modi. Primo, non lo farebbe perché avrebbe la “autorevolezza” di contrattare con i poteri internazionali (BCE, FMI, governi tedesco, francese, eccetera) condizioni migliori, laddove lo sputtanato Berlusconi (che definì telefonicamente la Merkel una “culona intrombabile”) non potrebbe farlo. Secondo, perché sarebbero i suoi stessi elettori e i loro movimenti organizzati, in primo luogo i sindacati, a impedirglielo, anche se per caso i “politici” lo volessero. Oppure per una combinazione dei due elementi e dei due fattori.
Bisogna prendere molto sul serio questa argomentazione, soprattutto se non ci si crede, come è il mio caso. Se essa infatti fosse corretta e metodologicamente non lo si può escludere, allora i vari astensionisti e non-votanti avrebbero torto, e i vari Diliberto, Ferrero, Giacché, Vinci, eccetera, avrebbero ragione. Anzi, avrebbe addirittura più ragione Vinci di Ferrero, che afferma che si può addirittura entrare in un governo di coalizione di centro-sinistra, per poter “contare” ancora di più. Che cosa rispondere?


5. Se la politica economica europea non fosse eterodiretta dalla più complessiva riproduzione del capitalismo finanziario globale (vedere in proposito l’eccellente e recente Enigma del Capitale di David Harvey) allora Diliberto, Ferrero, Giacché e Vinci avrebbero ragione, o almeno in parte ragione. In caso contrario hanno torto, e proseguono nella linea politica suicida del portare acqua al mulino del re di Prussia. Un governo di sinistra, o di centro-sinistra sarebbe altrettanto commissionato di quello di Berlusconi, e sarebbe unicamente un commissionamento senza escort e conflitti di interesse, cose prive di interesse per i pensionati e i giovani senza lavoro che sono stati e che sono state artificialmente gonfiate a forza dalla strategia babbionizzante di “Repubblica” e del “Manifesto”.




6. Che fare? Non lo so. Non sono mica Marx o Lenin!!! A me basta e avanza essere preso sul serio e letto come filosofo, non certo come politico dilettante da bar dei pensionati. Ma in prima battuta credo che non ne usciremo senza porre almeno il problema dell’uscita dall’euro, del ristabilimento di una moneta nazionale, di una uscita dall’organizzazione criminale NATO, di un riorientamento geopolitico strategico, e della rinegoziazione radicale del debito.
Si dirà: ma sei matto! Ma non sai che non ci sono le condizioni, non solo a breve termine, ma anche a medio termine? Ora, si fa poco onore alla mia scarsa intelligenza politica se mi si considera talmente cretino e talmente “sulle nuvole” (come si sa, i filosofi abitano sulle nuvole, come i piccioni) da non saperlo. Ma appunto perché lo so, rivendico il vecchio diritto di ogni pensatore, quello di porre problemi strategici e non solo soluzioni tattiche.
Non faccio parte per mia fortuna del jet-set degli intellettuali di sinistra con accesso ai media politicamente corretti. Ma per ragioni biografiche conosco bene il greco moderno, e posso fare citazioni di prima mano da riviste di cui sono anche membro della redazione, come il settimanale greco “Sinistra”, Aristerà. Cito il più grande filosofo greco vivente, Eutichis Bitzakis (15 ottobre 2011): “Bisogna creare un fronte popolare di salvezza nazionale; un movimento anticapitalista che leghi insieme il patriottismo e l’internazionalismo. Nel corso di questa alleanza potremo sciogliere i problemi delle finalità strategiche attraverso la creazione di alleanze più larghe e di azione comune”. Ed afferma l’economista Flora Papadede: “Il rifiuto del pagamento del debito e l’uscita dall’euro con la ricostituzione di una moneta nazionale non è per nulla una richiesta di sinistra che deriva da qualche considerazione ideologica. E’ l’elemento fondamentale perché possa sopravvivere il Paese e il suo popolo”. E ancora aggiunge la Papadede: “Non basta oggi riaffermare davanti al popolo che le cose vanno male e che diventeranno ancora peggiori. Il popolo lo vede ogni giorno al lavoro, a scuola, a casa, negli ospedali. Bisogna che veda come ci sono prospettive fondate e organizzate, in modo da riprendere coraggio e convincersi che un’altra strada è possibile”.
Ho citato Bitzakis e la Papadede perché sono pubblicati da un periodico della cui redazione faccio parte. Ma qui mi interessa riaffermare che in Italia siamo ancora lontani dalla chiarezza, contestabile fin che si vuole, di queste affermazioni. Cerchiamo di enuclearne il centro motore.


7. Contestare Bersani, Di Pietro e Vendola, e persino contestare Diliberto, Ferrero e Vinci è del tutto inutile, e anzi addirittura controproducente, se non si mostra almeno una prospettiva di salvezza nazionale di questo paese. Spagna e Italia non sono certo nelle condizioni della Grecia, ma non facciamoci illusioni. E’ solo questione di tempo, prima che la carica del rinoceronte non arrivi anche da noi: l’adattamento al modello anglosassone di capitalismo globalizzato neoliberale, appoggiato dall’insieme delle classi dirigenti europee senza alcuna differenza fra centro, destra e sinistra, è incompatibile con il salvataggio di un secolo di conquiste del movimento operaio organizzato e dello stesso modello europeo (di origine tedesca) di capitalismo sociale.
Ciò che dice per la Grecia Flora Papadede non sembra ancora attuale in Italia. Ma lo sarà fra un breve lasso di tempo. O si pensa forse che il PD è più “a sinistra” del PASOK greco, oppure è più influenzabile “a sinistra” da Vendola e Landini? Ma per favore!!


8. E arriviamo finalmente al dunque. Quello che voglio dire è che le proteste di tipo strettamente “classista”, non importa se con o senza black bloc, con muggiti di tori o con belati pecoreschi, eccetera, non sono, e non possono essere, all’altezza della sfida che le oligarchie ci hanno rivolto. Da simili sfide si esce in modo nazionale , vedi l’Argentina, o non si esce. I gruppetti estremisti di estrema sinistra o di estrema destra, non c’è differenza, hanno perduto da decenni qualunque dimensione nazionale; e l’idea di poter essere affidabili presso il popolo normale con le loro urla rauche di contestatori “classisti” è del tutto fuori di ogni credibilità. Il popolo normale non li voterà neppure, fino a che “spererà” che Bersani lo possa tirare fuori dal fango in cui siamo caduti. Che non è il fango delle irrilevanti puttane di Berlusconi, ma è il fango della mancanza di ogni sovranità politica, economica e militare.
E voglio qui chiarire un malinteso. Io appoggio interamente gli argomenti politici del recente convegno di Chianciano (Mazzei, Pasquinelli, più vari estremisti di gruppetti ultra-comunisti e intellettuali indipendenti). La mia obiezione non deve essere intesa come indiretto appoggio ai “compatibilisti” tipo Diliberto, Giacché, Ferrero e Vinci. Anzi, proprio perché appoggio il loro porre problemi strutturali e strategici, non sopporto il solito modo settario e veteroclassista con cui li pongono. Un buon modo per seguire l’esempio del notabile sardo un po’ coglione Mariotto Segni, che prima vince alla lotteria e poi perde il biglietto vincente. Credere di poter sollevare problemi del genere, di portata storica ed epocale, con sostenitori della dittatura del proletariato (CARC) e della rivoluzione trotzkista (Ferrando) significa esattamente questo.
Verrò ascoltato? Ma certamente no! Ma sicuramente no! Conosco infatti molto bene i miei polli, provenienti dalla diaspora del vecchio estremismo di sinistra sedimentato dal riflusso del ventennio 1990-2010. Costoro non capiscono neppure che cosa voglia dire una “questione nazionale”, ed è come parlare in turco a un black bloc di Benevento che studia a Chieti e devasta Roma. Oppure alla signora Rossanda, che sul “Manifesto” del 23 ottobre 2011 non trova una sola parola di pietà per il “dittatore” Gheddafi e se la prende invece con i dittatori “antimperialisti” (persino Fidel Castro è sporcato dalla anziana signora), che non avrebbero nulla a che fare con il suo “socialismo” da salotto parigino: en passant, se la prende addirittura “da sinistra” con la sua creatura “Il Manifesto” affermando di rifiutare il “socialismo di mercato”. Sono stati questi i maitres a penser della sinistra più stupida d’Europa, priva di qualsiasi dimensione patriottica e nazionale, quella che si è spinta a consigliare la formazione di “brigate internazionali” in Libia a fianco della NATO, dei tagliagole sodomizza tori e delle bande di assassini linciatori di Gheddafi.
Su queste basi, la carica del rinoceronte non solo non potrà essere arrestata (nessuno la arresterebbe!), ma non riusciremo neppure a scansarci in tempo. E’ molto triste esserne consapevoli, e non vedere al presente nessuna via d’uscita, almeno per ora.


Torino, 27 ottobre 2011

lunedì 29 agosto 2011

Ricostruire il Partito Comunista?




di Costanzo Preve

Ho iniziato a scrivere questo modesto testo politico senza pretese il giorno di ferragosto 2011, dopo aver letto alcuni commenti sulla doppia stangata chiamata eufemisticamente “manovra”, e dopo aver letto alcuni testi interessanti, come ad esempio AAVV, Ricostruire il partito comunista, Max XXI – AAVV, Il ruggito del dragone, Ed. Aurora – J. Salem, Lenin e la Rivoluzione, Ed. Nemesis.

Dopo aver letto gli argomenti in favore della ricostruzione di un partito comunista come presupposto “leninista” di una strategia anticapitalista ed in favore di un giudizio sulla natura “socialista” della Cina, e dopo averli presi sul serio senza il solito atteggiamento sprezzante e spregiativo dell’estremismo di sinistra, vorrei rifiutarli educatamente e proporre una prospettiva diversa. So bene che l’abituale ricatto retorico della sinistra è l’eterno “ma tu cosa proponi?”. Bene, risponderò, ma propongo un’altra cosa, e la chiarirò. Il problema preliminare è questo: dove stanno andando le classi dominanti? Credo che sia una domanda integralmente “marxiana”. Prima di dare le risposte giuste bisogna prima fare le domande giuste. Si può rispondere in due modi. Primo: neppure le classi dominanti sanno dove stanno andando, stanno navigando a vista verso la catastrofe (sociale, ecologica, eccetera, a seconda delle opinioni). Secondo: stanno andando in una direzione ben precisa, e bisogna sapere quale. In base alla risposta che darò, ne risulta che l’ipotesi di ricostruire un partito comunista mi sembra una risposta strategicamente errata, in quanto l’analogia storica del futuro possibile e prevedibile ci porta verso un nuovo 1789 (unificazione del nuovo Terzo Stato) piuttosto che verso il 1917 (costruzione del partito comunista del proletariato e dei contadini poveri). Aggiungerò tre Appendici, A, B e C. L’appendice A sarà dedicata ad una mia esperienza personale vissuta nel 1989. L’appendice B sarà dedicata alle due “pesti” della sinistra italiana, il manipulitismo e l’antiberlusconismo. L’appendice C alla riflessione sulle ragioni del fallimento di quell’aborto Ricostruire il Partito Comunistastrategico chiamato Partito della Rifondazione Comunista in Italia.

1. RIFLESSIONI COMPARATIVE SULL’ATTUALE CRISI INIZIATA NEL 2008



Ho letto molte riflessioni sulle ragioni dell’attuale crisi, da David Harvey a Vladimiro Giacché, da Luciano Gallino a Bernard Conte, eccetera, laddove il chiacchiericcio pettegolo antiberlusconiano non mi ha mai fatto né caldo né freddo. Il solo modo per orientarmi (essendo un filosofo e uno storico, e non un economista) è stato quello analogico, con un esame comparativo con le due grandi crisi precedenti (grande depressione 1873-1896 e grande crisi del 1929). So bene che l’analogia storica è ingannatrice, perché tipico della storia è il produrre novità qualitative, che rendono di fatto impossibile la previsione, sia pure tendenziale. Sono d’accordo con Hegel, per cui la civetta della conoscenza filosofica della totalità giunge solo al crepuscolo. A differenza di Marx (di cui peraltro continuo a considerarmi un allievo critico) non credo che si possa prevedere il futuro del capitalismo, neppure in modo tendenziale. In breve, penso si tratti di una illusione positivistica, per cui la storia è trattata come se fosse simile ad una scienza della natura, tipo la fisica, che in effetti rende possibile la previsione, sia pure solo probabilistica (meccanica quantistica, eccetera). Credo anche che questa illusione positivistica derivi paradossalmente da un presupposto messianico-escatologico, che pretende di conoscere e di anticipare l’esito finale della storia. E qui mi fermo, perché so che troppa filosofia annoia il lettore medio.

Non conosco storie soddisfacenti del capitalismo. Non mi convince la teoria di Ernest Mandel sulle “onde lunghe”. Stimo molto Giovanni Arrighi, ma non mi convince la sua teoria della periodizzazione del capitalismo (fase genovese, fase olandese, fase inglese, fase americana, ed infine Adam Smith a Pechino). Tutte le teorie delle “fasi” non mi convincono. La storia non procede mediante fasi. Non ho mai neppure creduto alla teoria staliniana dei cinque stadi (comunismo primitivo, schiavismo, feudalesimo, capitalismo, ed infine comunismo mondiale a base proletaria). Il capitalismo non è nato per ragioni di fasi, ma è nato per una finestra storica congiunturale (Inghilterra del Settecento), che avrebbe potuto anche non presentarsi. Eccetera, eccetera. Credo però ad una unità dialettica trascendentale di una “storia ideale eterna”, nel senso di Vico, Fichte, Hegel e Marx. Risparmio al lettore i dettagli, che richiederebbero mille pagine, e che i miei affezionati lettori già conoscono. Con Vico, credo all’equazione verum ipsum factum, che tradotta in linguaggio comune significa che la sola verità filosofica possibile consiste in un bilancio del presente storico inteso come progressiva autocoscienza della libertà di un soggetto, laddove il resto è certezza (fisica, chimica e biologia), esattezza (matematica e veridicità artistica). Di conseguenza, la verità non può mai essere “certificabile” (e con questo, per farla corta, respingo cortesemente Cartesio e Kant). La verità è frutto di prassi storica trasformatrice (Fichte), di allargamento della lotta per il riconoscimento (Hegel) e di perseguimento dell’obiettivo possibile di una società comunitaria senza classi (Marx). Ancora una volta, mi scuso per l’intermezzo filosofico, ma come il Menico dei Promessi Sposi che giocava a rimbalzello perché era bravo nel fare volare le pietre sull’acqua, ognuno fa sempre quello che sa fare meglio. Ma passiamo ad un esame analogico delle tre grandi crisi.

La prima grande crisi, chiamata Grande Depressione, fece ammutolire Marx, mentre Engels scrisse che stava crollando sotto i nostri occhi la produzione capitalistica (prefazione alla Miseria della Filosofia di Marx, salvo errore, cito a memoria). Ovviamente non era così. Essa fu “superata” con l’imperialismo colonialistico, la spartizione dell’Africa, il riarmo navale, la corsa al petrolio, le innovazioni di processo (taylorismo e fordismo) e di prodotto (chimica, elettricità, automobili, eccetera). Essa produsse anche come “danno collaterale” la formazione dei partiti socialisti e dei sindacati operai. Il “marxismo”, formazione ideologica a base positivistica elaborata nel ventennio 1875-1895 congiuntamente da Engels e da Kautsky sulla base di una compresenza fra “ortodossia e fini” (Matthyas) e progressiva integrazione nel capitalismo, nacque su committenza pressoché diretta della socialdemocrazia tedesca. La compresenza di ortodossia dei fini (le prediche della domenica) e progressiva integrazione burocratica (Michels, eccetera) creò un piano inclinato che portò poi al 1914, il grande macello. Parentesi. La proposta di Diliberto delle tre unità (unità dei comunisti, unità della sinistra, ed infine unità democratica, contro Berlusconi, ovviamente) è un esempio di ortodossia dei fini (teniamo fermo il comunismo) e di integrazione nel sistema politico (ci uniamo con Bersani, Veltroni e Napolitano perché è il solo modo elettorale di rientrare in parlamento). Ma su questo dirò dopo. Per il momento torniamo alle cose serie.

La grande crisi del 1929 fu superata soltanto dalla seconda guerra mondiale e dalla grande corsa agli armamenti. Sottoprodotto sociale di questa soluzione bellica furono i “trenta anni gloriosi” 1945-1975 di cui ha parlato Hobsbawm. Appare oggi chiaro che il periodo storico del welfare non è per nulla stato un “avvicinamento riformistico” al socialismo, ma un momento del tutto congiunturale, ed in quanto congiunturale revocabile (ed infatti oggi revocato). Ho insegnato per 35 anni storia su manuali menzogneri che sostenevano che la crisi del 1929 era stata “superata” dal New Deal di Roosevelt e dal “compromesso” keynesiano-fordista. Non c’è maggior stupido di chi si fa ingannare, per pigrizia intellettuale o per conformismo identitario di “sinistra”.

Infine, venne la dissoluzione dell’esperimento sociale (sotto cupola geodesica protetta, per usare l’espressione di Jameson) del comunismo storico novecentesco (1917-1991). In vent’anni, il chiacchiericcio di sinistra non ha mai cercato di darne una spiegazione “strutturale” (vedi Marx), ma si è accontentato di versioni postmoderne della teoria del “totalitarismo” di Hannah Arendt. A modo mio, ho fatto l’ipotesi (cfr. C. Preve, La quarta guerra mondiale) di una grande e maestosa controrivoluzione sociale dei ceti medi sovietici (e cinesi) contro un dispotismo sociale operaio e proletario nel frattempo esauritosi come base sociale ed ideologica. Nessuno ha mai neppure battuto un colpo, in quanto erano tutti impegnati a prendere sul serio Negri, Bertinotti, Vendola, Ingrao e la signora Rossanda. E così abbiamo sbattuto il muso contro la crisi apertasi nel 2008, senza che nessuno provasse neppure lontanamente a fare ipotesi su verso dove stiano andando le oligarchie finanziarie che ci governano. Proviamo a fare qualche ipotesi.

2. DOVE VANNO LE OLIGARCHIE FINANZIARIE CHE CI GOVERNANO



A questa domanda si può rispondere in due modi. Primo: non lo sanno neppure loro, vivono giorno per giorno senza prospettive, come la famosa nave Titanic. Le facoltà di economia hanno smesso da tempo di produrre una scienza sociale, e fanno soltanto estrapolazioni matematiche. Le facoltà di filosofia vivono di odio verso i geci e Hegel, e raccontano ai futuri disoccupati che il mondo è privo di senso, bisogna accettarlo così com’è, ogni utopia finirebbe necessariamente in terrore, e l’unica ontologia che si può fare è quella del telefonino e dei social network. In definitiva, la diagnosi è quella di Rosa Luxemburg: in mancanza di socialismo, avremo la barbarie, e la rovina comune delle classi in lotta. Non ci credo. Si tratterebbe sempre di una teoria della fine della storia, soltanto pessimistica e non ottimistica (i domani che cantano).

Secondo, ed è la mia risposta, possiamo almeno ipotizzare dove stiano andando le oligarchie finanziarie. Ovviamente, esse non devono essere antropomorfizzate inventandoci un inesistente complotto coordinato alla Spectre (James Bond). E’ evidente che la globalizzazione finanziaria si fonda sulla fine della sovranità monetaria degli Stati nazionali. E’ evidente che la Costituzione italiana non esiste più, da quando l’agente americano Giorgio Napolitano ha spinto il riluttante e ricattabile puttaniere Berlusconi all’aggressione contro la Libia di Gheddafi (travestita da garanzia di una no fly zone, in cui invece a fly sono i bombardieri NATO), alla faccia del fatto che l’Italia ripudia le guerre. E’ evidente che il cosiddetto “giudizio dei mercati” è una foglia di fico per lo smantellamento di ciò che restava del welfare della prima repubblica (1946-1992). Molte cose sono evidenti, e mi sembrerebbe un retorico spreco di carta soffermarmici sopra. Andiamo invece al dunque. Ed il dunque è: dove stiamo andando?

Stiamo andando verso una polarizzazione estrema verso un polo oligarchico, da un lato, ed un immenso e politicamente espropriato “terzo stato”, dall’altro. E tuttavia, le oligarchie sanno bene che è necessario un “cuscinetto di grasso” sociale fra i due poli, per evitare che possa verificarsi uno scontro diretto fra i pochissimi, ed i moltissimi abbandonati alla insicurezza della vita e al lavoro sottopagato, flessibile e precario. Fra le oligarchie e questo nuovo immenso “terzo stato” (che sarebbe improprio definire in termini di imborghesimento del proletariato o proletarizzazione della piccola borghesia, categorie sociologiche a mio avviso sorpassate) bisogna favorire la costituzione di un gruppo sociale che, sulla scorta della proposta linguistica di Eugenio Orso, definirei new global middle class (uso l’inglese perché è la nuova lingua dei padroni, come avvenne prima per il greco, poi per il latino ed infine per il francese). A questo nuovo gruppo sociale bisognerà pur sempre dare qualche privilegio, in modo che non si rivolti contro l’oligarchia. Su questo non ho le idee chiare. Se ci fossero ancora dei sociologi, io chiederei a loro, ma so bene che ormai Wright Mills e Christopher Lasch sono morti, e restano soltanto animali accademici tronfi ed autoreferenziali. Ma adesso è giunta l’ora di chiarire perché a mio avviso la parola d’ordine non può essere quella di rifare il partito comunista.

3. FUNZIONE STORICA DEL PARTITO COMUNISTA



Laddove oggi c’è la tendenza a valorizzare Marx come “profeta della globalizzazione” e di sputare su Lenin, io non seguo questa tendenza, e sono d’accordo con il libro di Salem. Oggi demonizzare Lenin, con la scusa che dopo è venuto Stalin (che non demonizzo, ma neppure rivaluto seguendo le orme di Domenico Losurdo, di Ludo Martens e del partito comunista greco) significa in realtà demonizzare lo stesso concetto di prassi rivoluzionaria. Altra cosa, invece, è condividere tutto quello che Lenin ha detto e scritto. Ad esempio, io non condivido la riduzione della filosofia ad ideologia ed il cosiddetto “materialismo dialettico”. Dio me ne scampi e liberi! Condivido invece la piena legittimità della rivoluzione del 1917. Ma il lettore non sarà tanto interessato a sapere che cosa pensa il signor Preve della storia del Novecento, quanto arrivare al cuore della questione. Arriviamoci.

Il partito comunista, in tutte le sue versioni (qui staliniani, trotzkisti e maoisti concordano, pur bastonandosi e piccozzandosi ferocemente fra loro) è stato concepito per la rivoluzione proletaria sia pure “allargata” ad alleanze varie (contadini, piccola borghesia, persino “borghesia nazionale”, eccetera). E’ impensabile un partito comunista senza centralità della classe operaia, salariata e proletaria, di cui si nega peraltro la “rivoluzionarietà diretta”, priva di un coordinamento partitico. Qui non c’è differenza “teorica” fra Diliberto, Ferrando e Lotta Comunista. Mi scuso per la semplificazione, ma a volte facilita la discussione. Le attuali oligarchie finanziarie al potere non si limitano infatti a “proletarizzare” i ceti medi. Se li proletarizzassero, si potrebbe dire che ci vuole un partito comunista. Ma il processo che si svolge sotto i nostri occhi e ben più complesso e maestoso. In Cina, in India ed in Brasile (ed ora anche nei paesi arabi, con la cosiddetta “primavera araba”, che solo un inguaribile ingenuo potrebbe pensare abbia una natura rivoluzionaria, laddove si tratta della semplice presa del potere di una borghesia sunnita occidentalista) si sta formando finalmente una classe media globale, la cui parte superiore, alleata con le oligarchie finanziarie, eserciterà una funzione controrivoluzionaria di fronte alla quale i codini nobiliari del 1789 sembreranno tutti dei Thomas Munzer. La parte inferiore dei ceti medi, numericamente di gran lunga prevalente, cadrà in questo nuovo “terzo stato”. Essa non ha bisogno di un partito comunista, e soprattutto non ha bisogno di portarsi dietro il sanguinoso contenzioso sul bilancio storico del comunismo novecentesco. Su questo Diliberto e Ferrero non saranno mai d’accordo, perché per il primo il più grande rivoluzionario è stato Lenin, e per il secondo Raniero Panzieri. Si pensa forse di poter “assemblare” Mauro Gemma e Marco Ferrando?

Ma non sta neppure qui il punto essenziale. E qui, pur sapendo che è come bestemmiare in chiesa, sono costretto a porre il problema del superamento della dicotomia Destra/Sinistra, anche se per le orecchie pie e politicamente corrette del “sinistro” medio, questo può dare luogo al sospetto di “infiltrazione fascista”.

4. NOTE SULLA DICOTOMIA SINISTRA/DESTRA



Non riprenderò qui per ragioni di spazio le argomentazioni da me sviluppate in un quindicennio (e quale quindicennio!) sul superamento della dicotomia Destra/Sinistra. Lascerò perdere la filosofia e la storia che stanno alla base di questa dicotomia, e svilupperò un solo argomento, di tipo politico. Seguendo il noto “rasoio di Occam”, credo che un solo argomento basterà, se è convincente.

Chi si situa all’interno della dicotomia Sinistra/Destra, concluderà necessariamente non tanto che il comunismo è “l’estrema sinistra” o la “vera sinistra”, ma che il comunismo è la parte più coerente, rigorosa ed organizzata della sinistra stessa. A questo punto, ne discenderà ‘gravitazionalmente (uso questo avverbio volutamente) che bisognerà’ allearsi con la “sinistra moderata” (ed addirittura con il centro-sinistra) contro la Destra, come se si fosse ancora al tempo dei fronti popolari contro il fascismo (1934-36). E’ questa la ragione simbolica del mantenimento ideologico dell’antifascismo in assenza totale, palese e manifesta di fascismo. Ci deve essere sempre un “fascista”, o almeno un suo succedaneo simbolico (prima Fanfani, poi Craxi, infine Berlusconi). Ricordo ancora i cialtroni di Lotta Continua che parlavano di “fanfascismo”.

Questa forza ideologica gravitazionale impedirà di comprendere l’omologazione strutturale del quadro politico nell’epoca della terza grande crisi capitalistica. Bisognerà trovare sempre argomenti per dire che Bersani, Veltroni e Fassino sono “meglio” (o “meno peggio”) di Tremonti, Bossi e Berlusconi. Il menopeggismo sostituisce l’analisi gramsciana delle classi, per obsoleta che in parte possa essere. Ma il menopeggismo è un lento veleno mitridatico. Il cittadino diventa un “consumatore” di offerte politiche, ed è esattamente il modello inglese ed americano, cui sin tratta di omologarci.

Se la dicotomia Destra/Sinistra facesse soltanto acqua sul piano storico e filosofico, la lascerei stare per ragioni di quieto vivere. In fondo, non è divertente farsi dare del “fascista” da una marmaglia fanatizzata. Ma si tratta di un vero “ostacolo epistemologico” (mi scuso per il termine supercolto). Se siamo di sinistra, bisognerà allearsi con Bersani contro Berlusconi, e con la Marcegaglia e Montezemolo contro Bossi e Tremonti. Bisognerà sempre trovare dei “fascisti” da qualche parte, come se fossimo al tempo del film di Ugo Tognazzi “Vogliamo i colonnelli”. In questo modo il terzo stato non potrà mai essere politicamente ricomposto, perché lo si scinderà ideologicamente in una falsa contrapposizione simbolica, che ricorda i guelfi ed i ghibellini, e soprattutto non si comprenderà mai l’omologazione strutturale dei ceti politici professionali di “sinistra” in Europa all’interno del nuovo capitalismo finanziario e del neoliberalismo. Tutte le chiacchiere di Diliberto e Ferrero, sfrondate dei riferimenti simbolici identitari, si riducono a tirare per la giacca Bersani, la Bindi e la Camusso.

Sarei molto dispiaciuto se quanto sto dicendo venisse catalogato sprezzantemente sotto la voce “estremismo” o “minoritarismo”. Sono stato estremista in gioventù, ma non lo sono più da almeno vent’anni. Ho gusti “conservatori” nelle arti figurative, in filosofia, in letteratura ed in musica. Il succo del mio discorso è un altro. Se andassimo verso un nuovo 1917, sarei per ricostruire un partito comunista, anche perché da allievo di Marx mantengo un anticapitalismo radicale. Ma in base al ragionamento fatto sulla base analogico-comparativa delle tre grandi crisi del capitalismo (1873, 1929 e 2008) mi sembra che andiamo invece più probabilmente verso un nuovo 1789, e si tratta piuttosto di unificare il nuovo “terzo stato” contro le oligarchie ed il loro clero (il clero regolare, accademico-universitario, ed il clero secolare, mediatico-televisivo). Questa unificazione non può avvenire riproponendogli tutti i vecchi contenziosi “marxisti”.

                                                                 APPENDICE A

RICORDO PERSONALE DI UNA TRAGICOMICA ESPERIENZA DEL 1989



In filosofia io sono un Signor Qualcuno, e non mi interessa se questo viene riconosciuto o no dagli oi polloi (traduzione consigliata dal greco: i polli, nel senso di galline). Ma in politica io sono un Signor Nessuno, lo so perfettamente, e tanto basta. Ma voglio qui ricordare una tragicomica esperienza dell’ormai lontano 1989. Negli anni Ottanta mi avvicinai prima ad una rivista politica intitolata Unità Proletaria, diretta da Attilio Mangano e da Luigi Cortesi, e poi ad un piccolo centro culturale dipendente da Democrazia Proletaria denominato “Punto Rosso”, tuttora esistente. Si trattava di un matrimonio di interesse reciproco: essi mi offrivano la possibilità di pubblicare e di far conoscere le mie elucubrazioni filosofiche “marxiste” (Althusser, Bloch, Lukacs, eccetera), ed io offrivo loro una collaborazione gratuita, disinteressata e non pagata. Poi un dirigente di Democrazia Proletaria (inutile il nome, si dice il peccato, non il peccatore) mi propose di cooptarmi nella Direzione Nazionale di questo partito, perché potessi fare interventi “colti” considerati “marxisti”. Avrei dovuto rifiutare, ma ero ancora nella fase “militante” della mia vita. I dirigenti politici, in genere, amano gli intellettuali-pagliacci in veste non tanto di commissari politici quanto di cappellani, cioè di “clero teorico”, purché non osino mettere le zampe sulla “linea politica”, che considerano loro monopolio assoluto, un po’ come il denaro per i capitalisti. Cooptato nella Direzione Nazionale, rifiutai subito il ruolo di intellettuale-pagliaccio ornamentale, e mi indirizzai verso il problema proibito della linea politica. Democrazia Proletaria era una vera Armata Brancaleone (nel senso del film di Gassman), con al vertice un pagliaccio mediatico (Mario Capanna, precursore di Fausto Bertinotti e di Nichi Vendola) ed alla base un carnevale di femministe, ecologisti e pacifisti. Dal momento che il PCI di Occhetto stava liquidando il comunismo, mi sembrò opportuno proporre una linea politica tendente a ricostruire un piccolo partito comunista esplicito.

Non l’avessi mai fatto! Da intellettuale-pagliaccio supercolto diventai immediatamente un fastidioso rompiballe, che rompeva i delicati equilibri interni fra “movimentisti” e “partitisti”. E tuttavia, proposi delle tesi politiche che furono costretti a pubblicare nel Bollettino di Democrazia Proletaria. In esse sostenevo che l’individuazione in Craxi del nemico principale (il grassone, il corrottone, il mangione, eccetera) era una sciocchezza, e che la ricomposizione delle oligarchie italiane avveniva diversamente. Certo, non potevo prevedere Mani Pulite, ma mi si dovrebbe dare atto di una mia politica preveggenza. Da qualche parte, in qualche emeroteca, queste tesi potrebbero ancora trovarsi. Nello stesso tempo, mi misi a collaborare con il gruppo cossuttiano “Marxismo Oggi”, perché intuivo che da lì sarebbe nato qualcosa. Poi, per fortuna, mi ammalai gravemente, ma sopravvissi. In questo modo potei evitare di fare l’esperienza mefitica e grottesca di Rifondazione Comunista, perché, essendo assente per malattia, non fui “cooptato” nella sua ridicola Direzione. E’ proprio il caso di dire che non tutto il male viene per nuocere. Diventai così uno studioso indipendente, senza alcun legame partitico, precondizione assoluta per poter pensare liberamente, senza dover commisurare quanto si pensa alle compatibilità ferree della linea politica stabilita dai babbioni del ceto politico professionale di “sinistra”.

Allora (1989) pensavo sinceramente che fosse necessario ricostruire un partito comunista. Oggi, ventidue anni dopo (2011) non lo penso invece più, per le ragioni esposte precedentemente. Ma ringrazio l’esperienza fatta, perché ci ho sicuramente imparato molto.

                                                                  APPENDICE B

LE DUE GRANDI PESTI DELLA SINISTRA ITALIANA: MANIPULITISMO E ANTIBERLUSCONISMO



Il codice teorico identitario del picismo italiano (termine con cui cerco di connotare la continuità del serpentone metamorfico PCI-PDS-DS-PD) si basava su una sorta di storicismo progressistico, convinto di “navigare con il vento della storia”. Trascuro le critiche alla Walter Benjamin di questa pappa positivistica. Togliatti mantenne “l’ortodossia dei fini” in termine di ideologia identitaria di partito “comunista”, facilitando l’inserimento del partito nella società italiana e nel suo miracolo economico (evidente dopo il 1958). Ammetto apertamente che fino al 1974 circa (dopo non più) il PCI continuò ad esercitare un ruolo sociale e culturale complessivamente positivo, e non voglio che mi si confonda con i nostalgici della rivoluzione mancata nel 1945 o nel 1948 o con ogni tipo di estremismo operaista e/o bordighista (con tutto il rispetto per Bordiga, che si mangiava in insalata il gregge conformista e pecoresco degli “intellettuali organici” PCI). Ma qui non c’è tempo di approfondire la questione. Credo che colui che ci capì di più fu il cattolico integralista Augusto Del Noce, che fece la diagnosi più esatta di tutte, ed anche la più dialettica (anzi, l’unica dialettica), quella della trasformazione progressiva dello storicismo (a base relativistica e nichilistica, se gli si toglie la base ontologica presente in Hegel ed abbozzata, ma solo abbozzata, nella mirabile Ontologia dell’ultimo Lukacs) in adesione alla società postmoderna radicale dei consumi. In ogni caso, arriviamo subito per brevità al 1989-91. Con il crollo della Casa Madre il vecchio personale picista dovette riconvertirsi in fretta e furia. Se prima erano il sacerdozio della via italiana al socialismo e dell’eurocomunismo, ora dovevano diventare il personale politico di mediazione “politica” del capitale finanziario e dell’impero militare americano (D’Alema con il Kosovo 1999, Napolitano con la Libia 2011). Data la pittoresca ignoranza degli italiani non fu neppure necessario “gestire” una riconversione ideologica esplicita (tipo Bad Godesberg tedesca 1959). Il popolo di Beppe Grillo, Nanni Moretti e Nichi Vendola non è popolo di teorici, basta lo sghignazzo di “Linus” e del “Manifesto”. La riconversione fu progressivamente compiuta prima con il Manipulitismo e poi con l’Antiberlusconismo. Trattiamoli separatamente.

Alcuni anni fa mi trovai a Milano in un dibattito pubblico con Gherardo Colombo, uno dei più noti magistrati del pool di Mani Pulite. Un interlocutore cortese, educato e colto. In sua presenza esposi in forma cortese e non polemica la mia tesi storico-politica di fondo, per cui a mio avviso Mani Pulite, pur formalmente legale e costituzionale (a differenza della guerra di D’Alema in Kosovo 1999 e di Napolitano in Libia 2011), era di fatto stato un colpo di Stato giudiziario extraparlamentare che aveva distrutto una prima repubblica italiana certamente corrotta, ma anche assistenziale e proporzionalistica, la cui conseguenza era stata paradossalmente quella di facilitare l’avvento di Berlusconi, che grazie al suo denaro aveva potuto “ereditare” gran parte dell’elettorato DC ed anche PSI. Avrei anche potuto parlare turco. Il cortese Colombo non contrappose una sua lettura storica alternativa alla mia, ma parlò di “obbligatorietà dell’azione penale”, che l’aveva costretto a colpire Chiesa, Craxi e tutti i mangioni. Ora, io non mettevo assolutamente in discussione che i reati di corruzione e di concussione richiedono l’obbligatorietà dell’azione penale, e lo ammettevo apertamente. Soltanto, desideravo che il tema non venisse soltanto discusso in modo giudiziario, ma storico. Ma fu come passare dal turco al mongolo parlato e stretto. A distanza di quasi vent’anni, non esiste ancora un bilancio storico di Mani Pulite (fanno parziale eccezione due saggi di Filippo Fiandrotti e di Giovanni Di Martino, sconosciuti agli oi polloi). Resta invece il fuoco di diversione mediatica sulle ruberie della casta, sui prezzi politici dei ristoranti parlamentari e su tutte le pittoresche miserie degli straccioni del ceto politico professionale, che essendo al servizio delle oligarchie al potere, vogliono anche loro poter raccogliere le briciole dei loro banchetti in termini di barche a vela o di culi di adolescenti ambiziose, come già avveniva per gli schiavi ed i liberti delle oligarchie schiavistiche romane. In ogni caso, la riduzione giudiziaria della storia italiana è un fenomeno grottesco che richiederebbe Swift e Rabelais, ed ammetto di non esserne all’altezza.

E passiamo ora al berlusconismo, anzi all’antiberlusconismo. Un tempo si diceva che il nazionalismo era l’ultimo rifugio delle canaglie. Ma il nazionalismo era Freud, Darwin e Einstein in confronto con il concerto antiberlusconiano dell’ultimo ventennio. Spieghiamoci meglio. Il nano di Arcore si prestava meravigliosamente a diventare il bersaglio satirico privilegiato di una “sinistra” decerebrata ed ormai del tutto incapace di analisi strutturale. Il puttaniere di Arcore, amico di Emilio Fede, era un personaggio da commedia dell’arte postmoderna che faceva sentire superiori tutti i coglioncelli di sinistra che a suo tempo Stefano Benni aveva definito Gente di una certa Kual Kultura (con il kappa). Lui è ricco, è vero, ma noi siamo più intelligenti, perché abbiamo letto Proust in tedesco con sottotitoli in polacco. Una banda di contemporaneisti sacerdoti della perennità dell’antifascismo in conclamata e palese assenza di fascismo usò termini come “telefascismo”, riesumando il “popolo delle scimmie” di gobettiana memoria. Per dirla con uno spaghetti-western, Dio perdona, ma io no! Per venti anni, il popolo di sinistra e il suo ceto politico giudiziario-giornalistico cercò di far fuori Berlusconi con il conflitto di interessi, le puttane, le minorenni, i soldi di Veronica e di De Benedetti, eccetera. Alla severa analisi di Gramsci si sostituì la pochade delle operette pecorecce degli anni Cinquanta. Il giornale-partito di “Repubblica” fu in questo all’avanguardia, perché doveva riconvertire ideologicamente gli ex babbioni picisti in neobabbioni scalfariani. Ma se Berlusconi cadrà (e probabilmente cadrà) non sarà certamente per gli scandali pecorecci di un vecchio maniaco dotato di Viagra, ma per le bastonate della manovra commissionata dai “mercati finanziari” dell’estate 2011. Certo, i pagliacci di sinistra rivendicheranno il merito di averlo fatto cadere, ma potranno ingannare soltanto i loro militanti-babbioni, Sarà il massacro dei ceti medi a far tramontare il nano di Arcore, non certo la signora Boccassini. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. Ma come scrisse Spinoza, non bisogna né ridere né piangere, ma capire.

Detto in linguaggio medioevale, continuare a non capire il manipulitismo e l’antiberlusconismo non è più un peccato dell’intelletto, ma della volontà. Non si vuole capire. E si continui a non capire, se vi fa piacere. E’ impossibile raddrizzare le gambe ai cani.

                                                                    APPENDICE C

BILANCIO DELLA TRISTE STORIA DI RIFONDAZIONE COMUNISTA




Dopo la grande dissoluzione del triennio 1989-91 neppure Marx e Lenin sarebbero riusciti a “rifondare” politicamente il comunismo (si parla qui di rifondazione politica, perché quella teorica è più facile, basta contrastare il capitalismo). Figuriamoci se potevano riuscirci pagliacci politici mediocri come il cinico familista Armando Cossutta o il narcisista dilettante Fausto Bertinotti. Il teatro greco ci ha offerto tre tipi di azione scenica, la tragedia, la commedia ed il dramma satiresco. Rifondazione fu sempre e solo un dramma satiresco.

Nel libro sopraindicato Ricostruire il partito comunista gli autori (Diliberto, Giacché, Sorini e Catone) citano in proposito un certo Tortorella, che giustificò nel 1991 la sua non adesione a Rifondazione con la scusa che era “eclettica”. Fausto BertinottiCominciare dalla sovrastruttura (il presunto eclettismo di Rifondazione) e non dalla struttura (il suo ruolo ventennale nel sistema politico italiano dopo Mani Pulite) è una vergogna. Se si vuole discutere di Rifondazione non si può cominciare dal suo (innegabile) eclettismo, ma dal suo ruolo politico strutturale oggettivo. In nessun momento Rifondazione fu mai una “rifondazione comunista”. Essa fu sempre una “decompressione comunista”, il cui ruolo fu sempre quello di gestire la “decompressione” di ex comunisti orfani del togliattismo e del berlinguerismo. Il suo ruolo fu sempre quello di gestire ferreamente dall’alto un confusionario massimalismo in basso, tenendolo sempre ben stretto alla Casa Madre PCI-PDS-DS-PD. Tenendolo ben stretto attraverso le “risorse ideologiche” del manipolitismo e dell’antiberlusconismo. Altro che eclettismo! La storia ridicola ed irrilevante di questo partitino finì idealmente con l’espulsione dell’onesto senatore Turigliatto per avere votato contro i “crediti di guerra” (ricordiamo Liebknecht nel 1914!). Le contorsioni ideologiche del narcisista Bertinotti non sono rilevanti, ma solo pittoresche.

Il fallimento di Rifondazione ci consegna intatta l’esigenza di costruzione di una forza politica anticapitalistica. Ne sono perfettamente consapevole. Ma chi non ha ancora capito la funzione di Vendola come “copertura poetica” del PD è al di fuori di ogni possibile discussione storica e politica.