giovedì 26 aprile 2012


Rossobrunismo, destra, sinistra e orientamento anticapitalistico. Qualche chiarimento definitivo in risposta al recente articolo di Daniele Maffione

 


di Maurizio Neri
Riccardo Di Vito
Lorenzo Dorato
Di recente è apparso un articolo sul sito dei giovani comunisti titolato “Il nostro antifascismo: un programma d’azione”, a firma di Daniele Maffione. Una parte abbastanza cospicua di questo articolo è dedicata al fenomeno rossobruno e tra i tacciati di rossobrunismo è citato il sito comunismoecomunita. Per questa ragione, per quanto lo si sia fatto anche in altre occasioni, troviamo importante dare una ferma risposta alle solite calunnie infondate e totalmente prive di spessore argomentativo.
Come tutti gli articoli apparsi negli ultimi anni che tentano di analizzare il cosiddetto fenomeno del rossobrunismo (almeno quelli che fin’ora ci è capitato di leggere in giro per la rete) l’articolo di Maffione pecca di gravissima superficialità analitica toccando a più riprese la menzogna. La superficialità estrema l’articolo la tocca nel momento in cui pretende di descrivere realtà fortemente eterogenee immettendole in un unico calderone concettuale: il fantomatico rossobrunismo. La ragione di questa superficialità è evidente e sta nell’esigenza, senz’altro rassicurante, ma di certo niente affatto costruttiva, di incasellare dei pensieri e degli approcci politici e filosofico-politici all’interno del proprio mondo concettuale schematico e formalistico. In questo mondo schematico esistono una sinistra e una destra eterne descritte come mondi valoriali generici senza più una cura sostanziale dell’aspetto contenutistico. I concetti diventano pura forma e pertanto, allontanata e distrutta la sostanza, è possibile assumere alcune parole d’ordine come “cose di destra” o “cose di sinistra”. Chi sono i rossobruni a questo punto, in base a questo schema formalistico? Coloro che vorrebbero introdurre “cose di destra” nell’universo simbolico e culturale della sinistra.
Non vi è spazio alcuno, entro questo schema formalistico, per serie riflessioni teoriche, sui paradigmi effettivi di riferimento, sulla libera discussione dei temi più incerti e spinosi, sul senso vero e profondo dei termini e delle questioni affrontate. La forma prevale sulla sostanza.
Ma veniamo al lavoro teorico del nostro sito-laboratorio, legato a e non certo “latore” di (come afferma Maffione) alcune idee di Costanzo Preve.
Il sito comunismo e comunità, anzitutto, non è il sito di Preve, ma è un sito di discussione politica e filosofica cui concorrono persone diverse, molto spesso in accordo, in altri casi in disaccordo con Preve e tra di loro. Di Preve si condivide pienamente, da parte di tutti, il nocciolo dell’analisi filosofica fondamentale (lettura del pensiero di Marx, ricostruzione della storia della filosofia occidentale, peculiare critica del capitalismo etc etc), mentre c’è accordo o disaccordo (secondo i casi e i temi) su determinati punti specifici di carattere più immediatamente politico. Ne sia esempio la recente presa di posizione di Preve sulle elezioni francesi (avvenuta in totale indipendenza dal nostro lavoro collettivo) che ha suscitato da parte di noi tutti una presa di posizione contraria inequivocabile (a breve uscirà uno scritto nel merito).

Segue:  http://www.comunismoecomunita.org/?p=3197

giovedì 19 aprile 2012

La funzione degli scandali, delle inchieste giudiziarie 
e i sub-dominanti politici nazionali 


di Eugenio Orso

Breve premessa

Dopo Lusi, la Margherita e Rutelli, dopo Belsito, la famiglia Bossi e la Lega sembra essere arrivata l’ora di Nicola Vendola.

Perché questa rapida sequenza di inchieste della magistratura inquirente, in ogni angolo d’Italia, da Milano a Reggio Calabria e la conseguente, immancabile campagna mediatica contro la politica corrotta?

A chi giova tutto ciò, chi ne beneficia veramente, cui prodest, come si sarebbero chiesti i romani?

Il presente scritto cerca di dare una risposta non conformista, non superficialmente moralistica, non fuorviante alla Stella e Rizzo della scandalistica ed autocratica Casta, alle domande che molti oggi si pongono, o dovrebbero porsi.




Aristocrazia globale e sub-dominanti politici nazionali: anello forte e anello debole della catena di comando globalista

La descrizione offertaci a suo tempo da Christopher Lasch nell’opera La ribellione delle élite. Il tradimento della democrazia (1995), il quale dal suo osservatorio privilegiato, negli Stati Uniti d’America, ha potuto osservare e analizzare l’inquietante fenomeno della nascita della nuova classe globale, del suo sistema di potere e il conseguente tradimento della democrazia, è un insuperato punto di partenza per poter comprendere i “caratteri costitutivi” della nuova classe globale dominante, oggi in parte comuni all’Aristocrazia globalista e ai sub-dominanti politici nazionali che da questa dipendono.

Nella ribellione delle élite Lasch ci avverte che tali individui non sentono alcuna responsabilità nei confronti degli altri, in particolare se non sono loro simili, appartenenti alla stessa classe, e precisamente scrive:

Le classi privilegiate […] si sono rese indipendenti in misura allarmante non solo dalle città industriali fatiscenti, ma dai servizi sociali in generale. Mandano i loro figli in scuole private, si assicurano contro malattie e incidenti sottoscrivendo i piani previdenziali delle società per cui lavorano, e assumono delle guardie del corpo private per difendersi dalla violenza che li attornia. In effetti, si sono estraniate totalmente dalla vita comune. […] Molti di loro non si considerano neanche più americani in alcun senso importante, non si sentono coinvolti, per il bene e per il male, nel destino dell’America.

Ciò accade perché i neodominanti, fin dalla culla, non sviluppano legami di sorta con la comunità di origine, con la nazione, con il resto dell’umanità, non si fanno carico di alcuna responsabilità sociale e soprattutto dei costi che tale responsabilità implicherebbe.

I suddetti sono indifferenti davanti al destino dei popoli, e la loro fedeltà, se di autentica fedeltà si può parlare, è riservata soltanto ad un ordine globale neocapitistico regolato dal mercato e caratterizzato dalla libertà di circolazione dei capitali finanziari.

Il successo ed il potere personale, la performance, il narcisismo, l’assenza di etica come tradizionalmente si intende, l’assenza di idealità, il mantenimento e l’estensione di ingiusti privilegi li caratterizzano fino in fondo e ne determinano i comportamenti, le scelte, le imposizioni alla società che spesso causano sofferenza e disperazione a molti milioni di persone non appartenenti alla loro schiatta.

Se accettiamo la quadripartizione del capitale proposta a suo tempo dal sociologo francese Pierre Bourdieu, che ha integrato le analisi di Karl Marx riguardanti la genesi e la produzione del capitale industriale/ produttivo – Capitale economico, Capitale culturale, Capitale sociale, Capitale simbolico – per quanto precede dobbiamo riconoscere che i dominanti globali controllano oggi tutti e quattro i tipi di capitale.

Un nemico potente e spietato, insomma, con il quale la lotta non potrà che essere senza quartiere.

Un nemico che non si riconosce più nella “vecchia” umanità e non riconosce i diritti naturali dell’uomo, un nemico che non ammette di avere debiti con il passato e con gli altri, un nemico che accomuna con il capitale produttivo quello umano e quello naturale/ambientale, mettendoli tutti sullo stesso piano e concependoli come serbatoi inesauribili di risorse a sua completa disposizione.

Un nemico che ha nell’illimitatezza dei suoi desideri, suscitata dall’illimitatezza neocapitalistica, la sua principale forza e il suo più grande limite.

Ciò che vale per l’Aristocrazia globale, per la Strategic Global class secondo una mia espressione “esotica”, può valere in una certa misura anche per i sub-dominanti, che tendono ad assumere comportamenti simili, conformi, omologati, con alcune sostanziali differenze, però, che rendono i sub-dominanti più facilmente sconfiggibili dell’alta Aristocrazia, e quindi l’anello debole della catena di comando globalista: la maggior vulnerabilità, dovuta alla maggior esposizione, alla maggior ricattabilità e alla maggior vigliaccheria.

La continua esposizione ai media alla quale non possono sottrarsi (a differenza dei membri dell’Aristocrazia globale, che godono di molta maggior riservatezza), la ricattabilità che li contraddistingue (per una generalizzata presenza di “scheletri nell’armadio” dovuta alle cariche che ricoprono e alle funzioni che svolgono), la viltà che spesso emerge dai loro comportamenti (esito scontato dell’assenza di ideali, dell’individualismo anomico, dell’incapacità di sacrificio) insieme ne determinano la generale vulnerabilità.


Ma vi è anche un altro importante elemento che li rende ancor più vulnerabili, attaccabili e sconfiggibili, e di questo si discuterà fra poco.

In Italia, un sub-dominante mancato, a nome Silvio Berlusconi, ha mostrato tutta la sua viltà e la sua pochezza quando l’Aristocrazia globalista gli ha intimato di farsi da parte per fare spazio al governo dell’affidabilissimo Monti.

Nelle probabili trattative segrete per ottenere un “salvacondotto giudiziario”, l’allora presidente del consiglio deve aver abbassato completamente i pantaloni, volendo essere prosaici almeno per una volta, e in cambio della salvezza personale, e dell’integrità del suo patrimonio familiare, non ci avrà messo più di un secondo per risolversi ad offrire “spontaneamente”, come ulteriore contropartita, il “leale” appoggio dei gruppi parlamentari del PdL a Mario Monti.

Lo scatto d’orgoglio che Berlusconi ha avuto dopo le risatine di Merkel e Sarközy davanti alle telecamere, dirette contro di lui, il suo esecutivo, ma soprattutto contro il popolo italiano e “propedeutiche” alla deposizione del cavaliere, è stato così cancellato in un istante, e Berlusconi, sub-dominante mancato, considerato inaffidabile e addirittura “abusivo” dai membri della classe superiore, non solo è uscito di scena senza troppi clamori, anziché resistere e dare battaglia pur con forze (notevolmente) inferiori, ma è arrivato al punto di mettere “la golden share” sul governo Monti, dopo che i Mercati & Investitori, per esser ancor più convincenti e prevenire colpi di testa da parte sua, hanno attaccato il titolo Mediaset in borsa, facendolo crollare di oltre dieci punti.

In quei decisivi frangenti Berlusconi ha dimostrato di essere esposto (se non sovraesposto, nel suo particolare caso), vulnerabile, ricattabile e vile, esattamente come possiamo aspettarci che sia la grande parte dei sub-dominanti politici, e non soltanto politici.

In altri termini, se questa sommaria antropomorfizzazione del nemico di classe e di civiltà è corretta, come io credo che sia, o lo è almeno a livello sub-dominante, è chiaro che non soltanto l’estromesso Berlusconi, ma anche i ben più nocivi Napolitano, Monti, Fornero e lo stesso Marchionne, il quale non è come i primi un politico di professione o un tecnico-politico, ma un top manager che purtroppo ha a che vedere con l’Italia, costituiscono il vero anello debole della catena di comando nemica, pur essendo gli stessi, nei ruoli e nell’esercizio delle funzioni a loro assegnati, utilissimi per assicurare la riproducibilità sistemica complessiva.




Si badi bene: utilissimi ma non insostituibili.

Con parole più semplici, a questi individui le sole cose che interessano sono l’integrità fisica, i loro privilegi, il danaro e il (sub-)potere, anche se ciò non esclude residui di sentimenti umani, come l’attaccamento ai figli, ai genitori, alla famiglia, agli amici più cari – e perché no? – alle amanti o agli amanti.

Segue:   http://pauperclass.myblog.it/archive/2012/04/19/la-funzione-degli-scandali-delle-inchieste-giudiziarie-e-i-s.html

martedì 10 aprile 2012

DUBBI IPERBOLICI

                                               Commento a un testo di Lidia Cirillo

di Costanzo Preve

1. Ho letto un contributo di Lidia Cirillo dal titolo “Ogni cosa è illuminata”, un testo di alto livello teorico che rivela l’anima e l’intelligenza di una “militante di lungo corso”. Due affermazioni mi hanno colpito: la prima è che “il movimento operaio non esiste più”, e la seconda è che “l’ipotesi di un comunismo democratico, nel contesto in cui era stato pensato e in qualche momento anche praticato, non era realizzabile”. In linguaggio cartesiano, ecco due dubbi iperbolici. Ne do la mia interpretazione che è diversa da quella di Lidia Cirillo.

2. Il movimento operaio non è mai esistito, se non come mito di mobilitazione nel significato di Georges Sorel. Intendo movimento operaio come unificazione astratta di migliaia di movimenti concreti. Tuttavia anche realtà inesistenti, come ad esempio il Dio monoteistico del creazionismo, possono avere e hanno avuto effetti storici giganteschi.

Senza movimento operaio il comunismo resta soltanto come filosofia pratica della storia nel senso dell’Io di Fichte, che peraltro anch’io condivido e in cui continuo a riconoscermi. Se è così, la triade Ecologismo Femminismo Comunismo diventa soltanto Ecologismo Femminismo Sindacalismo, ed è inutile raccontarsi delle storie. Il comunismo può testare, ma deve essere radicalmente rifondato, e non solo con aggiustamenti nel senso della teoria dei paradigmi scientifici di Kuhn. Se ci fosse ancora il movimento operaio, allora avrebbe ragione Lotta Comunista, che almeno prende questo termine alla lettera e sul serio, e non come semplice risorsa simbolica ed elettorale alla Diliberto.

3. Se l’ipotesi di un comunismo democratico, e non burocratico-dispotico, non era storicamente realizzabile, allora bisogna essere coerenti, e cade tutta la metafisica trotzkista. Essa si basa infatti proprio sul fatto che una rivoluzione anti-burocratica possa rendere possibile un comunismo democratico.

A mio avviso, quella che i trotzkisti chiamano “burocrazia” è soltanto il solo modo storicamente possibile in cui un soggetto subalterno e non egemonico come la classe operaia, salariata e proletaria può prendere il potere. Verità dura da digerire, ma anche la sola verità che può far luce sul corso storico effettivo del Novecento, fino al Caro Leader. Una volta cresciuti i nuovi ceti medi, si ha la controrivoluzione aperta (Cina 1976, Russia 1989). A meno che, appunto, si decida di battezzare “controrivoluzione” lo stalinismo, che anche a me è odioso, ma che considero la sola forma fisiologica, e non patologica, con cui una classe subalterna e non egemonica può mantenersi al potere.

Un dubbio iperbolico, certamente. Ma è meglio affrontarlo, sia pure per negarlo e controbatterlo, che continuare a rimuoverlo. In caso contrario, il marxismo diventa “struzzismo”, dal nome dell’animale che mette la testa sotto la sabbia.

4. Ma allora, che conclusione trarne? Forse che il capitalismo è la fine della storia? Neppure per sogno! Al contrario, lo smettere di prendere per “scienza” un mito di mobilitazione è invece il presupposto per ripensare le basi sociali, politiche e filosofiche del comunismo, ricollocando sia Marx che il Marxismo nel loro tempo storico.

Non si creda però che ritenendo sorpassato il movimento operaio resti attuale la “sinistra”. O si ha di questa nozione un concetto ideal-tipico, necessariamente bobbiano, oppure si continua a pensare che la divisione del popolo in destra e sinistra possa essere utile per criticare il capitalismo, come se quest’ultimo si riproducesse “a destra” e non come totalità, dentro la quale ci stanno Monti e Draghi, ma anche la Dandini e la Annunziata.

So perfettamente (sono anch’io di lungo corso) che chi vuol fare politica concreta deve posizionarsi sull’asse Destra/Sinistra. Mi limito a constatare, senza voler fare il grillo parlante, che accettando questo posizionamento si apre una catena elettorale Ferrero-Diliberto-Vendola-Bersani, oppure, volendo giustamente distinguersi da costoro, si rischia di cadere in un piano inclinato gravitazionale. Sbaglio? E’ possibile, ma mi si dica il perché.

Torino, 1 aprile 2012

lunedì 2 aprile 2012

Italia kaputt! 

di Eugenio Orso

Non siamo ancora tornati nel devastato ’43 dell’armistizio di Cassibile, ma potrebbe non mancare molto, se è vero che quanto consumi e spesa alimentare, come ci hanno avvertito i media di recente, siamo ripiombati indietro di trenta anni buoni, rituffandoci negli ottanta.


Salari e stipendi sono fra i più bassi d’Europa, il lavoro regolare è un mito, tanto che potrebbe diventare il premio più ambito per chi vince il Grande Fratello o qualche altro concorso televisivo drogato.


I precari non ancora espulsi non saranno stabilizzati, ma in compenso si precarizzerano integralmente gli stabilizzati, e gli occupati nel sommerso parrebbe che sono diventati sei milioni.


Si moltiplicano i suicidi di coloro che sono oppressi dagli usurai di sistema, Equitalia, Agenzia delle entrate, ed è così che si conduce concretamente la lotta all’evasione … nel silenzio assoluto di Monti e Napolitano, di tutti i politici e tecnico-politici, perché, come si sa, “chi tace acconsente”.


Tutt’al più, si discute del cosiddetto fallimento individuale, o meglio la bancarotta individuale, quella dei “privati”, della gente comune che non conta che sconta pignoramenti e morte civile, con la possibilità furbescamente concessa di rateizzare le estorsioni che deve subire chi non ce la fa più a pagare.


Niente cancellazioni di debiti, e sembra che si tratti di “last chance non mercy”, architettato per tenere il debitore ancora sulla corda, presentargli l’alternativa fra liquidare il debito subito o rateizzarlo, senza escluderlo per sempre dal fondamentale “diritto al consumo”.


Per questo c’è un disegno di legge governativo in materia.


Il progetto globalista di distruzione della struttura produttiva del paese per la sua definitiva marginalizzazione nell’economia mondiale è realizzato da Monti – Napolitano senza incontrare ostacoli di rilievo, e se qualche sub-tributario politico o sindacale si permette di fare qualche bizza, avanza qualche critica destinata puntualmente a rientrare, in merito alla “riforma” del mercato del lavoro non ancora approvata formalmente, per non rischiare interruzioni nella demolizione del paese, i Mercati & Investitori aprono il fuoco contro l’Italia e si rialza minacciosamente lo spread con il bund, seminando allarme, paura e sconforto.


Un ministro di Monti, un ominicchio prezzolato e incaricato come i suoi colleghi di tagliare teste, tale Passera, avverte candidamente che la crisi continuerà per tutto il 2012, e Monti, dall’estero, mentre cerca di svendere l’Italia, o ciò che ne rimane al capo globalista cinese Hu Jintao, da Seul e da Tokyo, quale supremo tagliatore di teste nazionale minaccia e terrorizza volutamente gli italiani.


Il governo dell’occupatore finge di volersi occuparsi del problema del credit-crunch, che strangola attività produttive e famiglie, mentre invece è proprio la contrazione del credito, la chiusura dei rubinetti dai quali affluiscono i soldi, uno strumento importante per “ridimensionare” l’Italia e far evaporare le sue potenzialità produttive.


Dittatura indiretta globalista, nata dall’attuale “stato di eccezione liberalmocratico”, e i sondaggi d’opinione mutuati dal marketing in luogo delle elezioni politiche caratterizzano questo drammatico passaggio storico, e il Mario Monti non eletto è come un Caronte, anglofilo ed anglofono, che traghetta il paese nell’Ade attraversando uno Stige di lacrime e sangue.


Pietro Ancona ha scritto un bellissimo post, la scorsa settimana, dedicato alla Cattiveria al Potere, in cui avverte che i sadici e gli assassini (espressioni mie e non sue, beninteso) sono saldamente al potere, in Italia, e non si preoccupano minimamente della strage che stanno provocando, tacciono ignorando la cosa, non hanno una sola parola di cordoglio, sia pur ipocrita e formale, per gli assassinati dal fisco e dalla riscossione implacabile dei tributi.


Marco Della Luna, con un’interessante analisi della situazione italiana dal taglio un po’ tecnico, in cui segnala evidenti convergenze fra la strategia recessiva di Monti e la strategia autolesionistica di molte banche e industrie, ci avverte che l’Esodo è bello: scappare via, emigrare: cercare rifugio altrove è l’unica soluzione possibile per salvarsi, naturalmente per coloro che possono permettersi di farlo.


Paolo Barnard, assunto definitivamente un taglio da predicatore, trasformatosi in un Girolamo Savonarola contemporaneo, continua ad incaponirsi nel voler “spiegare l’economia agli italiani” (MMT, Keynes, consumi da sostenere, moneta da rinazionalizzare, debito pubblico positivamente inteso, eccetera) attribuendo all’economia spiegata agli italiani una funzione salvifica, e la sua opera sarà pure meritoria (anzi, lo è), ma purtroppo otterrà scarsi frutti, perché l’orizzonte di massa sta diventando, sempre di più, quello della sopravvivenza quotidiana, e ci saranno sempre meno tempo e risorse intellettuali a disposizione per riflettere, studiare, capire.


Marco Cedolin, con Fabio Polese, ha scritto Ci stanno suicidando, mettendo bene in rilievo che le politiche “di austerità” montiane spingono al suicidio, e che è in corso una pesante demolizione di tutti i rapporti sociali non basati sull’economia.


Altri hanno scritto, e fra questi anch’io.


Ci sono in rete innumerevoli post, articoli, analisi, saggi che testimoniano una volta di più una sola cosa: comprendere non significa cambiare.


Sabato trentun marzo, come risposta a questa situazione, i soliti antagonisti da operetta molto indignati, che contano quanto il due di coppe a briscola, quando escono spade, hanno indetto l’ennesima manifestazione, diretta contro la speculazione, contro la grande finanza internazionale e, naturalmente, contro le solite banche che non possono simbolicamente mancare, in simili occasioni.


Occupy Piazza Affari” era il loro slogan, se ben ricordo, ma sappiamo bene che la borsa di Milano era, è e resterà piccola, provinciale, asfittica, poco importante, simbolo della minorità dell’Italia nel contesto internazionale, come sappiamo altrettanto bene che l’”occupazione” di Wall Street, cuore finanziario occidentale con Londra, con annesso campeggio degli indignati americani a Manhattan, non ha portato alcun frutto, non ha lasciato alcun segno visibile.


A Milano si è verificato qualche incidente trascurabile, ed in manifestanti hanno simbolicamente murato l’ingresso della filiale della BNL di corso di Porta romana.


L’apparato massmediatico di sistema, molto efficiente nella sua opera di sistematica disinformazione e “distrazione” di massa, pur diffondendo qualche notizia in merito, non ha certo enfatizzato la cosa oltremisura.


Il potere non si spaventa per questo, non si sente in pericolo, e sembra che ghigni: “ordinaria amministrazione, lasciamo sfogare che tanto non hanno capito il nostro gioco e non sanno come difendersi, ammesso che lo vogliano fare.”


Se questo è almeno parzialmente il quadro della situazione, possiamo ben dire, parafrasando lo scrittore Sven Hassel che narrava con crudezza storie della seconda guerra mondiale, non Germania Kaputt, perché non è ancora venuto il momento della Germania, ma Italia Kaputt!, perché il momento, per l’Italia, è arrivato.

lunedì 26 marzo 2012

IL PROBLEMA, PER I LAVORATORI, È LA “LOGICA DELLA DELEGA”

di Sebastiano Isaia

                                                Cosa presuppone la puntualità tedesca?

Dal «modello sovietico» dello scorso millennio all’attuale «modello tedesco»: la “sinistra sindacale” ha fatto un passo nella giusta direzione. Verrebbe da dire: eppur si muove! Giusta direzione, beninteso, dal punto di vista della modernizzazione capitalistica. C’è, però, una quasi insignificante considerazione che complica un po’ le cose. Infatti, il tanto rinomato «modello tedesco» in materia di mercato del lavoro (una locuzione senza peli benecomunisti sulla lingua) presuppone la cosiddetta «economia sociale di mercato» made in Germany, ossia un sistema capitalistico altamente produttivo, efficiente, disciplinato, tutto orientato alle esportazioni di «beni e servizi».
                                              Modello tedesco. Un Capitalismo coi fiocchi!

È il caso del Bel Paese? Ovviamente no. Per implementare il welfare tedesco in Italia ci vorranno parecchi decenni di accumulazione capitalistica, perché la manna del valore, che rende possibile la sopravvivenza e lo sviluppo della società basata sul profitto, non cade dal cielo, ma viene fuori smungendo la Vacca Sacra del lavoro salariato (vedi Art. 1 della Costituzione). Detto per inciso, il progressista Cancelliere Schröder, oggi al servizio della rendita petrolifera russa, a suo tempo “riformò” radicalmente il «modello tedesco», adeguandolo alle nuove necessità del Capitale Teutonico post unificazione. E nulla osta a una sua ulteriore «manutenzione», per esprimermi come il salumiere che protempore guida il PD, se nuove esigenze apparissero all’orizzonte.Questo per dire quanto illusorie siano tutte le illusioni circa «modelli sociali» buoni per i lavoratori nell’ambito del vigente regime sociale mondiale. La finzione dell’autonomia dello «Stato Sociale» dal processo allargato dell’accumulazione capitalistica non regge ai colpi della crisi economica.

Franco Piperno ha dichiarato che la “riforma” dell’Art. 18 non intacca tanto il potere dei lavoratori, quanto «il potere contrattuale del sindacato». Del sindacato collaborazionista (o consociativo, ovvero corporativo), aggiungo io. Non c’è dubbio. Come ho più volte scritto, intorno a quell’articolo, e sulla pelle dei lavoratori, si gioca una partita politica tutta interna alla cosiddetta «sinistra italiana», cioè a dire alla galassia formatasi dopo il Big Bang del PCI. Ma non solo, naturalmente. La crisi economica ha fatto venire al pettine le annose magagne sociali (economiche, istituzionali, politiche, ideologiche, persino psicologiche) del Paese, a partire da quel Capitalismo assai “partecipato” dallo Stato che oggi non trova più alcuna base materiale (valoriale direi). Non c’è più trippa da spartire, signori! Questo ci dice la crisi finanziaria del Sovrano. Di qui, la crisi di una «sovrastruttura» (sindacalismo collaborazionista compreso) in larga misura sorta negli anni Trenta del secolo scorso come risposta alla Grande Crisi del ’29, di cui la pratica consociativa tra Stato-Confindustria-Sindacato è una plastica testimonianza. La “dissidenza” di Marchionne va inquadrata in questa crisi di sistema.
                                                   Mario è in Asia, per il bene del Paese.

Da buon liberale, Mario Monti ha dichiarato di non aver nulla in contrario agli scioperi proclamati dal sindacato, «perché il conflitto sociale fa parte della democrazia». La pratica consociativa aveva di mira proprio quel conflitto, per evitarlo o comunque depotenziarlo, «per il bene superiore del Paese». “Pace sociale” in cambio di qualche briciola da far cadere soprattutto sulla classe operaia delle grandi imprese, controllate dai sindacati di massa, espressione di lavoratori ridotti al rango di una massa inchiodata alla croce della «delega democratica», ai partiti, allo Stato, ai sindacati.

                                                                     Non si tocca?

Ecco perché, a mio modesto avviso, più che difendere l’Art. 18, diventato il feticcio ideologico e lo strumento politico degli ex militanti e simpatizzanti del «più grande partito comunista occidentale» (“comunista” qui sta per stalinista o statalista), chi vuole sviluppare una reale capacità di reazione dei lavoratori agli attacchi del Capitale nazionale e internazionale, deve porre la questione della loro attuale sudditanza nei confronti della maligna «logica della delega» che li rende politicamente e socialmente impotenti e incoscienti della loro straordinaria potenza sociale.

domenica 18 marzo 2012

Monti: la mutazione antropologica degli italiani


Luigi Tedeschi intervista Costanzo Preve.

Chi è Mario Monti? E perché è stato chiamato a varare manovre impopolari con il sostegno incondizionato dei partiti in Parlamento? Nell'attuale panorama politico e geo-politico ha ancora senso la dicotomia destra-sinistra? Chi esercita realmente il potere e quali scenari si aprono con l'avvento del nuovo capitalismo assoluto e "speculativo"? Alle soglie di un nuovo Medioevo degli "Economisti taumaturghi" la descrizione del presente in una discussione serrata sulla crisi della politica e sulla costruzione del consenso.

Luigi Tedeschi

Il 2011 sarà ricordato come un anno decisivo per l’Italia: un anno cioè in cui si sono determinati mutamenti rilevanti nella struttura della società italiana. Nel 2011, in conseguenza dell’aggravarsi della crisi del debito e dell’innalzamento dello spread, a seguito del declassamento delle agenzia di rating Moody’s e Standard & Poor’s, l’Italia ha subito dapprima il commissariamento della sua politica economica da parte della BCE, poi l’imposizione da parte del presidente Napolitano, con procedure di dubbia costituzionalità, di un governo tecnico guidato da Mario Monti, con l’unico inesorabile mandato di varare le manovre economiche imposte dalla UE.

Secondo l’orientamento della grande stampa e della quasi totalità dei media, “l’annus horribilis” 2011 si è concluso con un lieto fine: Mario Monti sarebbe dunque il nuovo uomo della provvidenza, l’ultimo in ordine storico, giunto per grazia bancaria a salvare l’Italia dal baratro del default finanziario e ad imporre una trasformazione sistemica in senso liberista della società italiana. La grande sconfitta è stata la politica. I grandi partiti, PdL e PD, già “mortalmente” contrapposti, si sono omologati nel sostegno incondizionato a Monti. Quest’ultimo ha infatti varato manovre impopolari che nessun governo precedente avrebbe potuto realizzare, se non con la prospettiva di perdere vaste fasce del proprio consenso elettorale.

L’unica polemica tra destra e sinistra, consiste attualmente nel rivendicare a sé il merito del sostegno incondizionato ed entusiasta a Monti, di aver già previsto e proposto senza successo manovre similari. La continuità tra Monti e i governi precedenti è evidente. Destra e sinistra rivelano dunque, se mai ce ne fosse stato bisogno, la loro gemellare e speculare identità nei programmi e nella prassi politica: la loro unica funzione da 20 anni a questa parte è stata quella di legittimare in Italia l’ordine economico e geopolitico occidentale. Ma il sostegno di PdL e PD a Monti ha accentuato la divaricazione già evidente tra classe politica e paese reale. Monti, al di là delle manifestazioni di protesta anche accentuate, oggi gode del consenso della maggioranza degli italiani, che, atterriti dallo spettro di una Italia condannata a seguire il destino della Grecia, giudicano positivamente l’operato del governo Monti, nella misura in cui specularmente rifiuta i politici e i partiti, la loro corruzione, la loro incapacità ad affrontare la crisi economica.

Il governo Monti, dunque rappresenterebbe il superamento della vecchia dicotomia destra/sinistra? Sembrerebbe di si, dal momento che entrambe convergono nella condivisione dei contenuti delle manovre “lacrime e sangue”, rivelando un insospettabile senso di responsabilità nazionale, un “patriottismo” finanziario-liberista che annulla tutte le contrapposizioni in nome della “salvezza nazionale”. In realtà, non è nei programmi del governo Monti realizzare un nuovo progetto di riforme politiche, semmai esso porta a compimento un processo di disgregazione della politica italiana e la sua omologazione alle direttive finanziarie UE, perpetrata attraverso l’azzeramento di ogni dialettica di ogni contrapposizione politica. In effetti il governo Monti non ha un programma politico, né vuole essere rappresentativo di una fantomatica unità nazionale.

È un governo “non politico”, composto da tecnici e come tale, non ha programmi progettuali, ma di mera attuazione delle direttive della BCE, in accordi con i gruppi finanziari di oltre Oceano, quali Goldman Sachs. Il governo Monti non svolge quindi nemmeno una politica economica. Che le misure di smantellamento dello stato sociale, di aggravio della pressione fiscale, di riforma in senso liberista della legislazione sul lavoro comportino cali di produzione, disoccupazione, recessione generalizzata, non è un fatto rilevante per Monti & C: le conseguenze sull’economia reale e l’impatto sociale delle manovre sono temi estranei alla azione governativa. Monti non è un premier eletto e non ha responsabilità dinanzi agli elettori: il suo mandato è limitato alle problematiche finanziarie connesse allo spread del debito pubblico e come tale, è tenuto a rispondere solo alle direttive sovranazionali della UE.

La classe politica si è omologata a Monti non per responsabilità, ma per allinearsi alla sua deresponsabilizzazione, che inevitabilmente comporta l’abiura cosciente e volontaria della sovranità nazionale, ormai ridotta a fardello inutile e rischioso nel mondo finanziarizzato occidentale.



Costanzo Preve

I colpi di stato oggi non si fanno più con i carri armati e con l’incarcerazione e la fucilazione degli avversari politici (si tratterebbe di patetici residui del cosiddetto “secolo breve”), ma con un’abile gestione extraparlamentare di magistrati, giornalisti ed economisti.

È il post-moderno, bellezza! Quello di Monti del 2011 peraltro non è il primo, è il secondo, dopo quello di Mani Pulite del 1992.

Nel primo caso si trattò di un colpo di stato giudiziario extraparlamentare, rivolto ad abbattere il sistema partitico della Prima Repubblica, certamente corrotto (ma non certo più corrotto di quello venuto dopo), ma pur sempre garante di un certo assistenzialismo sociale e di una sovranità monetaria dello stato nazionale, sia pure all’interno dello schieramento post-bellico americano. In questo secondo caso il colpo di stato non ha avuto bisogno di giudici e di manette, ma sono bastati i mercati internazionali e soprattutto la regia di Napolitano, il rinnegato ex-comunista passato al servizio degli americani.

Vorrei far notare quest’ultimo punto perché già nel 1992 i rinnegati ex-PCI erano stati decisivi per il colpo di stato giudiziario extraparlamentare, allora per odio verso Craxi, oggi per odio verso Berlusconi, entrambi già largamente indeboliti e delegittimati da asfissianti campagne di stampa. Lasciate cadere le chiacchiere demagogiche sulla “via italiana al socialismo” di berlingueriana memoria, i rinnegati si trovavano improvvisamente privi di qualunque legittimazione storico-politica, ma ancora dotati di un seguito identitario inerziale da sfruttare come risorsa politologica. I loro babbioni identitari furono prima fanatizzati contro Craxi (il corrottone, il porcone, il maialone), e poi contro Berlusconi (il nano di Arcore, il puttaniere, il crapulone). Certo Gramsci non avrebbe mai potuto immaginarlo, ma è questa la vichiana eterogenesi dei fini e la hegeliana astuzia della ragione storica.

La politica non è stata sconfitta solo nel 2011, perché era già stata sconfitta nel 1992. Inoltre, l’Italia nel 2011 non è stata sconfitta solo una volta, ma due volte. La prima volta è stata sconfitta in Libia, in cui è stata costretta dalla NATO a fare una guerra contro i più elementari interessi nazionali ed economici, con barbarico linciaggio finale del nazionalista panarabo nasseriano Gheddafi, trasformato in feroce dittatore dai gestori simbolici monopolisti dei cosiddetti “diritti umani”. La seconda volta appunto a Roma, con il commissariamento diretto del suo governo.

E’ assolutamente chiaro che ormai destra e sinistra sono solo segnali stradali e simboli di costume extra-politico (la sinistra vota il transessuale Luxuria, mentre la destra non lo voterebbe mai), ma appunto per questo la dicotomia è continuamente reimposta per motivi di tifo sportivo dal ceto intellettuale. Si tratta di una inestimabile protesi di manipolazione simbolica di un vero e proprio MAB (Meccanismo Acchiappa-Babbioni). Il suo potere inerziale è ancora forte.

Quando Bobbio difese la dicotomia, sostenendo che la sinistra era egualitaria, e la destra anti-egualitaria, descriveva uno scenario sorpassato, perché questo scenario presupponeva la sovranità monetaria dello stato nazionale e delle scelte politiche alternative di redistribuzione dal reddito. Ma questo scenario non esiste più, ed al suo posto ci sono questioni di gusto estetico e di snobismo culturale. Vorrei insistere su quanto ho già detto. La classe politica si è allineata a Monti non per responsabilità, ma proprio per il suo contrario, per deresponsabilizzazione.

Ricattati dalle polemiche contro la “casta”, inseguiti dalle plebi furiose per i loro privilegi alla mensa semigratuita di Montecitorio, essi si sono consegnati ad una “giunta di economisti” per cercare di zittire, almeno provvisoriamente, il linciaggio mediatico. Questo mi ricorda il caso di Eltsin, che consegnò la Russia in mano a miliardari mafiosi, ma quando fu nominato dall’idiota Gorbaciov si fece strada con una campagna contro i privilegi della “casta burocratica”. Ricordo che quando lessi per la prima volta il nome dell’ubriacone siberiano fu perchè aveva pescato un burocrate comunista moscovita con l’automobile piena di salsicce e di salsiccioni. Scilipoti e Scajola potranno forse rosicchiare di meno (ma ne dubito fortemente), ma in compenso le forbici di redditi fra i poveri ed i ricchi aumenteranno. E la plebaglia applaudirà perchè gli straccioni del ceto politico saranno obbligati a mangiare polenta e merluzzo anzichè crema di mais con pesce veloce del Baltico!

L’importanza storica di questi due fenomeni (linciaggio di Gheddafi con il nostro attivo contributo ed insediamento della giunta Monti) è di importanza assolutamente epocale. Per il resto condivido ovviamente le tue osservazioni, che sono addirittura troppo educate e gentili. Ma cosa sono le povere puttane del guardone impotente Berlusconi rispetto alla piaggeria giornalistica rispetto alla giunta Monti? E’ così che possiamo diventare “presentabili” all’estero? Totò avrebbe detto: ma mi faccia il piacere!

Luigi Tedeschi

Secondo la vulgata dei media e della cultura universitaria ufficiale, l’Italia necessita di profonde riforme strutturali, sia economiche che istituzionali, che liberino il paese dallo statalismo, affranchino l’economia dalla burocrazia, dalle eccessive tutele sociali che impediscono la mobilità del lavoro, da una spesa pubblica che comporta una pressione fiscale troppo elevata a carico delle imprese: deve essere attuato un programma di liberalizzazioni che affranchi l’economia dalla soffocante egemonia dello stato, al fine di promuovere crescita e sviluppo perché il paese si renda competitivo in un mercato globale in cui viene sempre più marginalizzato. Pertanto, l’insediamento del governo Monti è stato salutato entusiasticamente come l’avvento di una taumaturgia liberista che realizzasse in Italia quelle riforme di apertura al mercato indispensabili per omologare il nostro paese alle trasformazioni strutturali già attuate nell’occidente anglosassone.

Monti sarebbe quindi il messia da lungo tempo atteso dalla dottrina liberista? Sembra un paradosso, ma è lecito chiedersi, alla luce della svolta economica in atto, se Monti sia veramente liberale. A quanto è dato di costatare dalla realtà socio economica italiana i dubbi in proposito sono più che legittimi. Senza dubbio, Monti cresciuto e vissuto all’interno del capitalismo anglosassone è portatore di una visione esclusivamente finanziaria dell’economia: la strategia economica è decisa sulla base di provvedimenti solo di ordine finanziario, cui l’economia produttiva deve adeguarsi, come logica e necessaria conseguenza.

Il primato dell’economia finanziaria è estraneo ai fondamenti filosofici ed economici dell’individualismo liberale classico di Locke e Smith, in cui il libero scambio è il risultato dell’attività produttiva degli individui, il libero mercato e la concorrenza (almeno in via teorica ed astratta), determinano la selezione delle capacità individuali e realizzano spontaneamente gli equilibri necessari tra domanda ed offerta. Ma il liberismo classico è distante anni luce dall’attuale mercato globale creato e governato dalle holding finanziarie che si impongono agli stati, ai popoli.

Ma al di là delle teorie liberali che tali sono e restano, esaminiamo i provvedimenti “salva Italia” di Monti & C. Essi hanno determinato rilevanti aggravi della pressione fiscale e tariffaria a carico di tutti i cittadini, con l’obiettivo di ridurre il debito pubblico, con necessario impoverimento della popolazione, calo dei consumi e recessione prossima ventura. Un governo liberale, allo scopo di sviluppare la produzione, sarebbe alla diminuzione del carico fiscale, sarebbe contrario alla tassazione patrimoniale (quale è l’IMU), accentuerebbe il prelievo sui consumi anziché sui redditi.

Nella manovra montiana è stato accentuato il ruolo delle banche che accumuleranno profitti sull’incremento delle transazioni, ma nulla è stato previsto circa l’ampliamento della erogazione del credito, specie in tempi di crisi di liquidità. Le riforme del lavoro sono certo ispirate dalle pretese della grande industria, che però beneficia di sgravi fiscali e contributi pubblici. Lo stato liberale dovrebbe combattere gli oligopoli con leggi anti-trust che favoriscano la concorrenza. I tagli imposti allo stato sociale e l’innalzamento dell’età pensionabile pregiudicano l’accesso agli studi e le prospettive occupazionali dei giovani, con gravi lesioni al principio liberale di eguaglianza e impediscono il ricambio generazionale, la meritocrazia, la mobilità sociale, quali fattori necessari alla modernizzazione dl paese.

Lo stato liberale non offre tutele sociali, è non interventista in economia, ma dovrebbe (almeno in teoria), abbattere i privilegi e favorire l’individualismo oltre al ricambio sociale e generazionale. Il liberalismo offre (o almeno dovrebbe), meritocrazia e opportunità: prospettive estranee al governo Monti. Lo stato liberale non eroga servizi sociali né garantisce stabilità economica, ma non pretende tasse e contributi a fronte di tutele e previdenze oggi quasi inesistenti, né opera tassazioni che si rivelano espropriazioni di risorse a discapito dello sviluppo: l’esatto contrario della manovra “salva Italia”. Quanto poi alle liberalizzazioni attuate allo scopo di abolire lo statalismo e i privilegi della casta, costatiamo che una buona parte del governo Monti è composta da alti burocrati dello stato e che nessun provvedimento è stato previsto contro la casta dei dirigenti pubblici, della spesa pubblica improduttiva, del parassitismo locale e nazionale della politica. L’ideologismo liberale montiano ha la funziona di legittimare l’oligarchia finanziaria che governa la società italiana nell’economia e nelle istituzioni. L’orientamento dirigista – oligarchico del governo Monti apre una nuova fase politica ispirata e legittimata da un nuovo statalismo sovranazionale senza stato e senza democrazia.

Costanzo Preve

Tu osservi correttamente come quello di Monti sia un ben strano liberalismo ed un ben strano liberismo, che infatti non sono affatto tali, ma il loro rovesciamento nell’esatto contrario. Un ben strano liberalismo, perché il fondamento del liberalismo nella sua moderna forma liberaldemocratica è la volontà popolare espressa da un corpo elettorale sovrano, laddove il caso della Grecia, ma anche quello della giunta Monti, ci mostra l’esatto contrario. Un ben strano liberismo, perché il liberismo non risulta affatto da pretese (ed in realtà inesistenti) armonie economiche della mano invisibile del mercato, ma viene imposto in modo dirigistico. Insomma, un liberalismo senza volontà popolare (magari con la risibile scusa che la volontà popolare sarebbe “populista”, o quale altro aggettivo potrebbero trovare per babbionare la gente), ed un liberismo imposto in modo dirigistico. Kafka, Ionesco e Beckett diventano autori di un realismo naturalistico di fronte a questi ossimori!

Nel Medioevo c’erano i Re Taumaturghi. Ma oggi il medioevo è finito, e ci sono gli Economisti Taumaturghi. Tu fai giustamente notare che il presunto liberalismo di Monti non esiste neppure, alla luce di un corretto uso dei concetti, perché il primato dell’economia finanziaria é estraneo ai fondamenti filosofici ed economici dell’individualismo liberale classico di Locke e di Smith. Giustissimo, ma qui interviene la logica dialettica di hegeliana e marxiana memoria, che spiega la trasformazione di una realtà storica processuale nel suo contrario. Il rapporto di Monti e di Draghi con Locke e con Smith è simile, analogicamente, al rapporto di Lenin e di Stalin con Marx. Il paragone potrà sembrare ardito e paradossale, ma lo è molto meno di quello che si può credere.

Marx aveva immaginato un comunismo sulla base dell’autogoverno politico e della autogestione economica diretta della classe operaia, salariata e proletaria, senza burocrazia politica intermedia ed in vista dell’estinzione dello stato. Si trattava di un’utopia assolutamente inapplicabile, nonostante si fosse cercato di giustificarla in modo “scientifico”.

In primo luogo, lo stato non può estinguersi, e si trattava di un’utopia in parte romantica, in parte fichtiana ed in parte saint-simoniana (al posto dello stato politico, l’amministrazione delle cose).

In secondo luogo, le capacità di autogestione economica e di autogoverno politico senza mediazione organizzativa burocratico-partitica della classe operaia, salariata e proletaria sono pari a zero, come duecento anni di esperienza storica moderna mostrano a tutti coloro che intendano prendere atto dell’evidenza.

In terzo luogo, il capitalismo è certamente sfruttatore e distruttore, ma si è dimostrato capacissimo di sviluppare le forze produttive, a differenza di come Marx ipotizzava. In questo non vedo niente di male, e certamente niente di cui scandalizzarsi. Il sapere umano procede fisiologicamente per tesi ed ipotesi, conferme e smentite, prove ed errori, e Marx non era un profeta, ma un normale filosofo e scienziato sociale.

Lenin e Stalin si trovarono di fronte ad una teoria seducente e ad uno stupendo mito di mobilitazione (Sorel), ma del tutto inservibile ed inapplicabile. Furono così costretti, per tenere in piedi l’intenzione rivoluzionaria anticapitalistica, a trasformare il pensiero di Marx nel suo contrario, e cioè in una dittatura burocratica dello stato-partito. C’è chi parla di tradimento del pensiero di Marx (Trotzky, Bordiga, eccetera), ma io perso che non di tradimento si tratti, quanto di una dialettica storica del rovesciamento.

Ebbene, io penso che questa analogia funzioni anche per il rapporto fra l’originario liberalismo liberista di Locke, Hume e Smith e l’odierno dirigismo finanziario di Draghi e di Monti. L’originario liberismo di Smith era “tarato”, alla Luigi Einaudi, per un mercato praticamente puro, ed in quanto puro anche inesistente (lo stesso Locke era azionista di una compagnia di commercio di schiavi). Ma lo sviluppo capitalistico ha totalmente smentito, o più esattamente “svuotato”, il capitalismo “utopico” di Smith, almeno altrettanto utopico di come era utopico il comunismo di Marx.

Il modello capitalistico di Smith ed il modello comunista di Marx avrebbero entrambi dovuto funzionare senza stato, o con uno “stato minimo” tendente asintoticamente a zero. Pura utopia modellistica astratta. Il comunismo di Marx nel Novecento funzionò unicamente con lo stato, anzi con uno stato autoritario di partito monopolista del potere, dell’economia e della cultura.

Il capitalismo di Locke e di Smith funzionò unicamente incrementando il dirigismo statale al servizio dell’accumulazione capitalistica.
Personalmente, non credo che avrebbe potuto andare diversamente. Un mercato puro, senza intervento riequilibratore di un potere statale, getterebbe nella miseria più nera la stragrande maggioranza della popolazione. Finchè sono ancora in funzione le solidarietà comunitarie precapitalistiche (famiglia, tribù eccetera), c’è ancora riparo, ma con la generalizzazione dell’individualismo anomico ci sarebbe solo la guerra di tutti contro tutti, e non certo la spontanea armonia del mercato (ancora una volta, si consideri la Grecia di oggi).

E’ dunque del tutto triste, ma anche fisiologico, che al bel comunismo utopico ma inapplicabile di Marx succeda il comunismo autoritario ma “realistico” di Lenin e di Stalin. Ed è pertanto fisiologico che al capitalismo utopico di Locke e di Smitth succeda il capitalismo oligarchico ma “realistico”, di Draghi e di Monti.

La dittatura oligarchica dei mercati di Draghi e di Monti non può quindi in alcun modo essere compresa e studiata in base alle teorie classiche del liberalismo politico e del liberismo economico studiate nelle facoltà universitarie di economia e di scienze politiche. Si tratta di uno scenario completamente nuovo, di un capitalismo assoluto o “speculativo”. Personalmente, ho fatto grandi sforzi per tentarne la concettualizzazione almeno filosofica, e colgo l’occasione per annunciare che presto verrà pubblicata un’opera che ne rappresenta una prima sistematizzazione coerente ed analitica (cfr. Diego Fusaro, Minima Mercatalia, Filosofia e Capitalismo, Bompiani, Milano 2012).

Ma non siamo che all’inizio del necessario riorientamento gestaltico. Il relativo isolamento in cui ci troviamo non è un isolamento rispetto alla società delle persone comuni, ma è esclusivamente un isolamento rispetto alle caste universitarie, politiche e giornalistiche, che saturano quasi al cento per cento lo spettacolo pubblico manipolato, in specie quello televisivo.

Non possiamo aspettarci a breve termine un risveglio di coscienza e di conoscenza. Troppo forti sono le forze inerziali della simulazione Destra/Sinistra, dell’identitarismo di partito di origine PCI, dell’antifascismo in assenza di fascismo e dell’anticomunismo in assenza di comunismo, oltre alle cantilene del Politicamente Corretto. Questa dittatura dei mercati è ancora relativamente nuova ed inedita, ed é normale che in questo momento domini la paura ed il ricatto del mancato pagamento dei salari e delle pensioni.

Siamo appena all’inizio del “tempo di cottura” che la storia ci prepara. La ricetta vuole il suo tempo.



Luigi Tedeschi

In Italia, al di là del dissenso manifestatosi nelle piazze, non si riscontra ancora la coscienza della trasformazione sistemica in atto e non è stata valutata l’incidenza sociale delle manovre governative, i sui effetti saranno tuttavia visibili tra pochi mesi. Il successo di Monti è dovuto al senso di panico collettivo diffuso dai media, che hanno creato uno stato virtuale di eccezione, sulla base della situazione greca.

La massa ha avvertito uno stato di pericolo esistenziale, poiché sono state messe in dubbio le sue stesse fonti di sopravvivenza, quali gli stipendi e le pensioni. La sopravvivenza e lo stato di eccezione si sono dunque rivelate le fonti di una nuova forma di sovranità, quella finanziaria della BCE, che tramite Napolitano ha imposto un governo del presidente, oltre e fuori della costituzione. Quindi oggi Monti può affermare legittimamente la sua volontà di “cambiare le abitudini degli italiani”.

Le abitudini si identificano in questo caso con le convenzioni, la morale condivisa di una collettività, la vita stessa degli individui. Dinanzi ai presupposti di un tale mutamento epocale, non si è manifestato un dissenso di massa diffuso, se non episodicamente, perché la società italiana si è dimostrata frantumata in una miriade di egoismi individuali e corporativi che spingono i singoli a difendere sé stessi e la propria condizione, ignorando ogni possibile sentimento appartenenza comunitaria, ogni possibile legame che colleghi le problematiche individuali ad una visione generale dell’interesse pubblico.

Questa situazione ha evidenti origini storiche. La politica italiana da dopoguerra in poi (i governi DC insegnano), è stata improntata ad un laissez faire degli individui e delle categorie, ad una legalità apparente ed indipendente da un paese reale che si è autogovernato (con il consenso tacito o esplicito della politica), e la società si è frantumata in migliaia di interessi diffusi. La politica ha ottenuto consensi sulla base della difesa degli interessi individuali e di categoria attraverso la corruzione e/o la loro legalizzazione. I governi che si sono succeduti fino ad oggi, si sono fatti interpreti di una visione dello stato sociale intesa come politica di tutela degli interessi privati e quindi si è verificato nel corso di oltre mezzo secolo un processo di progressiva privatizzazione dello stato e della politica, che ha condotto inevitabilmente alla scomparsa della politica stessa, intesa come problematica sociale legata alla res pubblica, per tramutarsi in fonte di elargizione e/o riconoscimento di privilegi piccoli e grandi.

La politica è divenuta gestione autoreferente di interesso privati. Gli stessi privilegi della casta, rappresentano il dovuto compenso reso alla politica a fronte della protezione offerta a interessi piccoli e grandi. In tale contesto, si comprende come le proteste contro la casta dei politici non hanno mai sortito effetti di rilievo. Lo stesso dissenso contro il governo Monti è stato espresso per lo più da corporazioni dotate di rilevanti referenze politiche spesso trasversali alla destra e alla sinistra. La stessa protesta è quindi espressione di uno stato di avanzata disgregazione sociale italiana: esso non è tanto animato da una condizione sociale svantaggiata, quanto ispirato alla difesa delle nicchie di interessi lobbistici piccoli e grandi. L’obiettivo di tale dissenso non è la politica liberista di Monti, ma il mantenimento dello status quo.

La mentalità diffusa è questa: che le trasformazioni liberiste antisociali avvengano pure, Monti cambi anche la vita degli italiani ma con le dovute esenzioni. Lo stato di eccezione dovrebbe per taluni convertirsi in stato di esenzione. Per il resto, per le categorie non protette, precariato, disoccupazione espropriazione delle pensioni (la protesta di è risolta in 2 ore di sciopero), sono fenomeni impliciti alla trasformazione in atto: il liberismo riguarda solo i poveri. Eppure è ben visibile la malcelata volontà della classe dominate di suscitare nuove e devastanti conflittualità sociali mediante la contrapposizione tra produttori e consumatori, nord e sud, lavoratori occupati e disoccupati, precari e stabili, dipendenti e autonomi, statali e privati.

Le categorie sono destinate a dilaniarsi in una guerra intestina devastante, che farà prevalere solo le grandi corporazioni bancarie ed industriali. La recessione e lo stato di necessità scatenano inevitabili guerre tra poveri a vantaggio delle classi dominanti. Secondo l’orientamento di Monti & C., cambiare la vita degli italiani non comporta l’instaurazione di una nuova società classista, strutturata cioè su centri di interesse contrapposti cui corrispondono funzioni economiche e ruoli sociali differenziati, ma semmai una società a struttura piramidale oligarchico - finanziaria composta da una elite dominante cui fanno riscontro solo dominati.

Costanzo Preve

Sono contento che tu abbia colto (e non era certamente facile al primo sguardo!) il carattere “antropologico” della proposta della giunta di eccezione Monti, e la sua volontà di “cambiare le abitudini degli italiani”. C’è qui una novità storica qualitativa rispetto al consueto “pessimismo” dei cosiddetti “anti-italiani” (le cui versioni di destra sono stati Prezzolini e Montanelli e le cui versioni di sinistra sono state Gobetti e Bobbio), che per secoli hanno criticato i cosiddetti “difetti atavici” degli italiani, per cui siamo peraltro largamente conosciuti in Europa, nonostante la rara presenza di personalità eccezionali (di cui nel mondo intero Garibaldi è la più conosciuta).

L’anti-italiano tradizionale è un pessimista cosmico sull’impossibilità di modificare radicalmente i comportamenti umani, ma spesso è mosso da una sorta di tensione morale che vorrebbe ristabilire un senso comunitario di esistenza nazionale, ed é per questo che gli anti-italiani si sono sempre equamente distribuiti a destra ed a sinistra, anche se i “partitari” fanatici hanno sempre e solo riconosciuto come legittimi i propri, e mai gli avversari. Ma con Monti siamo su di un terreno nuovo.

Monti vuole attuare un progetto di ingegneria antropologica tipica del fanatico liberista che è.

Mettendosi consapevolmente sulla scia di chi ha definito i giovani “bamboccioni” e “sfigati”, e non vittime di un ignobile sistema di lavoro flessibile e precario, Monti vorrebbe una sorta di artificiale anglosassonizzazione forzata della figura storica dell’italiano. Come tutti gli economisti professionali, egli è probabilmente del tutto ignaro di storia e di filosofia, che ha certamente abbandonato con la fine degli studi liceali. Eppure l’utopia dell’uomo “nuovo”, dell’uomo rinato, eccetera, non nasce affatto con l’ingegneria economica oligarchica neo liberale, e le sue ignobili porcherie sul “lavoro fisso noioso”, la cui oscenità raggiunge quella di chi mette un affamato in guardia contro i pericoli dell’obesità e del colesterolo.

L’“uomo nuovo”, ovviamente, non esiste. Esiste certamente l’Uomo (scritto con la maiuscola, contro ogni nominalismo relativistico), che percorre tre età della vita (la gioventù, la mezza età e l’anzianità), in ognuna delle quali ha esigenze comuni da soddisfare, fra cui la relativa sicurezza del lavoro e la stabilità nel tempo che gli permette anche il miglioramento del proprio profilo disciplinare (in cui Hegel rintracciava anche la base della sua morale comunitaria, la cosiddetta “eticità”). Questo è ciò che i greci chiamavano la “buona vita” (eu zen), in cui non si parlava certamente di “monotonia”, ma di “misura” (metron). Credere che da questa robusta base antropologica possa e debba nascere un “uomo nuovo” può soltanto essere o un’utopia burocratico-comunista, o un’utopia ultraliberale della flessibilità e della precarietà assolute gioiosamente vissute.

Stalin fu un grande sostenitore della “creazione sovietica dell’uomo nuovo”. Ne abbiamo visto le conseguenze a medio termine (poco più di mezzo secolo). Ma l’uomo non può essere ridotto a “materiale umano” di un progetto utopico. Il filosofo critico cinese Ji Wei Chi, che ha studiato il passaggio antropologico-sociale di massa dalla vecchia Cina comunistico-egualitaria di Mao alla Cina dei nuovi ricchi e dell’impetuoso sviluppo capitalistico ne ha effettuato un’analisi dialettica che certamente sarebbe piaciuta a Hegel. Tutte le vecchie virtù morali tradizionali cinesi furono concentrate e sublimate al servizio dell’utopia politica comunista, e quando quest’ultima cadde e fu abbandonata caddero con essa le vecchie virtù morali precedenti, e furono sostituite unicamente dal nuovo consumismo.

Il risultato è a mio avviso riassumibile così: chi vuole realmente “cambiare” l’uomo, migliorandolo e rendendolo più solidale e comunitario, non deve perseguire una ingegneria antropologica di tipo manipolatorio, né in direzione di un comunismo utopico, né tantomeno in direzione di un capitalismo utopico.

Ancora una volta, tu ti lamenti che non sia ancora visibile una vera opposizione di massa a questo progetto teratogenico, e te lo spieghi con la frammentazione corporativa della società, per cui ognuno spera in cuor suo che siano solo gli altri a dover cambiare, e non il proprio gruppo politico e professionale. C’è certamente molto di vero in questo, ma credo che la ragione di fondo sia altrove.

Il progetto di americanizzazione antropologica forzata dagli italiani, iniziata sul piano del costume con la sconfitta militare del 1945 (addossata al solo fascismo), solo ora nel 2012 può realmente dispiegarsi senza ostacoli, con l’integrazione completa in questo progetto del ceto politico e del clero intellettuale, giornalistico ed universitario. Sono ottimista sulla nascita di anticorpi di resistenza, ma ci vorrà sicuramente del tempo, e probabilmente molto più tempo di quello che resta alla nostra generazione.

Luigi Tedeschi

La crisi dell’Europa e dell’euro è evidente e aperta ad ulteriori a nuove degenerazioni, dato il divario incolmabile tra i paesi guida (Francia e Germania) e gli altri stati, condannati ad una crisi del debito insolubile. L’Europa non è uno stato. Come tu hai scritto, l’Europa è un progetto politico, ma, “un progetto politico, anche nobile, non può costituire una nazione”. L’Europa si identifica con la UE e l’euro, ma resta un insieme di stati - nazione non dotati di una piena sovranità politica, data la presenza di basi Nato nel vecchio continente.

Se l’Europa fosse uno stato dovrebbe liberarsi dalla subalternità agli USA e al dollaro. Inoltre, se l’Europa fosse una confederazione di stati, la crisi dell’euro non avrebbe avuto luogo, perché il debito degli stati sarebbe un debito interno e il potere centrale svolgerebbe la sua politica di sostegno perequativo tra i vari stati membri. La stessa crisi del debito ha la sua origine nel dato di fatto che l’euro non è una moneta rappresentativa di uno stato, ma della BCE, che non ha credibilità nei mercati finanziari, perché, non essendo emanata da uno stato, non esiste nemmeno un debitore in ultima istanza che ne garantisca la sussistenza e la sua solvibilità. Si è affermato che, secondo i dettami del dogma liberista imperante che anche gli stati possono fallire. Alcuni stati americani sono infatti falliti.

Perché allora non permettere il default della Grecia, anziché costringerla a manovre finanziarie economicamente suicide, che certamente non risolveranno il problema della insolvibilità del suo debito. Attraverso il default potrebbe invece svalutare il debito e rilanciare la propria economia. Perché l’agonia della Grecia e gli aiuti della BCE potranno garantire l’esposizione delle banche francesi e tedesche che hanno speculato sul debito greco. L’Europa non è una nazione e tu giustamente affermi che “le nazioni ed i popoli non si clonano dall’alto con una decisione economica. Nessuna BCE e nessuna giunta tecnocratica Monti potrà mai farlo”.

L’idea di nazione è estranea alle istituzioni finanziarie della BCE. Tuttavia dobbiamo costatare che l’arroganza e la volontà espropriatrice espressa dalla Germania della Merkel, seguita dalla Francia di Sarkosy, sono evidenti manifestazioni di una perversa riviviscenza dello stato-nazione, che si può riassumere nel concetto di nazione come corporazione finanziaria. Gli stati-nazione, non sussistono che nella loro versione degenerata, come espressione di interessi egoistici organizzati in lobbies finanziarie, le cui classi dirigenti hanno la funzione di garantire gli equilibri finanziari esterni (vedi BCE), e preservare lo status quo di un relativo benessere interno alimentando gli egoismi individuali e locali con legittimazione nazionale, a discapito delle altre nazioni condannate alla subalternità politica e alla espropriazione economica.

Il prezzo della sopravvivenza dell’euro è il suicidio delle nazioni. Nella politica italiana si va rafforzando il governo Monti, che probabilmente concluderà la legislatura. La grande stampa e i media sono allineati nel sostenerlo, esaltandone i prestesi successi e il prestigio internazionale sia in Europa che in America, dovuto all’assenso ricevuto per le manovre strutturali in corso di realizzazione. Il consenso “entusiastico” ricevuto da Monti dalla Merkel, Sarkozy e Cameron fa seguito alla esecuzione puntuale delle manovre imposte dalla BCE: l’allievo ha riportato buoni voti.

Monti è un tecnico che esegue e accetta i diktat, non un politico responsabile della sovranità del suo paese. Ma soprattutto la posizione di Monti si è rafforzata a seguito del plauso ricevuto da Obama. Come tutti i suoi predecessori, si è recato negli USA per ricevere l’investitura dell’imperatore dell’occidente, alla pari di un feudatario medioevale. Ma il plauso di Obama ha motivazioni diverse ed ulteriori. Obama vede in Monti non un leader italiano, ma il referente della BCE, del gruppo Bilderberg, il plenipotenziario della finanza internazionale in Europa ed in tale veste è stato considerato un interlocutore privilegiato dagli USA.

Monti è l’uomo che può imporre in Italia un modello liberista omologato agli USA, che in Europa nessuno ha accettato così integralmente. Non a caso il “Time”, afferma che Monti è l’uomo che cambierà l’Europa, perché egli è l’uomo della svolta anglosassone dell’Europa. Non lo è la Merkel, che non ha saputo governare la crisi dell’euro e non fa mistero delle sue mire espansionistiche. Non lo è Sarkozy, i cui consensi in Francia sono in rapida discesa proprio a causa della sua politica liberista. Sia la Francia che la Germania sono paesi che dovuto salvaguardare il welfare, anche a prezzo di dolorosi tagli, hanno un ruolo nella politica internazionale, mantengono aspirazioni nazionalistiche di fondo che possono ostacolare il primato degli USA.

Gli Stati Uniti sono una grande potenza, anche se decadente, hanno necessità non di alleati, ma vassalli europei affidabili perché privi di sovranità e dignità nazionale. Chi meglio dell’Italia di Monti può essere candidato a questo ruolo? La svolta di Monti in senso liberista, prelude a trasformazioni non solo economico-finanziario, ma anche geopolitico: vuole conferire all’Italia il ruolo di quinta colonna americana in Europa, paese importatore integrale del modello anglosassone e disposto ad accettare supinamente le avventure imperialiste americane.

Monti, forte della investitura americana pone una seria ipoteca sull’avvenire della politica italiana, presentandosi come credibile candidato leadership italiana post seconda repubblica. E’ stata inaugurata una nuova forma di leadership che prescinde dai consensi elettorali, non politica ma cooptata dagli USA. In America si è anche detto che non sembra nemmeno un italiano, infatti non lo è davvero.

Costanzo Preve

Chi è Monti, un uomo dei tedeschi (e della Merkel in particolare) o un uomo degli americani (e di Obama in particolare)? Cercherò di rispondere, sia pure in modo sintetico: tatticamente, è un uomo dei tedeschi, strategicamente è un uomo degli americani, ed è il terreno strategico quello fondamentale.
Sul piano tattico superficiale, Monti sembra l’uomo dei tedeschi, perché da essi mutua la politica recessiva e l’ossessione anti-keynesiana del pareggio del bilancio. Ma in realtà è l’uomo degli americani, come del resto tu dici con ammirevole chiarezza, quando parli di uomo della svolta anglosassone non solo dell’Italia, ma dell’intera Europa. Si è credito a lungo che una Europa unificata dall’euro potesse in prospettiva fare da contraltare strategico all’arroganza unipolare degli USA, e con questo argomento l’unità europea fu “venduta” alla sinistra ed al suo variopinto circo intellettuale. Ma oggi sappiamo che così non è, e che è anzi esattamente il contrario, in quanto la prospettiva eurasiatica si è rivelata (per ora) inconsistente, e non è uscita dal novero di rivistine semisconosciute.
La tradizionale disattenzione degli italiani per la politica estera, tipica di un paese privo di sovranità politica e militare, ha fatto sì che passasse praticamente inosservato il fatto che i nuovi ministri degli Esteri e della Difesa (un diplomatico di carriera amico della Clinton ed un ammiraglio bombardatore in Afghanistan, per conto della NATO), che hanno sostituito i precedenti pittoreschi berlusconiani Frattini e La Russa, sono “servi degli USA al cento per cento”.
Personalmente, non avevo mai avuto dubbi sul fatto che Berlusconi non fosse di pieno gradimento per gli americani. Non si trattava solo del suo stile di vita immorale di puttaniere, improponibile all’ipocrita puritanesimo USA. Si trattava dei suoi “giri di valzer” con Gheddafi e con Putin, fatti non certo per ragioni politiche o geopolitiche, ma per il vecchio fiuto del faccendiere e del venditore “chiavi in mano”.
E così come Berlusconi non aveva saputo normalizzare la politica interna, così non aveva saputo normalizzare la politica estera. Con Monti l’Italia ha finalmente trovato il capo del suo partito americano senza se e senza ma. Dove questo potrà portarci in un’epoca di crescente contrapposizione strategica USA con la Cina e di pericoli di guerra contro l’Iran, io non lo so e solo il cielo lo sa. E’ una povera consolazione rilevare che almeno noi ce ne siamo accorti.
 

venerdì 9 marzo 2012

 LA BUSSOLA SI E’ ROTTA



di Costanzo Preve



1. Non si può decentemente chiedere al marinaio di scendere in mare senza bussola, in particolare quando il cielo è coperto e non ci si può orientare con le stelle. Ma cosa capita quando si pensa che la bussola funzioni, mentre invece è magnetizzata e falsificata da un pezzo invisibile di calamita che gli sta al di sotto? Ecco, questa è una metafora abbastanza precisa della nostra situazione di oggi.



2. Con il governo Monti le cose si sono fatte a un tempo più chiare e più oscure. Si sono fatte più chiare (almeno per quel due per cento di bipedi umani che intendono fare uso del proprio libero intelletto, e non intendo prendere in considerazione il restante novantotto per cento), in quanto è evidente che la decisione politica democratica - tutta la decisione politica democratica, di sinistra, centro e destra - è stata svuotata, e siamo di fronte a una situazione del tutto imprevista nei manuali di storia delle dottrine politiche.

In breve, siamo di fronte a una dittatura di economisti a indiretta e formale legittimazione elettorale referendaria. E’ chiaro che questa dittatura di economisti avviene per conto di qualcuno, ma sarebbe sbagliato “antropomorfizzare” troppo questo qualcuno: i ricchi, i capitalisti, i banchieri, gli americani, eccetera. Questa dittatura di economisti è al servizio di una entità impersonale (Marx l’avrebbe definita “sensibilmente soprasensibile”) che è la riproduzione in forma “speculativa” della forma storica attuale del modo di produzione capitalistico (cfr. D. Fusaro, Minima Mercatalia. Filosofia e Capitalismo, Bompiani, Milano 2012). Da questo punto di vista le cose sono chiare.

Non è affatto chiaro, ma anzi è oscuro, il modo in cui questa giunta dittatoriale di economisti può “portare l’Italia fuori dalla crisi”. Essa è al servizio esclusivo di creditori internazionali, e il suo unico orizzonte è il debito. La logica del modello neoliberale è quella di delocalizzare la fabbricazione delle calze Omsa da Faenza in Serbia, in modo da poter pagare le operaie duecento euro.

In questa situazione, il mantenimento della dicotomia Destra/Sinistra non è più soltanto un errore teorico. E’ potenzialmente un crimine politico.

3. Ultimamente, sono rimasto imbambolato a leggere un volantino del gruppetto “Sinistra Critica”. Non capivo neppure io stesso perché. Poi improvvisamente mi è sembrato di capire. Il termine “sinistra critica” è una contraddizione in termini, perché il presupposto massimo ed essenzialissimo di ogni critica, senza il quale la stessa parola “critica” perde ogni significato, è proprio il superamento della dicotomia Destra/Sinistra. Non si può essere critici e contemporaneamente di sinistra (o di destra, non cambia nulla).

Ho prima accennato al libro di Diego Fusaro pubblicato da Bompiani. In questa storia filosofica del capitalismo, dalle sue origini seicentesche fino a oggi non ci sono mai, ma proprio mai, ma assolutamente mai, le parolette Destra e Sinistra, per il semplice e nudo fatto che la mondializzazione economica capitalistica e la dittatura degli economisti che ne è necessariamente la forma, ha svuotato del tutto queste categorie. Norberto Bobbio poteva ancora parlarne in assoluta buona fede, perché ai suoi tempi esisteva ancora la sovranità monetaria dello Stato nazionale, e partiti di “sinistra” potevano mettere in atto politiche economiche redistributrici in misura maggiore di partiti di “destra”. Ma oggi, con la globalizzazione neoliberale, il discorso di Bobbio non corrisponde più alla realtà storica.

Esiste ovviamente un problema, dal momento che la dittatura “neutrale” degli economisti ha pur sempre bisogno di essere costituzionalmente legittimata da elezioni, sia pure svuotate di ogni significato decisionale. A questo punto si mette in scena una commedia all’italiana: la “sinistra responsabile” (Bersani, D’Alema, Veltroni, tutto il comunismo togliattiano riciclato); il “buffone di copertura” Vendola di cui si sa a priori che i suoi voti andranno comunque al PD; i “testimoni” del buon tempo antico Diliberto e Ferrero i cui voti andranno comunque al PD con la scusa del pericolo fascista, razzista, populista, eccetera; i partitini da prefisso telefonico Turigliatto e Ferrando che seguono il principio olimpico per cui l’importante non è vincere, ma partecipare; infine, i Testimoni di Geova del comunismo (Lotta Comunista) in attesa che il salvifico gigante buono, la classe operaia e salariata mondiale, si svegli.

L’ideale sarebbe quello ipotizzato dal romanziere portoghese José Saramago, e cioè che nessuno andasse a votare, sottolineo nessuno. Se nessuno andasse a votare, cadrebbe la legittimazione formale della dittatura degli economisti. Certo, il capitalismo troverebbe modo egualmente di estrarre un nuovo coniglio dal cappello, ma intanto ci sarebbe da divertirsi. Purtroppo si tratta solo di un sogno irrealizzabile. La Macchina Acchiappa-Babbioni è troppo buona per lasciarla andare in disuso.



4. Eppure, la soluzione sarebbe a portata di mano: una nuova forza politica radicalmente critica del capitalismo liberista mondializzato, del tutto estranea alla dicotomia Destra/Sinistra. Una forza politica che lasci cadere tutti i progetti di “rifondazione del comunismo” (il pensiero di Marx è ancora vivo, ma il comunismo storico è finito), e che riprenda invece le ispirazioni solidaristiche e comunitarie.

In teoria, è l’uovo di Colombo. Ma appunto perché lo è, ci vorranno ancora decenni e decenni, salvo improbabili accelerazioni storiche impreviste, perché si capisca che la bussola è rotta, e sinistra e destra sono soltanto segnali stradali.



5. Ora darò l’occasione a tutte le vipere, i ragni e gli scorpioni di gridare al “Preve fascista”. Eppure, se si ha paura di rompere i tabù tanto vale leggere solo romanzi polizieschi. Ultimamente un caro amico francese mi ha spedito il libro di Marine Le Pen (cfr. Perché la Francia viva, in lingua francese, Grancher, Paris 2012). So già che si parlerà di astuta manovra di infiltrazione populista del fascismo eterno, ma provate a leggerlo. C’è da restare stupiti. Io non sono stupito, perché conosco la dialettica di Hegel, l’unità dei contrari, e la logica di sviluppo dell’ultimo ventennio sia della sinistra che della destra.

Ma veniamo ai fatti. A pagina 135 Marine Le Pen scrive, traduco letteralmente: “Non ho da parte mia nessun patema d’animo a dirlo: la dicotomia fra destra e sinistra non esiste più”. I principali riferimenti filosofici sono a due pensatori di “sinistra”, Bourdieu e Michéa (pagina 148). Il vecchio comunismo francese di Marchais è citato positivamente e quindi, niente Pétain e Vichy. Sarkozy è vituperato sia per la sua politica estera filo-USA che per quella interna, favorevole alle diseguaglianze sociali. Sul mercato il principale riferimento teorico è Polanyi (pagina 26). Si rivendica il no alla guerra dell’Iraq 2003 (pagina 37). Marx è citato (pagina 61), e si sostiene, citando ripetutamente l’economista Allais, l’incompatibilità di mercato e democrazia. Ma soprattutto ci ho ritrovato quello che mi seduceva nel comunismo degli anni Sessanta, il fatto che la chiacchiera polemica di piccolo cabotaggio è messa in fondo e non all’inizio, perché all’inizio vi è un lungo capitolo intitolato, alla francese, “Il Mondialismo non è un Umanesimo”. La globalizzazione è correttamente definita “un orizzonte di rinuncia”, e si riafferma che “l’impero del Bene è prima di tutto nelle nostre teste”, ed infatti è così.

E potrei continuare, ma so già che ho dato alle vipere e agli scorpioni l’occasione per insolentirmi, ciò che non mancherà certamente di avvenire. In realtà voglio soltanto far riflettere.



6. Per capire che cosa sono oggi Destra e Sinistra non bisogna rivolgersi ai difensori “idealtipici” della permanenza della dicotomia, nei termini valoriali delle categorie dello Spirito, alla Marco Revelli. Bisogna leggere i difensori del sistema come Antonio Polito (cfr. Corriere della Sera, 25 febbraio 2012). Polito dice apertamente che la competizione politica può oramai avvenire solo sul presupposto, dato per scontato, dei vincoli del modello neoliberale di economia globalizzata. Il resto è un agitarsi inconsistente, dal pagliaccio Vendola a Forza Nuova. Questo è il nostro destino.

Che cosa propongono i “sinistri” ancora in attività, da Andrea Catone a Giacché a Brancaccio? Un rilancio del keynesismo e della spesa pubblica in deficit dentro l’Unione Europea? Una ennesima messa in guardia contro i pericoli del razzismo, del leghismo, del populismo? Una globalizzazione alternativa dal volto umano? Ora che il Grande Puttaniere non occupa più il centro della scena con cosa si continuerà a babbionare il tifo sportivo identitario del popolo di sinistra?

Se si legge il documento “Cina 2030” della Banca Mondiale, recentemente presentato a Pechino, si vedrà che la dittatura degli economisti si estende al mondo intero. Le ricette sono le stesse. Ora, la rivoluzione non è matura, e non è certo all’ordine del giorno, sia nella variante stalinista (Rizzo) che in quella trotzkista (Ferrando). Ma neppure il riformismo è all’ordine del giorno, perché il riformismo implica sovranità dello Stato nazionale. E allora? C’è ancora chi si balocca con il comunismo contro il fascismo o con il fascismo contro il comunismo? Oggi il nemico è la dittatura degli economisti neoliberali. Con essa non si può fare nessun compromesso. Questo è il primo passo. I successivi, se si fa questo primo passo, potranno seguire.

Sulla votomania compulsiva.

E’ probabile che l’americanizzazione integrale e radicale (altro che europeismo!) portata dal governo Monti e dalla sua dittatura di economisti porti a una diminuzione della partecipazione elettorale degli italiani, che dopo il 1945 ha sempre avuto livelli di delirio. Questa votomania compulsiva, evidente fra gli anziani, è legata alla contrapposizione DC-PCI, ed è rimasta come “lunga durata” anche nel periodo craxiano, prodiano e berlusconiano. Ma oggi che lo Stato non dà più niente e prende soltanto dovrebbe diminuire, ma purtroppo non abbastanza. C’è sempre spazio per i Casini, Veltroni, Vendola, eccetera.

A fianco della diminuzione probabile della votomania compulsiva, si nota un secondo aspetto della americanizzazione, il declino della politica estera come oggetto di dibattito. Negli USA è normale che la gente non sappia neppure dove sia l’Afghanistan, l’Iraq o la Siria, il cui bombardamento è delegato a esperti specializzati. I tempi in cui tutti erano informati della Corea e del Vietnam sonmo passati, per ora irreversibilmente. L’intera classe giornalistica, senza nessuna eccezione, è diventata una “gioiosa macchina da guerra” di menzogne integrali.

Al tempo della guerra del Golfo del 1991 c’era ancora discussione, poi non più. Ci fu quella che Carl Schmitt definì in latino reductio ad Hitlerum, cioè riconduzione al feroce dittatore di tutti i mali della società, unita con l’invenzione (questa invece di origine di “sinistra”) di tutto un popolo unito contro un dittatore. I popoli furono mediaticamente uniti contro sempre nuovi Hitler nemici dei diritti umani. Il gioco cominciò con Ceausescu, poi con Noriega, Saddam Hussein, Ahmadinejad, Milosevic, Gheddafi, adesso Assad. La storia fu abolita e al suo posto si insediò un canovaccio di commedia, sempre lo stesso: i Popoli uniti contro il Feroce Dittatore; il Silenzio Colpevole dell’Occidente; i Dissidenti “buoni” cui è riservato il diritto di parola. In un anno di televisione manipolata non ho mai sentito intervistare un solo sostenitore di Assad, eppure la Siria ne è piena.

Solo quando il gioco si fa duro, ha senso che i duri comincino a giocare. Fino a che regna la pagliaccesca simulazione italiana Destra/Sinistra le cose saranno sempre come quegli incontri americani di catch in cui è sempre e solo tutta scena per i babbioni spettatori.

Stato nazionale, sovranità nazionale, programma solidale e comunitario, no alla globalizzazione in tutte le sue forme e alla sua dittatura di economisti anglofoni!

Torino, 3 marzo 2012