lunedì 14 maggio 2012


Elezioni in Francia e in Grecia. L’Europa, la sinistra e il neo-liberalismo; l’estrema destra e il fenomeno Marine LePen (alcune note critiche in risposta alle recenti valutazioni di Costanzo Preve sulle elezioni francesi) 

 

la Redazione

Due importanti momenti elettorali si sono susseguiti nel volgere di pochi giorni in Europa. Le elezioni presidenziali francesi e le elezioni politiche greche. Si aggiungono poi le regionali tedesche (limitate però allo Schleswig-Holstein) e le amministrative italiane, che commenteremo però a parte in altra sede.
Occupiamoci pertanto di Francia e Grecia approfittando dell’occasione per dare una risposta esauriente ed argomentata alle recenti considerazioni espresse da Costanzo Preve in relazione alle elezioni francesi.
In Francia al secondo turno delle presidenziali vince di misura François Hollande. E’ probabile che si tratti del male minore, non perché siamo di fronte ad un candidato autocertificato socialista o di sinistra (le distinzioni autocertificate in quest’Europa di servitori del neo-liberalismo bipolarista in salsa pesante valgono meno di zero), ma perché potrebbe (usiamo il condizionale per precauzione) smuovere di qualche centimetro la linea filo-UE e filo-USA suicida (e omicida verso gli altri paesi) che Sarkozy ha pedissequamente seguito nel suo mandato. Probabilmente Hollande smuoverà di pochissimo gli equilibri, ma, almeno sulla carta, alcune sue dichiarazioni di critica dell’assetto europeo, (ad esempio dello scellerato patto fiscale) se non restano pure parole, trattandosi la Francia di un paese di un certo peso, potrebbero scuotere minimamente le strutture della tecnocrazia di Brussels. Non c’è tuttavia da sperarci troppo! Sappiamo bene chi siano i socialisti francesi, quale sia stato il loro percorso storico verso la piena adesione al neo-liberalismo, al filo-europeismo di Maastricht e di Lisbona e alle guerre NATO-USA-UE. Tuttavia entro il PSF, vi sono componenti meno prone a tali dogmi che, forse, potrebbero trovare qualche spazio. Si vedrà.

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venerdì 11 maggio 2012

 La natura delle destre sociali




La natura delle destre sociali (o con un termine più onnicomprensivo e ancor più vago “destre estreme”), è, ed è stata, dal dopoguerra ad oggi, una natura non sempre facile da indagare, poiché si è trattato e si tratta di un enorme calderone di istanze poco definite in cui si alternano elementi ultra-capitalistici (tipico il caso delle destre xenofobe liberali e liberiste di diversi paesi europei), ad elementi di critica delle dinamiche più distruttive del sistema capitalistico, in alcuni casi in nome di una concezione puramente nazionalistica di difesa dell’interesse nazionale (spesso di carattere aggressivo, ultra-identitario, esclusivista e financo razzista), in altri casi in nome di istanze più universali, fino a casi di realtà che si autocertificano oltre alla destra e alla sinistra. Si tratta, in quest’ultimo caso, se vogliamo, proprio di quella galassia di rossobrunismo, genericamente intesa (su cui abbiamo recentemente discusso in risposta ad un articolo diffamatorio di Daniele Maffione), che cavalca confusamente istanze sociali forti spingendosi a reclamare forme di socialismo, di radicale riacquisizione del controllo del sistema economico sotto la sfera politica, di redistribuzione del reddito a favore dei salariati e dei ceti più deboli; in alcuni casi, peraltro, senza la tipica vocazione imperialistica e colonialistica espressa dai fascismi storici e dai neofascismi sorti nel dopoguerra.

Se, per ipotesi, una “destra” sociale vicina ad istanze “socialistiche” e libera da razzismo ,identitarismo esclusivista e vocazione suprematista e imperialista esistesse, essa si identificherebbe di fatto, concettualmente, con una sorta di social-democrazia economica a vocazione però conservatrice e tradizionalista nei tratti culturali e di costume e quindi apertamente polemica con il progressismo culturale della sinistra. Il punto di divario tra una destra sociale e una sinistra sociale (non rivoluzionaria), entro tali ipotesi, starebbe nell’orizzonte culturale e simbolico progressista o tradizional-conservatore

Mettiamo poi anche da parte (non certo per “non rilevanza”, ma per comprendere la natura profonda del fenomeno) il ruolo oggettivo svolto dalle destre estreme “sociali” reali dal dopoguerra ad oggi (collusione con i poteri forti capitalistici, ruolo di stampella della strategia della tensione atlantica fino allo stragismo per conto terzi). Sforziamoci di rimanere nei termini puramente ideali. In questi termini si potrebbe dire che il tratto determinante di tutte le destre sociali e socialisteggianti (laddove, sempre per ipotesi, libere ed estranee alla triade razzismo-autoritarismo-imperialismo) è in ogni caso la refrattarietà verso una chiara comprensione della centralità degli aspetti marxianamente strutturali della società. Se il rischio di una tendenza ad esasperare la univoca centralità di questi aspetti è un tratto e difetto tipico di un determinato marxismo (difetto di economicismo), il rischio opposto è tipico proprio di tutti quei pensieri (entro cui vi sono anche le estreme destre sociali, ma anche molte altre correnti di pensiero, opposte per altri versi, ivi incluse le sinistre post-moderne) che spostano l’ago della bilancia verso un’integrale sottovalutazione della forza sistemica delle strutture economiche, fino all’estremo di una prevalenza assoluta del volontarismo politico-culturale. Da tale aspetto nasce spesso una forte contraddittorietà scivolosissima che in molti casi si rovescia in tragedia storica, come nel caso del fascismo e del neo-fascismo stampella del capitalismo; in altri casi si rovescia in depotenziamento o tragica farsa storica, come nel caso delle furono-sinistre social-democratiche convertitesi in forze al servizio del grande capitale.

Se poi, per assurdo, una destra “socialista” (libera dalla triade razzismo-autoritarismo-imperialismo) abbracciasse una schietta analisi strutturale dei rapporti di produzione e aderisse all’idea di un superamento del sistema capitalistico in tutti i suoi aspetti, e continuasse a definirsi “destra” solo nella misura in cui si presenta come forza culturalmente tradizional-conservatrice (in opposizione al progressismo-libertarismo-scientismo acritico della sinistra), allora semplicemente smetterebbe de facto di essere una “destra” e andrebbe identificata semplicemente come una forza socialista e anticapitalista di carattere filosoficamente non progressista (cosa ben diversa dalla “destra sociale”). Ma la storia ci dice che questo non è mai accaduto. La destra sociale non ha mai espresso concretamente istanze universalistiche ed egualitarie di superamento o forte trasformazione del modo di produzione capitalistico.





Il terreno di scontro culturale tra progressismo e tradizionalismo è quindi un terreno che si muove parallelamente e diversamente rispetto al terreno di scontro tra egualitarismo e anti-egualitarismo economico-sociale. Una destra tradizionalista ed egualitarista non è mai esistita: non perché una cultura “tradizionale” (nel senso di non immersa nel mito, peraltro tutto borghese, del progresso) non sia conciliabile con una critica radicale ed egualitaria del modo di produzione capitalistico (al contrario sarebbe del tutto conciliabile ed è tutto qui il problema fondamentale del profilo culturale di sinistra che è interno al progressismo capitalistico). Una destra tradizionalista ed egualitarista non è mai esistita perché semplicemente nel concetto e nell’immaginario “di destra” non può rientrare per definizione l’egualitarismo socio-economico sostanziale inteso in maniera esaustiva e strutturale. E, nel caso in cui vi rientrasse, non si potrebbe più parlare di destra, perché si avrebbe una destra monca, con la tradizione, ma senza disuguaglianza gerarchica. D’altro canto i profili storici novecenteschi di destra e di sinsitra, si sono oggi dissolti, materialmente, nella generale adesione al liberalismo, che è progressista nei costumi, individualista, ed anti-egualitario (ma non gerarchico) e quindi per sua stessa natura né di destra, né di sinistra.

In definitiva, la destra sociale, è, nel suo aspetto ideale, un conglomerato ideologico che lascia ricadere l’insofferenza culturale verso il caos dissolutivo capitalistico e verso la disuguaglianza del denaro, entro modalità alternative fondamentalmente sistemiche incapaci di una reale rottura con gli aspetti strutturali del capitalismo stesso.

giovedì 26 aprile 2012


Rossobrunismo, destra, sinistra e orientamento anticapitalistico. Qualche chiarimento definitivo in risposta al recente articolo di Daniele Maffione

 


di Maurizio Neri
Riccardo Di Vito
Lorenzo Dorato
Di recente è apparso un articolo sul sito dei giovani comunisti titolato “Il nostro antifascismo: un programma d’azione”, a firma di Daniele Maffione. Una parte abbastanza cospicua di questo articolo è dedicata al fenomeno rossobruno e tra i tacciati di rossobrunismo è citato il sito comunismoecomunita. Per questa ragione, per quanto lo si sia fatto anche in altre occasioni, troviamo importante dare una ferma risposta alle solite calunnie infondate e totalmente prive di spessore argomentativo.
Come tutti gli articoli apparsi negli ultimi anni che tentano di analizzare il cosiddetto fenomeno del rossobrunismo (almeno quelli che fin’ora ci è capitato di leggere in giro per la rete) l’articolo di Maffione pecca di gravissima superficialità analitica toccando a più riprese la menzogna. La superficialità estrema l’articolo la tocca nel momento in cui pretende di descrivere realtà fortemente eterogenee immettendole in un unico calderone concettuale: il fantomatico rossobrunismo. La ragione di questa superficialità è evidente e sta nell’esigenza, senz’altro rassicurante, ma di certo niente affatto costruttiva, di incasellare dei pensieri e degli approcci politici e filosofico-politici all’interno del proprio mondo concettuale schematico e formalistico. In questo mondo schematico esistono una sinistra e una destra eterne descritte come mondi valoriali generici senza più una cura sostanziale dell’aspetto contenutistico. I concetti diventano pura forma e pertanto, allontanata e distrutta la sostanza, è possibile assumere alcune parole d’ordine come “cose di destra” o “cose di sinistra”. Chi sono i rossobruni a questo punto, in base a questo schema formalistico? Coloro che vorrebbero introdurre “cose di destra” nell’universo simbolico e culturale della sinistra.
Non vi è spazio alcuno, entro questo schema formalistico, per serie riflessioni teoriche, sui paradigmi effettivi di riferimento, sulla libera discussione dei temi più incerti e spinosi, sul senso vero e profondo dei termini e delle questioni affrontate. La forma prevale sulla sostanza.
Ma veniamo al lavoro teorico del nostro sito-laboratorio, legato a e non certo “latore” di (come afferma Maffione) alcune idee di Costanzo Preve.
Il sito comunismo e comunità, anzitutto, non è il sito di Preve, ma è un sito di discussione politica e filosofica cui concorrono persone diverse, molto spesso in accordo, in altri casi in disaccordo con Preve e tra di loro. Di Preve si condivide pienamente, da parte di tutti, il nocciolo dell’analisi filosofica fondamentale (lettura del pensiero di Marx, ricostruzione della storia della filosofia occidentale, peculiare critica del capitalismo etc etc), mentre c’è accordo o disaccordo (secondo i casi e i temi) su determinati punti specifici di carattere più immediatamente politico. Ne sia esempio la recente presa di posizione di Preve sulle elezioni francesi (avvenuta in totale indipendenza dal nostro lavoro collettivo) che ha suscitato da parte di noi tutti una presa di posizione contraria inequivocabile (a breve uscirà uno scritto nel merito).

Segue:  http://www.comunismoecomunita.org/?p=3197

giovedì 19 aprile 2012

La funzione degli scandali, delle inchieste giudiziarie 
e i sub-dominanti politici nazionali 


di Eugenio Orso

Breve premessa

Dopo Lusi, la Margherita e Rutelli, dopo Belsito, la famiglia Bossi e la Lega sembra essere arrivata l’ora di Nicola Vendola.

Perché questa rapida sequenza di inchieste della magistratura inquirente, in ogni angolo d’Italia, da Milano a Reggio Calabria e la conseguente, immancabile campagna mediatica contro la politica corrotta?

A chi giova tutto ciò, chi ne beneficia veramente, cui prodest, come si sarebbero chiesti i romani?

Il presente scritto cerca di dare una risposta non conformista, non superficialmente moralistica, non fuorviante alla Stella e Rizzo della scandalistica ed autocratica Casta, alle domande che molti oggi si pongono, o dovrebbero porsi.




Aristocrazia globale e sub-dominanti politici nazionali: anello forte e anello debole della catena di comando globalista

La descrizione offertaci a suo tempo da Christopher Lasch nell’opera La ribellione delle élite. Il tradimento della democrazia (1995), il quale dal suo osservatorio privilegiato, negli Stati Uniti d’America, ha potuto osservare e analizzare l’inquietante fenomeno della nascita della nuova classe globale, del suo sistema di potere e il conseguente tradimento della democrazia, è un insuperato punto di partenza per poter comprendere i “caratteri costitutivi” della nuova classe globale dominante, oggi in parte comuni all’Aristocrazia globalista e ai sub-dominanti politici nazionali che da questa dipendono.

Nella ribellione delle élite Lasch ci avverte che tali individui non sentono alcuna responsabilità nei confronti degli altri, in particolare se non sono loro simili, appartenenti alla stessa classe, e precisamente scrive:

Le classi privilegiate […] si sono rese indipendenti in misura allarmante non solo dalle città industriali fatiscenti, ma dai servizi sociali in generale. Mandano i loro figli in scuole private, si assicurano contro malattie e incidenti sottoscrivendo i piani previdenziali delle società per cui lavorano, e assumono delle guardie del corpo private per difendersi dalla violenza che li attornia. In effetti, si sono estraniate totalmente dalla vita comune. […] Molti di loro non si considerano neanche più americani in alcun senso importante, non si sentono coinvolti, per il bene e per il male, nel destino dell’America.

Ciò accade perché i neodominanti, fin dalla culla, non sviluppano legami di sorta con la comunità di origine, con la nazione, con il resto dell’umanità, non si fanno carico di alcuna responsabilità sociale e soprattutto dei costi che tale responsabilità implicherebbe.

I suddetti sono indifferenti davanti al destino dei popoli, e la loro fedeltà, se di autentica fedeltà si può parlare, è riservata soltanto ad un ordine globale neocapitistico regolato dal mercato e caratterizzato dalla libertà di circolazione dei capitali finanziari.

Il successo ed il potere personale, la performance, il narcisismo, l’assenza di etica come tradizionalmente si intende, l’assenza di idealità, il mantenimento e l’estensione di ingiusti privilegi li caratterizzano fino in fondo e ne determinano i comportamenti, le scelte, le imposizioni alla società che spesso causano sofferenza e disperazione a molti milioni di persone non appartenenti alla loro schiatta.

Se accettiamo la quadripartizione del capitale proposta a suo tempo dal sociologo francese Pierre Bourdieu, che ha integrato le analisi di Karl Marx riguardanti la genesi e la produzione del capitale industriale/ produttivo – Capitale economico, Capitale culturale, Capitale sociale, Capitale simbolico – per quanto precede dobbiamo riconoscere che i dominanti globali controllano oggi tutti e quattro i tipi di capitale.

Un nemico potente e spietato, insomma, con il quale la lotta non potrà che essere senza quartiere.

Un nemico che non si riconosce più nella “vecchia” umanità e non riconosce i diritti naturali dell’uomo, un nemico che non ammette di avere debiti con il passato e con gli altri, un nemico che accomuna con il capitale produttivo quello umano e quello naturale/ambientale, mettendoli tutti sullo stesso piano e concependoli come serbatoi inesauribili di risorse a sua completa disposizione.

Un nemico che ha nell’illimitatezza dei suoi desideri, suscitata dall’illimitatezza neocapitalistica, la sua principale forza e il suo più grande limite.

Ciò che vale per l’Aristocrazia globale, per la Strategic Global class secondo una mia espressione “esotica”, può valere in una certa misura anche per i sub-dominanti, che tendono ad assumere comportamenti simili, conformi, omologati, con alcune sostanziali differenze, però, che rendono i sub-dominanti più facilmente sconfiggibili dell’alta Aristocrazia, e quindi l’anello debole della catena di comando globalista: la maggior vulnerabilità, dovuta alla maggior esposizione, alla maggior ricattabilità e alla maggior vigliaccheria.

La continua esposizione ai media alla quale non possono sottrarsi (a differenza dei membri dell’Aristocrazia globale, che godono di molta maggior riservatezza), la ricattabilità che li contraddistingue (per una generalizzata presenza di “scheletri nell’armadio” dovuta alle cariche che ricoprono e alle funzioni che svolgono), la viltà che spesso emerge dai loro comportamenti (esito scontato dell’assenza di ideali, dell’individualismo anomico, dell’incapacità di sacrificio) insieme ne determinano la generale vulnerabilità.


Ma vi è anche un altro importante elemento che li rende ancor più vulnerabili, attaccabili e sconfiggibili, e di questo si discuterà fra poco.

In Italia, un sub-dominante mancato, a nome Silvio Berlusconi, ha mostrato tutta la sua viltà e la sua pochezza quando l’Aristocrazia globalista gli ha intimato di farsi da parte per fare spazio al governo dell’affidabilissimo Monti.

Nelle probabili trattative segrete per ottenere un “salvacondotto giudiziario”, l’allora presidente del consiglio deve aver abbassato completamente i pantaloni, volendo essere prosaici almeno per una volta, e in cambio della salvezza personale, e dell’integrità del suo patrimonio familiare, non ci avrà messo più di un secondo per risolversi ad offrire “spontaneamente”, come ulteriore contropartita, il “leale” appoggio dei gruppi parlamentari del PdL a Mario Monti.

Lo scatto d’orgoglio che Berlusconi ha avuto dopo le risatine di Merkel e Sarközy davanti alle telecamere, dirette contro di lui, il suo esecutivo, ma soprattutto contro il popolo italiano e “propedeutiche” alla deposizione del cavaliere, è stato così cancellato in un istante, e Berlusconi, sub-dominante mancato, considerato inaffidabile e addirittura “abusivo” dai membri della classe superiore, non solo è uscito di scena senza troppi clamori, anziché resistere e dare battaglia pur con forze (notevolmente) inferiori, ma è arrivato al punto di mettere “la golden share” sul governo Monti, dopo che i Mercati & Investitori, per esser ancor più convincenti e prevenire colpi di testa da parte sua, hanno attaccato il titolo Mediaset in borsa, facendolo crollare di oltre dieci punti.

In quei decisivi frangenti Berlusconi ha dimostrato di essere esposto (se non sovraesposto, nel suo particolare caso), vulnerabile, ricattabile e vile, esattamente come possiamo aspettarci che sia la grande parte dei sub-dominanti politici, e non soltanto politici.

In altri termini, se questa sommaria antropomorfizzazione del nemico di classe e di civiltà è corretta, come io credo che sia, o lo è almeno a livello sub-dominante, è chiaro che non soltanto l’estromesso Berlusconi, ma anche i ben più nocivi Napolitano, Monti, Fornero e lo stesso Marchionne, il quale non è come i primi un politico di professione o un tecnico-politico, ma un top manager che purtroppo ha a che vedere con l’Italia, costituiscono il vero anello debole della catena di comando nemica, pur essendo gli stessi, nei ruoli e nell’esercizio delle funzioni a loro assegnati, utilissimi per assicurare la riproducibilità sistemica complessiva.




Si badi bene: utilissimi ma non insostituibili.

Con parole più semplici, a questi individui le sole cose che interessano sono l’integrità fisica, i loro privilegi, il danaro e il (sub-)potere, anche se ciò non esclude residui di sentimenti umani, come l’attaccamento ai figli, ai genitori, alla famiglia, agli amici più cari – e perché no? – alle amanti o agli amanti.

Segue:   http://pauperclass.myblog.it/archive/2012/04/19/la-funzione-degli-scandali-delle-inchieste-giudiziarie-e-i-s.html

martedì 10 aprile 2012

DUBBI IPERBOLICI

                                               Commento a un testo di Lidia Cirillo

di Costanzo Preve

1. Ho letto un contributo di Lidia Cirillo dal titolo “Ogni cosa è illuminata”, un testo di alto livello teorico che rivela l’anima e l’intelligenza di una “militante di lungo corso”. Due affermazioni mi hanno colpito: la prima è che “il movimento operaio non esiste più”, e la seconda è che “l’ipotesi di un comunismo democratico, nel contesto in cui era stato pensato e in qualche momento anche praticato, non era realizzabile”. In linguaggio cartesiano, ecco due dubbi iperbolici. Ne do la mia interpretazione che è diversa da quella di Lidia Cirillo.

2. Il movimento operaio non è mai esistito, se non come mito di mobilitazione nel significato di Georges Sorel. Intendo movimento operaio come unificazione astratta di migliaia di movimenti concreti. Tuttavia anche realtà inesistenti, come ad esempio il Dio monoteistico del creazionismo, possono avere e hanno avuto effetti storici giganteschi.

Senza movimento operaio il comunismo resta soltanto come filosofia pratica della storia nel senso dell’Io di Fichte, che peraltro anch’io condivido e in cui continuo a riconoscermi. Se è così, la triade Ecologismo Femminismo Comunismo diventa soltanto Ecologismo Femminismo Sindacalismo, ed è inutile raccontarsi delle storie. Il comunismo può testare, ma deve essere radicalmente rifondato, e non solo con aggiustamenti nel senso della teoria dei paradigmi scientifici di Kuhn. Se ci fosse ancora il movimento operaio, allora avrebbe ragione Lotta Comunista, che almeno prende questo termine alla lettera e sul serio, e non come semplice risorsa simbolica ed elettorale alla Diliberto.

3. Se l’ipotesi di un comunismo democratico, e non burocratico-dispotico, non era storicamente realizzabile, allora bisogna essere coerenti, e cade tutta la metafisica trotzkista. Essa si basa infatti proprio sul fatto che una rivoluzione anti-burocratica possa rendere possibile un comunismo democratico.

A mio avviso, quella che i trotzkisti chiamano “burocrazia” è soltanto il solo modo storicamente possibile in cui un soggetto subalterno e non egemonico come la classe operaia, salariata e proletaria può prendere il potere. Verità dura da digerire, ma anche la sola verità che può far luce sul corso storico effettivo del Novecento, fino al Caro Leader. Una volta cresciuti i nuovi ceti medi, si ha la controrivoluzione aperta (Cina 1976, Russia 1989). A meno che, appunto, si decida di battezzare “controrivoluzione” lo stalinismo, che anche a me è odioso, ma che considero la sola forma fisiologica, e non patologica, con cui una classe subalterna e non egemonica può mantenersi al potere.

Un dubbio iperbolico, certamente. Ma è meglio affrontarlo, sia pure per negarlo e controbatterlo, che continuare a rimuoverlo. In caso contrario, il marxismo diventa “struzzismo”, dal nome dell’animale che mette la testa sotto la sabbia.

4. Ma allora, che conclusione trarne? Forse che il capitalismo è la fine della storia? Neppure per sogno! Al contrario, lo smettere di prendere per “scienza” un mito di mobilitazione è invece il presupposto per ripensare le basi sociali, politiche e filosofiche del comunismo, ricollocando sia Marx che il Marxismo nel loro tempo storico.

Non si creda però che ritenendo sorpassato il movimento operaio resti attuale la “sinistra”. O si ha di questa nozione un concetto ideal-tipico, necessariamente bobbiano, oppure si continua a pensare che la divisione del popolo in destra e sinistra possa essere utile per criticare il capitalismo, come se quest’ultimo si riproducesse “a destra” e non come totalità, dentro la quale ci stanno Monti e Draghi, ma anche la Dandini e la Annunziata.

So perfettamente (sono anch’io di lungo corso) che chi vuol fare politica concreta deve posizionarsi sull’asse Destra/Sinistra. Mi limito a constatare, senza voler fare il grillo parlante, che accettando questo posizionamento si apre una catena elettorale Ferrero-Diliberto-Vendola-Bersani, oppure, volendo giustamente distinguersi da costoro, si rischia di cadere in un piano inclinato gravitazionale. Sbaglio? E’ possibile, ma mi si dica il perché.

Torino, 1 aprile 2012

lunedì 2 aprile 2012

Italia kaputt! 

di Eugenio Orso

Non siamo ancora tornati nel devastato ’43 dell’armistizio di Cassibile, ma potrebbe non mancare molto, se è vero che quanto consumi e spesa alimentare, come ci hanno avvertito i media di recente, siamo ripiombati indietro di trenta anni buoni, rituffandoci negli ottanta.


Salari e stipendi sono fra i più bassi d’Europa, il lavoro regolare è un mito, tanto che potrebbe diventare il premio più ambito per chi vince il Grande Fratello o qualche altro concorso televisivo drogato.


I precari non ancora espulsi non saranno stabilizzati, ma in compenso si precarizzerano integralmente gli stabilizzati, e gli occupati nel sommerso parrebbe che sono diventati sei milioni.


Si moltiplicano i suicidi di coloro che sono oppressi dagli usurai di sistema, Equitalia, Agenzia delle entrate, ed è così che si conduce concretamente la lotta all’evasione … nel silenzio assoluto di Monti e Napolitano, di tutti i politici e tecnico-politici, perché, come si sa, “chi tace acconsente”.


Tutt’al più, si discute del cosiddetto fallimento individuale, o meglio la bancarotta individuale, quella dei “privati”, della gente comune che non conta che sconta pignoramenti e morte civile, con la possibilità furbescamente concessa di rateizzare le estorsioni che deve subire chi non ce la fa più a pagare.


Niente cancellazioni di debiti, e sembra che si tratti di “last chance non mercy”, architettato per tenere il debitore ancora sulla corda, presentargli l’alternativa fra liquidare il debito subito o rateizzarlo, senza escluderlo per sempre dal fondamentale “diritto al consumo”.


Per questo c’è un disegno di legge governativo in materia.


Il progetto globalista di distruzione della struttura produttiva del paese per la sua definitiva marginalizzazione nell’economia mondiale è realizzato da Monti – Napolitano senza incontrare ostacoli di rilievo, e se qualche sub-tributario politico o sindacale si permette di fare qualche bizza, avanza qualche critica destinata puntualmente a rientrare, in merito alla “riforma” del mercato del lavoro non ancora approvata formalmente, per non rischiare interruzioni nella demolizione del paese, i Mercati & Investitori aprono il fuoco contro l’Italia e si rialza minacciosamente lo spread con il bund, seminando allarme, paura e sconforto.


Un ministro di Monti, un ominicchio prezzolato e incaricato come i suoi colleghi di tagliare teste, tale Passera, avverte candidamente che la crisi continuerà per tutto il 2012, e Monti, dall’estero, mentre cerca di svendere l’Italia, o ciò che ne rimane al capo globalista cinese Hu Jintao, da Seul e da Tokyo, quale supremo tagliatore di teste nazionale minaccia e terrorizza volutamente gli italiani.


Il governo dell’occupatore finge di volersi occuparsi del problema del credit-crunch, che strangola attività produttive e famiglie, mentre invece è proprio la contrazione del credito, la chiusura dei rubinetti dai quali affluiscono i soldi, uno strumento importante per “ridimensionare” l’Italia e far evaporare le sue potenzialità produttive.


Dittatura indiretta globalista, nata dall’attuale “stato di eccezione liberalmocratico”, e i sondaggi d’opinione mutuati dal marketing in luogo delle elezioni politiche caratterizzano questo drammatico passaggio storico, e il Mario Monti non eletto è come un Caronte, anglofilo ed anglofono, che traghetta il paese nell’Ade attraversando uno Stige di lacrime e sangue.


Pietro Ancona ha scritto un bellissimo post, la scorsa settimana, dedicato alla Cattiveria al Potere, in cui avverte che i sadici e gli assassini (espressioni mie e non sue, beninteso) sono saldamente al potere, in Italia, e non si preoccupano minimamente della strage che stanno provocando, tacciono ignorando la cosa, non hanno una sola parola di cordoglio, sia pur ipocrita e formale, per gli assassinati dal fisco e dalla riscossione implacabile dei tributi.


Marco Della Luna, con un’interessante analisi della situazione italiana dal taglio un po’ tecnico, in cui segnala evidenti convergenze fra la strategia recessiva di Monti e la strategia autolesionistica di molte banche e industrie, ci avverte che l’Esodo è bello: scappare via, emigrare: cercare rifugio altrove è l’unica soluzione possibile per salvarsi, naturalmente per coloro che possono permettersi di farlo.


Paolo Barnard, assunto definitivamente un taglio da predicatore, trasformatosi in un Girolamo Savonarola contemporaneo, continua ad incaponirsi nel voler “spiegare l’economia agli italiani” (MMT, Keynes, consumi da sostenere, moneta da rinazionalizzare, debito pubblico positivamente inteso, eccetera) attribuendo all’economia spiegata agli italiani una funzione salvifica, e la sua opera sarà pure meritoria (anzi, lo è), ma purtroppo otterrà scarsi frutti, perché l’orizzonte di massa sta diventando, sempre di più, quello della sopravvivenza quotidiana, e ci saranno sempre meno tempo e risorse intellettuali a disposizione per riflettere, studiare, capire.


Marco Cedolin, con Fabio Polese, ha scritto Ci stanno suicidando, mettendo bene in rilievo che le politiche “di austerità” montiane spingono al suicidio, e che è in corso una pesante demolizione di tutti i rapporti sociali non basati sull’economia.


Altri hanno scritto, e fra questi anch’io.


Ci sono in rete innumerevoli post, articoli, analisi, saggi che testimoniano una volta di più una sola cosa: comprendere non significa cambiare.


Sabato trentun marzo, come risposta a questa situazione, i soliti antagonisti da operetta molto indignati, che contano quanto il due di coppe a briscola, quando escono spade, hanno indetto l’ennesima manifestazione, diretta contro la speculazione, contro la grande finanza internazionale e, naturalmente, contro le solite banche che non possono simbolicamente mancare, in simili occasioni.


Occupy Piazza Affari” era il loro slogan, se ben ricordo, ma sappiamo bene che la borsa di Milano era, è e resterà piccola, provinciale, asfittica, poco importante, simbolo della minorità dell’Italia nel contesto internazionale, come sappiamo altrettanto bene che l’”occupazione” di Wall Street, cuore finanziario occidentale con Londra, con annesso campeggio degli indignati americani a Manhattan, non ha portato alcun frutto, non ha lasciato alcun segno visibile.


A Milano si è verificato qualche incidente trascurabile, ed in manifestanti hanno simbolicamente murato l’ingresso della filiale della BNL di corso di Porta romana.


L’apparato massmediatico di sistema, molto efficiente nella sua opera di sistematica disinformazione e “distrazione” di massa, pur diffondendo qualche notizia in merito, non ha certo enfatizzato la cosa oltremisura.


Il potere non si spaventa per questo, non si sente in pericolo, e sembra che ghigni: “ordinaria amministrazione, lasciamo sfogare che tanto non hanno capito il nostro gioco e non sanno come difendersi, ammesso che lo vogliano fare.”


Se questo è almeno parzialmente il quadro della situazione, possiamo ben dire, parafrasando lo scrittore Sven Hassel che narrava con crudezza storie della seconda guerra mondiale, non Germania Kaputt, perché non è ancora venuto il momento della Germania, ma Italia Kaputt!, perché il momento, per l’Italia, è arrivato.

lunedì 26 marzo 2012

IL PROBLEMA, PER I LAVORATORI, È LA “LOGICA DELLA DELEGA”

di Sebastiano Isaia

                                                Cosa presuppone la puntualità tedesca?

Dal «modello sovietico» dello scorso millennio all’attuale «modello tedesco»: la “sinistra sindacale” ha fatto un passo nella giusta direzione. Verrebbe da dire: eppur si muove! Giusta direzione, beninteso, dal punto di vista della modernizzazione capitalistica. C’è, però, una quasi insignificante considerazione che complica un po’ le cose. Infatti, il tanto rinomato «modello tedesco» in materia di mercato del lavoro (una locuzione senza peli benecomunisti sulla lingua) presuppone la cosiddetta «economia sociale di mercato» made in Germany, ossia un sistema capitalistico altamente produttivo, efficiente, disciplinato, tutto orientato alle esportazioni di «beni e servizi».
                                              Modello tedesco. Un Capitalismo coi fiocchi!

È il caso del Bel Paese? Ovviamente no. Per implementare il welfare tedesco in Italia ci vorranno parecchi decenni di accumulazione capitalistica, perché la manna del valore, che rende possibile la sopravvivenza e lo sviluppo della società basata sul profitto, non cade dal cielo, ma viene fuori smungendo la Vacca Sacra del lavoro salariato (vedi Art. 1 della Costituzione). Detto per inciso, il progressista Cancelliere Schröder, oggi al servizio della rendita petrolifera russa, a suo tempo “riformò” radicalmente il «modello tedesco», adeguandolo alle nuove necessità del Capitale Teutonico post unificazione. E nulla osta a una sua ulteriore «manutenzione», per esprimermi come il salumiere che protempore guida il PD, se nuove esigenze apparissero all’orizzonte.Questo per dire quanto illusorie siano tutte le illusioni circa «modelli sociali» buoni per i lavoratori nell’ambito del vigente regime sociale mondiale. La finzione dell’autonomia dello «Stato Sociale» dal processo allargato dell’accumulazione capitalistica non regge ai colpi della crisi economica.

Franco Piperno ha dichiarato che la “riforma” dell’Art. 18 non intacca tanto il potere dei lavoratori, quanto «il potere contrattuale del sindacato». Del sindacato collaborazionista (o consociativo, ovvero corporativo), aggiungo io. Non c’è dubbio. Come ho più volte scritto, intorno a quell’articolo, e sulla pelle dei lavoratori, si gioca una partita politica tutta interna alla cosiddetta «sinistra italiana», cioè a dire alla galassia formatasi dopo il Big Bang del PCI. Ma non solo, naturalmente. La crisi economica ha fatto venire al pettine le annose magagne sociali (economiche, istituzionali, politiche, ideologiche, persino psicologiche) del Paese, a partire da quel Capitalismo assai “partecipato” dallo Stato che oggi non trova più alcuna base materiale (valoriale direi). Non c’è più trippa da spartire, signori! Questo ci dice la crisi finanziaria del Sovrano. Di qui, la crisi di una «sovrastruttura» (sindacalismo collaborazionista compreso) in larga misura sorta negli anni Trenta del secolo scorso come risposta alla Grande Crisi del ’29, di cui la pratica consociativa tra Stato-Confindustria-Sindacato è una plastica testimonianza. La “dissidenza” di Marchionne va inquadrata in questa crisi di sistema.
                                                   Mario è in Asia, per il bene del Paese.

Da buon liberale, Mario Monti ha dichiarato di non aver nulla in contrario agli scioperi proclamati dal sindacato, «perché il conflitto sociale fa parte della democrazia». La pratica consociativa aveva di mira proprio quel conflitto, per evitarlo o comunque depotenziarlo, «per il bene superiore del Paese». “Pace sociale” in cambio di qualche briciola da far cadere soprattutto sulla classe operaia delle grandi imprese, controllate dai sindacati di massa, espressione di lavoratori ridotti al rango di una massa inchiodata alla croce della «delega democratica», ai partiti, allo Stato, ai sindacati.

                                                                     Non si tocca?

Ecco perché, a mio modesto avviso, più che difendere l’Art. 18, diventato il feticcio ideologico e lo strumento politico degli ex militanti e simpatizzanti del «più grande partito comunista occidentale» (“comunista” qui sta per stalinista o statalista), chi vuole sviluppare una reale capacità di reazione dei lavoratori agli attacchi del Capitale nazionale e internazionale, deve porre la questione della loro attuale sudditanza nei confronti della maligna «logica della delega» che li rende politicamente e socialmente impotenti e incoscienti della loro straordinaria potenza sociale.