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martedì 15 aprile 2014



AUTONOMIA PROLETARIA: RESISTENZA COMUNITARIA



Di Maurizio Neri



Credo che oggi il punto fondamentale da cui ripartire resta l’esperienza dell’autonomia, quella con la lettera piccola, quella dello spontaneismo e della frattura con il bagaglio ideologico dei gruppi e dei partiti, l’autonomia operaia degli anni Settanta, quella che cercava la sintesi delle sue due diverse anime, quella operaia e operaista e quella studentesca e potremmo dire libertaria. Autonomia operaia si diceva e senza dubbio l’anima che prevalse alla fine fu proprio quella operaista, quella di Piperno e Scalzone, quella della rivista Rosso e di Toni Negri. Si è già più e più volte parlato dei danni a lungo termine che portò con sé la corrente operaista e quindi non è necessario né interessante ora stare a ripetere concetti già più volte ripetuti ma è importante far notare come allora avesse ancora un senso valido o perlomeno percepito tale parlare di autonomia OPERAIA, quando si stava entrando in un periodo di percepita maturazione delle lotte operaie all’interno delle grandi fabbriche fordiste e del loro stretto collegamento con le lotte studentesche degli anni passati. A distanza di anni e con il fatidico senno del poi possiamo dire che fu proprio il prevalere dell’operaismo all’interno dell’autonomia operaia a costituire quel peccato originale che in breve tempo portò prima alla morte dell’autonomia come movimento spontaneo ed autorganizzato dal basso e quindi al costituirsi in seguito di una struttura organizzata verticalmente, l’Autonomia con la A maiuscola. E tuttavia parlare di autonomia operaia allora aveva un senso e senza dubbio era proprio la grande fabbrica fordista (ed il connubio con l’area studentesca) ad essere il luogo più avanzato delle lotte e delle proposte ed era allora altamente percepibile e palpabile la presenza di quella che viene chiamata la coscienza di classe e la conseguente solidarietà e compattezza (nelle differenze!) di tutto il movimento. La storia della fine dell’autonomia e della crisi progressiva da quegli anni ad oggi è nota a tutti ed è stata già tracciata più e più volte e dunque non verrà ripetuta. Di quell’esperienza rimane la grande intuizione della fine delle forme partitiche e dei gruppi, la ricerca creativa di nuove forme di lotta e di nuove strutture e nuove teorie e l’esigenza di cercare una autorganizzazione dell’area attraverso un agire concreto e teso verso l’esterno e la cosiddetta massa. Basta ricordare in tal senso le esperienze delle radio come Radio Onda Rossa a Roma, Radio Alice a Bologna o Radio Sherwood a Padova dove per la prima volta potevano intervenire nelle trasmissioni le persone all’ascolto creando assieme la trasmissione stessa e trasformando in parte attiva il soggetto passivo, oppure alle lotte locali nei quartieri, le occupazioni delle case, le autoriduzioni delle bollette, le spese proletarie sempre nell’ottica del coinvolgimento e della proposizione verso la gente comune. Era un lavoro politico non strutturato in una visione di inquadramento passivo e già predeterminato ma in uno scambio continuo dei ruoli fino al coinvolgimento e la fusione in un'unica soggettività in lotta concreta. Si creava così un collegamento biunivoco di scambio reciproco tra interno ed esterno ed allo stesso tempo si apriva un varco tra massa e sistema in cui si inserivano le lotte e diventavano pratica quotidiana. Fu davvero per molti versi l’ultima intuizione veramente rivoluzionaria, la parte più avanzata di un movimento unico esente da avanguardie.

La convinzione di chi scrive è che questo passaggio sia a tutt’oggi il risultato più rilevante raggiunto dall’area comunista negli ultimi quarant’anni; da allora i passi fatti sono solamente stati passi all’indietro sostanzialmente cancellando e smantellando tutto ciò che era stato raggiunto. Gli stessi centri sociali nati come collettivi in conseguenza ed in continuità di quel lavoro proprio per proseguire sul territorio l’esperienza dell’autonomia sono andati con gli anni ad assumere un carattere autoreferenziale (salvo le debite eccezioni) fino a collassare su sé stessi e ad arrivare a marginalizzarsi e ad essere marginalizzati proprio da quel territorio che doveva essere l’obiettivo principale delle attività dei centri sociali stessi.
E’ stato detto più volte, riprendiamo il discorso dall’autonomia. Riprendere il discorso non significa chiaramente riprendere l’autonomia del 1974 o quella del 1977 e portarla qui come se non ci fossero in mezzo più di trent’anni.
Quell’autonomia è fallita, un pò sotto le spinte della repressione violenta dello stato e un pò sotto il peso dei propri errori e dei propri peccati originari, un pò per l’implosione delle previsioni e delle visioni operaiste e delle lotte operaie (ma sarebbe più corretto dire in tal senso per la fine stessa della coscienza di classe e della solidarietà di classe all’interno del mondo operaio). Appurato e dato per chiaro una volta per tutte che la classe operaia non esiste più o meglio non esiste più come soggetto politico autocosciente e come soggettività trainante e monolitica ed appurato che l’operaismo è definitivamente tramontato e le ulteriori teorizzazioni nate da quelle ceneri come le varie teorie delle moltitudini di Negri alla prova dei fatti si sono dimostrate inefficienti ed errate non rimane che cercare una nuova soggettività da cui ricominciare. Ora considerato che il marxismo di Marx è una scienza sociale in quanto tale segue le regole della metodologia scientifica il primo passo da compiere è quello di ragionare in termini metodologici e scientifici (ricordando che per Marx l’ideologia era una “falsa rappresentazione” della realtà). 


Metodologicamente dunque dobbiamo stabilire che all’interno di un discorso scientifico e attorno ad un nucleo fondativo (e tra le altre cose il marxismo è anche una filosofia fondazionale) si costruiscono poi le varie teorie che vanno progressivamente verificate nella prassi. Il nucleo fondativo del marxismo di Marx è strutturato attorno al proletariato inteso come classe sociale, quindi a parere di chi scrive è fondamentale riprendere come soggettività da analizzare proprio il concetto di proletariato. Cos’è questo proletariato oggi. È evidente che esso non può essere il proletariato di Marx, non è il proletariato di Lenin e non è nemmeno quello degli anni Settanta, e come detto poco sopra non è nemmeno la moltitudine di Negri. Non è possibile a mio parere oggi dare una definizione precisa e circostanziata di proletariato in quanto esso è definibile negativamente (ovvero dicendo quello che non è) ma non positivamente (dicendo quello che è); di una cosa sola si può essere certi, il proletariato contemporaneo vive polverizzato nei mille rivoli e rami di un sistema ultraflessibile e motore primo di un modello culturale ultraindividualista e corporativo che rende il proletariato stesso un fantasma che si aggira per il Centro Capitalista privo della percezione di sé, trasformato in macchina desiderante, desiderante di essere parte stessa di quel sistema che lo schiavizza e tende allo stesso tempo a marginalizzarlo (senza mai escluderlo chiaramente). Conseguenza di questo è che ogni definizione positiva che viene data oggi del proletariato finisce inevitabilmente per diventare un contenitore vuoto in cui si affastellano teorizzazioni prive di riscontro e dunque metodologicamente votate al fallimento alla prova dei fatti. Chi sarà arrivato a leggere fino a questo punto si starà chiedendo dunque il perché del titolo. Perché autonomia proletaria se non è in alcun modo individuabile con l’analisi e l’osservazione un proletariato cosciente di sé e inscrivibile all’interno di una teoria. La risposta sta nella seconda parte del titolo di questo articolo: resistenza comunitaria.

Come detto all’inizio si assiste ad una riproposizione da più parti dell’area comunista italiana della parola “comunità”. Noi come comunisti comunitari non possiamo che guardare con soddisfazione (e aggiungo anche con un sorriso sardonico) a questa novità assieme ad una profonda preoccupazione di vedere scippato ma soprattutto vanificato il nostro lavoro (per alcuni compagni più che decennale e tra numerose critiche e soprattutto infamie, accuse e marginalizzazioni) da un eccessivo uso superficiale del concetto di comunità. Una parola difatti è in sé solo un segno, un involucro dentro cui mettere un significato e a seconda del significato cambia anche il valore ed il  concetto stesso. Non è stavolta inutile stare a ripetere che quello che come comunisti comunitari intendiamo costruire è un tessuto interconnesso di comunità (intese come Gemeinwesen marxiana)  aperte di libere individualità legate tra loro da un tessuto connettivo che neutralizzi il passaggio dell’uomo da ente naturale ad ente mercantile. Comunità aperte che sappiano creare una intercapedine, un fulcro che si inserisca tra la massa atomizzata ed indistinta passiva ed il sistema istituzionale, borghese, liberista e capitalista, un modello intuito ed analizzato in parte già anche fuori dal centro capitalista, qualche cosa che non si contrapponga semplicemente allo stato ed al sistema ma sia in grado di inserirsi prima e di sostituirsi ad esso gradualmente (comunità aperte in grado di abbattere tra l’altro anche uno dei falsi miti più dannosi per l’area comunista di questi ultimi decenni ovvero il mito della contrapposizione totale e continua al Capitale, mito creatore di società chiuse in sé stesse ed autoalimentanti e autoreferenziali sostanzialmente innocue per il sistema stesso in quanto escluse da esso e dunque anche dal contatto con la massa, per volontà propria reale o percepita che sia).
Ed il proletariato? E la ripresa del discorso dell’autonomia? Qui sta il nodo centrale di questo breve articolo.

Si è detto poco sopra che il proletariato odierno è un proletariato disperso, polverizzato, non circoscrivibile e soprattutto senza coscienza di sé stesso e dunque ancora più sfuggente alle analisi anche dei più zelanti e dei più volenterosi. In una logica atomista e ultraindividualista in cui l’uomo è ente mercantile potremmo affermare (per molti provocatoriamente) che non esiste un solo proletariato come soggetto monolitico ma in potenza tanti proletariati diversi, tanti quanti sono gli enti mercantili atomizzati raggruppati di volta in volta all’interno di logiche corporative che creano unità di vedute puramente tattiche e contingenti sul momento per poi dissolversi di nuovo una volta raggiunto l’obiettivo a breve termine. In parole povere credo sia sotto gli occhi di tutti che in questi ultimi anni le rivendicazioni all’interno del mondo del lavoro sono sempre state rivendicazioni di tipo corporativo in cui di volta in volta ogni categoria si ritrovava unita per questo o quel motivo avvolta nella sostanziale indifferenza delle altre (e a volte anche con un senso di fastidio) per poi ricadere nell’oblio e nell’apatia passiva a rivendicazione, lotta o protesta finita. E’ proprio la mancanza del tessuto comunitario di cui si accennava prima a creare questo stato di cose e si perpetra e riproduce sostanzialmente nella stessa maniera anche al di fuori del mondo del lavoro in ogni aspetto singolo della vita sociale dell’individuo e della società massificata e atomizzata allo stesso tempo. E dunque in un humus sociale, economico e politico simile che la ricomposizione di tale tessuto all’interno di comunità aperte di libere individualità fungerebbe da catalizzatore, da attrattore per quel proletariato senza coscienza e polverizzato, per quella miriade di potenziali proletariati (o proletari) che si ritroverebbero di nuovo assieme come un'unica soggettività collettiva aperta e non coatta, una unica soggettività non più passiva ma attiva e dunque di nuovo non più potenziale ma in atto e quindi con coscienza di sé.

Ecco il passaggio quindi, autonomia proletaria all’interno delle comunità; comunità autonome connesse tra loro in diversi gradi orizzontali proprio come le maglie di un tessuto, comunità proletarie, autonomia comunitaria, o meglio ancora comunità come autonomia e autonomia come comunità in una relazione biunivoca e sostanzialmente identitaria in cui i due termini (autonomia e comunità) finirebbero per assumere la stessa funzione e lo stesso significato.
Come infatti nell’esperienza dell’autonomia di trent’anni fa all’interno delle comunità si ribalterebbe il ruolo degli individui da soggetti passivi a soggetti attivi, soggetti creatori e creativi, soggetti che non subiscono il sistema e dunque cercano di interpretarlo e di adattarsi ad esso cercando di farne parte ma si sostituiscono ad esso assieme creando qualche cosa di nuovo che renderebbe inutile il sistema stesso senza allo stesso tempo autoescludersi da esso ma agendo come un virus all’interno di un organismo vivente, parassitandolo (ovvero sfruttando tutti i varchi e le contraddizioni che esso offre e mostra necessariamente per sua natura) e contemporaneamente modificandolo. Un ribaltamento progressivo dei ruoli in cui il sistema stesso diventerebbe alla fine soggetto passivo. È difatti il principio della delega, della rappresentatività, della volontaria cessione della gestione della propria vita che crea falsa coscienza e passività, che rende l’ente naturale umano soggetto mercantile ovvero consumatore di idee già pronte e preparate dall’esterno. La spinta creatrice spontanea d’altra parte annulla il principio di passività e quindi di mercantilizzazione del pensiero e quindi la dipendenza da qualche cosa che è esterno che non viene più visto a quel punto come punto fisso e quindi ineludibile ed inattaccabile ma come qualche cosa non solo di alieno (altro da sé, in cui il sé diventa declinazione sia di sé stessi che della comunità tutta) ma soprattutto di inutile.
Ma perché “resistenza”? Perché autonomia proletaria come resistenza comunitaria? E’ il caso di demolire un altro mito oramai logoro dell’area comunista italiana ovvero che esista una biunivocità fra rivoluzione e volontà rivoluzionaria. In sostanza non è altro che la sensazione che prima o poi attraversa tutti i compagni ovvero che basta essere comunisti o far parte di un collettivo o di una realtà comunista o anche semplicemente essere all’interno del movimento antagonista per vivere all’interno di un mondo rivoluzionario, più semplicemente essere dei rivoluzionari. È allora davvero il caso di dirlo bene una volta per tutte: nessuno di noi è un rivoluzionario, non c’è alcuna rivoluzione per il momento in atto o in potenza, non c’è alcun palazzo d’inverno da prendere nell’immediato futuro, questa non è un epoca rivoluzionaria. Si tratta sostanzialmente di una conseguenza del mito avanguardista; se difatti esiste un avanguardia allora esistono coloro che compongono l’avanguardia ed essi non possono dunque che essere rivoluzionari in quanto l’avanguardia non può che essere rivoluzionaria. Ma questa non è un epoca rivoluzionaria, non ci sono le condizioni nell’immediato per pensare ad alcuna rivoluzione nel Centro Capitalista e se non esiste alcuna rivoluzione allora non può esistere alcun rivoluzionario al pari del principio per cui se non hai delle scarpe da riparare allora non puoi essere un calzolaio e se non sai come coltivare la terra e non hai terra da coltivare allora non puoi essere e definirti un agricoltore. La rivoluzione non c’è, non sappiamo come farla e dunque non siamo rivoluzionari.



Ma allora cosa siamo? Siamo resistenti, perché questa è un epoca di resistenza, siamo coloro che debbono riprendere il discorso e tentare di ricominciare a portarlo avanti. Ma sia chiaro a tutti non siamo una avanguardia e non esiste alcuna avanguardia di resistenza. La resistenza si può pensare di farla e di trasformarla in qualche cosa di altro e di rivoluzionario solo all’interno di un tessuto comunitario ricostituito, all’interno di una logica di autonomia in cui si riunisca in atto il proletariato disperso ed assente. La resistenza non può che essere come il comunismo, comunitaria. Autonomia proletaria per la resistenza comunitaria e viceversa. Comunità Resistenti vuol essere solo un auspicio, un virus appunto che vada diffondendosi spontaneamente attraverso un meccanismo di interconnessioni (un tessuto) creative. Questo è il momento di farlo, questo è il momento di spingere e di alzare un po’ più la voce, questo è il momento. Le elezioni degli ultimi anni, hanno sancito esplicitamente la fine di ogni differenza tra destra e sinistra istituzionali, la sinistra radicale istituzionale è stata e si è annientata ed ora è fuori dai palazzi alla ricerca di nuova verginità all’interno di un movimento che è fermo ed in agonia. Una agonia che dovremmo cominciare ad ammettere sembra irreversibile o troppo avanzata per tentare di rimettere a posto ciò che da troppo tempo non lo è più e continua a peggiorare. La crisi di legittimazione territoriale dei Centri Sociali, l’immobilismo autoreferenziale del movimento antagonista italiano (ma anche di quello buona parte del Centro Capitalista con le solite debite eccezioni che non è necessario stare a ripetere ancora una volta), la cacciata dalle istituzioni della sinistra radicale istituzionale, gli appelli lanciati negli ultimi tempi alla solita astratta e tardiva unità dei comunisti rappresentano per chi vuole parlare ed intendere come noi (e con noi) il concetto di autonomia proletaria, di resistenza comunitaria, di comunità, di ripresa del marxismo, di ripensamento in genere del comunismo e dell’area comunista. C’è una grande confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente. Bene dunque ripartiamo, ripartiamo da zero, e facciamolo ora, queste sono le premesse, il lavoro fatto fino ad oggi è la nostra premessa.
Che fare? Se questa è la premessa, se questa è il nucleo, la struttura da cui partire e da realizzare, che cosa si deve fare per rendere tutto questo realizzabile? È chiaro infatti che è la prassi quotidiana, l’impegno personale e collettivo, le proposte concrete che rendono realizzabile o anche semplicemente verificabile una analisi; è il processo marxiano d’altronde ed anche il semplice buonsenso a ribadirlo.
Cosa proponiamo dunque, cosa propone chi scrive in questo Laboratorio, La risposta non c’è. Non c’è a questo punto alcun deus ex machina a mettere l’animo in pace di chi sta leggendo queste parole, non c’è il lieto fine o anche semplicemente la chiusura a questo articolo. Chi scrive non sta facendo un decalogo o un manifesto programmatico da esportare; il Laboratorio,   non è in cerca di proseliti o di esecutori a cui far mettere in atto ciò che già è stato scritto. Come già detto noi non siamo una avanguardia, né rivoluzionaria né resistente. Non siamo qui a proporci come deus ex machina per tutta l’area comunista e per il movimento antagonista; questo articolo non sono le parole di un oratore da strillare sopra di un pulpito, questa è solo una
proposta. La proposta contiene in sé già la risposta alla domanda. Ricucire un tessuto comunitario, riprendere il discorso dell’autonomia, ricreare un blocco proletario resistente significa sostanzialmente uscire là fuori, scendere per le strade e cominciare a guardarsi intorno, abbandonare le mura tranquille e rassicuranti delle sedi partitiche, dei centri sociali, della rete, non aspettare più che qualcuno si faccia avanti ma andare a prendere le persone. Come si può  farlo? Noi non lo sappiamo, noi navighiamo in mare aperto, cerchiamo e sperimentiamo ogni idea pratica, viviamo dei nostri fallimenti e delle nostre conferme e rimettiamo tutto in gioco. Non può esistere una risposta unica e valida per ogni realtà locale, non può esistere un modello unico di comunità aperta, non può esistere una parola d’ordine che racchiuda in sé ogni granello di quel proletariato polverizzato e anche se ci fosse non sarebbe e non è più compito nostro, compito di chi scrive ora, compito del Laboratorio, starlo a dire. Siete voi che ora state leggendo a dovervi spremere le meningi, a fare i passi concreti adesso, a riappropriarvi in prima persona di quella volontà creatrice, a creare quella comunità aperta attiva e pensante, siete voi a dover creare le condizioni per creare quel virus che modifichi attivamente il sistema.

Fino a che si continuerà ad aspettare le idee di qualcun altro, ad imitare le azioni e le lotte di altri e fino a che le idee continueranno ad essere tese verso l’autoalimentazione di quella piccola realtà, fino a che un idea una volta verificata sul campo si dimostrerà perdente e nonostante tutto si continuerà a riproporla costantemente senza cercare di nuovo e rimettere in moto un ciclo costante di analisi, teorizzazione e prassi allora tutte queste parole rimarranno lettera morta. Noi la nostra parte la stiamo  facendo, non chiediamo a nessuno di seguirci né di applaudirci, non cerchiamo in altri compagni lodi o critiche, il nostro lavoro politico sul territorio è rivolto certamente verso i compagni ma soprattutto verso chi compagno non è, verso la gente comune, verso le loro difficoltà senza premesse o condizioni di adesione. L’adesione deve essere spontanea e frutto di una maturazione che ogni individuo coinvolto mette in moto attraverso il circolo  virtuoso che le nostre proposte dovrebbero far partire.



giovedì 10 novembre 2011

Comunismo fra Idea e Storia

 

Comunismo fra Idea e Storia. Riflessioni a partire da Alain Badiou, Michael Hardt, Toni Negri e Gianfranco La Grassa.



di Costanzo Preve


1. Anziché perderci nel “piccolo cabotaggio” di piccole formazioni che si auto-certificano soggettivamente come “comuniste” (ma anche i matti si auto-certificano soggettivamente come reincarnazioni di Napoleone), ma devono mettere in primo piano le compatibilità delle leggi elettorali e l’identità pregressa dei loro potenziali militanti e simpatizzanti, che non devono essere in nessun caso “scandalizzati” con novità irricevibili (novità, come è noto, di cui si nutrono esclusivamente la scienza e la filosofia), conviene invece tornare ai “fondamentali”. Ed i “fondamentali”, per un comunista, sono l’idea e la pratica del comunismo. In proposito partirò da due soli libri recenti. Il primo (AAVV, L’ idea di comunismo, Derive e Approdi, d’ora in poi IDC) contiene molti con tributi, ma per brevità mi limiterò a quelli di Alain Badiou (Badiou, IDC), Michael Hardt (Hardt, IDC) e Toni Negri (Negri, IDC). Ce ne sarebbero anche altri di meritevoli e rilevanti, ma voglio concentrare la mia attenzione su pochi nodi tematici. Il secondo (cfr. Gianfranco La Grassa, Oltre l’orizzonte. Verso una nuova teoria dei Capitalismi, Besa, d’ora in poi GLG) concerne invece solo l’ultima opera di questo prolifico autore (da più di trent’anni mio amico personale al di là di divergenze radicali sullo statuto filosofico “umanistico” o meno della teoria di Marx), che però riassume mirabilmente un serissimo processo di pensiero.

Segue: http://www.comunismoecomunita.org/?p=2879

lunedì 24 ottobre 2011

Della misura
Potrà anche contraddittoriamente fregiarsi dell’etichetta di “marxista”, ma l’economista opererà sempre in un recinto chiuso, limitato e concavo. L’economista non può illudersi di ampliare i propri striminziti orizzonti semplicemente grazie a una tardiva, autodidattica lettura di “Leggere il Capitale” o di una eccellente “Storia critica del marxismo”. Dunque, per quanto le argomentazioni per partizioni abbiano sempre evidenti limiti intrinseci, ritengo che nei dintorni della “totalità” l’economista può solo apprendere, silente, dal filosofo.
Laddove tuttavia si entri nel ristretto novero della “misura”, la prospettiva sia pure in parte cambia. Il 5% gettato li’ da Preve è una espressione retorica, e sarebbe meschino poggiare una critica su di esso. Tuttavia credo sia utile informare che le condizioni di riproducibilità del capitale sono realmente misurabili, e che alle dinamiche inflazionistiche degli anni ’70 si può scientificamente attribuire il carattere della insostenibilità sistemica. Quelle dinamiche erano generate da vari ordini di conflitti, sociali e geopolitici. Ma una parte rilevante delle medesime può essere agevolmente ricondotta a una dinamica senza precedenti dei salari nominali e della spesa pubblica nominale destinata alla produzione di merci salario.
Detto ciò, reputo anche io la vulgata operaista per altri versi fuorviante, ed evito ormai di partecipare alle cosiddette “discussioni della sinistra”. Convinto che Preve e La Grassa abbiano fornito in questi anni contributi che personalmente non ho condiviso ma che sono stati di estrema rilevanza per liberarmi da alcune desuete incrostazioni “ortodosse”, porgo i miei saluti a loro e a tutti.
Con stima, 

Emiliano Brancaccio.


COMMENTO AL TESTO “DELLA MISURA” DI EMILIANO BRANCACCIO



di Costanzo Preve

Ringrazio Emiliano Brancaccio per almeno due ragioni. In primo luogo per le parole di cortesia verso il mio testo “Storia critica del marxismo” (ed. Città del Sole) definito eccellente. Si tratta di un testo che ha già avuto un’edizione greca e una francese, ed è in gara per il premio del testo meno recensito in Italia negli ultimi anni. In secondo luogo, per la forma urbana, cortese, sintetica e chiara dei suoi rilievi. Pur sapendo di non poter competere con lui sul piano della brevità, ritengo opportuno fare alcuni rilievi.

1. Credo che ci sia una piccola contraddizione tra l’affermare che nei dintorni della totalità l’economia può solo apprendere, silente, dal filosofo, e poi dire poche righe sotto che le condizioni di riproducibilità del capitale (inteso evidentemente come totalità dinamica riproduttiva) sono misurabili. Se questo è vero, come Brancaccio afferma, allora è il filosofo che deve apprendere, silente, dall’economista, non viceversa.
Ora, il problema non è certo personale, e cioè se debba essere Brancaccio o Preve, silenti, ad apprendere dall’altro. Il senso comune direbbe giustamente che entrambi possono imparare qualcosa dall’altro. Vale invece la pena chiarire meglio quale sia l’oggetto specifico della filosofia quando pretende di interrogare criticamente la totalità; pretesa come è noto, contestata da gran parte delle scuole filosofiche oggi accademicamente riconosciute, dal neokantismo all’ermeneutica, dal positivismo alla filosofia analitica, eccetera. La filosofia ha come oggetto solo il qualitativo, e di fronte al quantitativo deve cedere il passo alla cosiddetta “scienza moderna”, sul cui modello a fine Settecento è stata costruita anche l’economia politica, e poi la sociologia, eccetera. Di fronte a questo fatto ci possono essere solo due soluzioni fondamentali.
La prima, che è anche la mia, dopo aver preso atto senza contestazioni che la filosofia ha come solo oggetto il lato qualitativo della totalità, ne rivendica tuttavia fortemente il carattere conoscitivo e addirittura veritativo, rifiutando la limitazione del sapere filosofico al campo della logica generale e/o della epistemologia. Fra i giovani studiosi, segnalo il nome di Diego Fusaro, ma per fortuna ce ne sono anche molti altri.
La seconda, che per esempio è dei dellavolpiani e degli althusseriani (ad esempio La Grassa) rivendica il fatto che l’unica e sola ideazione conoscitiva è la scienza moderna, non ce ne sono altre, e la filosofia è poco più di una chiacchiera esistenziale a ruota libera sul senso soggettivo della vita, o al massimo un “servizio epistemologico di controllo” delle scienze naturali e sociali. Io mi oppongo con tutte le mie forze a questa concezione, e quindi prego di non confondermi con l’amico La Grassa, con il quale il conflitto su questo punto è irriducibile. Io rivendico una interpretazione idealistica, umanistica e dialettica dell’eredità di Marx (cosa distinta dalla filologia marxiana e anche ovviamente dalle ortodossie marxiste), e questo è sufficiente per provocare a La Grassa tre consecutivi attacchi di orticaria.

2. Concordo con Brancaccio che la mia espressione del 5% a proposito delle lotte operaie fordiste è un’espressione retorica “a ruota libera” gettata lì, e ringrazio Brancaccio per non avere “infierito”. Premettendo che non sono un economista, ma un filosofo e uno storico della filosofia, avevo appena letto il saggio di Harvey L’enigma del Capitale (qualcosa il povero non-specialista deve pur leggere!), in cui non c’è la minima traccia della “risposta” del capitale al ciclo di lotte operaie, e quando ho letto Ferrero ho avuto un piccolo sussulto di irritazione. Tutto lì. Il 5% è solo una dilettantesca battuta per “torcere il bastone dall’altra parte”, e non vuole essere nient’altro.

3. Brancaccio ritiene utile “informare” che le condizioni di riproducibilità del capitale sono realmente misurabili (tesi I) e che alle dinamiche inflazionistiche degli anni Settanta si può scientificamente attribuire il carattere della insostenibilità sistemica (tesi II, che però discende dalla tesi I).
Lo ringrazio sinceramente dell’informazione, e non intendo affatto scherzare. Se però Brancaccio ha ragione, devo mettermi io silente al suo magistero. Non avrei certo nulla in contrario. Qui non ci stanno di mezzo vanità personali, ma l’accertamento della realtà.
Dal momento che negli USA negli anni Settanta non si era di fronte a un ciclo sistemico di lotte operaie, e tantomeno a una insostenibilità dell’assente welfare state, si può dubitare della tesi di Brancaccio. Negli USA non si poneva nessun problema di “riportare l’ordine nella produzione di fabbrica”, tipo marcia dei 40.000 a Torino, e neppure in Inghilterra o in Giappone, salvo errore. Qui cade la tesi operaista della “risposta del capitale alla insubordinazione operaia”, come se il mondo intero fosse una unica grande Mirafiori.
Se quanto dico è vero, passa in primo piano l’ipotesi del mutamento di ciclo di accumulazione, non certo la risposta alla soggettività proletaria, e su questo punto di fatto Giovanni Arrighi e Gianfranco La Grassa diventano addirittura compatibili.

4. Distinguerei due diversi problemi, quello della misurabilità delle condizioni di riproducibilità del capitale, e quello, da tenere distinto, del concetto di insostenibilità sistemica.
Ammetto apertamente di non avere le idee chiare e di non essere portatore di posizioni personali in proposito. Spero che Brancaccio apprezzi questa ammissione “scientifica”, essendo la scienza il regno del dubbio metodico e delle ipotesi. Proprio perché rivendico il carattere conoscitivo e addirittura veritativo della filosofia nel campo della totalità qualitativa (peraltro in buona compagnia, con Aristotele ed Hegel e, credo, anche di Marx), proprio per questo ho molto rispetto per il campo del pensiero scientifico. Ciò che segue è soltanto l’esplicitazione di due opinioni rivedibili, e sostenute senza arroganza e iattanza.
A mio parere le condizioni di riproducibilità del capitale non sono misurabili. Lo sarebbero, se ci fosse soltanto uno ed un solo modello di “capitale” inteso come rapporto sociale di produzione. Ma se la logica di allargamento del rapporto di capitale è data dall’estensione del processo di mercificazione, allora vi sono molti scenari possibili distinti di queste “alternative di mercificazione”, non una sola. Se è così, ci sono distinti scenari capitalistici, ognuno dei quali dà luogo a scenari plurali di misurabilità delle condizioni di riproducibilità.
Se questo è vero, allora ne consegue che ci sono anche diversi scenari di “insostenibilità sistemica”. Ma vorrei saperne di più.

5. E’ possibile che in Italia, a metà degli anni Settanta, si sia verificata una dinamica senza precedenti dei salari nominali e della spesa pubblica nominale destinata alla produzione di merci salario. Se è così, la politica di “austerità” di Berlinguer è economicamente giustificata ex post, e fu un errore “estremistico” criticarla. Ma la stessa cosa si può dire per il mondo intero?
Non credo. In gran parte del mondo intero non c’era affatto questo abnorme aumento dei beni salario, diretti o indiretti (welfare). Se è così, risale in primo piano la tesi di Harvey (e di Giacché, al netto delle sue conclusioni compatibilistiche con la linea di Diliberto) sulla logica di allargamento finanziaria globalizzata del capitale, del tutto indipendente dalla cosiddetta “risposta” alla Ferrero-Negri. In quanto alla quantificazione, concedo ancora che il 5% era una semplificazione da bar, frutto di una reazione poco meditata alla ormai per me insopportabilità della vulgata di “sinistra”.

6. Un’ultima segnalazione, per chiarire ulteriormente il mio punto di vista. Le ragioni per cui non sopporto il modello operaista in tutte le sue varianti (faccio eccezione per Raniero Panzieri, che considero però un semplice geniale ricercatore, troppo presto mancato) non sono assolutamente “economiche”, ma sono esclusivamente filosofiche.
Il paradigma operaista è una forma di soggettivismo che pretende di essere “costituente” (addirittura una ontologia biopolitica costituente, nel linguaggio onirico di Hardt e Negri), e si oppone frontalmente alla eredità della grande filosofia classica tedesca di Fichte, Hegel e Marx, alla quale invece io mi ricollego. Non c’è qui lo spazio per chiarire, ma l’ho fatto ampiamente altrove, come io rifiuti radicalmente l’interpretazione del pensiero di Nietzsche data da Foucault (e da Vattimo), e il rifiuto della dialettica sviluppato da Negri e dai suoi seguaci, per cui la fuga in avanti del “comune” è a mio avviso un alibi grottesco per rifiutare la riqualificazione del “pubblico” e della sovranità monetaria dello stato nazionale.
Vorrei segnalare questo con forza a Brancaccio, dato che non è uno specialista in filosofia e potrebbe pensare che le mie obiezioni all’operaismo siano soltanto “economiche”. Non solo non è così (così è semmai per il solo La Grassa), ma per me questo è solo un dato minore. L’operaismo è un “capitalismo rovesciato”, e in quanto tale innocuo per le oligarchie al potere.
Ringrazio Brancaccio e gli altri eventuali lettori per la pazienza di una lettura critica.
Torino, 18 ottobre 2011

domenica 6 marzo 2011

Sul manifesto per eliminare e rimuovere il Sistema capitalista



Sul manifesto per la Libertà e la Sovranità

1. Abbiamo ricevuto un “Manifesto per le Libertà e Sovranità monetaria, economica, culturale, comunitaria e politica” che come sottotitolo recita: «Come contrastare, abbattere, eliminare e rimuovere il Sistema capitalista. Come combattere il Signoraggio bancario e l’Usura internazionale. Come abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione. Come affrontare e vincere l’imperialismo statunitense. Come liberarci dai banchieri centrali e commerciali. Come fuoriuscire dal Nichilismo occidentale. Come prospettare una Decrescita graduale. Come contrastare le catastrofi ecologiche. Come giungere ad un Mondo multipolare. Come abolire le Imprese multinazionali. Come raggiungere la Giustizia sociale. Come risollevare la nostra Europa» .
Potremmo allora aggiungere: «Come non essere lì per lì d’accordo? Non sono cose che anche noi andiamo dicendo?».
Lì per lì la risposta è positiva, ma in realtà, come vedremo, solo lì per lì, perché la risposta profonda è “No, non possiamo essere d’accordo”.
Già quegli obiettivi ad una seconda lettura iniziano a convincerci poco. Il “Signoraggio bancario e l’Usura internazionale” cosa sono? Qual’è il ruolo dei “banchieri centrali e commerciali”? Perché dovrebbero essere l’obiettivo principale? Che cosa c’entrano con la “proprietà privata dei mezzi di produzione” e con la sua “rimozione”, che come la Storia del Novecento insegna ha portato allo statalismo lassalliano e non al comunismo pensato da Marx? E infine cos’è la “nostra Europa”? Perché dovrebbe essere “nostra”? Perché ci viviamo? perché riconosciamo nella sua civiltà qualcosa di superiore, di irrinunciabile? perché può giocare un ruolo geopolitico?

2. Non è possibile esaminare tutte le tesi di queste fittissime ottanta pagine. Anche perché non sono né ordinate sequenzialmente né ordinate conseguenzialmente. I temi vanno e vengono, spariscono, vengono ripresi sotto altra forma, in una sorta di caos dove sembra che manchi un centro, un nucleo da cui partire.
Ora, la mancanza di un metodo non è di per sé un peccato mortale. Lo diventa quando non permette di districarsi in un ammasso di concetti e pensieri presi un po’ da chiunque, da Marx a Claudio Mutti, passando attraverso ogni pensatore di estrema sinistra o di estrema destra che sia considerato “creativo”, da Giulietto Chiesa e Costanzo Preve a Tiberio Graziani e Alessandra Colla, senza dimenticarsi del Campo Antimperialista.
Ora, anche noi siamo molto interessati ai pensatori di estrema sinistra “creativi” (di quelli di estrema destra ci interessa meno), perché riteniamo che la sinistra tardo-marxista sconti un grave ritardo rimanendo legata a certi concetti ereditati da una gloriosa tradizione e mantenuti ormai per superstizione. Ma la nostra critica al marxismo novecentesco è una critica per superare la crisi del marxismo che si è accompagnata alla sconfitta del comunismo storico, non è l’apertura a tutto e a tutti, non è il trionfo dell’eclettismo. Infatti è una critica che vuole essere marxista, ovvero che segue il metodo di Marx. E qui c’è la prima grande differenza, perché in realtà un metodo gli estensori del “manifesto” ce l’hanno ed è antimarxiano.
Così come hanno un metodo hanno anche un nucleo dal quale iniziare la sua applicazione. Tale nucleo è il concetto di “Moneta” con tutti i suoi annessi e connessi (signoraggio, usura, banchieri centrali e non, oligarchie finanziarie mondiali, eccetera). Il metodo è invece lo sprofondamento dall’apparenza del concreto agli abissi dell’astrattezza, laddove il metodo di Marx – che noi rivendichiamo – è la nota “risalita dall’astratto al concreto”, ovvero la deduzione logica delle categorie interpretative dai rapporti sociali storici.
La differenza si nota subito e in verità subito la fanno notare anche gli autori del “manifesto”:
« … siamo autorizzati a credere che la Moneta-debito per Marx sia l’Essere-economico che dà luce all’ente Merce. Rileggendo con lenti heideggeriane quel passaggio si potrebbe azzardare che – rimanendo sullo sfondo, rivelandosi e nascondendosi al tempo stesso, e lasciando l’intera scena alla Merce – la Moneta venga ridotta all’oblio pur essendo essa il vero centro dell’analisi. Il Feticismo della Merce sarebbe, dunque, il Feticismo del denaro. E Marx, se lo avesse detto e scritto, si sarebbe messo al riparo da questa nostra critica».
Per fortuna che Marx non l’ha detto, commentiamo noi. E non poteva dirlo, proprio perché non partiva da “enti” astratti; e non lo faceva per il semplice fatto che i feticci lui non li adorava ma li svelava come tali. Rimandiamo alle sue Glosse a Wagner dove dice sprezzantemente agli economisti accademici tedeschi: «Prima di tutto, io non parto da “concetti” [...]. Ciò da cui io parto è la forma sociale più semplice in cui si presenta il prodotto del lavoro nell’attuale società, il prodotto in quanto “merce”».
Marx parte dalla merce perché la merce è il momento di sintesi dei rapporti sociali capitalistici. Per Marx il capitalismo non è una cosa, non è un modello di sviluppo, è un rapporto sociale costituitosi storicamente. Essendo un rapporto rovesciato, perché avendo al centro la merce i rapporti sociali sono reificati e i rapporti tra cose sono personificati, esso si basa su un meccanismo invertito che si presenta però come naturale: un feticcio, per l’appunto.
La moneta non può essere dedotta che da questa prima contraddizione, anche se storicamente, come dice Marx in “quel passaggio” di cui parla con rammarico il “Manifesto per le Libertà e Sovranità monetaria …”, il debito pubblico, l’accumulazione di strumenti finanziari, è stato uno strumento potente per sostenere l’iniziale espansione del capitalismo moderno. Ma ci sono stati anche altri strumenti per accumulare mezzi di pagamento. I principali: la rapina del Bengala e poi dell’India intera, che ha trasformato il suo surplus in un debito verso l’Inghilterra, e il commercio triangolare atlantico basato sulla tratta degli schiavi.

3. Se il processo di accumulazione è D-M-D’, è chiaro che il D iniziale deve pur esserci, filogeneticamente e ontogeneticamente. C’è in quanto disponibilità finanziaria “originaria” e rimane nel processo in quanto debito pubblico e credito nazionale e internazionale. Ma l’espansione materiale capitalistica ha il suo nucleo nella contraddizione reale tra valore d’uso e valore (di scambio) immanente alla merce.
Mettere al centro la Moneta è una manovra accattivante in un periodo di finanziarizzazione dell’economia come la nostra. Ma i casi sono due: o si deduce la finanziarizzazione dalle dinamiche capitalistiche reali o si ribalta la direzione della deduzione mettendo alla radice il capitale finanziario, come fanno gli estensori di questo “manifesto”.
A nostro avviso il primo approccio – che per noi è quello giusto – permette essenzialmente solo due varianti, una che chiameremo “ricorsiva” e una che chiameremo “stadiale”.
Secondo quest’ultima la finanziarizzazione è dovuta alla sospensione della legge del valore, per cui il capitale – per cause sociali, come i conflitti di classe – non si può più autovalorizzare col ciclo D-M-D’ e deve ricorrere al ciclo breve D-D’ (la finanziarizzazione, per l’appunto). Il rapporto sociale capitalistico, che si esplica nella produzione di merci e quindi nel ciclo D-M-D’ sarebbe allora tenuto in vita a mo’ di zombie dal “comando capitalistico”. La finanziarizzazione farebbe quindi un tutt’uno con la biopolitica. Questa è la soluzione à la Toni Negri, la più brillante se si rimane strettamente nei canoni marxisti.
La spiegazione “ricorsiva” è data invece da Giovanni Arrighi. Anche Arrighi critica il fatto che «l’attenzione che Marx prestò agli aspetti interni dell’accumulazione del capitale gli impedì di apprezzare la persistente importanza del debito pubblico in un sistema di Stati in costante concorrenza reciproca per la conquista del sostegno dei capitalisti ai loro obiettivi di potere». Ma ciò non ha nulla a che vedere con un mondialismo finanziario. Questa concorrenza si esaspera infatti quando entra in crisi un ciclo sistemico mondiale di espansione materiale egemonizzato dallo scambio politico tra il Potere del Denaro ed un particolare Potere del Territorio (ovvero una fase monocentrica egemonizzata da uno specifico stato-nazione). Queste crisi sistemiche sono caratterizzate dalla sovraccumulazione di capitali accumulati nel ciclo D-M-D’ che quindi devono rivolgersi al ciclo breve D-D’ che è facilitato dalla concorrenza per il capitale mobile tra i vari Stati, principalmente tra i competitor della nazione egemone in declino.
L’unica cosa che resta da capire è se gli effetti accumulati dai precedenti cicli sistemici permetteranno una nuova espansione materiale oppure no. E’ un compito difficilissimo ma il problema sta tutto lì, perché il ciclo D-D’ è un po’ come un elefante che vola, e gli elefanti non possono volare indefinitamente.
Ad ogni modo in nessuno dei due casi, né nell’ipotesi stadiale né in quella ricorsiva, il motore immobile è la Moneta-debito, bensì il motore rombante sono i rapporti sociali conflittuali del capitalismo.

4. Negli estensori del documento in oggetto c’è invece un’ossessione che ricorda troppo da vicino le teorie dei “complotti mondialisti plutocratici” che riteniamo inaccettabili:
«Chi governa il Mondo non è necessariamente chi produce, chi distribuisce o chi consuma Merci, Servizi o Beni. Chi governa i destini del Mondo è colui il quale emette moneta e la presta, anche stabilendo complicità e agendo osmoticamente con le alte sfere del capitale produttivo».
Si noti che chi a sinistra parla di oligarchie finanziarie sovranazionali parla lo stesso linguaggio, che lo voglia o no, che lo sappia o no.
E’ il linguaggio delle apparenze, del Sole che gira attorno alla Terra, che può servire eventualmente per orientarsi solo finché non si ha necessità di vedere il sistema nel suo complesso.
In questo c’è da dire che gli estensori del “manifesto” sono in compagnia di tutta quella sinistra che ha preso sul serio ciò che gli agenti della cosiddetta “globalizzazione” volevano che apparisse:
«Il superamento di questo modello di Sviluppo e di prevaricazione dell’Economia sulla Politica provocherà la fine delle ragioni stesse che muovono un altro dei sintomi del Sistema Occidente: l’imperialismo americano. E’ da sottolineare come quest’ultimo – con la sua capacità di persuasione economica, culturale, politica e, non di rado, militare – sia funzionale al sostentamento dell’Occidente sviluppista, monetarista e consumista. Gli USA difendono il modello di Sviluppo e Progresso sopra esposti. Infatti questo Occidente è americanocentrico».
In altre parole: l’economia capitalistica si è mondializzata e lo stato-nazione chiamato USA è, per sue capacità derivate da non si sa cosa, il fulcro e il garante ideologico, politico e militare di questo capitalismo sovranazionale caratterizzato dalla sudditanza della politica nei confronti dell’economia.
Non si capisce assolutamente da quale cilindro esca questo coniglio americano. Abbiamo capito poco oppure salta veramente fuori dal nulla. In realtà qui siamo nel caos interpretativo, un caos interpretativo di destra che condivide moltissimi elementi col caos interpretativo di almeno il 90% della sinistra. A partire dal concetto sballato di “modello di sviluppo”.
E il caos incomincia dall’inizio:
«Se si vuole indicare in un evento l’esempio in cui banchieri e capitalisti vincolano al Mondo intero i propri comuni interessi, noi indichiamo Bretton Woods, anno 1944. Quella non fu soltanto una Conferenza in cui si stabilirono delle regole sulla Politica monetaria internazionale, ma fu anche una Conferenza che stabilì degli Accordi per liberalizzare il Commercio internazionale».
Niente di tutto ciò.
Durante la Conferenza di Bretton Woods i banchieri nemmeno c’erano. Quegli accordi gettarono le basi per il rilancio dell’espansione economica mondiale postbellica sotto l’egemonia “armata di coercizione” degli USA ribaltando le basi costitutive storiche del sistema di produzione del denaro mondiale, in un senso contrario a quel che sostengono gli estensori del “manifesto”: di fatto il controllo della sua produzione e della sua gestione fu tolto dalle mani dei banchieri e dei finanzieri privati e messo in quelle di una gerarchia di organizzazione governative capitanate dagli Stati Uniti.
Bretton Woods fu all’insegna del fenomeno che caratterizzò tutto il periodo prebellico, ovvero il ritorno dopo la crisi del ’29 del controllo della politica sulla finanza, implementato negli USA dal New Deal, in Italia dal fascismo, in Germania dal nazismo e in Unione Sovietica dai piani quinquennali.
Per lo stesso motivo non ci fu nessun accordo di liberalizzazione del commercio internazionale. Il Congresso USA era persino restio ad accordi bilaterali e a fatica nel 1947 si arrivò al GATT. Il libero scambio di merci e capitali fu qualcosa di sconosciuto per tutto il ventennio di espansione che seguì la fine della II Guerra Mondiale.
Finché si arrivò alla dichiarazione di Nixon della inconvertibilità del dollaro in oro il 15 agosto del 1971. Quel giorno gli USA, sfidando il fatto che stavano perdendo la guerra del Vietnam e con essa la possibilità di penetrare in profondità in Asia, dichiararono che la finzione della parità del dollaro con l’oro era finita e che il sistema internazionale si reggeva solo sulla potenza statunitense.
Gli estensori hanno un bel criticare Marx perché non si sarebbe accorto dell’enorme grado di indipendenza della Moneta-debito, ma la vera storia della Moneta-debito inizia quel giorno di Ferragosto, non poteva esserci ai tempi di Marx quando la base aurea riportava violentemente in riga il sistema monetario internazionale.

5. Dopo il cosiddetto Nixon Shock iniziava un periodo di scosse di assestamento che avrebbe portato ad un fatto totalmente inedito nella Storia: lo standard monetario internazionale era diventato un debito pubblico; il debito pubblico americano nei cui titoli, preferibilmente illiquidi, doveva essere convertito il surplus mondiale.
Il Nixon Shock era il segnale che il ciclo sistemico di accumulazione coordinato dagli Stati Uniti era entrato in crisi. I capitali sovraccumulati, abbandonando gli investimenti in commercio e industria e intrecciandosi con quei petrodollari che non venivano investiti in sistemi d’arma statunitensi, diedero vita al commercio di eurovaluta, cioè di dollari che sfuggivano al controllo delle banche centrali.
Per almeno sette anni il Governo Federale cercò di fare la guerra ai banchieri della City e di Wall Street immettendo nel sistema mondiale un crescente flusso di dollari (ormai stampabili a volontà) dando così luogo a quel fenomeno che nessun libro di economia prevedeva: la stagflazione. Poi nell’ultimo anno della presidenza Carter e più decisamente con Reagan, capì che quella guerra avrebbe portato alla rovina congiunta sia la potenza statunitense sia i propri capitalisti, industriali e finanziari.
Nacque la reaganomics, si proclamò la deregulation, si iniziò una deflazione spaventosa, gli investimenti per le Guerre Stellari attrassero capitali da tutto il mondo e si avviò la “globalizzazione”, cioè la più grande rapina di ricchezza mai avvenuta nella Storia, basata sull’imposizione alle altre nazioni degli “aggiustamenti strutturali”, tramite FMI e Banca Mondiale, basati sulla svendita dei settori pubblici e degli asset strategici dei Paesi bersaglio. Ciò succedeva con violenza nei Paesi debitori del Terzo Mondo, succedeva nella Russia cleptocratica di Yeltsin con milioni di morti per indigenza e succedeva anche in Europa Occidentale. In Italia fu ciò che caratterizzò i governi della Seconda Repubblica, a partire da quelli Amato e Ciampi, con una dedizione particolarmente canina da parte dei governi di centrosinistra i cui leader si estasiarono davanti alle politiche economiche che i Chicago Boys avevano sperimentato la prima volta in Cile sotto la protezione del golpista fascista Pinochet. Prima di accusare gli altri di non essere più sensibili alla distinzione destra-sinistra qualcuno dovrebbe accorgersi del trave nel proprio occhio!
Gli USA, il più grande Paese debitore del mondo, si proclamarono autoimmuni da ogni necessità di aggiustamento strutturale. Anzi, il loro compito era quello di incrementare il disavanzo commerciale e il proprio debito pubblico e di cercare i temibili avversari di turno per ricavare quella legittimità di “Paese indispensabile” sul quale si sosteneva tutto il sistema.
Ci fu l’11 settembre e il Grande Nemico Internazionale fu trovato. Un nemico perfetto, perché indefinibile e perpetuo.

6. Questa è stata la cosiddetta “globalizzazione”, un tentativo di gestire la crisi sistemica statunitense soggiogando il resto del mondo a un dominio di carattere imperiale. Si ha dunque un generale asservimento della politica al potere del denaro proprio perché esso è imposto da una superpotenza dove quell’asservimento non c’è ma dove al contrario si è ristabilito uno scambio politico tra i due tipi di poteri.
Se di “signoraggio” si vuole parlare allora si deve parlare di questo signoraggio imperiale. Il resto sono al più tecnicalità.
Così come sono effetti di queste dinamiche il cosiddetto “iperconsumo” e il percepito strapotere delle multinazionali (che in realtà hanno come necessità fondamentale quella di farsi la guerra l’un l’altra, ognuna appoggiandosi ai propri rispettivi poteri territoriali – quando la Boeing e Airbus litigano non lo fanno con i propri amministratori delegati, ma con i propri esponenti politici di altissimo rango).
Qui stiamo oltretutto parlando solo di meno della metà dell’umanità, e di una congiuntura particolare.
Cosa avviene invece, ad esempio, nell’Oriente asiatico, dove c’è la più grande concentrazione operaia di tutti i tempi? Quanto di queste analisi, quanto di queste categorie – iperconsumo, finanziarizzazione, nichilismo, eccetera – si adatta a quei popolosissimi Paesi?
E ancora, come fare per contrastare il feroce egemonismo statunitense e arrivare ad un mondo multipolare?
Gli estensori del “manifesto” contrappongono alla cosiddetta mondializzazione, che è descritta come una sorta di congiura di banchieri e capitalisti sovranazionali, il richiamo alla tradizione, il legame con la terra, la specificità culturale. E lo fanno in un modo che ricorda il culto del Blut und Boden.
Per noi su questo punto le cose stanno in un modo ben differente.
E’ evidente che in questo tipo di crisi se non si vuole gridare nel deserto non si può fare politica senza sporcarsi le mani con i concetti di “nazione” e di “territorio”. David Harvey e Giovanni Arrighi hanno sostenuto che addirittura non si può parlare di capitalismo senza usare quelle due nozioni e quindi senza fare i conti con esse non si può parlare nemmeno di anticapitalismo e di antimperialismo.
Se ciò è vero, allora è evidente il pericolo. Il marxismo ha quasi sempre lasciato ai suoi avversari questi punti centrali. Un po’ per un legittimo rifiuto del nazionalismo razzista imperialistico e coloniale, ma più che altro perché scambiando il modello del “modo di produzione capitalistico” con la complessità del reale, la tradizione marxista non ha visto altro che l’internazionalismo proletario e la rivoluzione mondiale. Ci volle il realismo di Lenin – che pure credeva in entrambe le cose – per criticare l’ostilità di due grandi rivoluzionari come Rosa Luxemburg e Karl Radek all’idea di “autodeterminazione delle nazioni”.
Siamo ben consapevoli che il concetto di “sovranità nazionale”, nelle sue varie declinazioni che dipendono dalla posizione del Paese nella gerarchia imperiale, immette inevitabilmente in circolo elementi come “nazione” e “territorio”, “cultura” e “tradizione”. Il problema è allora come non rimanerne intossicati. E per non rimanerne intossicati c’è un solo modo: affrontarli in un’ottica marxista e leninista rinnovata, ovverosia che guardi da qui in avanti e non indietro. Non bastano gli scongiuri, non bastano i “guaritori” che ripetono le litanie della lotta di classe o della ribellione degli oppressi, agitando amuleti a forma di falce e martello. Se vogliamo rimanere puri e incontaminati possiamo farlo. Si sappia però che non riusciremmo mai a capire perché l’internazionalista Che Guevara usasse come slogan “Patria o muerte” esattamente come fanno oggi i Paesi dell’America Bolivariana, o perché i combattenti del Fronte di Liberazione Nazionale algerino e i Vietcong lottassero per l’indipendenza nazionale, o perché il progenitore dell’internazionalismo proletario, Marx, criticasse duramente l’internazionalismo dei prudhoniani francesi ritenendolo in realtà un sostegno dello sciovinismo francese: «Per negazione delle nazionalità, essi, a quanto pare, intendono inconsapevolmente l’assorbimento di nazionalità da parte della nazione francese modello» (mettete “americano” al posto di “francese” e vedrete come questa accusa si adatti perfettamente oggi).
Si sappia anche, cosa più importante, che la nostra “purezza” permetterebbe solo due alternative: o il rischio di consegnare le prossime mosse a una forza decisamente reazionaria (di cui la Lega è una prefigurazione, grazie al cielo autoconfinata in una piccola parte del territorio nazionale); oppure il rischio di lasciare che questi due orribili schieramenti continuino a spadroneggiare, ora l’uno ora l’altro o in condominio, protetti dai loro padrini statunitensi.
Se invece vogliamo affrontare seriamente il problema dobbiamo essere consci dei rischi, delle poste in gioco pratiche e teoriche, delle differenze nette ma anche delle sottili linee rosse di demarcazione. Inutile nasconderselo: si camminerà su territori che quando va bene non sono di nessuno, ma spesso sono borderline, veri e propri campi minati.
Ma è un lavoro necessario per tentare di evitare catastrofi come quelle già viste nella prima parte del secolo scorso, quando la sottovalutazione di questi fattori aprì le porte alla soluzione nazista. Un lavoro poco piacevole, duro e che espone ad accuse grossolane e demagogiche. Che possiamo rispedire al mittente, perché presidiare i confini di regni di cui si vuole evitare l’invasione, non significa, come è evidente, servire il miserevole apparato pseudo-teorico dell’avversario, ma al contrario guardare nella direzione da cui viene il pericolo reale e non andare invece a combattere i mulini a vento dalla parte opposta.
Si tratta di capire che lo stato-nazione è un terreno favorevole alle classi subalterne, mentre i rimandi ad istanze sovranazionali incontrollabili (per ultima il dio remoto della “mano invisibile del mercato”) e il cosmopolitismo sono un terreno più favorevole al capitalismo e alla sua grande mobilità transnazionale.
Tutto ciò non significa nessun culto della tradizione, della terra e della nazione, che sono elementi transitori con una parabola che si compie nella Storia. Senza contare che la suddivisione degli uomini tra quegli elementi può essere tanto un’arma di difesa contro l’anomia capitalistica, quanto viceversa un’arma di attacco del capitalismo per imporre e riprodurre il proprio rapporto sociale. Le infinite storie di “balcanizzazioni” perpetrate o tentate dall’imperialismo ne sono testimonianza.
Ne consegue che la lettura heideggeriana che fanno di ciò gli estensori del manifesto che stiamo esaminando va proprio nella direzione da non prendere.
Infatti qui la riduzione della realtà all’Esserci, cioè al soggetto, fa piazza pulita della sostanza e quindi di ogni ontologia degna di questo nome. Questa distruzione di ogni distinzione entra a gamba tesa sull’oggetto e trasforma le categorie marxiane in categorie esistenziali soggettive, non a caso adorate da chi – tanto a destra quanto a sinistra – usa sostituire il proprio approccio soggettivo all’oggetto da esaminare. Così, chi governa le forze produttive, lo Stato, il Partito, le multinazionali, i tecnocrati, o addirittura le forze produttive stesse in quanto tecno-scienza, e via così a seconda dell’avversario di turno, non potrà essere concepito che come la sintesi di un “Esserci” manipolatorio e totalizzante che domina su una società caratterizzata dalla “dispersione nel Si-stesso” totalizzato e manipolato, un aggregato di singoli individui esistenzialmente dominati, alienati, al quale contrapporre una contro-alienazione soggettiva che quindi può assumere ogni forma, anche quelle sgradevoli già sperimentate nella Storia.

Rivista Comunismo e Comunità

giovedì 10 febbraio 2011

AUTONOMIA PROLETARIA: RESISTENZA COMUNITARIA



Matteo Brumini

E dunque dove eravamo rimasti? Alcuni mesi fa scrissi un articolo in occasione del novantennale della rivoluzione d’Ottobre e fu l’occasione per parlare di ciò che oggi era il comunismo ed il movimento comunista nel Centro Capitalista e di ciò che avrebbe potuto (o dovuto a seconda di come la si vuol vedere) essere, un’occasione per fare il punto della situazione e provare ad andare avanti. Questo articolo vuole partire proprio da lì, vuole essere il seguito, vuole essere lo sguardo oltre ciò che già abbiamo visto e abbiamo analizzato. Prima di iniziare però è fondamentale per chi scrive stare a sottolineare che in questi mesi sono accadute due cose fondamentali, la prima è la sconfitta elettorale della sinistra istituzionale (la Sinistra Arcobaleno) e la sua conseguente fuoriuscita dal parlamento italiano e la seconda è una recente ondata nell’area comunista di proposte di unità e soprattutto fondamentale per noi la messa al centro del dibattito politico di diverse anime dell’area del concetto di “comunità”. Sia sul primo tema che sul secondo si tornerà più avanti.
Intanto tornando indietro si era detto che il punto fondamentale da cui ripartire era l’esperienza dell’autonomia, quella con la lettera piccola, quella dello spontaneismo e della frattura con il bagaglio ideologico dei gruppi e dei partiti, l’autonomia operaia degli anni Settanta, quella che cercava la sintesi delle sue due diverse anime, quella operaia e operaista e quella studentesca e potremmo dire libertaria. Autonomia operaia si diceva e senza dubbio l’anima che prevalse alla fine fu proprio quella operaista, quella di Piperno e Scalzone, quella della rivista Rosso e di Toni Negri. Si è già più e più volte parlato dei danni a lungo termine che portò con sé la corrente operaista e quindi non è necessario né interessante ora stare a ripetere concetti già più volte ripetuti ma è importante far notare come allora avesse ancora un senso valido o perlomeno percepito tale parlare di autonomia OPERAIA, quando si stava entrando in un periodo di percepita maturazione delle lotte operaie all’interno delle grandi fabbriche fordiste e del loro stretto collegamento con le lotte studentesche degli anni passati. A distanza di anni e con il fatidico senno del poi possiamo dire che fu proprio il prevalere dell’operaismo all’interno dell’autonomia operaia a costituire quel peccato originale che in breve tempo portò prima alla morte dell’autonomia come movimento spontaneo ed autorganizzato dal basso e quindi al costituirsi in seguito di una struttura organizzata verticalmente, l’Autonomia con la A maiuscola. E tuttavia parlare di autonomia operaia allora aveva un senso e senza dubbio era proprio la grande fabbrica fordista (ed il connubio con l’area studentesca) ad essere il luogo più avanzato delle lotte e delle proposte ed era allora altamente percepibile e palpabile la presenza di quella che viene chiamata la coscienza di classe e la conseguente solidarietà e compattezza (nelle differenze!) di tutto il movimento. La storia della fine dell’autonomia e della crisi progressiva da quegli anni ad oggi è nota a tutti ed è stata già tracciata più e più volte e dunque non verrà ripetuta. Di quell’esperienza rimane la grande intuizione della fine delle forme partitiche e dei gruppi, la ricerca creativa di nuove forme di lotta e di nuove strutture e nuove teorie e l’esigenza di cercare una autorganizzazione dell’area attraverso un agire concreto e teso verso l’esterno e la cosiddetta massa. Basta ricordare in tal senso le esperienze delle radio come Radio Onda Rossa a Roma, Radio Alice a Bologna o Radio Sherwood a Padova dove per la prima volta potevano intervenire nelle trasmissioni le persone all’ascolto creando assieme la trasmissione stessa e trasformando in parte attiva il soggetto passivo, oppure alle lotte locali nei quartieri, le occupazioni delle case, le autoriduzioni delle bollette, le spese proletarie sempre nell’ottica del coinvolgimento e della proposizione verso la gente comune. Era un lavoro politico non strutturato in una visione di inquadramento passivo e già predeterminato ma in uno scambio continuo dei ruoli fino al coinvolgimento e la fusione in un'unica soggettività in lotta concreta. Si creava così un collegamento biunivoco di scambio reciproco tra interno ed esterno ed allo stesso tempo si apriva un varco tra massa e sistema in cui si inserivano le lotte e diventavano pratica quotidiana. Fu davvero per molti versi l’ultima intuizione veramente rivoluzionaria, la parte più avanzata di un movimento unico esente da avanguardie.
La convinzione di chi scrive è che questo passaggio sia a tutt’oggi il risultato più rilevante raggiunto dall’area comunista negli ultimi quarant’anni; da allora i passi fatti sono solamente stati passi all’indietro sostanzialmente cancellando e smantellando tutto ciò che era stato raggiunto. Gli stessi centri sociali nati come collettivi in conseguenza ed in continuità di quel lavoro proprio per proseguire sul territorio l’esperienza dell’autonomia sono andati con gli anni ad assumere un carattere autoreferenziale (salvo le debite eccezioni) fino a collassare su sé stessi e ad arrivare a marginalizzarsi e ad essere marginalizzati proprio da quel territorio che doveva essere l’obiettivo principale delle attività dei centri sociali stessi.
Dunque l’abbiamo detto più volte, riprendiamo il discorso dall’autonomia. Riprendere il discorso non significa chiaramente riprendere l’autonomia del 1974 o quella del 1977 e portarla qui come se non ci fossero in mezzo trent’anni.
Quell’autonomia è fallita, un po’ sotto le spinte della repressione violenta dello stato e un po’ sotto il peso dei propri errori e dei propri peccati originari, un po’ per l’implosione delle previsioni e delle visioni operaiste e delle lotte operaie (ma sarebbe più corretto dire in tal senso per la fine stessa della coscienza di classe e della solidarietà di classe all’interno del mondo operaio). Appurato e dato per chiaro una volta per tutte che la classe operaia non esiste più o meglio non esiste più come soggetto politico autocosciente e come soggettività trainante e monolitica ed appurato che l’operaismo è definitivamente tramontato e le ulteriori teorizzazioni nate da quelle ceneri come le varie teorie delle moltitudini di Negri alla prova dei fatti si sono dimostrate inefficienti ed errate non rimane che cercare una nuova soggettività da cui ricominciare. Ora considerato che il marxismo di Marx è una scienza sociale in quanto tale segue le regole della metodologia scientifica il primo passo da compiere è quello di ragionare in termini metodologici e scientifici (ricordando che per Marx l’ideologia era una “falsa rappresentazione” della realtà).
Metodologicamente dunque dobbiamo stabilire che all’interno di un discorso scientifico e attorno ad un nucleo fondativo (e tra le altre cose il marxismo è anche una filosofia fondazionale) si costruiscono poi le varie teorie che vanno progressivamente verificate nella prassi. Il nucleo fondativo del marxismo di Marx è strutturato attorno al proletariato inteso come classe sociale, quindi a parere di chi scrive è fondamentale riprendere come soggettività da analizzare proprio il concetto di proletariato. Cos’è questo proletariato oggi. È evidente che esso non può essere il proletariato di Marx, non è il proletariato di Lenin e non è nemmeno quello degli anni Settanta, e come detto poco sopra non è nemmeno la moltitudine di Negri. Non è possibile a mio parere oggi dare una definizione precisa e circostanziata di proletariato in quanto esso è definibile negativamente (ovvero dicendo quello che non è) ma non positivamente (dicendo quello che è); di una cosa sola si può essere certi, il proletariato contemporaneo vive polverizzato nei mille rivoli e rami di un sistema ultraflessibile e motore primo di un modello culturale ultraindividualista e corporativo che rende il proletariato stesso un fantasma che si aggira per il Centro Capitalista privo della percezione di sé, trasformato in macchina desiderante, desiderante di essere parte stessa di quel sistema che lo schiavizza e tende allo stesso tempo a marginalizzarlo (senza mai escluderlo chiaramente). Conseguenza di questo è che ogni definizione positiva che viene data oggi del proletariato finisce inevitabilmente per diventare un contenitore vuoto in cui si affastellano teorizzazioni prive di riscontro e dunque metodologicamente votate al fallimento alla prova dei fatti. Chi sarà arrivato a leggere fino a questo punto si starà chiedendo dunque il perché del titolo. Perché autonomia proletaria se non è in alcun modo individuabile con l’analisi e l’osservazione un proletariato cosciente di sé e inscrivibile all’interno di una teoria. La risposta sta nella seconda parte del titolo di questo articolo: resistenza comunitaria.
Come detto all’inizio si assiste ad una riproposizione da più parti dell’area comunista italiana della parola “comunità”. Noi come rivista e come Comunità Proletarie Resistenti non possiamo che guardare con soddisfazione (e aggiungo anche con un sorriso sardonico) a questa novità assieme ad una profonda preoccupazione di vedere scippato ma soprattutto vanificato il nostro lavoro (per alcuni compagni più che decennale e tra numerose critiche e soprattutto accuse e marginalizzazioni) da un eccessivo uso superficiale del concetto di comunità. Una parola difatti è in sé solo un segno, un involucro dentro cui mettere un significato e a seconda del significato cambia anche il valore ed il concetto stesso. Non è stavolta inutile stare a ripetere che quello che noi come rivista “Comunismo e Comunità” e come Comunità Proletarie Resistenti intendiamo costruire è un tessuto interconnesso di comunità (intese come Gemeinwesen marxiana) aperte di libere individualità legate tra loro da un tessuto connettivo che neutralizzi il passaggio dell’uomo da ente naturale ad ente mercantile. Comunità aperte che sappiano creare una intercapedine, un fulcro che si inserisca tra la massa atomizzata ed indistinta passiva ed il sistema istituzionale, borghese, liberista e capitalista, un modello intuito ed analizzato in parte già anche fuori dal centro capitalista come dimostra la teoria del Terzo Dominio di Abdullah Ocalan (di cui scrissi sempre in queste pagine diverso tempo fa), qualche cosa che non si contrapponga semplicemente allo stato ed al sistema ma sia in grado di inserirsi prima e di sostituirsi ad esso gradualmente (comunità aperte in grado di abbattere tra l’altro anche uno dei falsi miti più dannosi per l’area comunista di questi ultimi decenni ovvero il mito della contrapposizione totale e continua al Capitale, mito creatore di società chiuse in sé stesse ed autoalimentanti e autoreferenziali sostanzialmente innocue per il sistema stesso in quanto escluse da esso e dunque anche dal contatto con la massa, per volontà propria reale o percepita che sia).
Ed il proletariato? E la ripresa del discorso dell’autonomia? Qui sta il nodo centrale di questo breve articolo.
Si è detto poco sopra che il proletariato odierno è un proletariato disperso, polverizzato, non circoscrivibile e soprattutto senza coscienza di sé stesso e dunque ancora più sfuggente alle analisi anche dei più zelanti e dei più volenterosi. In una logica atomista e ultraindividualista in cui l’uomo è ente mercantile potremmo affermare (per molti provocatoriamente) che non esiste un solo proletariato come soggetto monolitico ma in potenza tanti proletariati diversi, tanti quanti sono gli enti mercantili atomizzati raggruppati di volta in volta all’interno di logiche corporative che creano unità di vedute puramente tattiche e contingenti sul momento per poi dissolversi di nuovo una volta raggiunto l’obiettivo a breve termine. In parole povere credo sia sotto gli occhi di tutti che in questi ultimi anni le rivendicazioni all’interno del mondo del lavoro sono sempre state rivendicazioni di tipo corporativo in cui di volta in volta ogni categoria si ritrovava unita per questo o quel motivo avvolta nella sostanziale indifferenza delle altre (e a volte anche con un senso di fastidio) per poi ricadere nell’oblio e nell’apatia passiva a rivendicazione, lotta o protesta finita. E’ proprio la mancanza del tessuto comunitario di cui si accennava prima a creare questo stato di cose e si perpetra e riproduce sostanzialmente nella stessa maniera anche al di fuori del mondo del lavoro in ogni aspetto singolo della vita sociale dell’individuo e della società massificata e atomizzata allo stesso tempo. E dunque in un humus sociale, economico e politico simile che la ricomposizione di tale tessuto all’interno di comunità aperte di libere individualità fungerebbe da catalizzatore, da attrattore per quel proletariato senza coscienza e polverizzato, per quella miriade di potenziali proletariati (o proletari) che si ritroverebbero di nuovo assieme come un'unica soggettività collettiva aperta e non coatta, una unica soggettività non più passiva ma attiva e dunque di nuovo non più potenziale ma in atto e quindi con coscienza di sé.
Ecco il passaggio quindi, autonomia proletaria all’interno delle comunità; comunità autonome connesse tra loro in diversi gradi orizzontali proprio come le maglie di un tessuto, comunità proletarie, autonomia comunitaria, o meglio ancora comunità come autonomia e autonomia come comunità in una relazione biunivoca e sostanzialmente identitaria in cui i due termini (autonomia e comunità) finirebbero per assumere la stessa funzione e lo stesso significato. Come infatti nell’esperienza dell’autonomia di trent’anni fa all’interno delle comunità si ribalterebbe il ruolo degli individui da soggetti passivi a soggetti attivi, soggetti creatori e creativi, soggetti che non subiscono il sistema e dunque cercano di interpretarlo e di adattarsi ad esso cercando di farne parte ma si sostituiscono ad esso assieme creando qualche cosa di nuovo che renderebbe inutile il sistema stesso senza allo stesso tempo autoescludersi da esso ma agendo come un virus all’interno di un organismo vivente, parassitandolo (ovvero sfruttando tutti i varchi e le contraddizioni che esso offre e mostra necessariamente per sua natura) e contemporaneamente modificandolo. Un ribaltamento progressivo dei ruoli in cui il sistema stesso diventerebbe alla fine soggetto passivo. È difatti il principio della delega, della rappresentatività, della volontaria cessione della gestione della propria vita che crea falsa coscienza e passività, che rende l’ente naturale umano soggetto mercantile ovvero consumatore di idee già pronte e preparate dall’esterno. La spinta creatrice spontanea d’altra parte annulla il principio di passività e quindi di mercantilizzazione del pensiero e quindi la dipendenza da qualche cosa che è esterno che non viene più visto a quel punto come punto fisso e quindi ineludibile ed inattaccabile ma come qualche cosa non solo di alieno (altro da sé, in cui il sé diventa declinazione sia di sé stessi che della comunità tutta) ma soprattutto di inutile.
Ma perché “resistenza”? Perché autonomia proletaria come resistenza comunitaria? E’ il caso di demolire un altro mito oramai logoro dell’area comunista italiana ovvero che esista una biunivocità fra rivoluzione e volontà rivoluzionaria. In sostanza non è altro che la sensazione che prima o poi attraversa tutti i compagni ovvero che basta essere comunisti o far parte di un collettivo o di una realtà comunista o anche semplicemente essere all’interno del movimento antagonista per vivere all’interno di un mondo rivoluzionario, più semplicemente essere dei rivoluzionari. È allora davvero il caso di dirlo bene una volta per tutte: nessuno di noi è un rivoluzionario, non c’è alcuna rivoluzione per il momento in atto o in potenza, non c’è alcun palazzo d’inverno da prendere nell’immediato futuro, questa non è un epoca rivoluzionaria. Si tratta sostanzialmente di una conseguenza del mito avanguardista di cui avevo già parlato nell’ultimo articolo; se difatti esiste un avanguardia allora esistono coloro che compongono l’avanguardia ed essi non possono dunque che essere rivoluzionari in quanto l’avanguardia non può che essere rivoluzionaria. Ma questa non è un epoca rivoluzionaria, non ci sono le condizioni nell’immediato per pensare ad alcuna rivoluzione nel Centro Capitalista e se non esiste alcuna rivoluzione allora non può esistere alcun rivoluzionario al pari del principio per cui se non hai delle scarpe da riparare allora non puoi essere un calzolaio e se non sai come coltivare la terra e non hai terra da coltivare allora non puoi essere e definirti un agricoltore. La rivoluzione non c’è, non sappiamo come farla e dunque non siamo rivoluzionari.
Ma allora cosa siamo? Siamo resistenti, perché questa è un epoca di resistenza, siamo coloro che debbono riprendere il discorso e tentare di ricominciare a portarlo avanti. Ma sia chiaro a tutti non siamo una avanguardia e non esiste alcuna avanguardia di resistenza. La resistenza si può pensare di farla e di trasformarla in qualche cosa di altro e di rivoluzionario solo all’interno di un tessuto comunitario ricostituito, all’interno di una logica di autonomia in cui si riunisca in atto il proletariato disperso ed assente. La resistenza non può che essere come il comunismo comunitaria. Autonomia proletaria per la resistenza comunitaria e viceversa. Diventa quindi chiaro perché si sia deciso di chiamare il nostro collettivo Comunità Proletarie Resistenti. Non è certo una qualifica che ci diamo o ci siamo dati autoincoronandoci avanguardia resistente di qualche cosa o portatori di un verbo di salvezza: Comunità Proletarie Resistenti vuol essere solo un auspicio, un virus appunto che vada diffondendosi spontaneamente attraverso un meccanismo di interconnessioni (un tessuto) creative. Questo è il momento di farlo, questo è il momento di spingere e di alzare un po’ più la voce, questo è il momento. Le elezioni ultime hanno sancito esplicitamente la fine di ogni differenza tra destra e sinistra istituzionali, la sinistra radicale istituzionale è stata e si è annientata ed ora è fuori dai palazzi alla ricerca di nuova verginità all’interno di un movimento che è fermo ed in agonia. Una agonia che dovremmo cominciare ad ammettere sembra irreversibile o troppo avanzata per tentare di rimettere a posto ciò che da troppo tempo non lo è più e continua a peggiorare. La crisi di legittimazione territoriale dei Centri Sociali, l’immobilismo autoreferenziale del movimento antagonista italiano (ma anche di quello buona parte del Centro Capitalista con le solite debite eccezioni che non è necessario stare a ripetere ancora una volta), la cacciata dalle istituzioni della sinistra radicale istituzionale, gli appelli lanciati negli ultimi tempi dopo le elezioni alla solita astratta e tardiva unità dei comunisti rappresentano per chi vuole parlare ed intendere come noi (e con noi) il concetto di autonomia proletaria, di resistenza comunitaria, di comunità, di ripresa del marxismo come scienza sociale, di ripensamento in genere del comunismo e dell’area comunista. C’è una grande confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente. Bene dunque ripartiamo, ripartiamo da zero, e facciamolo ora, queste sono le premesse, il lavoro fatto fino ad oggi è la nostra premessa.
Che fare? Se questa è la premessa, se questa è il nucleo, la struttura da cui partire e da realizzare, che cosa si deve fare per rendere tutto questo realizzabile? È chiaro infatti che è la prassi quotidiana, l’impegno personale e collettivo, le proposte concrete che rendono realizzabile o anche semplicemente verificabile una analisi; è il processo marxiano d’altronde ed anche il semplice buonsenso a ribadirlo.
Cosa propongono dunque le Comunità Proletarie Resistenti, cosa propone chi scrive in questa rivista? La risposta non c’è. Non c’è a questo punto alcun deus ex machina a mettere l’animo in pace di chi sta leggendo queste parole, non c’è il lieto fine o anche semplicemente la chiusura a questo articolo. Chi scrive non sta facendo un decalogo o un manifesto programmatico da esportare;
chi scrive in questa rivista, le Comunità Proletarie Resistenti tutte non sono in cerca di proseliti o di esecutori a cui far mettere in atto ciò che già è stato scritto. Come già detto noi non siamo una avanguardia, né rivoluzionaria né resistente. Non siamo qui a proporci come deus ex machina per tutta l’area comunista e per il movimento antagonista; questo articolo non sono le parole di un oratore da strillare sopra di un pulpito, questa è solo la nostra proposta. La proposta contiene in sé già la risposta alla domanda. Ricucire un tessuto comunitario, riprendere il discorso dell’autonomia, ricreare un blocco proletario resistente significa sostanzialmente uscire là fuori, scendere per le strade e cominciare a guardarsi intorno, abbandonare le mura tranquille e rassicuranti delle sedi partitiche, dei centri sociali, non aspettare più che qualcuno si faccia avanti ma andare a prendere le persone. Come si può farlo? Noi non lo sappiamo, noi navighiamo in mare aperto, cerchiamo e sperimentiamo ogni idea pratica, viviamo dei nostri fallimenti e delle nostre conferme e rimettiamo tutto in gioco. Non può esistere una risposta unica e valida per ogni realtà locale, non può esistere un modello unico di comunità aperta, non può esistere una parola d’ordine che racchiuda in sé ogni granello di quel proletariato polverizzato e anche se ci fosse non sarebbe e non è più compito nostro, compito di chi scrive ora, compito di chi scrive in questa rivista, compito delle Comunità Proletarie Resistenti starlo a dire. Siete voi che ora state leggendo a dovervi spremere le meningi, a fare i passi concreti adesso, a riappropriarvi in prima persona di quella volontà creatrice, a creare quella comunità aperta attiva e pensante, siete voi a dover creare le condizioni per creare quel virus che modifichi attivamente il sistema. Fino a che si continuerà ad aspettare le idee di qualcun altro, ad imitare le azioni e le lotte di altri e fino a che le idee continueranno ad essere tese verso l’autoalimentazione di quella piccola realtà, fino a che un idea una volta verificata sul campo si dimostrerà perdente e nonostante tutto si continuerà a riproporla costantemente senza cercare di nuovo e rimettere in moto un ciclo costante di analisi, teorizzazione e prassi allora tutte queste parole rimarranno lettera morta. Noi la nostra parte la stiamo facendo, non chiediamo a nessuno di seguirci né di applaudirci, non cerchiamo in altri compagni lodi o critiche, il nostro lavoro politico sul territorio è rivolto certamente verso i compagni ma soprattutto verso chi compagno non è, verso la gente comune, verso le loro difficoltà senza premesse o condizioni di adesione. L’adesione deve essere spontanea e frutto di una maturazione che ogni individuo coinvolto mette in moto attraverso il circolo virtuoso che le nostre proposte dovrebbero far partire.
Il momento è questo, ora, la gente è là fuori, non serve altro, non servono ricette. Volete anche voi una autonomia proletaria, volete delle comunità aperte resistenti? Allora chiudete questa rivista, alzatevi dalla sedia ed andatele a fare; noi lo stiamo già facendo.

Comunismo e Comunità N. 1