lunedì 27 settembre 2010

Marxismo come metodo scientifico!

Marxismo come metodo scientifico!






 Di Maurizio Neri 


Come metodo scientifico, d’analisi economica e sociale, il marxismo resta un ottimo strumento ma si è esaurito come ideologia rivoluzionaria. Questa sua “inattualità” è strettamente collegata alla “crisi d’identità” del soggetto politico-sociale-storico di riferimento: il proletariato!
Questo, pur continuando ad esistere come un insieme di classi sfruttate, disagiate e subalterne, si è socialmente e politicamente modificato ed alterato e non può più essere considerato “soggetto sociale” protagonista come veniva individuato in precedenza dall’ideologia marxista. Il proletariato ormai non “insegue” affatto una missione storica universale poiché ha perduto le sue caratteristiche rivoluzionarie.
Le cause di questo sono molte: prima fra tutte, l’estrema riduzione della classe operaia industriale (di fabbrica) causata dallo smantellamento di molte industrie e dalla robotizzazione ed automazione delle poche restanti (al nord), di contro, l’assenza di una classe operaia industriale vera e propria al sud.
Inoltre l’emergere di un capitalismo fluido e dinamico dove l’esistenza delle classi come soggetti definiti e autocoscienti è confusa dalla miriade di nuove forme di lavoro subalterno non classificabili in base alla distinzione tradizionale proletario-capitalista.
Il lavoro umano è stato espropriato, alienato e sfruttato dal capitalismo per imporre il suo dominio totalizzante.
All’interno del proletariato, inteso sociologicamente e non in senso puramente economico, è rimasto un vuoto ideologico provocato anche dallo “sprofondamento” in esso di altri ceti piccolo-borghesi impoveriti, regrediti ad una neo-condizione proletaria salariata o piccolo-autonoma, resa fluida e intricata dall’emersione delle tipologie contrattuali precarie, a carattere parasubordinato o falso-autonomo.

È un risultato tipico delle folli contraddizioni del modo di produzione capitalistico il fatto che l’enorme aumento di produttività ottenuto grazie alla “rivoluzione microelettronica” non renda possibile un buon livello di vita per tutti. Al contrario: il lavoro viene compresso, i ritmi di lavoro accelerati e le prestazioni intensificate. Dappertutto nel mondo sempre più persone devono vendersi alle peggiori condizioni affinché la loro forza-lavoro possa venir sempre di nuovo valorizzata
rispetto al livello di produttività vigente.
Alle contraddizioni del capitalismo appartiene però anche che esso stesso mina i propri fondamenti, poiché una società che si basa sullo sfruttamento della forza-lavoro umana incontra i propri limiti strutturali quando essa rende superflua in sempre più crescente misura
questa stessa forza-lavoro

Il conflitto tra classi non è scomparso ma si è modificato. Da veicolo potenziale di trasformazione sociale, legato ad una classe sfruttata che, attraverso uno sconvolgimento politico radicale (rivoluzione-presa del potere) avrebbe cambiato i rapporti di produzione, a “lotta” per la sussistenza e difesa dei bisogni primari immediati in una logica alterata dalla permanente guerra tra poveri incrementata fra l’altro dallo scontro strumentalizzato dalle classi dominanti tra lavoro autoctono e manodopera immigrata.

Senza dubbio alcuno, tutto ciò vuol dire che il ritorno dei comunisti nella realtà quotidiana della classe, in tutte le sue sfaccettature, si è fatto più difficile, eppure questo ritorno, con l’emergere della crisi attuale, è diventato una questione impellente. Per quanto difficile esso sia, comunque, un’alternativa non c’è.
La scelta obbligata non mi pare però priva di prospettive. Non troppo tempo prima dell’inizio della crisi si poteva già notare un’evidente ripresa di lotte, in modo più radicale in Europa, e di rivolte i cui protagonisti, uomini e donne, si relazionavano in forma solidale, sviluppavano modi di intervento egualitari, e rifiutavano sempre più radicalmente di pagare il costo sociale della crisi.

La lotta di classe, originariamente rivoluzionaria e potenzialmente portatrice di un nuovo ordine sociale, è stata canonizzata come parte integrante del sistema e quindi incorporata, assorbita, ma contemporaneamente “spogliata”, da ogni finalità rivoluzionaria delle origini! Dimesso il suo ruolo storico rivoluzionario di classe, il marxismo può e deve rimanere metodo di lettura del reale e delle contraddizioni sociali caratterizzanti la contemporaneità. Pensare la rivoluzione oggi, implica il superamento di ogni visione deterministica e la rimessa in discussione radicale degli strumenti e delle forze potenzialmente inclini alla trasformazione sociale.
I vari strati che compongono il proletariato odierno hanno una visione strettamente “categoriale” e non di classe e spesso entra in funzione addirittura una forma di antagonismo interno fra i nuovi soggetti del mondo salariato. Impossibile, in tale contesto, creare i presupposti di comuni interessi materiali ed ideologici in previsione di una unità politica futura.
Una lotta rivoluzionaria non può assumere un aspetto unicamente “rivendicativo” ed “economico” pena la totale impotenza di fronte al sistema economico ed ideologico dominante.

L’errore di fondo compiuto dai denigratori della lotta di classe e dagli apologeti fuori tempo massimo è il medesimo : sovrapporre ed identificare nella sola classe operaia la classe motrice della lotta quindi finita l’una deve finire anche l’altra.
Non è mai stato così, in realtà. L’aver fatto coincidere classe operaia e lotta di classe è stato un errore allora e lo è ancora di più oggi, se si vuole usare questa sovrapposizione per buttare il “bambino con l’acqua sporca”.
L’operaismo italiano ed europeo è il grande responsabile di questo gigantesco equivoco che perdura ancora oggi e che consente ai teorici del liberalismo economico e sociale di cantare vittoria e di liquidare ogni possibilità di lotta di classe.
Quindi il problema oggi come ieri, è definire la classe, alla luce dei mutamenti intercorsi in questi ultimi 30 anni e capire che le nuove forme di lavoro, l’impoverimento del ceto medio, o la sua proletarizzazione, la concentrazione del potere economico e della ricchezza in fasce sempre più ristrette della popolazione, non fanno che aumentare anziché diminuire l’importanza degli interessi contrapposti.
Certo, ci si obietterà che non c’è assolutamente nessuna coscienza di classe in questo nuovo
“ agglomerato sociale” ed è vero, che non c’è nessuna autocoscienza di sé in quanto soggetto sociale, verissimo…., che la disgregazione atomistica imposta dal consumismo e dall’edonismo hanno distrutto ogni vincolo “solidaristico” tra chi è nelle stesse condizioni di “dominato” ed è altrettanto vero.
Ma ci chiediamo se questo basti ad eliminare del tutto la lotta di classe, quando le ragioni di questa lotta sono sempre più evidenti ogni giorno che passa.
Ci chiediamo anche se si sia dato troppo credito e ascolto a chi ha voluto fortemente liquidare insieme al “socialismo reale” anche le ragioni degli oppressi come se le due cose non fossero attualmente diverse e non necessariamente correlate.
Noi pensiamo che non si possa né si debba concedere questo favore a chi detiene culturalmente, politicamente e socialmente le leve del comando e che sia ora di ricominciare a riflettere nuovamente ma con strumenti culturali diversi sulla lotta di classe, evitando, ben inteso, ogni superficiale analisi auto consolatoria.

Una vera lotta anticapitalista non può cadere nelle contingenze di mera reazione “economicistica” agli effetti pur deleteri e negativi sulle classi subalterne, di una crisi economica come quella che stiamo attualmente vivendo. E’ necessario, al contrario, impostare la lotta riappropriandosi di una pratica comunitaria aggregativa che sappia unificare critica economica, culturale ed esistenziale in una prassi coerente con i fini della realizzazione di un ordine sociale fondato sul bene comune e sulla giustizia.

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