Visualizzazione post con etichetta Costanzo Preve. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Costanzo Preve. Mostra tutti i post

venerdì 5 aprile 2013

Se il capitalismo diventa di sinistra

 
 
Diego Fusaro
 
Sul fatto che alle elezioni la sinistra, a ogni latitudine e a ogni gradazione, sia andata incontro all’ennesima sonante sconfitta, non v’è dubbio e, di più, sarebbe una perdita di tempo ricordarlo, magari con documentatissimi grafici di riferimento. Più interessante, per uno sguardo filosoficamente educato, è invece ragionare sui motivi di questa catastrofe annunciata. E i motivi non sono congiunturali né occasionali, ma rispondono a una precisa e profonda logica di sviluppo del capitalismo quale si è venuto strutturalmente ridefinendo negli ultimi quarant’anni. Ne individuerei la scena originaria nel Sessantotto e nell’arcipelago di eventi ad esso legati. In sintesi, il Sessantotto è stato un grandioso evento di contestazione rivolto contro la borghesia e non contro il capitalismo e, per ciò stesso, ha spianato la strada all’odierno capitalismo, che di borghese non ha più nulla: non ha più la grande cultura borghese, né quella sfera valoriale che in forza di tale cultura non era completamente mercificabile.

Non vi è qui lo spazio per approfondire, come sarebbe necessario, questo tema, per il quale mi permetto, tuttavia, di rimandare al mio Minima mercatalia. Filosofia e capitalismo (Bompiani, 2012). Comunque, per capire a fondo questa dinamica di imposizione antiborghese del capitalismo, e dunque per risolvere l’enigma dell’odierna sinistra, basta prestare attenzione alla sostituzione, avviatasi con il Sessantotto, del rivoluzionario con il dissidente: il primo lotta per superare il capitalismo, il secondo per essere più libero individualmente all’interno del capitalismo. Tale sostituzione dà luogo al piano inclinato che porta all’odierna condizione paradossale in cui il diritto allo spinello, al sesso libero e al matrimonio omosessuale viene concepito come maggiormente emancipativo rispetto a ogni presa di posizione contro i crimini che il mercato non smette di perpetrare impunemente, contro gli stermini coloniali e contro le guerre che continuano a essere presentate ipocritamente come missioni di pace (Kosovo 1999, Iraq 2003 e Libia 2011, giusto per ricordare quelle più vicine a noi, avvenute sempre con il pieno sostegno della sinistra).

Dal Sessantotto, la sinistra promuove la stessa logica culturale antiborghese del capitalismo, tramite sempre nuove crociate contro la famiglia, lo Stato, la religione e l’eticità borghese. Ad esempio, la difesa delle coppie omosessuali da parte della sinistra non ha il proprio baricentro nel giusto e legittimo riconoscimento dei diritti civili degli individui, bensì nella palese avversione nei confronti della famiglia tradizionale e, più in generale, della normalità borghese. Si pensi, ancora, alla distruzione pianificata del liceo e dell’università, tramite quelle riforme interscambiabili di governi di destra e di sinistra che, distruggendo le acquisizioni della benemerita riforma della scuola di Giovanni Gentile del 1923, hanno conformato – sempre in nome del progresso e del superamento delle antiquate forme borghesi – l’istruzione al paradigma dell’azienda e dell’impresa (debiti e crediti, presidi managers, ecc.).

Il principio dell’odierno capitalismo postborghese è pienamente sessantottesco e, dunque, di sinistra: vietato vietare, godimento illimitato, non esiste l’autorità, ecc. Il capitalismo, infatti, si regge oggi sulla nuda estensione illimitata della merce a ogni sfera simbolica e reale (è questo ciò che pudicamente chiamiamo “globalizzazione”!). “Capitale umano”, debiti e crediti nelle scuole, “azienda Italia”, “investimenti affettivi”, e mille altre espressioni simili rivelano la colonizzazione totale dell’immaginario da parte delle logiche del capitalismo odierno. Lo definirei capitalismo edipico: ucciso nel Sessantotto il padre (l’autorità, la legge, la misura, ossia la cultura borghese), domina su tutto il giro d’orizzonte il godimento illimitato. Se Mozart e Goethe erano soggetti borghesi, e Fichte, Hegel e Marx erano addirittura borghesi anticapitalisti, oggi abbiamo personaggi capitalisti e non borghesi (Berlusconi) o antiborghesi ultracapitalisti (Vendola, Luxuria, Bersani, ecc.): questi ultimi sono i vettori principali della dinamica di espansione capitalistica. La loro lotta contro la cultura borghese è la lotta stessa del capitalismo che deve liberarsi dagli ultimi retaggi etici, religiosi e culturali in grado di frenarlo.

Dalla sinistra che lotta contro il capitalismo per l’emancipazione di tutti si passa così, fin troppo disinvoltamente, alla sinistra che lotta per la legalità, per la questione morale, per il rispetto delle regole (capitalistiche!), per il diritto di ciascuno di scolpire un sé unico e inimitabile: da Carlo Marx a Roberto Saviano. È certo vero che Berlusconi è il Sessantotto realizzato, come ha ben mostrato Mario Perniola in un suo aureo libretto: la legge non esiste, vi è solo il godimento illimitato che si erge a unica legge possibile. Ma sarebbe un errore imperdonabile credere che il capitalismo sia di destra. Lo era al tempo dell’imperialismo e del colonialismo. Oggi il capitalismo è il totalitarismo realizzato (a tal punto che quasi non ci accorgiamo nemmeno più della sua esistenza) e, in quanto fenomeno “totalizzante”, occupa l’intero scacchiere politico. Più precisamente, si riproduce a destra in economia (liberalizzazione selvaggia, privatizzazione oscena, sempre in nome del teologumeno “ce lo chiede l’Europa”), al centro in politica (sparendo le ali estreme, restano solo interscambiabili partiti di centro-destra e di centro-sinistra), a sinistra nella cultura. Sì, avete capito bene: a sinistra nella cultura. Dal Sessantotto in poi, la cultura antiborghese in cui la sinistra si identifica è la sovrastruttura stessa del capitalismo postborghese: il quale deve rimuovere la borghesia e lasciare che a sopravvivere sia solo la già ricordata dinamica di estensione illimitata della forma merce (essa stessa incompatibile con la grande cultura borghese). Di qui le forme culturali più tipiche della sinistra: relativismo, nichilismo, scetticismo, proceduralismo, pensiero debole, odio conclamato per Marx e Hegel, elogio incondizionato del pensiero della differenza di Deleuze, ecc.

In questo timbro “totalizzante” risiede il tratto principale dell’ormai avvenuta estinzione dell’antitesi tra destra e sinistra, due opposti che oggi esprimono in forme diverse la stessa visione del mondo, duplicando tautologicamente l’esistente. Negli ultimi “trent’anni ingloriosi”, il capitale e le sue selvagge politiche neoliberali, all’insegna della perdita dei diritti del lavoro e della privatizzazione sfrenata, si sono imposti con uguale forza in presenza di governi ora di centro-destra, ora di centro-sinistra (Mitterand in Francia, Blair in Inghilterra, D’Alema in Italia, ecc.). Di conseguenza, l’antitesi tra destra e sinistra esiste oggi solo virtualmente come protesi ideologica per manipolare il consenso e addomesticarlo in senso capitalistico.

Destra e sinistra esprimono in forme diverse lo stesso contenuto e, in questo modo, rendono possibile l’esercizio di una scelta manipolata, in cui le due parti in causa, perfettamente interscambiabili, alimentano l’idea della possibile alternativa, di fatto inesistente. Vi è, a questo proposito, un inquietante intreccio tra i due apoftegmi attualmente più in voga presso i politici – “non esistono alternative” e “lo chiede il mercato” –, intreccio che rivela, una volta di più, l’integrale rinuncia, da parte della politica, a operare concretamente in vista della trasformazione di un mondo aprioristicamente sancito immodificabile.

Il paradosso sta nel fatto che la sinistra oggi, per un verso, ha ereditato il giacimento di consensi inerziali di legittimazione proprio della valenza oppositiva dell’ormai defunto partito comunista e, per un altro verso, li impiega puntualmente in vista del traghettamento della generazione comunista degli anni Sessanta e Settanta verso una graduale “acculturazione” (laicista, relativista, individualista e sempre pronta a difendere la teologia interventistica dei diritti umani) funzionale al capitalismo globalizzato. Il quotidiano “La Repubblica” è la sede privilegiata di questo processo in cui si consuma questa oscena complicità di sinistra e capitalismo. I molteplici rinnegati, pentiti e ultimi uomini che popolano le fila della sinistra si trovano improvvisamente privi di ogni sorta di legittimazione storica e politica, ma ancora dotati di un seguito identitario inerziale da sfruttare come risorsa di mobilitazione. Per questo, la sinistra continua inflessibilmente a coltivare forme liturgiche ereditate dalla fede ideologica precedente nell’atto stesso con cui abdica completamente rispetto al proprio originario “spirito di scissione” (la formula è del grande Antonio Gramsci), aderendo alle logiche del capitale in forme sempre più grossolane. È di Bersani la frase, pronunciata in campagna elettorale, “i mercati non hanno nulla da temere dal PD”: frase pleonastica, perché esprime ciò che già tutti sapevamo, ma che è rilevante, perché ben adombra come la sinistra continui indefessamente a lavorare per il re di Prussia, il capitalismo gauchiste.

Lungo il piano inclinato che porta dalla nobile figura di Antonio Gramsci a personaggi come Massimo D’Alema o Vladimir Luxuria si è venuto consumando il tragicomico transito dalla passione trasformatrice al disincanto cinico – tipico della generazione dei pentiti del Sessantotto, la più sciagurata dal tempo dei Sumeri ad oggi – fondato sulla consapevolezza della morte di Dio, con annessa riconciliazione con l’ordo capitalistico. Con i versi di Shakespeare: “orribile più di quello delle erbacce è l’odore dei gigli sfioriti” (lilies that fester smell far worse than weeds). E questi gigli sono effettivamente sfioriti: sono l’incarnazione di quello che Nietzsche chiamava l’“ultimo uomo”. L’ultimo uomo sa che Dio è morto e che per ciò stesso tutto è possibile: perfino aderire al capitalismo e bombardare il Kosovo o la Libia.

È, del resto, solo in questo scenario che si comprende il senso profondo della dinamica, oggi trionfante, della personalizzazione esasperata della polemica con l’avversario. L’antiberlusconismo, con cui la sinistra ha identificato il proprio pensiero e la propria azione negli ultimi vent’anni, ne rappresenta l’esempio insuperato. La personalizzazione dei problemi, infatti, si rivela sempre funzionale all’abbandono dell’analisi strutturale delle contraddizioni, ed è solo in questa prospettiva che si spiega in che senso l’antiberlusconismo sia stato, per sua essenza, un fenomeno di oscuramento integrale della comprensione dei rapporti sociali. L’antiberlusconismo ha permesso alla sinistra di riciclarsi, ossia di passare dall’opposizione operativa al capitalismo all’adesione alle logiche neoliberali, difendendo l’ordine, la legalità (capitalistica) e le regole (anch’essere capitalistiche). L’antiberlusconismo ha indotto l’opinione pubblica a pensare che il vero problema fossero sempre e solo il “conflitto di interessi” e le volgarità esistenziali di un singolo individuo e non l’inflessibile erosione dei diritti sociali (tramite anche le forme contrattuali più spregevoli, che rendono a tempo determinato la vita stessa) e la subordinazione geopolitica, militare e culturale dell’Italia agli Stati Uniti.

Ingiustizia, miseria e storture d’ogni sorta hanno così cessato di essere intese per quello che effettivamente sono, ossia per fisiologici prodotti del cosmo a morfologia capitalistica, e hanno preso a essere concepite come conseguenze dell’agire irresponsabile di un singolo individuo. Per questa via, la politica della sinistra – con Voltaire, “mi ripeterò finché non sarò capito” – non ha più avuto quale referente polemico il sistema della produzione e dello scambio – ritenuto anzi incondizionatamente buono o, comunque, intrascendibile –, bensì l’irresponsabilità di una persona che, senza morale e senza onestà, ha inficiato il funzionamento di una realtà sociale e politica di per sé non contraddittoria.

La politica ridotta al tragicomico teatro identitario dell’opposizione tra berlusconiani e antiberlusconiani ha permesso di far passare inosservato lo scolpirsi del nuovo profilo di una sinistra che – nel nome della questione morale e nell’oblio di quella sociale – ha abdicato rispetto alla propria opposizione agli orrori che il capitalismo non ha cessato di generare. È in questo senso che l’antiberlusconismo rivela la sua natura anche più indecente, se mai è possibile, dello stesso berlusconismo.  In questo risiede la natura tragica, ma non seria dell’odierna sinistra, fronte avanzato della modernizzazione capitalistica che sta distruggendo la vita umana e il pianeta. La sinistra è il problema e, insieme, si pensa come la soluzione. Il primo passo da compiere per riprendere il perseguimento del programma marxiano dell’emancipazione di tutti dal capitalistico regno animale dello spirito consiste, pertanto, nell’abbandono incondizionato della sinistra e, anzi, della stessa dicotomia destra-sinistra. Tutto il resto è chiacchiera d’intrattenimento o, avrebbe detto Marx, “ideologia”.

martedì 31 luglio 2012

Dell'inutilità in tutti gli ambiti della vita culturale, politica e sociale

 

Intervista di Luigi Tedeschi a Costanzo Preve

(Tedeschi) L’avanzare e il perdurare della crisi economica europea, sta progressivamente destrutturando la società. La recessione e i decrementi del Pil hanno determinato la fuoriuscita dalla produzione di rilevanti quote di manodopera dal sistema produttivo. Si allargano a macchia d’olio la disoccupazione, la sottoccupazione, il precariato, il lavoro nero. Soprattutto, l’ingresso nel mondo del lavoro dei giovani è diventato assai difficoltoso. La nostra società diviene sempre più decadente, per il venir meno del ricambio generazionale e la mobilità sociale. La liberalizzazione dell’economia, dei costumi, della cultura di massa, quali fenomeni scaturiti dall’avvento della globalizzazione, si rivelano miti virtuali, destinati ad essere smentiti dal disfacimento degli equilibri sociali provocato dalla crisi incombente. Se volessimo elaborare un bilancio del primo decennio del XXI° secolo, dovremmo rilevare che l’avvento della società globalizzata ha avuto solo la funzione di distruggere l’eredità sociale e culturale del ‘900, dato che i nuovi orizzonti, le nuove opportunità, le grandi sfide del nuovo secolo, si sono rivelate elementi di una strategia di ascesa al potere di una nuova elitaria classe dominante del mondo finanziario a discapito della masse sempre più escluse dai processi produttivi. L’emarginazione sociale coinvolge interi popoli; esclusione ed emarginazione sono fenomeni conseguenti al tramonto di un sistema economico basato sulla produzione e di una società fondata su equilibri ispirati al solidarismo interclassista. La fuoriuscita dal mondo del lavoro determina negli individui un senso di inutilità esistenziale, di estraneazione sociale, che conduce alla perdita della autostima di se stessi, ad un non senso della propria individualità, ormai non più compatibile con le prospettive di sviluppo di una società elitaria, basata sulla generalizzata esclusione delle masse non più integrabili nei processi evolutivi della società globalizzata. La coscienza della inutilità è coeva quindi alla defunzionalizzazione produttiva. Tale condizione umana riflette quindi la struttura fondamentale dei rapporti sociali nella società capitalista. L’individuo ha coscienza di sé in quanto svolge un ruolo produttivo nel contesto economico, altrimenti la sua vita è condannata alla emarginazione, alla stregua di un prodotto obsoleto e quindi privo di valore economico. La funzione produttiva e il ruolo consumistico sono le sostanziali fonti di riconoscimento nella società capitalista. Dobbiamo allora credere che è il mercato, con i suoi rialzi e ribassi a dare senso alla vita di ognuno. Il lavoro è merce di scambio in un mercato che si evolve in una prospettiva selettiva di progressiva esclusione dei lavoratori dalla produzione, mai di espansione. La disoccupazione diffusa è però un fenomeno che rivela la sottoutilizzazione di risorse umane disponibili. Il paradosso dell’economia liberista è proprio questo: l’attuale capitalismo genera recessione per la propria incapacità di allocazione e razionalizzazione della risorse produttive disponibili.

(Preve) Sono veramente felice che tu abbia scelto come concetto principale di questa nostra conversazione (destinata probabilmente a chiudere il secondo volume della raccolta delle nostre conversazioni, che risalgono alla fine del 2003) il tema della “inutilità”, per meglio dire il tema della sensazione del crescente aumento dell’ “inutilità” in tutti gli ambiti della vita culturale, politica e sociale. Sulla base degli stimoli delle tue considerazioni svolgerò alcune autonome riflessioni. In primo luogo, utilizzando la concezione hegeliana del rovesciamento dialettico di una costellazione teorico-pratica nel suo contrario complementare, possiamo ipotizzare che l’inutilità sia il coronamento temporale dello sviluppo dell’utilitarismo individualistico, messo a punto per la prima volta da Smith e Hume nella seconda meta del Settecento scozzese-inglese. Ma come è possibile che l’inutilità sia il coronamento temporale dialettico del suo contrario, e cioè dell’utilitarismo? Nulla di più semplice, se si è abituati all’applicazione del pensiero dialettico. Il cuore dell’utilitarismo è l’autofondazione del meccanismo riproduttivo globale del mercato capitalistico su se stesso, togliendo di mezzo le tre fondazioni tradizionali della filosofia politica, l’esistenza di Dio (non importa se cattolica, protestante o ortodossa variamente secolarizzata e già da tempo privata di ogni promessa messianica), il contratto sociale (non importa se nella forma di “destra” di Hobbes, di “centro” di Locke o di “sinistra” di Rousseau (mi scuso con il lettore intelligente per avere usato queste improprie categorie, da lasciare a Bersani, Casini ed Alfano), ed infine il diritto naturale, concetto che rimanda pur sempre alla natura umana comunitaria associata come principio di legittimazione filosofica di ultima istanza. Con l’utilitarismo di Hume e di Smith, curiosa ed a suo modo geniale ed originale mescolanza di empirismo e di scetticismo, il mercato capitalistico si autofonda sulla propensione allo scambio ed alla mercificazione universale. A distanza di più di due secoli, siamo in grado ormai di fare un vero bilancio storico-filosofico serio, che presuppone probabilmente il raggio temporale minimo di duecento anni, possiamo dire che il principio dell’utilità generale si è rovesciato nella sensazione diffusa ed inquietante della inutilità generale. Siamo arrivati ad avere popoli inutili, generazioni inutili, e più in generale alla sensazione che non vale neppure più la pena argomentare, svelare, dimostrare, eccetera, perchè di fronte allo spread ed al “giudizio dei mercati” ogni discorso sensato appare inutile. Già Hegel aveva a suo tempo rilevato che 1’ateismo non consisteva nella negazione formale, materiale e “cosale” di Dio, ma nella perdita di interesse verso la verità. Ai suoi tempi, però, questa diagnosi infausta era prematura, perchè l’interesse verso la verità comunitario-sociale (l’unica esistente, il resto essendo certezza, esattezza, veridicità, corrispondenza, eccetera), sia pure deformata dal suo uso ideologico, avrebbe avuto ancora un secolo e mezzo davanti a sé, il secolo e mezzo della civiltà borghese e della sua volonterosa ma inefficace contestazione proletaria. Al tempo di Hegel era impensabile che, appena aperta la televisione per le ultime notizie, la prima frase gridata dal mezzobusto lottizzato fosse “i mercati sono euforici”, oppure “i mercati sono nervosi”. Di fronte a questa quotidiana realtà, alienata ed antropomorfizzata insieme, Kafka appare un sobrio epistemologo popperiano. In secondo luogo, tu suggerisci un tema che dovrebbe interessare i sociologi e gli storici per i prossimi cento anni, e cioè che si sta formando a livello globale una nuova elitaria classe dominante del mondo finanziario a discapito delle masse sempre più escluse dai processi produttivi. In proposito, sfugge agli analisti universitari (anche i ceti universitari, gonfiati sproporzionatamente negli ultimi decenni per “assorbire” i miserabili contestatori sessantottini, sono in preda al processo di inutilità e decadenza) che questa nuova classe in formazione non è più la vecchia borghesia, sulla cui definizione multiforme erano “tarati” i concetti del pensiero politico degli ultimi due secoli. Siamo di fronte ad una vera e propria novità storica, in linguaggio hegeliano una nuova epoca di “gestazione e di trapasso”. Il vecchio apparato concettuale non serve più, ma i ceti universitari delle facoltà di filosofia e scienze sociali (non parlo qui di facoltà più serie come biologia, medicina ed ingegneria) sono ormai dei cani da guardia destinati ad impedire lo sviluppo di una nuova concettualizzazione, essendo appunto “pagati” per parlare solo di olocausto, diritti umani, dittatori baffuti e barbuti e legittimazione dei riti elettorali svuotati di ogni residua sovranità. Essi non possono impedire lo sviluppo di una nuova necessaria concettualizzazione, ma possono ritardarla, intorbidire le acque, concionare su concetti vuoti come “qualunquismo” o meglio ancora “populismo”, eccetera. In terzo luogo, infine, la sensazione di inutilità, che ha come sua base strutturale ovviamente la “superfluità” demografica della forza-lavoro valorizzabile dal capitale finanziario, si ripercuote inevitabilmente nella sensazione di inutilità e di superfluità dell’argomentazione filosofica e culturale. Il divorzio fra realtà e “virtualità”, infatti, c’è sempre stato, ma oggi sta raggiungendo vertici da record. Il cattolico Formigoni si tuffa da yacths di speculatori milionari, derubricati ad “amici privati”, il banchiere Monti regna in nome della limitazione dello spread, e la “cassetta delle menzogne” (idest la televisione) ha trasformato i sionisti in campioni della democrazia, l’esemplare Siria di Assad in regno hitleriano di un feroce dittatore, e non è un caso che il fenomeno di Beppe Grillo, battezzato sfrontatamente come “populismo”, sia in realtà sintomo evidente di disperazione politica. Piuttosto di questi politici e di questi economisti, meglio un attore, ma sarebbero ancora meglio degli scimpanzè e degli oranghi. E’ infatti assolutamente insensato pensare che una società possa riprodursi sulla base del mercato, con i suoi rialzi ed i suoi ribassi, eretto ad unico criterio della sensatezza globale. A chi rivolgersi? Ratzinger predica bene, fa riferimento alla filosofia aristotelica della natura umana (la migliore mai prodotta), ma continua a prendersela con lo spettro del comunismo, nel frattempo defunto da almeno un ventennio, ed a avallare il peggio del politicamente corretto in circolazione. Il Dalai Lama, erroneamente spacciato per “guida spirituale”, agisce scopertamente come un agente USA anti-cinese, e tutti fingono che sia soltanto l’eterna incarnazione della saggezza orientale. Il giornale “La Repubblica” ed il suo laicismo azionista al servizio delle oligarchie bancarie ha sciaguratamente forgiato un’intera generazione di semicolti subalterni, maggioritari in quella patetica nicchia sociale dei laureati recenti, dei prof di scuola secondaria e dei ceti universitari autoreferenziali, di fronte a cui le plebi di Padre Pio appaiano per contrasto un gruppo di pensosi intellettuali illuministi.  Ma, evidentemente, il discorso è appena incominciato.

(Tedeschi) Il mercato globale si è affermato attraverso il dominio del mercato finanziario sulla economia produttiva: la crescita economica non è la sua ragion d’essere né tantomeno il suo fine ultimo. In tale contesto, lo sviluppo produttivo si manifesta nei tempi e nei luoghi determinati dalle strategie della speculazione finanziaria. Quindi esso è di per sé un fenomeno indotto, momentaneo e precario, a cui poi fanno riscontro crisi e sottosviluppo non risolvibili secondo i canoni delle dottrine economiche novecentesche. Le stesse crisi, non hanno la loro causa nei cicli economici ricorrenti, ma semmai nelle bolle finanziarie ricorrenti, in eventi cioè estranei alle dinamiche della produzione. La globalizzazione ha prodotto insieme ai mercati globali, anche problemi e crisi globali, data l’interconnessione tra le economie e i mercati di tutto il mondo. La attuale crisi sistemica ha generato decrementi di produzione e di consumo assai rilevanti, decrescita degli investimenti e rarefazione della liquidità. Certo è che la fine del welfare, il lavoro precario, le delocalizzazioni produttive, hanno profondamente inciso sulle capacità di consumo e di risparmio delle masse. Pertanto, nel prossimo futuro sarà di attualità il problema della esistenza di masse non più utilizzabili nella produzione e non più dotate di capacità di consumo. La condizione di inutilità degli individui si va estendendo alle masse globali di lavoratori - consumatori obsoleti e destinati alla rottamazione. Tale problematica è esposta nel libro di M. Della Luna “Oligarchia per popoli superflui, Koiné Nuove Edizioni 2010”. Infatti, mentre nei secoli passati l’incremento della popolazione era incentivato dai sovrani di stati che necessitavano di soldati, agricoltori e cittadini produttori che pagassero imposte, oggi, l’aumento della popolazione mondiale, unito alla recessione produttiva e al decremento delle risorse naturali, ha creato una nuova categoria antropologica: quella dei popoli superflui. Superflui perché non integrabili nel sistema economico e bisognosi di mezzi di sostentamento, in tempi di destrutturazione dello stato sociale. Al di là delle ipotesi catastrofiste (per fortuna poco praticabili), quali quelle di guerre nucleari o epidemie provocate allo scopo di decrementare la popolazione mondiale, altre soluzioni mi sembrano credibili. E’ infatti ipotizzabile l’erogazione pubblica di sussidi minimi di sostentamento per assicurare, assieme alla sopravvivenza materiale delle masse, anche quella del mercato, garantendogli un adeguato livello di consumi. In tale tragico scenario, gran parte dell’umanità vivrebbe in una condizione di dipendenze economico - esistenziale assimilabile alla schiavitù. Ma la situazione descritta sarebbe possibile qualora si prestasse fede al dogma liberista della autoreferenza totalitaria della economia capitalista. Masse asservite e ridotte alla condizione di perpetua, emergenziale sopravvivenza, sono incapaci di rivoluzioni, qualora le cause dei fenomeni rivoluzionari fossero solo di ordine economico. Al contrario, i motivi del mancato riconoscimento sociale, e della ribellione verso un ordine costituito perché moralmente ingiusto, sono di ordine politico - sociale, perché nascono dalla volontà comune di partecipazione politica e dalla visione (magari utopica), di una diversa strutturazione della società che sia in grado di sviluppare risorse, onde creare una più equa e diffusa ripartizione della ricchezza. La crisi della attuale liberaldemocrazia di ispirazione anglosassone è quella di un ordine che non può e non vuole sviluppare risorse, perché il suo scopo ultimo è quello si preservare un sistema finanziario di per sé condannato al fallimento. 



(Preve)Tu ti poni una domanda inquietante: la gente oggi è diventata incapace di rivoluzioni? Fai anche l’ipotesi, da prendere certamente in considerazione, che questa radicale incapacità trasformatrice (non importa se riformista o rivoluzionaria) possa essere dovuta non certo ad una salarializzazione spinta della società, ma proprio al suo contrario, la generalizzazione di sussidi minimi di sopravvivenza per mantenere da un lato la pace sociale, dall’altro livelli sufficienti di consumo, sia pure parassitario. Lo storico Eric Hobsbawm, nato nel 1917, ha ormai 95 anni. Intervistato da un miliardario sionista italiano, giornalista per snobismo e per diletto, che gli chiede con una punta di malignità se sia ancora “comunista”, Hobsbawn risponde: “Il comunismo non esiste più. Sono leale alla speranza di una rivoluzione anche se non credo che succederà più. Non so se basta per essere comunista, io sono marxista perchè penso che non ci sarà stabilità finchè il capitalismo non si trasformerà in qualcosa di irriconoscibile dal capitalismo che conosciamo oggi. E sono leale alla memoria in quello che ho creduto e che fu un grande movimento anche in Italia” (cfr. La Stampa, 1/7/12). A proposito del fatto che il comunismo non esiste più mi permetto una serie di brevi considerazioni. Il modello politico-sociale del comunismo storico novecentesco realmente esistito (il cosiddetto “socialismo reale”) non esiste veramente più, ed è crollato per ragioni assolutamente endogene (un pò come il regime signorile feudale in Europa), demolito da una maestosa e feroce controrivoluzione occidentalistica dei nuovi ceti medi “socialisti”, che hanno però finito con il consegnare l’intero potere economico ad una casta di baroni-ladri. Il comunismo storico novecentesco è stato l’espressione di una sorta di democrazia plebeo-totalitaria (l’ossimoro è voluto, perchè indica una contraddizione oggettiva) di operai di fabbrica e di contadini poveri, due gruppi sociali ad egemonia complessiva a scadenza breve, come gli yoghurt. I gruppetti politici comunisti residuali negli attuali paesi capitalistici, senza praticamente alcuna eccezione, non sono più gruppi rivoluzionari a legittimazione marxista, ma sono residui sociologici inseriti nella dicotomia Sinistra/Destra, e per ciò stesso del tutto incapaci di affrontare una fase storica nuova in cui la dicotomia Sinistra/Destra ha perso ogni significato. Il “comunismo ideale eterno”, per usare un termine di Giambattista Vico, non è finito perchè esprime una ricerca comunitaria di verità e di giustizia sociale di tipo non storico ma metastorico. Non era questo ovviamente che pensava Marx, che avrebbe respinto con disprezzo ed irrisione questa formulazione, in quanto Marx pensava che il comunismo fosse un prodotto processuale immanente allo stesso sviluppo del modo di produzione capitalistico. In termini popperiani, questa legittima e ragionevolissima ipotesi scientifica è stata smentita nell’ultimo secolo e mezzo, e mi sembra disonesto non riconoscerlo apertamente. L’espressione di Hobsbawn, “essere leali alla speranza di una rivoluzione” mi sembra affascinante, ed io la adotto interamente. A differenza di Hobsbawn, io penso invece che avverrà, ma probabilmente non in tempi storici vicini, in quanto devono maturare delle condizioni globali ancora largamente immature. Esiste un blog in Italia denominato “sollevazione”, critico dell’euro e del governo Monti, che incita ad una sollevazione popolare sulla base della rivendicazione di un profilo commista di estrema sinistra. Nonostante le ottime intenzioni soggettive di costoro, molto migliori dei semplici fiancheggiatori del sistema politico, resta dura a morire l’idea della sollevazione di estrema sinistra, un’idea ricalcata sulla base dell’analogia con un periodo storico trascorso. La difficoltà nel “pensare” la rivoluzione anticapitalistica che pur sarebbe necessaria sta nel fatto che la globalizzazione per ora consente solo fenomeni storici “locali”, che possono anche abbattere governi dispotici precedenti, ma che poi restano inseriti, incastrati ed ingabbiati nel sistema economico internazionale, che agisce in funzione di ricatto permanente. E’ questa impensabilità che fa da sottofondo allo scetticismo di Hobsbawrn. L’utopia si concretizza soltanto attraverso una prospettiva, ed è appunto l’impensabilità della prospettiva il principale fattore del senso di inutilità così diffuso. Predicare astrattamente contro l’inutilità diventerà così inutile come l’inutilità stessa fino a quando non saranno finalmente visibili socialmente passi in avanti nella limitazione di questo capitalismo cannibale.

(Tedeschi) La crisi avanza, incombe sulla nostra vita quotidiana, svuotando di senso le nostre certezze. La progressiva espropriazione della vita comunitaria, familiare, intimo - personale, provocata dal dominio del mercatismo, che invade la società e la coinvolge nella sua crisi sistemica, è esplicativa di una condizione esistenziale sempre più instabile e precaria, perché subordinata alla sopravvivenza economica. Il fenomeno dell’accentuarsi quotidiano della recessione economica, della disoccupazione, dello spread, della pressione fiscale, è sintomatico di una crisi più profonda, che coinvolge totalmente la nostra vita, in quanto è essa stessa ad essere dipendente da un sistema economico e politico in progressivo disfacimento. Tuttavia, la stagnazione della situazione politica, il dirigismo burocratico e cinico della UE (assieme al governo tecnico di Monti), perché fenomeni di ribellione e dissenso al sistema sono quasi inesistenti, se si eccettuano i movimenti minoritari e velleitari quali il grillismo e altri similari europei. Lo stesso astensionismo massificato assume più il significato di una estraneazione collettiva dalla politica, assai più vicina alla resa senza condizioni, più che quello di un dissenso di massa. Costatiamo quindi che nella società è assente una presa di coscienza comune di una situazione di emergenza sia economica che politico - sociale, dovuta ad una società in crisi sistemica, che può solo produrre altre crisi, quando alla destrutturazione di un sistema non fa riscontro alcuna alternativa, magari futuribile, ma possibile. Si manifesta nella odierna società una coscienza collettiva di tipo adattativo alla situazione di precarietà materiale ed esistenziale, ad uno stato di crisi sedimentato nelle coscienze come una condizione di perenne instabilità in cui si possa solo sopravvivere. Questa estraneazione dalla sfera sociale, comporta il rifugio in un egoismo collettivo in cui, da una parte le classi più elevate tentano di integrarsi in un processo di trasformazione da cui vengono progressivamente escluse, dall’altra, quelle più deboli si affannano a sopravvivere alla crisi. Tutti tentano di “imbucasi” ad un simposio a cui non sono stati invitati dalla global class. La società è prigioniera dell’eterno presente. Si eternizzano in una sfera astorica e asociale le condizioni individuali del nostro presente. Il lavoro, l’avvenire dei giovani, gli affetti personali, i rapporti sociali, vengono vissuti come se questa condizione di crisi fosse una condizione perenne, in trasformabile, data l’impossibilità di sviluppi e mutamenti rispetto alla quotidianità ottusa di questo granitico, eterno presente. Tale fenomeno è spiegabile alla luce dell’etica individualista su cui si è costruita la psicologia collettiva del mondo contemporaneo. Il culto dell’individualità odierna, è il risultato di un atteggiamento narcisistico collettivo, più o meno inconscio, di personalità che hanno coscienza di sé nella misura in cui ottengono riconoscimento, in primis in base alla loro funzione svolta nel sistema economico, e dalla condizione sociale che ne deriva. Solo nell’eterno presente ci si può illudere di avere riconoscimento, e di preservare le proprie meschine ed egoistiche certezze, in un mondo diverso chissà? Non si considera che l’eterno presente è conseguenza della mancanza di senso della storia. L’economia attraversa fasi di stagnazione e recessione, ciclica. La storia, al contrario non ammette periodi di stagnazione, né tanto meno è concepibile una sua recessione al passato. L’eterno presente è una falsa coscienza della storia imposta da un ordine capitalista ormai fuori della storia. La storia invece continua a produrre mutamenti, a generare nuove situazioni di cui occorre prendere coscienza. Interpretare l’avvenire alla luce dell’eterno presente è un non senso. La storia non ha altri fini che quelli che l’uomo si propone di realizzare e pertanto sarà proprio la coscienza insopprimibile dell’uomo come essere storico a determinare il superamento della attuale crisi, quale alienazione dell’uomo nell’eterno presente. Da quanto precede, si comprende anche la necessità storica della presente crisi, quale momento di superamento di un presente che è “eterno” perché non è storico.

(Preve)Non sono un esperto di politologia o di sociologia elettorale, ma personalmente assimilo i due fenomeni dell’astensionismo e del grillismo. Con questo non intendo unirmi a1 coro gracchiante dei “responsabili” aderenti ai vecchi partiti. Dovendo scegliere, con la pistola alla testa, fra Grillo da un lato, e Bersani, Vendola, Di Pietro, Casini ed Alfano dall’altro, voterei certamente Grillo, che è certamente un guitto, ma almeno non ha dirette responsabilità per lo svuotamento della decisione democratica. Tuttavia sono rimasto molto colpito dal fatto che nelle recenti elezioni del giugno 2012 in Grecia, dove pure si prendevano decisioni strategiche sul futuro del paese l’astensione sia arrivata al quaranta per cento. In Italia non si decide più nulla da un pezzo, perchè esiste una sorta di giunta militarizzata di economisti con garante un ex-comunista disilluso del comunismo, che in una recente intervista su “Repubblica” rimprovera post mortem a Berlinguer di avere ancora creduto che ci potesse essere una società “alternativa” al mercato capitalistico. Ma in Grecia si decideva effettivamente qualcosa di strategico, ed a mio avviso il fronte di sinistra di Syriza vi giocava esattamente lo stesso ruolo anti-euro del partito di Marine Le Pen in Francia, anche se questa ovvia verità è nascosta da mille sigilli per chi si ostina ad orientarsi sul mercato politico in nome della dicotomia obsoleta Destra-Sinistra. Ho letto recentemente in una bellissima intervista autobiografica di Alain de Benoist una frase di Bergson del 1936 che non conoscevo: “Su dieci errori politici, nove consistono semplicemente nel continuare ancora nel credere vero ciò che ha cessato di esserlo”. Bisognerebbe ricordarlo ai politologi. E’ quindi inutile condannare moralisticamente gli astensionisti oppure coloro che si rifugiano nel grillismo. Essi prendono semplicemente atto della radicale inutilità della tensione politica. Il vero problema, tuttavia, sta nell’immaginare come possa continuare nel tempo e riprodursi una società tenuta insieme soltanto dal legame del mercato, in cui la decisione politica comunitaria ha di fatto cessato di esistere. Per il momento questa è una relativa novità storico-politica, che deve ancora stabilizzarsi. Una società del genere è la prima società umana completamente priva di “grande narrazione”, e cioè di racconto identitario. Già Hegel, a proposito dell’Inghilterra, si era meravigliato che potesse esistere una “nazione civile senza metafisica”. Benchè abbia insegnato storia e filosofia nei licei per trentacinque anni, solo recentemente mi è parso di capire il significato della sentenza di Hegel. Infatti la mescolanza tipicamente inglese di empirismo, scetticismo ed utilitarismo non è una filosofia come le altre, ma è una anti-filosofia radicale, che ha effettivamente anticipato la concezione attuale delle oligarchie anglosassoni, cui l’Europa si è interamente allineata negli ultimi venti anni. Siamo effettivamente arrivati ad essere, ed a vantarci di essere, “un popolo civile senza metafisica”. L’attuale globalizzazione senza metafisica è comunque intrecciata al messianesimo americano vetero testamentario, che appunto non è una filosofia di tipo greco, ma una secolarizzazione religiosa di origine calvinista. Questo fa anche venir meno la vecchia mobilità sociale ascendente e discendente, sostituita da una mobilità individualistica senza alto né basso, al di fuori della capacità di consumo. Ma la mobilità non è più la vecchia mobilità ascendente, che era stata per più di un secolo la grande ideologia di legittimazione della borghesia classica. Gli atomi sradicati si muovono in uno spazio mercantile senza alto né basso, in cui il vecchio significato comunitario della vita è integralmente sostituito dalla capacità di acquisto e di vendita delle proprie capacità lavorative. Come ho già fatto notare in precedenza, il vero problema non sta nel constatare questo processo, che è sotto gli occhi di tutti anche se per ora oscurato dai meccanismi mediatici, editoriali ed universitari, ma nel prospettare lo scenario allargato di questa situazione. L’accesso al consumo dei giganteschi strati medio-bassi in India, Cina, Brasile, eccetera può certamente rinviare di decenni una crisi generalizzata di senso storico e politico. Un mondo globalizzato senza metafisica, si accompagna ovviamente a sempre più virulente identità religiose, in cui la cosiddetta arretratezza e la cosiddetta intolleranza sono semplicemente il risvolto pseudo-comunitario della completa mancanza di senso. Le facoltà di filosofia sono già nel loro complesso interamente “normalizzate” in una koinè che può essere definita, in termini di scetticismo sofisticato, di relativismo multicolore e di nichilismo tranquillizzante. Ma quanto questo possa durare nessuno può veramente saperlo.



(Tedeschi) La coscienza dell’inutilità sociale ed esistenziale dell’uomo contemporaneo non è che la proiezione massificata di un mondo economico e politico virtuale che rivela nella crisi il vuoto di senso, cioè la sua incontestabile inutilità. Così come inutile si è dimostrata la classe politica,  acquiescente e complice delle manovre perpetrate dalla UE a danno degli stati. Si consideri l’euro. Che cosa è l’euro? E’ una moneta virtuale, che non rispecchia le condizioni economiche e politiche dei paesi della UE, una valuta imposta da una BCE senza uno stato che ne garantisca la solvibilità e la sussistenza, da una BCE composta da organismi tecnici non elettivi, non rappresentativi della volontà popolare. L’euro è stato definito da alcuni non una moneta unica, ma un  sistema di cambi fissi, dato che  nell’Eurozona, la valuta è comune, mentre il debito pubblico grava sulle finanze degli stati. A cosa serve l’euro? Con l’euro si è fermato lo sviluppo economico, si sono dimezzati il potere d’acquisto e i risparmi dei cittadini, si è imposta una politica di austerity che ha distrutto lo stato sociale e ha diffuso la precarietà del lavoro. Sono state distrutte le conquiste sociali, le certezze, mentre l’unificazione monetaria ha incrementato la speculazione finanziaria che sta determinando il fallimento degli stati. L’euro, anziché integrare i popoli, li ha condannati ad una competizione sfrenata che ha condotto ad enormi sperequazioni economiche tra popoli del nord e del sud europeo. Liberarci dall’euro significherebbe liberarci dalla schiavitù del debito imposta dalla speculazione finanziaria, utile ai propri profitti, ma inutile e dannosa ai popoli. Gli stati sono stati incoraggiati ad indebitarsi, anziché a sviluppare ala propria economia, e classi politiche corrotte hanno goduto del consenso di masse anestetizzate da un benessere virtuale e precario. Farla finita con l’euro però comporterebbe riforme sistemiche negli stati e nell’ambito europeo. Ma gli stati europei non dispongono di classi politiche adeguate a tali eventi di emergenza rivoluzionaria, Tali concetti sono tuttora impensabili per la stragrande maggioranza degli europei.




(Preve) Con questa quarta ed ultima domanda mi solleciti a parlare dell’euro, cosa però che faccio malvolentieri perché, detto in linguaggio popolare, “non ci capisco niente”. Altre volte nelle nostre conversazioni ne abbiamo già parlato, in genere molto negativamente. Continuare testardamente con l’euro oppure farla finita con l’euro è infatti una sorta di atto di fede per tutti coloro che non sono specialisti di economia. Personalmente, pur non dominando la materia, mi riconosco nelle opinioni di economisti come Bagnai e Brancaccio, che sono critici radicali dell’euro, e nello stesso tempo non voglio nascondere di essere spaventato dalle campagne di terrore indotte quotidianamente dalla televisione e dai giornali, che annunciano apocalissi in caso di crollo dell’euro. Fanno sul serio o minacciano soltanto? Siamo nel 2012. Nonostante gli apparenti mutamenti, politici, le classi politiche oligarchiche italiane sono le stesse del 1915, e del 1940. Sarebbe troppo lungo scendere nei dettagli di questi elementi di continuità che vanno molto al di là delle differenze superficiali fra il regime liberale, il regime fascista ed il regime democratico. In proposito, i manuali di storia contemporanea sono ingannatori, perchè ad esempio non informano sulla continuità della geopolitica di espansione nei Balcani nel 1915 e nel 1940, in modo che lo studente medio è in generale convinto che la guerra del 1915 sia stata fatta per Trento e Trieste, città la cui “italianità” non era messa in dubbio da nessuno, ed anzi era fiorente sul piano culturale e letterario. Dico questo perchè gli italiani hanno già dovuto pagare due volte, nel 1915 e nel 1940, per un azzardo pokeristico (del tutto secondario se da parte di Salandra o di Mussolini), e questa mi pare la terza volta. Di fronte alla sempre maggiore evidenza che l’euro non è stata una buona idea, ma è anzi stato un errore storico e strategico, molti si rifugiano in una vera e propria “fuga in avanti”: l’Europa non ha una sovranità politica unitaria, ha solo una moneta comune senza stato, adesso bisogna andare verso uno stato europeo unitario. A mio avviso sarebbe non solo un errore, ma un vero e proprio crimine, e cercherò brevemente di spiegare il perché. Uno stato presuppone una nazione, una nazione europea non esiste e non esisterà mai, al massimo l’Europa sarà una “macroregione”, del tipo del Friuli e della Slovenia. Parlare di “unità nella diversità” è pura retorica per borsisti Erasmus. Non ci può essere una vera unità politica senza nazione. Possibile che i casi lampanti della Cecoslovacchia e della Jugoslavia (per non parlare dell’Unione Sovietica) non insegnino proprio nulla? Se mi pagassero un tanto a pagina (come facevano con Alessandro Dumas) per scrivere un saggio sulla presunta eredità culturale unitaria dell’Europa (che a mio avviso non esiste, e non potrebbe esistere comunque dopo lo tsunami della globalizzazione finanziaria) non avrei alcuna difficoltà a partorire un migliaio di pagine ipocrite ed artificiali. Ma quando si sventolano le bandiere, sia pure per ragioni soltanto sportive, si sventolano solo le bandiere nazionali. Vi immaginate dei tifosi che sventolano la bandiera europea? E poi la Russia fa parte dell’Europa oppure no? Se sì, l’Europa finisce a Vladivostok, ed è dunque un’unità geograficamente eurasiatica. Se invece no, bisogna artificialmente estendere l’Europa a Tallinn e Kiev, ed escluderne Mosca, accettando invece l’integrazione europea ideale con gli USA, il Canada ed Israele. Le contraddizioni potrebbero continuare. L’euro è stata quindi una cattiva idea, e pensare di salvarlo con la fuga in avanti di un unico stato-nazione europeo inesistente è un’idea ancora peggiore, sulla quale sembrano unirsi sia l’ex-destra sia l’ex-sinistra, in assenza di identità culturali e politiche. I rapporti culturali fra nazioni europee erano migliori quando non si era ancora creata l’isteria delle nazioni cicale o spendaccione e delle nazioni virtuose. E’ già difficile far passare l’idea della solidarietà sul debito sovrano all’interno di una sola nazione (il caso della Lega Nord insegna, e non può essere ridotto al folklore snobistico con cui la analizza il giornale “Repubblica”), e chi pensa che questo sia possibile in futuro per una evidente non-nazione come l’Europa mente a sé ed agli altri. Quello che ha prodotto l’Euro è sotto gli occhi di tutti, e cioè la svalutazione del lavoro salariato e lo smantellamento progressivo degli elementi di welfare. Pensare che nel prossimo futuro la tempesta passerà è da mentitori o da incoscienti. Dall’euro bisognerà uscire, ed il modo di uscirne sarà il principale indicatore storico-politico del prossimo futuro. Sarà un vero dopoguerra, cui nessuno di noi potrà sottrarsi.

lunedì 9 luglio 2012

I Rivoluzionari e le masse di Eugenio Orso






II) I Rivoluzionari e le masse.

I singoli impegnati nella lotta rivoluzionaria rappresentano, perciò, in ogni contingenza storica possibile e individualmente considerati, l’unità minima di resistenza e di critica al potere in essere, mentre, collettivamente considerati ed organizzati nella lotta, diventano quella forza collettiva che propriamente chiamiamo “I Rivoluzionari”.
Critica esercitata con l’uso della ragione e “critica delle armi” in certe condizioni storiche, in determinate congiunture che I Rivoluzionari devono affrontare, sono per noi la stessa cosa, ambedue accettabili e necessarie, la seconda rappresentando una prosecuzione della prima con altri mezzi.
I Rivoluzionari quali agenti principali del cambiamento, dell’Emancipazione e della Liberazione, e le classi dominate da liberare, sono però due forze diverse e distinte, che non devono essere confuse o sovrapposte, e lo sono in modo particolare nel nostro caso storico, a questo livello di coscienza di sé e di potenza del Nuovo Capitalismo.
La vecchia classe operaia, salariata e proletaria del dopoguerra italiano, subendo al suo interno l’egemonia di quel PCI, predecessore di PDS, DS, Pd, che ha avvelenato tutta la vita politica nazionale, fino alla terminale schizofrenia eurocomunista (secondo l’analisi di Costanzo Preve), non ha potuto essere in alcun modo soggetto rivoluzionario trasformativo dell’esistente.
Questo processo storico, che ha interessato la penisola per decenni, è iniziato nel 1956 ed è giunto fino alla fine formale del PCI, ma non si è definitivamente concluso con questa, perché ha assunto nuove forme, molto più subdole, adattandosi ai mutati scenari politici, geopolitici e sociali, dopo il crollo dell’URSS e l’avvio della globalizzazione neoliberista, attraverso la nefasta sequenza PDS-DS-Pd, eredi sempre più degeneri e totalmente asserviti al Nuovo Capitalismo di “quel” PCI che li ha preceduti.
Al fallimento e all’estinzione dei movimenti antagonisti di allora nati nella fabbrica (come le BR di Renato Curcio e Mario Moretti), affiancatisi a quelli studenteschi e “borghesi” critici come potenziale brodo di coltura delle forze rivoluzionarie, ha contribuito in modo determinante lo stesso PCI, che da un lato esprimeva una politica rivendicativa di natura socialdemocratica (solo un po’ più spinta di quella della SPD tedesca uscita dalla Bad Godesberg del 1959, per intenderci), mantenendo, però, sempre vivo – per scopi elettorali e di consenso, di potere amministrativo da conservare ed estendere e di controllo politico di massa – il mito della centralità della classe operaia (progressivamente svuotato di contenuti rivoluzionari ed intermodali effettivi), in una struttura di partito che era ancora in parte leniniana, derivata dalla strutturazione dell’originario partito dei rivoluzionari, pur mitigata da formule altisonanti come quella, allora ben nota e fin troppo discussa, del “centralismo democratico”.
Secondo il filosofo Costanzo Preve, il Partito Comunista Italiano, socialdemocratico più che comunista, revisionista nei fatti e rivoluzionario solo a parole, ormai sostanzialmente interno al capitalismo di allora come tutto l’”Arco costituzionale” del quale lo stesso PCI era parte integrante, ha preteso di mantenere il controllo sull’”ebollizione” movimentista, operaista, antagonista, particolarmente nei fermenti sociali e politici a cavallo degli anni sessanta e settanta, ma è difficile “controllare l’acqua che bolle nella pentola”, di per sé imprevedibile e pronta a debordare, e la situazione, pur senza che si inneschi un vero e proprio processo rivoluzionario, o che si verifichino sanguinose e generalizzate insurrezioni di massa, gli è in parte sfuggita di mano.
Un partito comunista che abbandonata per sempre la via italiana al socialismo, si trasformava in utile “ruota di scorta” del capitalismo occidentale a guida statunitense, nel mondo bipolare USA – URSS di allora.
Su questa via si sono incamminati, nei decenni post-bellici, il comunista “liberale” Giorgio Amendola e il suo allievo degenere Napolitano (che ben conosciamo per i suoi trasformismi e le sue abiure), ma anche lo stesso, amatissimo, Enrico Berlinguer e il celebre capo sindacale “rosso” della CGIL Luciano Lama.
La nascita dei CUB all’interno delle fabbriche (fra i quali il più noto e aggressivo, a Milano, era quello della Pirelli), che riuscivano ad imporre le loro decisioni al sindacato, il sorgere dei GAP, delle BR, di Potere Operaio, di Prima Linea, per citare alcune organizzazioni armate extrasistemiche dell’epoca, molto note e attive nella lotta armata, ne costituiscono altrettante prove.
La classe operaia, salariata e proletaria, nonostante la persistenza del mito dell’operaio-massa e “l’effervescenza” movimentista (Mario Moretti, Brigate Rosse. Una storia italiana. Le BR nate e inserite nell’”effervescenza” della società di allora, oltre che dall’iniziale radicamento nella fabbrica) ben testimoniata dall’innesco del sessantotto, dal cosiddetto autunno caldo e dagli sviluppi negli anni successivi, non poteva dirsi una classe sociale propriamente rivoluzionaria, ed infatti non lo è stata, grazie alla “conversione” socialdemocratica del PCI nei decenni postbellici, all’estensione del welfare e alla seduzione consumistica, e non ci ha condotti per mano in un Mondo Nuovo postcapitalistico, in cui si stabiliscono nuovi rapporti di produzione e originali assetti politici.
Valga per tutti la negazione del carattere rivoluzionario della classe operaia, sinteticamente esposta da Costanzo Preve:
«Per un secolo, finito il tempo delle rivoluzioni borghesi inaugurate a Parigi nel 1789, la rivoluzione è stata associata strettamente al soggetto politico operaio, salariato e proletario. Si è trattato sempre e solo di un mito di mobilitazione di tipo soreliano, perché i proletari di tutto il mondo non si sono mai uniti [ ... ]»
[Etica comunitaria, progresso e rivoluzione, Costanzo Preve intervistato su questi temi da Luigi Tedeschi]
Ancor meno la costituenda classe Pauper, crogiolo del vecchio ordine sociale per quanto riguarda i dominati, dagli operai orfani dell’omonima classe ai ceti medi impoveriti, passando per le vecchie e le nuove forme di marginalità sociale ed inglobando in sé qualche milione di immigrati, potrà rappresentare in futuro un soggetto rivoluzionario autentico, in grado di garantire il superamento del vigente ordine sociale e politico neocapitalistico.
Dalla seconda metà degli anni ’50 agli anni ’80, nella stessa fabbrica, oltre che nelle scuole, nelle università e nel mondo borghese critico di allora, sono nati soggetti politici non allineati con il PCI (extraparlamentari, operaisti, antagonisti, propugnatori della lotta armata), frutto di quella ”effervescenza” (Moretti) e di quella “ebollizione” (Preve), nello stesso tempo sociali e politiche, mosse sia dalla radicale critica allo sfruttamento capitalistico nei recinti della fabbrica sia (e in certi casi almeno in apparenza) da una coscienza infelice borghese che di lì a non molto si sarebbe estinta.


La compresenza della duplice contraddizione che ha animato il capitalismo nello stadio dialettico, quella fra Borghesia e Proletariato e quella, parallela, sviluppatasi all’interno della Borghesia stessa (la coscienza infelice e critica borghese), in quegli anni hanno agito rendendo il movimento operai-studenti ipercritico nei confronti dello stesso PCI, che partecipava sempre più attivamente alla difesa del sistema e alla gestione del potere (amministrazione delle regioni “rosse”, internità all’“Arco costituzionale”, adesione al consociativismo, “compromesso storico”, condanna del “terrorismo rosso” venduto come nero, collaborazione con i nuclei di carabinieri del generale Alberto Dalla Chiesa, eccetera).
All’”ebollizione” sociale e all’”effervescenza” movimentista, manifestatesi in quegli anni, ha dato il suo fondamentale contributo lo stesso PCI, dopo l’iniziale fase della ricostruzione, mantenendo in vita schizofrenicamente il cosiddetto mito operaio, assieme a quello della rivoluzione anticapitalista, a fronte di una politica socialdemocratica-rivendicativa di sostanziale internità al capitalismo.
Oggi non assistiamo ad alcuna “effervescenza” sociale, né dentro né fuori le fabbriche superstiti.
Non c’è più alcuna traccia di quel solidarismo di classe (classe operaia vera e propria, tecnici, altri lavoratori dipendenti ed altre figure professionali create dalla divisione del lavoro capitalistica) che pretendeva di modificare dal basso le stesse relazioni industriali, le turnazioni e le condizioni di lavoro, acquisendo con una lotta dura, che non escludeva a priori l’uso della violenza, spazi di libertà sempre maggiori sottratti ai “padroni”.
Il fatto che non c’è più solidarietà di classe e unione fra i dominati per avviare le lotte anticapitaliste del presente, non è tanto la conseguenza della “ristrutturazione” del capitale che ha ridotto le grandi concentrazioni operaie, ma della circostanza che la nuova classe dominata non è ancora formata, e al più si può parlare (al momento presente ed ancora per qualche tempo) di masse di dominati-pauper, preludio della nuova Pauper class neocapitalistica.
I sindacati devono soltanto fingere di rappresentare le istanze dei lavoratori, in quanto si sono trasformati in ruote di scorta delle direzioni aziendali, in CAF per l’assistenza fiscale ai tesserati e abbassano la testa ovunque davanti alle politiche neoliberiste, pur di mantenere i loro centri di sub-potere.
Il sindacato ascaro di quest’epoca, mero centro di servizi per i tesserati, truffa i lavoratori con scioperi e forme di lotta puramente testimoniali, graditi al potere, per poi approvare accordi-capestro fingendo di aver strappato qualche sostanziale miglioramento al governo o alla controparte (come nel caso della libertà di licenziamento per motivi economici o disciplinari, temperata dalla decisione del giudice) e di contare ancora qualcosa nel punto più basso della catena di comando neocapitalistica.
Fuori delle fabbriche, quelle finora non delocalizzate, sopravvissute alla crisi strutturale, alla concorrenza globale, alla contrazione del credito bancario e alle manovre governative, ugualmente non c’è traccia di “effervescenza” o di “ebollizione”, perché l’atomizzazione sociale ha agito in profondità, è scomparsa la coscienza infelice borghese (che produceva rivoluzionari e soggetti critici) assieme al solidarismo operaio (sorgente di antagonismo sociale e politico), e nessuno riesce più ad immaginare alternative al Nuovo Capitalismo globale, in questa apparente “End of History” e delle speranze.
In fondo, qualche buona ragione l’ha Mario Moretti, quando –  nel libro-intervista Brigate Rosse. Una storia italiana, ricordando il primo avvio della epocale trasformazione capitalistica, giunti allo scadere dei “trenta gloriosi” anni postbellici di compromesso fra Stato e Mercato – afferma con parole semplici e chiare «Il padrone ristruttura e lo stato reprime. Il movimento viene battuto da tutti e due. Il padrone gli toglie di sotto i piedi il terreno che conosce. Prendete la Pirelli che ho citato più volte, c’è il movimento più forte, più nuovo, più fluido; se il Cub vuole, il sindacato deve indire lo sciopero. E là ci sono le prime azioni di guerriglia. Eppure la Brigata della Pirelli muore presto. Muore quando la Pirelli si ristruttura. La prima ristrutturazione fu clamorosa per il senso di sconfitta che lasciò. Proprio mentre era più grande la nostra forza …»
Molti decenni sono passati da allora, e la “ristrutturazione” dei padroni alla quale ha accennato Moretti è ormai quasi completata, anzi, sono cambiati persino i padroni, quelli veri che decidono, non più borghesi culturalmente e legati alla dimensione nazionale, ma globalisti “deterritorializzati”, e la grande trasformazione ha portato ad un nuovo modo storico di produzione sociale, che fra i suoi elementi strutturali annovera la fondamentale manipolazione antropologico-culturale dei dominati, volta ad evitare che si ripetano antagonismi, movimentismi ed insubordinazioni diffuse, come è accaduto negli anni sessanta-settanta ai quali Moretti si riferisce.
Oggi non c’è più l’humus dal quale può nascere un vero movimento antagonista, seppur composito al suo interno, dagli intellettuali e dagli studenti agli operai ed ai precari, mancano le condizioni e le leve perché si costituisca un vero collettivo politico metropolitano, perché si sviluppi una resistenza generalizzata di fabbrica che ricorre al sabotaggio, o all’intimidazione delle spie, dei sindacalisti gialli e dei servi, e tanto meno sono riproducibili le Brigate Rosse della “propaganda armata”, o simili organizzazioni che praticavano la critica al sistema con l’uso delle armi.
Ma attenzione: ciò non significa che la lotta armata non è più la via per sconfiggere questo capitalismo, o almeno, più ragionevolmente, per provocarne ed accelerarne la crisi, perché l’esito al quale si deve puntare, partendo dagli spazi nazionali e unificando le lotte frammentate, è l’innesco della Guerra Sociale di Liberazione, nonostante una diffusa passività delle masse, che paiono (e in buona misura purtroppo sono) ampiamente inerti e prostrate.
Anche allora – negli anni delle BR – come oggi, in cui la situazione è a dir poco drammatica, la classe dominata, per quanto ancora cosciente di sé, unificata dalla solidarietà e disposta alla lotta, non si è palesata come classe rivoluzionaria, capace di guidare il resto della società fuori dei recinti storici del capitalismo.
Moretti è indubbiamente un rivoluzionario, un rivoluzionario che è stato sconfitto per quanto generosamente si sia speso nella lotta, la classe alla quale ha fatto riferimento, per la quale ha condotto la lotta armata, in funzione della quale ha dovuto prendere decisioni drammatiche, non era rivoluzionaria (o almeno non lo era più), ma non è questo il vero motivo della sua sconfitta.
I Rivoluzionari e la classe dominata (nel nostro caso, la Pauper class che si sta rapidamente formando) sono due forze ben distinte, due “curve” che provengono da direzioni diverse, e il “punto di tangenza” decisivo fra i due può verificarsi soltanto in particolari condizioni storiche, quando l’azione dei Rivoluzionari è coronata da successo, il potere si indebolisce, e i tempi diventano maturi per tentare l’assalto ai palazzi in cui si annida.
Mario Moretti e le Brigate Rosse questo fatidico “punto di tangenza”, preludio di una svolta storica, non lo hanno mai incontrato nel loro sanguinoso e lungo percorso.
Ma oggi la situazione è ben più grave per I Rivoluzionari di quanto era ai tempi di Moretti e delle BR, perché il terreno sotto i piedi manca completamente, non è neppure possibile, come lo è stato a quei tempi, immaginare un insediamento sia pure temporaneo nelle unità produttive superstiti, o nei quartieri metropolitani, in cui ci sono, al più, le vecchie e tollerate “riserve indiane” dei centri sociali, e c’è un’esplosione (in molti casi silenziosa) di situazioni di marginalità e di impoverimento che non generano antagonismo e non producono espressioni politiche alternative.
Il “riflusso nel privato” della montante disperazione sociale, priva di effettivi sbocchi politici, che si estrinseca, al più, attraverso suicidi ed esplosioni incontrollate di violenza individuale, è la prova più drammatica e tangibile, verificabile ormai quotidianamente, che le masse-pauper quale preludio della futura Pauper class non costituiscono in alcun modo l’”intelletto attivo” della trasformazione storica, e che da loro, perciò, non ci si deve aspettare la fatidica “scintilla” che dà inizio all’incendio rivoluzionario.
La situazione è così grave che non sembra rimediabile nel breve, e può rappresentare, semmai, il terreno di coltura di istanze puramente insurrezionali, in una saldatura fra la “vecchia” marginalità superstite e le nuove povertà, economiche e culturali, destinate ad estendersi lambendo fasce sempre più ampie del cosiddetto ceto medio, fino ad estinguerlo.
«Tutto il potere al popolo armato» è uno slogan brigatista, e se poteva avere qualche senso quaranta anni fa, dato il panorama sociale di allora, oggi suonerebbe come una bizzarria da avanspettacolo, una battuta, non del tutto comprensibile, di qualche comico televisivo che vuole strafare (e che magari, come il celebre e ben pagato Crozza, ha la tessera del Pd in tasca).
In questo senso e solo in questo, il neocapitalismo sta realizzando una “società senza classi”, o più precisamente, “senza coscienza di classe”, senza alcuna solidarietà fra gli uomini, priva di vere tradizioni da tramandarsi, composta di moltitudini-masse impoverite completamente prigioniere dei suoi immaginari, passivizzate per neutralizzarle ed incapaci persino di pensare che può esistere un’alternativa al mercato, al signoreggiare della “finanza creativa”, all’ordine economico e sociale che gli Investitori impongono.
Abbiamo capito che I Rivoluzionari e le masse-pauper sono due cose distinte e ben diverse, come già chiarito in precedenza, due forze destinate ad incontrarsi soltanto in una particolare congiuntura storica, resa possibile dall’azione rivoluzionaria e dall’indebolimento del sistema.
Sappiamo bene che tracciare un preciso profilo del rivoluzionario impegnato nella futura Guerra Sociale di Liberazione è molto arduo, dopo la morte delle classi novecentesche e l’estinzione della coscienza critica borghese, che il dominio neocapitalistico è assoluto ed impone il suo ordine sociale ed economico, la sua cultura egemone subordinata agli scambi commerciali e alla creazione del valore, mentre il suo alfabeto e la sua lingua spengono qualsiasi critica e penetrano ovunque, ma pur sinteticamente e con qualche imprecisione si può tentare di farlo, anche se i tratti che attribuirò alla figura del rivoluzionario potranno sembrare a qualcuno puramente “ideali”, e a molti (per ciò che scriverò alla fine) addirittura criminali.
L’origine sociale dei rivoluzionari sarà negli strati più alti della Pauper class, e durante il periodo di transizione nei ceti medi impoveriti (principalmente quelli legati al lavoro intellettuale) e nei sub-strati più alti della vecchia classe operaia, ma elementi borghesi, non entranti a far parte della nuova classe dominante globale, potranno costituire altrettante leve potenziali per le forze rivoluzionarie.
Come è evidente, si tratterà di una vera e propria élite, dalle origini piuttosto eterogenee, opposta a quella neocapitalistica, ed in parte, com’è inevitabile, ancora legata al vecchio ordine sociale, ai suoi mondi culturali, alle sue tenaci sopravvivenze.
Un'élite che non proporrà quale scopo finale della Rivoluzione, dopo una possibile vittoria nella Guerra Sociale di Liberazione, il definitivo ritorno al passato, all’irripetibile esperienza storica del comunismo sovietico, da un lato, o all’ultimo capitalismo del secondo millennio (dirigista, keynesiano, “nazionale”, moderatamente emancipativo) dall’altro lato.
Ancor meno l’élite rivoluzionaria potrà proporre la sostituzione della globalizzazione neoliberista con una “globalizzazione buona”, centrata sull’integrazione culturale delle popolazioni a livello mondiale e su una generica ed ambigua democratizzazione di singoli processi di integrazione sopranazionali (ad esempio, un’illusoria Europa dei popoli, che nasce dal basso, in sostituzione dell’Unione Europea Monetaria imposta a suon di trattati), questo perché la globalizzazione è interamente un prodotto neocapitalistico, così come oggi la conosciamo, e quindi, o si accetta in blocco, per quel che è, per le sue rilevanti implicazioni culturali e sociali, o si respinge in blocco e si combatte senza quartiere.
L’unica vera integrazione sopranazionale (e penso in primo luogo all’Europa) potrà aversi se e quando ci sarà il superamento della frantumazione delle lotte rivoluzionarie e la loro unificazione in aree geopolitiche vaste.
Per gestire una difficile transizione, per difendere e consolidare il potere rivoluzionario, centralizzandolo una prima volta a livello nazionale, si dovrà ricorre a “vecchi strumenti” di politica economica, fiscale e industriale, disponibili ed immediatamente utilizzabili, ed aspetti come quello della riacquisizione della sovranità politica e monetaria, delle nazionalizzazioni (a costo zero) di strutture produttive strategiche, delle pesanti limitazioni imposte al mercato e alla libera iniziativa economica privata (escrescenze crematistico-tumorali esaltate dal neocapitalismo), potranno sembrare – ma soltanto sembrare – un ritorno al passato, al ventesimo secolo, al sovietismo e alla sua esperienza collettivista con tratti capitalistico-classisti, oppure al keynesismo assitenzial-militare e all’”economia mista” caratterizzata dallo stato-imprenditore.
Lo stato e le sue istituzioni, una volta conquistate dai rivoluzionari che si muoveranno anzitutto, nelle fasi iniziali del conflitto, in una dimensione nazionale, dovranno per forza di cose essere mantenute e utilizzate, al netto di collaborazionisti, rinnegati e neoliberali, per scongiurare il collasso e il caos, ma con la prospettiva di trasformale (o in certi casi di sopprimerle senza rimpianti) in un futuro più lontano.
Decisiva sarà, inizialmente, la superiorità riattribuita alla Politica rispetto all’economia, a quella infezione crematistica rappresentata dall’ultraliberismo, dal mercato egemone, dalla proprietà e dall’iniziativa privata intangibili.
Finanza “creativa” e pubblicità saranno destinate ad un rapido ridimensionamento e alla scomparsa, per l’elevata nocività socio-ambientale e per la funzione che hanno avuto di importanti e irrinunciabili strumenti di dominazione neocapitalistica.
I “servizi”, particolarmente quelli di natura finanziaria moltiplicatisi più dei pani e dei pesci, e le “merci” saranno progressivamente sottomessi ai Beni, da intendersi, in modo proprio, come produzioni necessarie per la riproduzione delle basi materiali della vita associata.
Il debito pubblico, riappropriandosi il controllo della moneta, si rivelerà per quel che è: il presupposto di un ricatto espropriativo, operato dall’Aristocrazia globale sul piano finanziario, nei confronti degli stati e delle popolazioni.
Istruzione e sanità dovranno tornare in mani pubbliche, e i pochi spazi residui rimasti nella disponibilità dei “privati” (penso in modo particolare, qui, in Italia, alla storica “lobby” della chiesa cattolica, alle sue scuole e ai suoi ospedali), ma destinati ridursi e a sparire nel medio periodo, dovranno essere costantemente monitorati.
Il settore immobiliare, oggetto di pingui estrazioni di valore e fonte di crisi pilotate ad arte dai globalisti, in grado di far collassare interi stati, quando speculativamente gonfiato, dovrà essere posto sotto il controllo centralizzato rivoluzionario, attraverso massicce statalizzazioni e la ripresa su vasta scala della cosiddetta edilizia popolare, con conseguente assegnazione di alloggi a basso costo che resteranno di proprietà pubblica.
Tutto questo non vorrà dire, però, che una nuova élite rivoluzionaria – la quale agirà in nome e per conto delle masse-pauper, con o senza attribuzione formale del mandato – avrà lo sguardo rivolto al passato capitalistico, o a quello sovietico, e vorrà riattivare, in futuro, così com’erano, formazioni sociali novecentesche che il corso storico ha inesorabilmente superato.
Avendo fatto la frittata ed impedito il ritorno delle uova, attraverso i trattati internazionali, le valute sopranazionali, le organizzazioni mondialiste private anteposte agli stati, avendo sapientemente attivato il complesso di politiche e di prassi noto come “globalizzazione”, esprimendo ormai d’autorità la governance globale che vale il governo del mondo e il controllo di tutte le sue risorse, forse l’Aristocrazia globale si illude che non ci sia più alcuna possibilità di tornare alla proprietà pubblica, o a quella collettiva preludio di una totale socializzazione, alla superiorità della Politica sull’economia, al controllo nazionale della moneta e delle politiche economiche.
La stessa interdipendenza delle economie nazionali e l’ampiezza della speculazione finanziaria negli spazi globalizzati, che sembra non incontrare ostacoli, dovrebbero rendere inapplicabili, da parte di singoli stati ribelli, il modello collettivista o i modelli capitalistici novecenteschi alternativi a quello liberista.
Ma i decisori dell’élite globalista, facendo abilmente la frittata che impedisce il ritorno alle uova, non hanno considerato un particolare decisivo: pur non essendoci la possibilità di resuscitare integralmente le vecchie formazioni sociali novecentesche, esistono ancora, “in sonno”, i vecchi strumenti d’ostacolato all’ultralibersimo, al libero mercato globale, alla formazione della famigerata Open Society di Mercato, ed esiste la possibilità di usarli con efficacia in un contesto rivoluzionario e trasformativo.
Nazionalizzazioni, espropri del “privato” che colpiscono il grande capitale finanziario, e requisizioni di proprietà nelle mani di dominanti e sub-dominati, per l’estensione massima della proprietà pubblica, mantengono la loro efficacia, in un contesto di cambiamento rivoluzionario, anche se non è in alcun modo possibile resuscitare, così com’era nel novecento, la formazione sociale dispotico-collettivista rappresentata dall’Unione Sovietica, o l’”economia mista” italiana, con forti iniezioni di capitale pubblico nel produttivo, dei tempi postbellici dell’IRI e del boom economico.
Con molta moderazione, e pur non essendo autenticamente rivoluzionario (o almeno rivoluzionario fino alle estreme conseguenze), il cosiddetto socialismo bolivariano del latinoamerica, a partire dal tanto esecrato Chavez in Venezuela, ha dato una prima, coraggiosa dimostrazione di quanto affermo.
In mancanza del nuovo si utilizza quello che c’è in cantiere, ma si può utilizzare, pur essendo vecchio e già usato (in qualche caso abusato), seguendo nuove logiche d’impiego e perseguendo nuovi scopi.
Riappropriare la sovranità monetaria, ad esempio, può non avere soltanto la funzione, già ampiamente sperimentata nel secolo precedente, di rendere competitive le produzioni nazionali all’estero svalutando la moneta e di riuscire, così, a sostenere occupazione e consumi interni attraverso maggiori esportazioni, ma potrà consentire di conseguire un obiettivo nuovo e più ambizioso, cioè quello di interrompere i venefici flussi della globalizzazione economico-finanziaria, scardinando l’ordine neocapitalstico.
I Rivoluzionari non punteranno a riattivare il profilo produttore-consumatore così come si è affermato nel novecento, sostituendolo all’attuale binomio ultraliberista precario-escluso, ma semplicemente ad interrompere i flussi finanziari globalizzanti, i meccanismi riproduttivi neocapitalistici, il dispiegarsi del progetto demiurgico-dispotico che si nasconde dietro la globalizzazione neolibersita, e a tale scopo saranno costretti dalle circostanze ad utilizzare strumenti di politica economica e sociale, oggi all’apparenza del tutto superati e inapplicabili, presenti nelle “cassette degli attrezzi” sovietico-marxista e/o dirigista-keynesiana.
Le stesse rilocalizzazioni di attività produttive manifatturiere, se il know-how non è ancora completamente “evaporato”, non sono una cosa impossibile da realizzare, e il tanto esecrato protezionismo, principale lascito dell’epoca mercantilista, oltre a garantire posti di lavoro e reddito, nel breve periodo, alle masse pauperizzate, riassorbendo la disoccupazione gonfiata dalle dinamiche neocapitalistiche, potrà contribuire ad interrompere i flussi della globalizzazione.
Vi è certo una differenza rilevante, fra la nazionalizzazione di alcune industrie strategiche, oggi svendute ai privati, o in procinto di finire nelle mani al grande capitale finanziario, e la collettivizzazione di tutte le strutture produttive (che implica riappropriarsi integralmente i mezzi di produzione in essere), ma in determinate condizioni è necessario accontentarsi, nel breve, di questo primo ed insufficiente passo.
Nel caso dell’Italia, in cui la struttura produttiva industriale, per imposizione esterna e “scelte strategiche” palesemente suicide, antinazionali nella sostanza, è per molta parte frammentata, fragile, divisa in centinaia di migliaia di piccole e medie industrie, molte delle quali con meno di dieci o quindici dipendenti (o addirittura sotto i cinque), una collettivizzazione forzata di tutte le imprese e gli stabilimenti, nel breve periodo, non rappresenterà purtroppo una soluzione praticabile e concretamente gestibile.
Allora ci si dovrà accontentare, all’inizio del processo trasformativo della struttura economico-produttiva, di una gestione diretta della dimensione medio-grande – nazionalizzando in prima battuta soltanto l’industria di medie e grandi dimensioni, dal settore energetico a quello automobilistico, e naturalmente il sistema bancario nella sua totalità a supporto della produzione e dell’occupazione – ma ponendo sotto uno stretto controllo pubblico la gestione privata, frammentata, caotica, inefficiente, della PMI.
Per quanto riguarda il settore commerciale e distributivo, il passaggio dal privato al pubblico dovrà riguardare in prima battuta la grande distribuzione, sottratta al capitale finanziario e consegnata all’iniziativa statale, mantenendo provvisoriamente il piccolo commercio privato per l’impossibilità, nel breve – data la sua estrema frammentazione, all’origine della “pesantezza” e dell’”irrazionalità economica” della rete distributiva nazionale – di sopprimerlo e di riconsegnare alla collettività il controllo totale di questo settore.
E’ anche evidente che con la progressiva scomparsa del libero mercato, imposta dal governo rivoluzionario, i prezzi e le tariffe, dai prodotti alimentari all’energia e ai trasporti, saranno determinati per via politica, e non potranno più essere lasciati in balia della fantomatica “legge della domanda e dell’offerta”.
Uno degli scopi sarà quello di creare occupazione effettiva, di distribuire mezzi di sussistenza alla popolazione senza vincoli mercatistici o efficientistici (mascheramenti della creazione del valore neocapitalistica), per integrare i dominati nel processo trasformativo rivoluzionario e rompere gli schemi di natura crematistica imposti nel precedente ordine.
Considerando che il mercato non è un meccanismo autoregolantesi, che può soppiantare lo stato e la politica e vivere di vita propria “gestendo” l’intera società umana – come hanno fatto credere per decenni i pubblicisti mediatici ed accademici del neoliberismo selvaggio – ma soltanto un sistema di razionamento, esproprio ed esclusione utilizzato come un’arma dall’Aristocrazia globale, I Rivoluzionari procederanno alla demolizione progressiva di questo “tempio dell’iniquità sociale e del nichilismo valoriale” a partire dagli spazi nazionali, ponendo gli aspetti economici dell’esistenza (tutti, nessuno escluso, ed in particolare quelli che hanno assunto una natura crematistico-finanziaria) sotto lo stretto controllo centralizzato dei loro governi.
Tutte le misure accennate sommariamente fino ad ora – non essendo questo un trattato di economia politica e non essendo mia intenzione di “spulciare” nei documenti statistici e macroeconomici appesantendo lo scritto, inutilmente, con copiosi flussi di dati – riportano alla necessità impellente, che soltanto la Rivoluzione potrà soddisfare, di porre una volta e per tutte l’economia sotto il controllo della Politica, epurandola dei tratti nuovo-crematistici ipostatizzati nell’universalità del mercato.
Al di là di queste mie parziali e brevi note – propedeutiche per tracciare un primo profilo degli agenti futuri della Rivoluzione – è chiaro che un programma politico articolato potrà nascere soltanto dalla prassi rivoluzionaria, sul “campo di battaglia”, ed è altrettanto chiaro che per costruire il nuovo bisogna prima distruggere, demolire, annichilire le fonti del potere nemico, ma non sempre si potrà farlo in tempi brevi e in modo drastico, dovendo evitare i rischi di implosione e il caos, o i subdoli tentativi di “restaurazione” di nemici sopravvissuti e mascherati, realizzati manovrando una parte delle masse pauperizzate ancora sotto il controllo del vecchio sistema.
Una certa “decrescita” sarà imposta, inevitabilmente, dalle circostanze, perché la rottura dell’ordine globale, che si è affermato attraverso le crisi economiche, finanziarie, commerciali e geopolitiche, non potrà che generare nuove crisi attraverso i suoi ultimi “colpi di coda”, che si sostanzieranno nei cali dei flussi commerciali a livello mondiale, in riduzioni generalizzate dei volumi di produzione, in ulteriori riduzioni dei redditi e dei consumi di massa, in Europa, ma non soltanto nel vecchio continente.
La conseguente situazione di instabilità e di “decrescita forzata ed infelice”, contestuale alla frantumazione dell’ordine globale – e, per quanto ci riguarda direttamente, al superamento dell’Europa unionista depositaria di una moneta unica “privata” – dovrà essere gestita dai Rivoluzionari garantendo a tutti il “relativamente poco, ma sicuro”, riducendo con trasferimenti di risorse decisi in modo autoritario e centralizzato, in situazioni di contrazione dei consumi e della produzione, quella forbice dei redditi, aperta dal Nuovo Capitalismo, che oggi sta raggiungendo la sua massima ampiezza.
E’ auspicabile che nel tempo I Rivoluzionari, quale guida della società dopo la sconfitta dei globalisti, favoriscano con le loro politiche una trasformazione culturale – ed inevitabilmente, anzi, auspicabilmente antropologica – che renda impossibile, per le generazioni future, anche soltanto poter concepire l’idea dell’iniziativa economica crematistico-individuale e della proprietà privata, che per sopravvivere, in attesa di tempi migliori, potranno celarsi furbescamente dietro lo schermo della piccola “proprietà individuale”.
Se nella nuova società si arriverà, dopo qualche decennio – uscendo dal tunnel della “decrescita forzata” e delle crisi generate dal collasso dell’ordine globale – a considerare naturale persino la socializzazione degli abiti che ciascuno indossa, oltre che degli immobili e dei mezzi di produzione, degli strumenti finanziari e monetari soggetti ad uno stringente controllo collettivo, la trasformazione culturale ed antropologica, indotta dall’azione dei Rivoluzionari, avrà avuto pieno successo e un rilievo storico destinato a riverberarsi sulle epoche successive.
Se gli unici diritti intangibili, e riconosciuti alla sola classe dominante, nel progetto demiurgico neocapitalistico sono l’iniziativa economica dei singoli e la proprietà privata, imposti con una tale forza (e una tale violenza) da pregiudicare lo stesso diritto alla vita del resto dell’umanità, il progetto demiurgico opposizionale ed alternativo dei Rivoluzionari, altrettanto forte e “radicale”, dovrà necessariamente attaccare ed estinguere questi capisaldi del nemico.
Ed ora proviamo a delineare alcuni tratti caratteristici, di fondo, della figura del rivoluzionario futuro, che per ora si possono definire soltanto “ideali”.
Come si è già accennato in precedenza, l’origine sociale degli agenti della Rivoluzione non potrà che essere nel lavoro intellettuale, “contemplativo” dei ceti medi declassati, in quello operaio qualificato, ma sempre più mortificato economicamente e svalutato culturalmente, nella precarietà intellettuale e nella vecchia classe dominante borghese, per la parte della stessa che non è stata assorbita dalle stratificazioni della Global class.
Ciò non escluderà una componente immigrata, quale avanguardia, culturalmente più evoluta e più consapevole, del lavoro immigrato ed in non pochi casi semischiavo.
Per quanto il mix di culture contraddittorio, caratterizzato da una certa “separatezza” dei gruppi, dalla persistenza di tradizioni eterogenee e di insofferenze reciproche, prodotto dall’immigrazione neocapitalistica forzata abbia investito in pieno, ormai, molti paesi europei, e fra questi da un paio di decenni l’Italia, trasformandoli rispetto a ciò che erano mezzo secolo fa, i fondamenti della nostra cultura sono e resteranno europei, e rimanderanno, seppur sempre più remotamente, ai greci ed ai romani, alle radici della filosofia, della politica e del diritto.


Queste caratteristiche culturali peculiari, che rendono unica l’Europa, non potranno restare totalmente estranee al mondo eterogeneo degli immigrati, con il trascorrere delle generazioni, ma la maggior garanzia per una vera integrazione degli stessi non potrà che avvenire dalla condivisione delle lotte di liberazione, e dalla partecipazione delle loro avanguardie a queste lotte, accettando ed assimilando progressivamente i fondamenti della cultura europea, in buona misura estranei all’occidente neocapitalistico immerso nella globalizzazione.
Per questa via, si potrà sventare il tentativo di affermazione definitiva della cosiddetta Open Society, che non significa integrazione, ma de-emancipazione per tutti ed atomizzazione per i gruppi (autoctoni e immigrati), non significa progressivo miglioramento delle condizioni economiche e di lavoro, ma, al contrario, “cinesizzazione” del fattore-lavoro, accelerata dalla concorrenza interna di popolazioni più povere costrette a spostarsi nel mondo per sopravvivere, non significa maggiore libertà, se non in termini puramente astratti e formali, ma, all’opposto, maggiore paura e isolamento per tutti, immigrati compresi.
Dato il generale movimento a ribasso di redditi e condizioni di vita, dissolutivo dell’ordine sociale precedente, mettere fin d’ora fianco a fianco, spalla a spalla nella lotta, ceti medi, operai specializzati e tecnici, il precariato intellettuale, elementi della vecchia borghesia proprietaria spodestata e i migliori fra gli immigrati, non dovrebbe sembrare un’ipotesi troppo ardita, e infatti non lo è, perchè per tutti questi soggetti il nemico principale è comune, e lo è anche il nemico secondario, quello sub-dominante nazionale, nelle sue varie specializzazioni non esaurite dalla politica.
Naturalmente una vera élite, e a questa regola non sfugge l’élite rivoluzionaria, dovrebbe essere composta soltanto dagli elementi migliori, più coscienti e più combattivi presenti nei gruppi sociali che la esprimono, e quindi sarà composta da minoranze, non di rado sparute, che per le loro caratteristiche e le loro scelte si staccano dalla massa.
Ma sarà proprio l’élite rivoluzionaria che rappresenterà la massa Pauper, affermando i suoi stessi interessi vitali, pur senza averne formalmente il mandato ed all’inizio anche contro la sua apparente volontà.
Compito dei Rivoluzionari sarà quello di elaborare, nelle varie fasi della lotta, fin dalla prima fase ed ancor prima dell’innesco della Guerra Sociale di Liberazione, un programma politico per poter gestire la dimensione nazionale attraverso le strutture di potere e le istituzioni esistenti, un programma suscettibile di cambiamenti e di aggiustamenti “in corso d’opera”, che servirà (come già accennato in precedenza) per orientare la trasformazione rivoluzionaria della società.
Non è possibile anticipare con precisione i punti di questo programma, determinato dalle contingenze del momento, dal mutare repentino della situazione, dalle emergenze che si presenteranno durante l’azione rivoluzionaria, dalla connessione con i bisogni effettivi della massa, e quindi, pur avendo tentato di prevederne qualche linea generale di sviluppo, con molta moderazione, è bene non scadere nella profezia, e non volendo in alcun modo mettere in campo arti divinatorie, passare oltre dopo un ultimo, breve chiarimento.
Nel lungo periodo, che approssima i tempi storici, sarà forse possibile passare da una gestione centralizzata e sicuramente autoritaria del potere – necessaria per non far fallire la rivoluzione e per evitare che nascano ibridi in cui si cela il DNA liberista – ad un nuovo modo di produzione dai lineamenti comunistico-comunitari, che implicherà una profonda revisione dei meccanismi di potere nella società, ed un passaggio da una gestione verticistica, volta ad eliminare nel tempo qualsiasi traccia della libera iniziativa economica e della proprietà privata, ad una gestione autenticamente socializzante, che redistribuirà il potere su un piano orizzontale.
Per passare da un prolungato “stato di eccezione rivoluzionario”, gestibile soltanto da governi direttoriali e autoritari (la Dittatura), all’affermazione piena di un modo di produzione comunistico-comunitario postrivoluzionario e postcapitalistico, oltre al consolidamento delle conquiste rivoluzionarie e all’interruzione definitiva dei flussi di globalizzazione e di potere neocapitalistici, dovrà verificarsi un cambiamento generazionale talmente rilevante (difficilmente realizzabile in una sola generazione), che riporterà alla nascita dell’”uomo nuovo” e alla comparsa, per la prima volta, di quel lavoratore cooperativo collettivo associato, preconizzata una prima volta nell’ottocento da Karl Marx ed auspicata, oggi, dal suo libero allievo e interprete Costanzo Preve.
Ma questa trasformazione riguarderà, come detto, tempi ancora lontani dal nostro, e perciò in qualche misura imperscrutabili, mentre per gli anni a venire, pensando ad un arco temporale dell’ampiezza di almeno un trentennio (corrispondente ad una generazione), lo “stato di eccezione rivoluzionario”, sostituendosi allo “stato di eccezione liberaldemocratico” che oggi riguarda l’Italia (direttorio globalista affidato a Monti) ed ha riguardato la Grecia (direttorio di Papademos), imporrà un governo direttoriale saldamente nelle mani dei Rivoluzionari.
La controdemiurgia rivoluzionaria non potrà che tradursi, sul piano politico, in caso di vittoria negli spazi nazionali sulle sub-oligarchie, in una forma dittatoriale di governo destinata a governare la transizione.
La dittatura è stata demonizzata dai neoliberali fino al parossismo e usata come minaccia, come autentico “spauracchio”, manipolando la storia dei secoli pregressi, con il solo scopo di evitare critiche sostanziali all’impianto di potere liberaldemocratico, ma è stata poi subdolamente adottata, sotto parvenza di “legalità democratica e costituzionale”, dall’Aristocrazia globalista per governare indirettamente l’Italia e la Grecia attraverso Monti e Papademos.
Si può dire che i decisori globali, valendosi dell’opera mistificatoria degli apparati ideologico-massmediatici ed accademici, hanno buttato fuori dalla porta la Dittatura, ma con la piena complicità dei sub-dominanti politici nazionali, italiani e greci, l’hanno fatta rientrare furbescamente dalla finestra, resa irriconoscibile, ibridata con una liberaldemocrazia in putrefazione che mantiene i suoi riti, per governare due paesi (per ora soltanto due) dell’area europea mediterranea.
Ma la Dittatura, al di là dalla demonizzazione strumentale alla quale è stata sottoposta negli ultimi decenni, è l’unica forma di governo che consente di gestire in modo ottimale l’emergenza, di fronteggiare con decisione pericoli interni ed esterni, di affrontare con strumenti adeguati uno stato di eccezione, o addirittura d’assedio (si veda il caso storico di Cuba), che può prolungarsi nel tempo, coprendo lo spazio di interi decenni.
Ciò che è stato vero fin dai tempi della Roma repubblicana e consolare sarà vero anche per I Rivoluzionari.
Nel lunghissimo periodo, invece, esaurita l’emergenza, consolidate le conquiste rivoluzionarie essenziali, educata almeno una generazione alla socialità, al lavoro collettivo per la produzione di beni, in quanto tali, e più non di merci “sensibilmente sovrasensibili” (in quanto tali), pronti per l’abbandono definitivo di quel valore di scambio che crea valore astratto, astrattizzando un mondo interamente valorizzato, e per il ritorno alla dimensione etica del valore d’uso, una redistribuzione democratica e capillare del potere nella nuova società, in quelle forme comunistico-comuniatarie auspicate anche da chi scrive, non solo sarà possibile, ma diventerà necessaria.
Tornando ad un futuro più prossimo a noi, riconsegnando alle nebbie della storia più lontana i tempi storici che è molto arduo e rischioso esplorare, possiamo continuare nella difficile opera di tracciare alcuni lineamenti della figura del rivoluzionario di domani, pur con qualche comprensibile imprecisione ed approssimazione.
Le caratteristiche degli agenti della Rivoluzione dipenderanno in buona misura dall’asprezza e dall’intensità del conflitto sociale e politico con la classe dominante globale, e in prima battuta con le concentrazioni di potere sub-dominanti negli spazi nazionali.
I Rivoluzionari, per affrontare un nemico spietato e privo di etica, totalmente insensibile davanti alle questioni sociali, sempre più separato dal resto dell’umanità, dovranno combattere in una situazione di “sospensione dell’umanità” ed in una pre-Westafalia in cui lo scontro sarà totalizzante e mortale, in cui non si faranno prigionieri.
Le guerre culturali sono sempre le peggiori, in quanto guerre di sterminio di culture avverse e di intere popolazioni, e la Guerra Sociale di Liberazione, che avrà significativi aspetti culturali, non farà eccezione alla regola.
Combattere in “sospensione dell’umanità” significa combattere, con ogni arma disponibile, contro un nemico considerato “non umano”, e come il nostro attuale nemico ha disumanizzato il resto dell’umanità, riducendolo a semplice risorsa a sua disposizione (fattore-lavoro in luogo di lavoratori, neoschiavitù in luogo di diritti), così I Rivoluzionari procederanno a disumanizzare il nemico, come necessario punto di non-ritorno nella lotta che gli consentirà di compiere – e di giustificare in primo luogo davanti a sé stessi – gli attacchi “biologici” selettivi individuali che in una situazione non bellica, in tempo di pace, farebbero inorridire persino coloro che li compiranno.
Se fin d’ora è fuor di dubbio l’intrinseca sostanza “criminale” di tali attacchi, oggetto della parte operativo-militare del presente scritto, così sarà fuori discussione la necessità di sferrarli sistematicamente, in un contesto bellico, per indebolire progressivamente l’”anello debole” nazionale della catena di potere globalista.
Perciò I Rivoluzionari non avranno alternative e dovranno, in tal senso, sacrificarsi, pianificando e portando a compimento simili azioni.
Per poterlo fare è necessaria la preventiva disumanizzazione del nemico, in primo luogo per la stessa determinazione e la “saldezza interiore” dei militanti rivoluzionari impegnati nello scontro, ma ciò può non risultare troppo arduo, visti i crimini fino ad ora commessi scientemente dal nemico stesso, e quelli, ancor più grandi, che potrà commettere in futuro.
Un nemico disumano fin nella sua più intima sostanza, sempre più arrogante ed impudente nel pianificare e portare a compimento, alla luce del sole, azioni socialmente criminali che colpiscono indiscriminatamente milioni di individui (riduzione delle pensioni, contratti di lavoro precari-capestro, sfruttamento schiavistico del lavoro dei paesi “non in sviluppo”, neoschiavitù precaria in occidente, eccetera), o vere e proprie stragi di massa (provocando i suicidi degli “incapienti”, partecipando alle guerre di sterminio in difesa della democrazia e dei “diritti umani”, come quella irakena o quella afgana, o nel caso della Libia) si disumanizza perciò con molta maggiore facilità.
Tenuto conto che le azioni di lotta qui descritte si concretizzeranno in lesioni permanenti e vere e proprie mutilazioni, inferte a soggetti dei due sessi e di ogni fascia d’età, ed in certi casi comporteranno la soppressione di chi subisce l’attacco, ciò potrà creare non pochi problemi (di coscienza, di ordine psicologico) ai militanti che le porteranno a compimento, e quindi, la disumanizzazione del nemico, la diffusione dell’odio sociale e della necessità di vendetta sociale costituiranno, in riferimento agli stessi militanti, altrettanti, indispensabili, “rinforzi psicologici”.
Da un punto di vista etico, la condanna senza appello accomuna sin d’ora Aristocrazia globale e gruppi sub-dominanti, perché la prima decide e i secondi traducono in politiche concrete tali decisioni, scendendo nei dettagli ed integrandole, rendendosi in tal modo pienamente corresponsabili delle stragi di massa, sociali ed effettive, pianificate dalla prima.
Il combattente del futuro dovrà essere molto motivato e disposto al sacrificio di sé, dovendo compiere simili azioni, ed allora non possiamo non fare riferimento ai metodi di lotta, alla disciplina, alla disposizione al sacrificio individuale ed alla spietatezza nel compimento delle azioni di guerra dei Taliban afgani, gli studenti armati delle scuole coraniche.
Certo, l’ideale sarebbe poter disporre sul campo di simili formidabili combattenti, in grado di esprimere un elevato potenziale di lotta (e di necessaria ferocia), una motivazione ed un coraggio notevoli, una grande determinazione e un notevole spirito di sacrificio nel compiere atti violenti estremi (cavare gli occhi, decapitare, tagliare orecchie e naso, non è cosa semplice e indolore per chi la fa), al netto, però, di ogni residuo teologico oscurantista islamico.
Queste caratteristiche non sono innate, perché sono il frutto di un certo ambiente culturale, della durezza della vita in un paese che è fra i più poveri del mondo, ma soprattutto di un conflitto inestinguibile, di una lotta incessante contro nemici potenti e tecnologicamente superiori, iniziata con l’invasione sovietica del dicembre del 1979 (occupazione russa di Kabul), proseguita con la guerra civile dopo il ritiro sovietico e la temporanea affermazione dei Taliban (dal 1996 al 2001), seguita dall’invasione statunitense (dell’ottobre 2001) e ad oggi non ancora conclusasi.
Quando la lotta è dura e senza quartiere, protraendosi nel tempo e causando lutti e distruzioni, quando il confronto si sostanzia in un conflitto culturale, che è il più sanguinoso e si risolve soltanto con la completa sconfitta di una delle due parti (implicando la ferocia della guerra di sterminio, non di rado biologico), o i combattenti acquisiscono caratteristiche simili a quelle dei Taliban, per contrastare un nemico potente e senza scrupoli, e si “sospende l’umanità” per poter combattere con la dovuta durezza rispondendo colpo su colpo, o si va inevitabilmente verso la sconfitta e l’estinzione.
Ciò potrà valere anche per I Rivoluzionari del futuro, nonostante il grado d’istruzione più elevato, una diversa origine culturale e una vita meno dura di quella dei miliziani Taliban.
Del resto, lo sterminio ordinato dall’Aristocrazia globale, è iniziato da qualche tempo anche in Europa, spostandosi rapidamente da un piano squisitamente socioeconomico (rimozione delle garanzie per il lavoro, controriforme del welfare e delle pensioni, interdizione assoluta per le politiche socialmente riequilibratici e di redistribuzione dei redditi), ad un piano effettivo, con la condanna alla morte fisica, all’autosopressione di coloro che sono diventati “inutili”, dei più poveri, dei vecchi e nuovi marginali, dei disoccupati cronici e dei falliti economicamente (proliferazione dei casi di suicidio, esplosioni di follia individuale con uccisione dei familiari, dei vicini, dei passanti, eccetera).
Risulta evidente la necessità neocapitalistica di ridurre il numero delle unità potenziali di forza-lavoro, in quanto eccessivo, sovrabbondante per il nuovo ruolo assegnato all’Europa e all’Italia nel mondo globalizzato, un ruolo di secondo piano che renderà non più sostenibili alti livelli di vita e di consumo diffusi a livello di massa, come accadeva nel passato, e che richiederà, in molti casi, forza-lavoro dequalificata in luogo delle pregresse “risorse ad alto potenziale” e ad alto reddito.
A cosa servono professionalità ed esperienza, elevata scolarizzazione, se quando va bene, e il lavoro si trova, si devono pulire marciapiedi sbrecciati con la ramazza (vecchia occupazione di ripiego, dequalificata e “socialmente utile”), portare a domicilio cibo-spazzatura a basso costo (cattering e simili), o lavare le scale di un condominio degli anni sessanta (in qualità di precari in una falsa cooperativa)?
Tutto ciò non è un inevitabile esito di trasformazioni economiche, sociali e geopolitiche che si sono “autoprodotte” sfuggendo al controllo umano, ma, al contrario, l’effetto dei desiderata della classe dominante, che opera al massimo livello della decisione politico-stragegica per estendere il proprio potere ed assicurare la riproducibilità allargata neocapitalistica.
Lo sterminio sistematico del sociale e della popolazione, iniziato in Grecia e in Italia, ma destinato all’”esportazione” in molti altri paesi d’Europa che subiscono il giogo eurounionista, e che già oggi sono in aperta difficoltà, posti sotto ricatto, con la disoccupazione a due cifre per effetto di tali politiche, è la via scelta dai nuovi dominanti per plasmare d’autorità il mondo (e riplasmare il vecchio continente) “a loro immagine e somiglianza”.
Arrestare (o almeno rallentare) questo sterminio generalizzato, da non intendersi esclusivamente in termini sociali, sarà cura della controviolenza rivoluzionaria, estrema nello forme ipotizzate, ma selettiva e non di massa come quella elitista, e che avrà ben poche alternative praticabili, o addirittura nessuna alternativa, come sarà più chiaro nel prossimo futuro.
Disponibilità al sacrificio personale e autodisciplina, caratteristiche non più facilmente riscontrabili nella popolazione italiana ed europeo-occidentale di oggi, saranno dunque fondamentali per poter affrontare i rigori della lotta rivoluzionaria e della Guerra Sociale di Liberazione.
Decenni di diffusione degli “stili di vita” consumistici e neocapitalistici hanno fiaccato ampi strati della popolazione, favorendo un rapido mutamento antropologico che dovrebbe vanificare qualsiasi velleità di lotta contro il sistema e all’esterno del sistema stesso.
Questo mutamento antropologico e culturale, accelerato negli ultimi mesi dalle politiche espropriative del direttorio di Monti, indubbiamente sembra “togliere l’acqua al pesce”, rendendo problematici il reclutamento e la formazione delle forze rivoluzionarie.
Un simile mutamento, nella società comporta quello che io definisco “il riflusso nel privato della disperazione sociale”, senza possibilità di sbocchi politici, un fenomeno oggi ben visibile – provocato dall’azione congiunta delle politiche neocapitaliste ed ultraliberiste e dall’uso ultradecennale degli strumenti di dominazione non economici – che si estrinseca nella proliferazione dei suicidi per motivi economici e nelle esplosioni improvvise di follia individuale.
Si tratta di un problema grave, del quale per ora non si vede la soluzione.
Sembra che questo mutamento dell’uomo (dominato economicamente e psicologicamente) in una sorta di neoschiavo precario, in fattore-lavoro compresso economicamente e svalutato culturalmente, in neopauper che ricorderà sempre meno una perduta opulenza, in escluso perché inutile nei processi di creazione finanziaria del valore, costituisce un grande successo (forse il maggiore in assoluto) dell’azione dei globalisti e dei loro apparati di potere.
Non solo le possibilità di aggregare ed unificare in aree vaste una vera lotta antisistemica sembrano ridursi al lumicino, ma anche lo stesso nascere di una protesta anticapitalistica cosciente e politicamente organizzata, per quanto frammentata sul territorio o per categoria-gruppo di dominati-pauper, sembra che sia un evento sempre più raro.
A fronte di masse completamente disintegrate dal punto di vista culturale, ed inerti sul piano politico, nella nuova classe inferiore in formazione e nei residui delle vecchie classi sociali che stanno perdendo d’importanza e si stanno assottigliando (classe operaia, ceto medio, borghesia) vi sono sempre meno individui coscienti, critici, motivati e disposti a lottare con la dovuta durezza.
Sembra che non vi siano spazi per la formazione di una futura élite rivoluzionaria, né per la nascita di un’area di consenso e di supporto (all’élite stessa) in questa società frammentata e pauperizzata che al più potrà implodere, crollare su se stessa come un edificio minato, come da tempo alcuni prospettano.
Allora, in relazione alle forze rivoluzionarie inesistenti, o che esistono soltanto in embrione, con numeri molto limitati, e non sono al momento visibili, ci si può chiedere «Che fare?», riproponendo dopo più di un secolo il vecchio quesito leniniano.
In sintesi e in conclusione, i principali problemi che abbiamo di fronte, per quanto riguarda la possibilità rivoluzionaria in una società completamente dominata dall’Aristocrazia globale e dai processi di accumulazione neocapitalistici, sono i seguenti:

(1) L’alternativa politica (e più in profondità la necessaria trasformazione culturale).

(2) Le forme di lotta da adottare.

(3) Le forze rivoluzionarie che metteranno in atto le forme di lotta e costruiranno l’alternativa politica.

Il primo, cioè l’alternativa politica che esprime un programma, si chiarirà “sul campo di battaglia”, durante la lotta, in un'elaborazione dinamica dei punti principali del programma stesso.
Il secondo, riguardante le forme delle azioni rivoluzionarie future, è l’oggetto del presente saggio ed il problema qui trova una prima (per quanto non ancora sufficiente) sistemazione, prospettando soluzioni che attendono di essere messe in pratica.
Ma il terzo elemento – le forze rivoluzionarie che dovranno mettere in pratica le forme di lotta prospettate – è un problema che per ora (e per chissà quanto tempo ancora) è destinato a restare aperto, un problema la cui risoluzione è decisamente superiore alle forze dello scrivente.
E’ chiaro che la questione, sia dal punto di vista delle forze rivoluzionarie sia da quello del nemico globalista, non riguarda puri automi che nei processi soggiacciono interamente al «realismo dell’autoregolazione sistemica» (come scrisse furbescamente Lyotard nella celebre Condizione postomoderna, del 1979, per legittimare le trasformazioni capitalistiche), ma ci riporta con prepotenza alla “spaccatura” della società in classe dominante e classe dominata, mai come ora aventi interessi contrapposti e inconciliabili (nonostante la passività delle masse-pauper), e quindi richiama con prepotenza il conflitto verticale, la lotta di classe (oggi monopolizzata dai dominanti), il Polemos più che l’”agonistica” che informa la teoria dei giochi, o in altri termini, una contraddizione insanabile di natura dialettica che in futuro potrà esplodere con estrema violenza.
Nonostante tutto, il discorso, più in profondità, riporta sempre alla natura umana e alla capacità di reazione dell’uomo, alla possibilità concessagli di pensare un futuro diverso e di modificare il corso storico.
L’oggetto limitato del presente saggio, che si conclude qui, mi solleva dall’incombenza di continuare questo discorso, ma è chiaro che è proprio l’elemento umano, al di là delle “spersonalizzazioni sistemiche” e delle credenze diffuse che mettono il nostro destino nelle mani del sovraindividuale, ad essere determinante nella futura lotta contro il neocapitalismo e perciò, ben al di là delle forme che dovranno assumere le azioni rivoluzionarie future, saranno gli uomini che decideranno l’esito dello scontro, e non gli algoritmi informatico-finanziari, gli indicatori economici, i sistemi d’arma convenzionali o i droni militari.
Si può sempre sperare, anche contro ogni speranza, che la storia ci riservi qualche sorpresa positiva, mutando repentinamente il suo corso.
E’ già accaduto e potrà accadere ancora.
Al fatalismo indotto dalla propaganda sistemica, alla credenza diffusa che dalla prigione neocapitalistica globalizzata non si può uscire, all’inerzia delle vittime sistemiche, opponiamo un motto antico:
«Spes contra spem».

 http://pauperclass.myblog.it/archive/2012/06/28/i-rivoluzionari-e-le-masse-di-eugenio-orso.html