mercoledì 20 novembre 2013




                                                     Capitalismo e Trasgressione



 Maurizio Neri

Cosa vuol dire oggi la parola “trasgressione”? Potremmo rispondere che oggi questa parola
è diventata sinonimo di comportamenti deviati che hanno acquisito una loro legittimazione
di massa.

Negli anni sessanta e settanta si affermò presso le giovani generazioni una cd controcultura
che mettendo alla berlina la cd cultura borghese ne contestava le regole, e le istituzioni
fondanti: la scuola, la famiglia, il dovere etc il tutto sulla base di una pretesa rivolta anti-borghese che doveva liberare menti e corpi.

Chi non ricorda il dibattito sull’uso del proprio corpo, sul femminismo, sulla libera sessualità
sulle droghe.

Ebbene oggi nell’epoca del turbo capitalismo non solo tutta quella pseudocultura è stata metabolizzata ma è diventata essa stessa comportamento e morale borghese .

Infatti, in una società basata sul denaro e sul profitto come unico valore fondante, la “trasgressione”, il comportamento individuale e collettivo deviato, è tollerato se non addirittura incentivato, potremmo dire che l’unico retaggio sessantottino rimasto è proprio quello del rifiuto del dovere e della responsabilità.

A scanso di equivoci questo articolo non vuole affatto suonare come un elogio reazionario ai bei tempi andati, ma solo analizzare come il liberalismo ha saputo meglio di tutti fornire concretezza e diffusione di massa a comportamenti sociali definibili come trasgressivi.

Questi comportamenti sono strutturali ad un capitalismo avanzato post industriale che oltre a fornire scadenze temporali ben precisi agli individui ( lavoro, consumo ,vacanze ) deve poter fornire anche illusioni e vie di fuga dal quotidiano ad un individuo sempre più alienato  e condizionato dall’apparato che lo circonda .

In questo senso la diffusione di droghe come la cocaina è emblematica : da droga di elitè essa è oggi consumata da milioni di persone di ogni ceto sociale e non ha certo l’aura sinistra che accompagnava la diffusione dell’eroina negli anni settanta , perchè è in qualche modo socialmente accettata e non isola dal contesto sociale.

Lo stesso potremmo dire delle “vacanze sessuali” che ormai oltre a rappresentare un business colossale sono veri e propri intermezzi all’alienazione quotidiana per milioni di europei annoiati.

Il liberalismo quindi si è introiettato nelle coscienze fornendo l’illusoria possibilità all’uomo .-consumatore moderno di fare “ciò che gli pare” senza dover rendere conto a nessuno di ciò che fa.

In questo senso non è affatto stupefacente che i managers delle grandi multinazionali USA abbiano tra i loro benefit anche la possibilità di ricorre all’uso di stupefacenti e di “allegre compagnie” pagate dall’azienda.

La borghesia occidentale oggi è trasgressiva, perchè ha introiettato completamente quei “valori” che negli anni sessanta guardava con fastidio ed irritazione credendo che la nuova ondata giovanile fosse rivolta verso di essa mentre ne costituiva l’avanzamento ed il superamento, sempre nell’ambito della classe dominante.

Questo grave equivoco è stato portato avanti in modo stupido quanto ingenuo dalla sinistra cd progressista che innamoratasi delle sue imprese giovanili, buttata a mare l’anticapitalismo e la critica della società, ha pensato che l’unica battaglia rimasta fosse quella dell’estensione dei “diritti e della felicità”, dietro questa formulazione ambigua si nasconde la sua supina accettazione e anzi esaltazione dell’individualismo più sfrenato e della deresponsabilizzazione delle giovani generazioni che infatti non lottano più per cambiare lo stato di cose presenti.


Non esiste più neppure la “coscienza infelice” del borghese dell’Ottocento che usciva dalla propria classe e dai suoi valori per criticarne l’impianto e l’odiosa sopraffazione del proletariato, questa borghesia un po’ americanoide  che si ritiene “progressista” è invece perfettamente calata nella parte di classe dominante, tronfia del suo relativismo etico e del suo rifiuto delle ideologie, delle religioni e di ogni cosa che possa richiedere un impegno gratuito ed etico che vada al di sopra dei suoi bisogni materiali.

I comportamenti trasgressivi sono come detto, ormai di massa come si soleva dire una volta, ma essendo di massa, perdono anche il loro carattere di “trasgressività” e paradossalmente acquistano quelli della borghese normalità, mentre la vera “trasgressione” è oggi quello di rifiutare certi stili di vita per riappropriarsi  di una sana etica comunitaria e comunista .

Questo discorso intende porre l’accento sul fatto che i fenomeni sovrastrutturali qui criticati sono frutto intrinseco della struttura capitalistica della società e dei rapporti di produzione, tanto è vero che sesso e droga, sono i mercati più fiorenti nell’Occidente “libero e democratico”.

Va invertita la tendenza e assunto il principio di una Rivoluzione culturale e dei valori che in nome del comunismo comunitario rifiutino questo ciarpame, per riaffermare la possibile coniugazione di individui emancipati dal rapporto di sfruttamento ma “centrati” in una visione sana della vita e della società.

Non deve essere più possibile confondere Comunismo con una serie di stili e comportamenti libertari e trasgressivi che in una società capitalista si risolvono solo nel dare un mano all’avanzamento della dissoluzione di ogni vincolo comunitario residuo e ad una superficiale visione del mondo.


Troppa pseudocultura della “felicità a tutti i costi” di derivazione americana è stata diffusa anche negli ambienti che avrebbero dovuta criticarla e metterla alla berlina come prodotto del capitale , ed invece ne sono stati gli ingenui portatori d’acqua, ma oggi è necessario parlare chiaro e rimettere le cose al loro posto.

giovedì 3 ottobre 2013

Comunismo comunitario

  
Di  
 

Si consenta a chi scrive di non aprire il complesso e appassionante discorso relativo al comunismo e alla comunità con una citazione di Marx, di Engels o di Preve, ma, più modestamente, con un’autocitazione.
L’attacco ai legami di tipo comunitario e la contemporanea e capillare diffusione dell’individualismo utilitaristico non rappresentano “vezzi” puramente ideologici degli intellettuali al servizio dei dominanti, ma corrispondono ad un’esigenza molto concreta del nuovo potere, perché la stessa lotta di classe novecentesca, che ha assunto rilevanti aspetti culturali  oltre che economico-ridistributivi, è stata resa possibile dalla presenza di vincoli comunitari e solidaristici fra i subalterni, vincoli che alla fine del novecento, in occidente, hanno iniziato rapidamente a dissolversi.
Ogni lotta di classe ha avuto come presupposto, e l’avrà anche in futuro, l’esistenza di tali vincoli e non può prescindere dall’affermarsi di aspetti comunitari. Banalmente, la nascita di mutue e cooperative va vista in questa ottica e nella prospettiva del confronto sociale fra le classi, ed è significativo che in questi tempi, in cui la lotta di classe decisamente langue, le cooperative si sono trasformate in centri di business più o meno grandi, più o meno influenti nel panorama politico-economico, con qualche significativo vantaggio fiscale. Senza tali vincoli e il loro rinsaldarsi, non sarebbero state possibili le lotte emancipative che hanno riguardato il lavoro, negli spazi economico-sociali e culturali dominati dal capitalismo.

Segue:  http://www.comunismoecomunita.org/?p=3834

venerdì 5 aprile 2013

Se il capitalismo diventa di sinistra

 
 
Diego Fusaro
 
Sul fatto che alle elezioni la sinistra, a ogni latitudine e a ogni gradazione, sia andata incontro all’ennesima sonante sconfitta, non v’è dubbio e, di più, sarebbe una perdita di tempo ricordarlo, magari con documentatissimi grafici di riferimento. Più interessante, per uno sguardo filosoficamente educato, è invece ragionare sui motivi di questa catastrofe annunciata. E i motivi non sono congiunturali né occasionali, ma rispondono a una precisa e profonda logica di sviluppo del capitalismo quale si è venuto strutturalmente ridefinendo negli ultimi quarant’anni. Ne individuerei la scena originaria nel Sessantotto e nell’arcipelago di eventi ad esso legati. In sintesi, il Sessantotto è stato un grandioso evento di contestazione rivolto contro la borghesia e non contro il capitalismo e, per ciò stesso, ha spianato la strada all’odierno capitalismo, che di borghese non ha più nulla: non ha più la grande cultura borghese, né quella sfera valoriale che in forza di tale cultura non era completamente mercificabile.

Non vi è qui lo spazio per approfondire, come sarebbe necessario, questo tema, per il quale mi permetto, tuttavia, di rimandare al mio Minima mercatalia. Filosofia e capitalismo (Bompiani, 2012). Comunque, per capire a fondo questa dinamica di imposizione antiborghese del capitalismo, e dunque per risolvere l’enigma dell’odierna sinistra, basta prestare attenzione alla sostituzione, avviatasi con il Sessantotto, del rivoluzionario con il dissidente: il primo lotta per superare il capitalismo, il secondo per essere più libero individualmente all’interno del capitalismo. Tale sostituzione dà luogo al piano inclinato che porta all’odierna condizione paradossale in cui il diritto allo spinello, al sesso libero e al matrimonio omosessuale viene concepito come maggiormente emancipativo rispetto a ogni presa di posizione contro i crimini che il mercato non smette di perpetrare impunemente, contro gli stermini coloniali e contro le guerre che continuano a essere presentate ipocritamente come missioni di pace (Kosovo 1999, Iraq 2003 e Libia 2011, giusto per ricordare quelle più vicine a noi, avvenute sempre con il pieno sostegno della sinistra).

Dal Sessantotto, la sinistra promuove la stessa logica culturale antiborghese del capitalismo, tramite sempre nuove crociate contro la famiglia, lo Stato, la religione e l’eticità borghese. Ad esempio, la difesa delle coppie omosessuali da parte della sinistra non ha il proprio baricentro nel giusto e legittimo riconoscimento dei diritti civili degli individui, bensì nella palese avversione nei confronti della famiglia tradizionale e, più in generale, della normalità borghese. Si pensi, ancora, alla distruzione pianificata del liceo e dell’università, tramite quelle riforme interscambiabili di governi di destra e di sinistra che, distruggendo le acquisizioni della benemerita riforma della scuola di Giovanni Gentile del 1923, hanno conformato – sempre in nome del progresso e del superamento delle antiquate forme borghesi – l’istruzione al paradigma dell’azienda e dell’impresa (debiti e crediti, presidi managers, ecc.).

Il principio dell’odierno capitalismo postborghese è pienamente sessantottesco e, dunque, di sinistra: vietato vietare, godimento illimitato, non esiste l’autorità, ecc. Il capitalismo, infatti, si regge oggi sulla nuda estensione illimitata della merce a ogni sfera simbolica e reale (è questo ciò che pudicamente chiamiamo “globalizzazione”!). “Capitale umano”, debiti e crediti nelle scuole, “azienda Italia”, “investimenti affettivi”, e mille altre espressioni simili rivelano la colonizzazione totale dell’immaginario da parte delle logiche del capitalismo odierno. Lo definirei capitalismo edipico: ucciso nel Sessantotto il padre (l’autorità, la legge, la misura, ossia la cultura borghese), domina su tutto il giro d’orizzonte il godimento illimitato. Se Mozart e Goethe erano soggetti borghesi, e Fichte, Hegel e Marx erano addirittura borghesi anticapitalisti, oggi abbiamo personaggi capitalisti e non borghesi (Berlusconi) o antiborghesi ultracapitalisti (Vendola, Luxuria, Bersani, ecc.): questi ultimi sono i vettori principali della dinamica di espansione capitalistica. La loro lotta contro la cultura borghese è la lotta stessa del capitalismo che deve liberarsi dagli ultimi retaggi etici, religiosi e culturali in grado di frenarlo.

Dalla sinistra che lotta contro il capitalismo per l’emancipazione di tutti si passa così, fin troppo disinvoltamente, alla sinistra che lotta per la legalità, per la questione morale, per il rispetto delle regole (capitalistiche!), per il diritto di ciascuno di scolpire un sé unico e inimitabile: da Carlo Marx a Roberto Saviano. È certo vero che Berlusconi è il Sessantotto realizzato, come ha ben mostrato Mario Perniola in un suo aureo libretto: la legge non esiste, vi è solo il godimento illimitato che si erge a unica legge possibile. Ma sarebbe un errore imperdonabile credere che il capitalismo sia di destra. Lo era al tempo dell’imperialismo e del colonialismo. Oggi il capitalismo è il totalitarismo realizzato (a tal punto che quasi non ci accorgiamo nemmeno più della sua esistenza) e, in quanto fenomeno “totalizzante”, occupa l’intero scacchiere politico. Più precisamente, si riproduce a destra in economia (liberalizzazione selvaggia, privatizzazione oscena, sempre in nome del teologumeno “ce lo chiede l’Europa”), al centro in politica (sparendo le ali estreme, restano solo interscambiabili partiti di centro-destra e di centro-sinistra), a sinistra nella cultura. Sì, avete capito bene: a sinistra nella cultura. Dal Sessantotto in poi, la cultura antiborghese in cui la sinistra si identifica è la sovrastruttura stessa del capitalismo postborghese: il quale deve rimuovere la borghesia e lasciare che a sopravvivere sia solo la già ricordata dinamica di estensione illimitata della forma merce (essa stessa incompatibile con la grande cultura borghese). Di qui le forme culturali più tipiche della sinistra: relativismo, nichilismo, scetticismo, proceduralismo, pensiero debole, odio conclamato per Marx e Hegel, elogio incondizionato del pensiero della differenza di Deleuze, ecc.

In questo timbro “totalizzante” risiede il tratto principale dell’ormai avvenuta estinzione dell’antitesi tra destra e sinistra, due opposti che oggi esprimono in forme diverse la stessa visione del mondo, duplicando tautologicamente l’esistente. Negli ultimi “trent’anni ingloriosi”, il capitale e le sue selvagge politiche neoliberali, all’insegna della perdita dei diritti del lavoro e della privatizzazione sfrenata, si sono imposti con uguale forza in presenza di governi ora di centro-destra, ora di centro-sinistra (Mitterand in Francia, Blair in Inghilterra, D’Alema in Italia, ecc.). Di conseguenza, l’antitesi tra destra e sinistra esiste oggi solo virtualmente come protesi ideologica per manipolare il consenso e addomesticarlo in senso capitalistico.

Destra e sinistra esprimono in forme diverse lo stesso contenuto e, in questo modo, rendono possibile l’esercizio di una scelta manipolata, in cui le due parti in causa, perfettamente interscambiabili, alimentano l’idea della possibile alternativa, di fatto inesistente. Vi è, a questo proposito, un inquietante intreccio tra i due apoftegmi attualmente più in voga presso i politici – “non esistono alternative” e “lo chiede il mercato” –, intreccio che rivela, una volta di più, l’integrale rinuncia, da parte della politica, a operare concretamente in vista della trasformazione di un mondo aprioristicamente sancito immodificabile.

Il paradosso sta nel fatto che la sinistra oggi, per un verso, ha ereditato il giacimento di consensi inerziali di legittimazione proprio della valenza oppositiva dell’ormai defunto partito comunista e, per un altro verso, li impiega puntualmente in vista del traghettamento della generazione comunista degli anni Sessanta e Settanta verso una graduale “acculturazione” (laicista, relativista, individualista e sempre pronta a difendere la teologia interventistica dei diritti umani) funzionale al capitalismo globalizzato. Il quotidiano “La Repubblica” è la sede privilegiata di questo processo in cui si consuma questa oscena complicità di sinistra e capitalismo. I molteplici rinnegati, pentiti e ultimi uomini che popolano le fila della sinistra si trovano improvvisamente privi di ogni sorta di legittimazione storica e politica, ma ancora dotati di un seguito identitario inerziale da sfruttare come risorsa di mobilitazione. Per questo, la sinistra continua inflessibilmente a coltivare forme liturgiche ereditate dalla fede ideologica precedente nell’atto stesso con cui abdica completamente rispetto al proprio originario “spirito di scissione” (la formula è del grande Antonio Gramsci), aderendo alle logiche del capitale in forme sempre più grossolane. È di Bersani la frase, pronunciata in campagna elettorale, “i mercati non hanno nulla da temere dal PD”: frase pleonastica, perché esprime ciò che già tutti sapevamo, ma che è rilevante, perché ben adombra come la sinistra continui indefessamente a lavorare per il re di Prussia, il capitalismo gauchiste.

Lungo il piano inclinato che porta dalla nobile figura di Antonio Gramsci a personaggi come Massimo D’Alema o Vladimir Luxuria si è venuto consumando il tragicomico transito dalla passione trasformatrice al disincanto cinico – tipico della generazione dei pentiti del Sessantotto, la più sciagurata dal tempo dei Sumeri ad oggi – fondato sulla consapevolezza della morte di Dio, con annessa riconciliazione con l’ordo capitalistico. Con i versi di Shakespeare: “orribile più di quello delle erbacce è l’odore dei gigli sfioriti” (lilies that fester smell far worse than weeds). E questi gigli sono effettivamente sfioriti: sono l’incarnazione di quello che Nietzsche chiamava l’“ultimo uomo”. L’ultimo uomo sa che Dio è morto e che per ciò stesso tutto è possibile: perfino aderire al capitalismo e bombardare il Kosovo o la Libia.

È, del resto, solo in questo scenario che si comprende il senso profondo della dinamica, oggi trionfante, della personalizzazione esasperata della polemica con l’avversario. L’antiberlusconismo, con cui la sinistra ha identificato il proprio pensiero e la propria azione negli ultimi vent’anni, ne rappresenta l’esempio insuperato. La personalizzazione dei problemi, infatti, si rivela sempre funzionale all’abbandono dell’analisi strutturale delle contraddizioni, ed è solo in questa prospettiva che si spiega in che senso l’antiberlusconismo sia stato, per sua essenza, un fenomeno di oscuramento integrale della comprensione dei rapporti sociali. L’antiberlusconismo ha permesso alla sinistra di riciclarsi, ossia di passare dall’opposizione operativa al capitalismo all’adesione alle logiche neoliberali, difendendo l’ordine, la legalità (capitalistica) e le regole (anch’essere capitalistiche). L’antiberlusconismo ha indotto l’opinione pubblica a pensare che il vero problema fossero sempre e solo il “conflitto di interessi” e le volgarità esistenziali di un singolo individuo e non l’inflessibile erosione dei diritti sociali (tramite anche le forme contrattuali più spregevoli, che rendono a tempo determinato la vita stessa) e la subordinazione geopolitica, militare e culturale dell’Italia agli Stati Uniti.

Ingiustizia, miseria e storture d’ogni sorta hanno così cessato di essere intese per quello che effettivamente sono, ossia per fisiologici prodotti del cosmo a morfologia capitalistica, e hanno preso a essere concepite come conseguenze dell’agire irresponsabile di un singolo individuo. Per questa via, la politica della sinistra – con Voltaire, “mi ripeterò finché non sarò capito” – non ha più avuto quale referente polemico il sistema della produzione e dello scambio – ritenuto anzi incondizionatamente buono o, comunque, intrascendibile –, bensì l’irresponsabilità di una persona che, senza morale e senza onestà, ha inficiato il funzionamento di una realtà sociale e politica di per sé non contraddittoria.

La politica ridotta al tragicomico teatro identitario dell’opposizione tra berlusconiani e antiberlusconiani ha permesso di far passare inosservato lo scolpirsi del nuovo profilo di una sinistra che – nel nome della questione morale e nell’oblio di quella sociale – ha abdicato rispetto alla propria opposizione agli orrori che il capitalismo non ha cessato di generare. È in questo senso che l’antiberlusconismo rivela la sua natura anche più indecente, se mai è possibile, dello stesso berlusconismo.  In questo risiede la natura tragica, ma non seria dell’odierna sinistra, fronte avanzato della modernizzazione capitalistica che sta distruggendo la vita umana e il pianeta. La sinistra è il problema e, insieme, si pensa come la soluzione. Il primo passo da compiere per riprendere il perseguimento del programma marxiano dell’emancipazione di tutti dal capitalistico regno animale dello spirito consiste, pertanto, nell’abbandono incondizionato della sinistra e, anzi, della stessa dicotomia destra-sinistra. Tutto il resto è chiacchiera d’intrattenimento o, avrebbe detto Marx, “ideologia”.

giovedì 31 gennaio 2013



Ex comunisti al soldo della finanza e sinistra neoliberale 



di Eugenio Orso

(I) Sinistra politica neoliberale ed ex comunisti
Le metamorfosi della cosiddetta sinistra politica in liberaldemocrazia, all’interno della quale, nei decenni del dopoguerra si situavano sempre di più i comunisti “occidentali”, dagli anni cinquanta e soprattutto dal sessantotto a oggi sono numerose e qualitativamente rilevanti. Per quanto riguarda i comunisti italiani costretti nel campo occidentale, il percorso, lungo e accidentato, che li ha portati dallo stalinismo alla dissoluzione del pc, e oltre nel postmortem con la sequenza pds-ds-pd, ha determinato, una volta giunto a compimento, la loro sostanziale internità alla sinistra neoliberale, quale componente di rilievo dell’ala sinistra nell’unico partito neocapitalistico. Un partito opaco, non troppo visibile soprattutto in occasione delle campagne elettorali, ma fortemente centralizzato e costruito intorno agli interessi privati della classe neodominante globale, l’unica che può decidere le politiche strategiche da applicare nei paesi occidentali, e quindi anche in Italia. L’internità degli ex comunisti alla sinistra tributaria del grande capitale finanziario, l’accettazione piena del sistema politico liberaldemocratico occidentale, sempre più assolutista e lontano da una (presunta) “volontà popolare”, ha comportato un “giù la testa” di rilevanza storica sul piano socioeconomico, che ha favorito, all’interno di paesi europei occidentali come l’Italia, le peggiori dinamiche neocapitalistiche oggi in pieno sviluppo: globalizzazione economica delocalizzante, imposizione di una moneta straniera e privata, distruzione della socialità, svalorizzazione del lavoro, liberalizzazioni e privatizzazioni, eccetera, eccetera.
Non a caso oggi, la sinistra politica neoliberale e in particolare gli ex comunisti ammaestrati, fagocitati nel sistema di potere vigente, sovente mostrano di essere i servitori più zelanti di questo capitalismo, zelanti come furono, in altri evi della storia umana, i “conversi” che aderivano per imposizione (e paura) a una religione dominante. Quei conversi che desideravano accreditarsi, agli occhi dei nuovi padroni, offrendo una prova di continua devozione e, appunto, di zelo. Altrimenti avrebbero perso i loro beni e forse la loro stessa vita, o avrebbero dovuto vagabondare per il mondo, per terra e mare cercando un nuovo approdo, come fecero gli ebrei irriducibili. Se gli ebrei conversi, in forza di paura o per opportunismo, hanno assunto nel vecchio continente cognomi che testimoniavano la loro devozione religiosa, ad esempio, in Italia Amadio, Graziadio o Servadio, gli ex comunisti superstiti, passati attraverso numerose metamorfosi “devozionali” capitalistiche nei decenni passati, oggi aderiscono numerosi al pd, che è, appunto, un partito democratico approssimativamente sul modello dei democratici americani, e difendono a spada tratta, per conto delle Aristocrazie finanziarie dominanti, il lager euroglobalista della moneta unica in cui è costretta l’Italia. Senza le metamorfosi “devozionali” degli ex comunisti il direttorio euroglobalista di Monti non avrebbe potuto reggere per tredici mesi, a suon di finanziarie e controriforme antipopolari, e Marchionne non avrebbe potuto imporre i suoi modelli contrattuali con venature schiavistiche in questo paese. Sovranismo, dirigismo economico statale, nazionalismo (o meglio, nazionalitarismo) rappresentano per gli ex comunisti espressioni blasfeme, non tanto perché memori dei precetti comunistico-marxisti otto e novecenteschi (internazionalismo proletario, collettivismo, scomparsa dello stato nello stadio finale comunistico), ormai definitivamente abiurati e dimenticati, ma in quanto espressioni radicalmente contrarie alle logiche nuovo-capitalistiche, finanziarie e globalizzanti.
La globalizzazione di matrice neoliberista ha sostituito impropriamente il vecchio internazionalismo proletario. I processi di globalizzazione economico-finanziaria, quali insiemi di politiche strategiche e di trattati imposti ai paesi, hanno una sostanza concreta, sono reali, causano profonde trasformazioni sociali e determinano il futuro dei popoli, mentre l’internazionalismo proletario, preconizzato nel Manifesto del Partito Comunista del 1848 da Marx ed Engels, non ha avuto luogo, non è mai stato realizzato. La rivoluzione nel punto più basso dello sviluppo capitalistico, l’Ottobre Rosso, non ha impedito la continuazione della grande guerra, né ha potuto “contaminare” i punti più alti dello sviluppo, nell’Europa occidentale e insulare, realizzando l’internazionalismo comunista proletario, che è sopravvissuto come mito e pura speranza fra le masse dominate. Il dirigismo economico dello stato presuppone la piena sovranità, monetaria e politica, dello stato stesso. Ma ciò che sarebbe rimasto, dopo la rivoluzione proletaria, era un semi-stato leniniano nella fase socialista, in attesa della scomparsa definitiva e liberatoria dello stato nello stadio finale comunista. Le attese dei vecchi comunisti non si sono concretate, e la storia è andata in tutt’altra direzione. In verità, la stessa URSS di riferimento è diventata la prima potenza comunista della storia umana dotandosi di un apparato statale esteso e solidissimo (almeno fino a una certa epoca), di potenti forze militari, e accettando la realtà del socialismo realizzato in un solo paese.  Da un paio di decenni a questa parte, il capitalismo neoliberista e finanziarizzato sta ridimensionando in modo efficace e progressivo gli stati – vedi quello italiano prigioniero dell’unione europide – privandoli della sovranità, a partire da quella monetaria, e riducendone le funzioni. La prospettiva, in Europa, è quella del superamento degli stati nazionali e dell’avvento di un unico governo sopranazionale, che deciderà per tutti, ma che non sarà “eletto dal popolo” e non sarà una sua espressione.
Globalizzazione neoliberista e governo sopranazionale possono apparire, anche se non lo sono per genesi e sostanza, come veri e propri sostituti nuovo-capitalistici dell’internazionalismo proletario unificante e del semi-stato socialista destinato a scomparire con il pieno avvento del comunismo. Possiamo affermare che la globalizzazione in atto è l’esatto opposto dell’internazionalismo proletario di marxiana memoria, e il governo sopranazionale atteso, nell’Europa dell’euro, è uno strumento di dominazione globalista e non una sorta di approdo storico definitivo, che comporterà la liberazione dell’uomo dall’oppressione del vecchio stato “borghese e imperialista”. Ma forse è vero che gli opposti in qualche misura si attraggono, e sono nate persino folli teorie che postulano una “globalizzazione buona”, democratizzata, a vantaggio delle masse (denominate capziosamente moltitudini), in grado di realizzare la “democrazia globale” sull’intero pianeta. Sopravvivenze truffaldine e alterate, nei loro connotati, dell’internazionalismo proletario e dell’approdo definitivo allo stadio comunistico? Utili sostituti ideologici e propagandistici, non corrispondenti alla realtà economica, sociale e politica del presente, dei miti marxistico-comunisti ormai smessi, che hanno attraversato più di un secolo di storia?  Sta di fatto che il neocapitalismo ha vinto, affermando la sua realtà economica, sociale e politica, mentre il comunismo storico novecentesco realmente esistito (secondo l’espressione di Costanzo Preve) è stato sconfitto e si è dissolto, trascinando con sé nella caduta i suoi miti. 



(II) Affermazione della sinistra neoliberale e morte del comunismo storico
La grande svolta storica e sociale, il cambio di evo e di modo di produzione sono stati annunciati, una prima volta, dal sessantotto apparentemente antagonista, quando la sinistra ideologica si è separata da quella sociale e operaia confluendo in seguito e in buona sostanza, negli apparati ideologico-culturali e propagandistici del capitalismo. Altri consistenti segnali del cambiamento, drammaticamente concreti, sul piano politico e sociale ce li offrono le sconfitte operaie degli anni ottanta. Per quanto riguarda l’Italia, possiamo ricordare la sconfitta degli operai Fiat, in sciopero da più di un mese, a causa della “marcia dei quarantamila” nella Torino dell’automobile il 14 ottobre 1980, e il successivo blitz confindustrial-governativo per l’abolizione della scala-mobile, nel 1984, con il decreto di San Valentino dell’allora esecutivo Craxi. Ma è stata la crisi irreversibile del cosiddetto blocco orientale e dell’Unione Sovietica, nel triennio 1989-1991, che ha dato nuovo impulso al neocapitalismo rampante, eliminando il suo più insidioso nemico, e di conseguenza ha accelerato la trasformazione politica, economica e sociale. La dissoluzione finale dell’URSS ha rappresentato un momento topico della trasformazione della sinistra politica e del riciclaggio dei comunisti sconfitti, a quel punto diventati ex a pieno titolo, almeno nell’Italia della svolta occhettiana della Bolognina. Oggi, giunti a compimento del processo di trasformazione, si parla indistintamente di sinistra, o al più si distingue per stigmatizzare l’”eterodossia” di qualche frangia falsamente radicale e massimalista nella sinistra (sel di Vendola, i resti di rc e del pdci). Ma si tratta pur sempre di una sinistra complessivamente neoliberista e neoliberale, rispettosa dei rapporti sociali e di produzione dell’epoca, che non violerebbe mai e poi mai, se non ambiguamente a parole rivolgendosi al suo elettorato, i tabù sociali, economici e politici imposti dal neoliberismo. Vietato ipotizzare seriamente il ripristino della sovranità nazionale, vietato anche soltanto immaginare l’uscita dall’euro, vietato negare apertamente, con chiarezza spietata, che precarietà e licenziamento libero servono per la futura crescita economica, per l’impulso all’occupazione e per la modernizzazione del mercato del lavoro. Il “capitalismo concorrenziale” è la nuova divinità, per tutti, anche per i sinistri neoliberali e i comunisti riciclati. E pensare che un tempo lontano i comunisti, quando esistevano veramente e si chiamavano bolscevichi, erano nemici giurati non solo dello sfruttamento capitalistico di massa e della proprietà privata dei mezzi di produzione, del parlamentarismo introdotto dalla classe dominate, ma della stessa sinistra, allora borghese, alla quale attribuivano la funzione di “quinta colonna” e il compito di imbrogliare le masse, rendendole inoffensive per il sistema capitalista. Oggi soltanto un personaggio del calibro di Silvio Berlusconi, quando si trasforma in macchietta politico-mediatica davanti alle telecamere, agita in campagna elettorale il “pericolo comunista” come se fosse incombente e reale.

(III) Unificazione della sinistra e degli ex comunisti nel partito unico neocapitalistico
La distanza storica (ed etica) fra i comunisti storicamente esistiti e questa sinistra, che è un prodotto nuovo-capitalistico e neoliberale, ci pare incolmabile, addirittura plurisecolare, anche se l’intero processo di trasformazione, velocizzatosi a partire dagli anni novanta, ha richiesto soltanto qualche decennio. Incommensurabile ci sembra la distanza fra un Togliatti, o un Pajetta, e un Occhetto, o ancor peggio, un Veltroni, un D’Alema e un Bersani (chiedo umilmente perdono per il paragone!). Lo stesso Enrico Berlinguer che ha staccato definitivamente la spina del filosovietismo creando l’eurocomunismo occidentalistico, accettando l’”ombrello” atomico della Nato e dichiarando di sentirsi al sicuro nell’occidente a guida americana, era comunque ancora un comunista, al vertice di un partito ormai orientato verso la socialdemocrazia rivendicativa, ma con tracce ancora visibili di solidarietà operaia e di anticapitalismo. Oggi il cordone ombelicale con la tradizione comunista novecentesca, da Antonio Gramsci fino a Palmiro Togliatti, e persino con quella berlingueriana del dopoguerra, è stato definitivamente tagliato, e anzi, i “conversi” tendono a nascondere pudicamente, con vergogna, le loro lontane origini. Il “mai stato comunista” di Veltroni, tende sempre di più a diventare: comunismo, e che cos’è? Persino un certo patriottismo presente nel vecchio pci, che mal si sposava con l’internazionalismo proletario, è venuto definitivamente a mancare, se gli ex comunisti sono disposti ad affidare, senza battere ciglio, il controllo della moneta, la politica economica e quella estera alla Bce, alla Ue e alla Nato. Ciò che conta, nel concreto, sono le politiche che questi camaleontici apostati di una religione “atea”, eredi degeneri di ascendenti gloriosi, sottoscrivono acriticamente e avallano.
Pensiamo al caso grottesco di Pier Luigi Bersani, ex comunista riciclatosi con successo al servizio dell’unionismo europide e del liberalismo politico, che prevede sciagure bibliche per i ceti meno abbienti (in parte significativa suoi elettori) nel caso dell’uscita dell’Italia dall’euro, sostenendo che ciò avvantaggerebbe soltanto i più ricchi, i quali possono permettersi di investire grandi capitali all’estero, mentre comporterebbe un impoverimento generale in termini di redditi e piccoli patrimoni per il resto degli italiani! La minaccia bersaniana, in poche parole, è quella di una miseria più grande che seguirebbe l’attuale impoverimento in caso di abbandono dell’euro e di riacquisizione della sovranità monetaria. Impaurire elettorato e popolazione con la minaccia di piaghe bibliche, se si abbandonerà la strada segnata dal neoliberismo, come nel caso dell’abbandono dell’euro, è una caratteristica comune a tutti questi individui, in relazione ai compiti assegnatigli dai dominanti globali. E’ chiaro che così dicendo Bersani, ex comunista e devoto cameriere neoliberista, mente sapendo di mentire e cerca di terrorizzare i suoi elettori, perché è proprio la moneta unica da lui difesa strenuamente che avvantaggia i più ricchi, e in primo luogo quelle élite finanziarie euroglobaliste al cui servizio lui stesso opera. In pratica, milioni di dominati postproletari, ivi compresa una buona fetta del ceto medio, non hanno oggi alcuna rappresentanza effettiva all’interno del sistema, anche se votano “a sinistra”. La spinta che un pd al governo darà alla diffusione del denaro elettronico e alla scomparsa del contante costituirà un’altra evidente prova di quanto qui si afferma. Il risultato non sarà il recupero dell’evasione fiscale, come millantato, ma commissioni in crescita per i gestori delle carte di credito, che si arricchiranno ancor di più, e controllo orwelliano delle abitudini di ciascuno, attraverso i pagamenti elettronicamente tracciati. La sinistra pidiina al governo, con o senza Monti continuerà sulla strada montiana dell’aumento di una fiscalità razziatrice e punitiva nei confronti della popolazione, dai lavoratori dipendenti alla piccola impresa, e quindi proseguirà il trasferimento di risorse dal lavoro al capitale finanziario, in buona parte esterno all’Italia. Le produzioni nazionali non solo non saranno incentivate, ma in nome del nuovo “internazionalismo globalista” e antisovranista saranno progressivamente smantellate in molti settori, o offerte su un piatto d’argento agli Investitori esteri.
Le manifestazioni devozionali ultraliberiste non sono una caratteristica esclusiva degli ex comunisti e della sinistra neoliberale, ma anche di personaggi politici nati a sinistra e poi riciclatisi a destra senza alcun pudore. Pensiamo agli ex socialisti italiani schieratisi a destra dello spettro politico, come Maurizio Sacconi, ministro del lavoro e del welfare con Berlusconi, che ha contribuito a mazziare in ogni occasione i lavoratori dipendenti (da lui odiatissimi), o come Renato Brunetta, la cui statura etica aderisce perfettamente a quella fisica, che ha perseguitato a lungo, in quanto ministro del IV esecutivo Berlusconi, i dipendenti pubblici, non soltanto con l’imposizione (piuttosto ridicola) dei tornelli negli uffici. Lo spostamento di risorse dal lavoro alla grande finanza internazionalizzata (giornalisticamente nota come Mercati & Investitori), la cessione della sovranità nazionale e l’occupazione dell’Italia, hanno avuto il fattivo sostegno di ex comunisti “metamorfici” come Giorgio Napolitano, in posizione chiave nelle istituzioni repubblicane, mentre al grande attacco scatenato contro i “santuari” del lavoro dipendente, regolare e stabilizzato, hanno partecipato individui come Pietro Ichino, giuslavorista al soldo del capitale, che fu comunista, poi diessino, poi pidiino e oggi montiano di ferro posizionato al centro. Non necessariamente, quindi, gli ex comunisti, e gli ex socialisti e altri ancora di sinistra, si sono riciclati nei ranghi della sinistra politica neoliberale. Ma tutti questi individui hanno qualcosa di molto importante in comune: una sola tessera in tasca, che non mostrano mai agli elettori. Fanno parte dell’unico, opaco partito della riproduzione neocapitalistica, programmaticamente coeso e diviso in fazioni solo nel momento elettorale liberaldemocratico.

(IV) Origine della trasformazione del pci
La trasformazione del pci, che lo ha portato a diventare nel tempo una componente di rilievo della sinistra neoliberale e neoliberista, è cominciata impercettibilmente (si potrebbe dire embrionalmente) in un passato ormai abbastanza lontano, nell’immediato dopoguerra, molto prima del fatidico sessantotto, quando Palmiro Togliatti, uomo di Stalin e dell’URSS, intelligente e rispettato, sicuramente degno di elogi ma leader per certi versi ambiguo dei comunisti in Italia, ha assunto responsabilità di governo diventando prima vicepresidente del consiglio, e in seguito ministro di grazia e giustizia del governo De Gasperi, partecipando i comunisti di allora ai CLN assieme alle altre forze politiche antifasciste. I punti da considerare sono due, nel caso del pci togliattiano ancora ben ancorato all’anticapitalismo, al mito dell’Unione Sovietica, quale entità collettivistica guida e modello, e a quello rivoluzionario dell’operaio di massa.
In primo luogo, la rinuncia alla rivoluzione proletaria e socialista in Italia, paese assegnato al campo occidentale e quindi capitalistico, democratico e liberale. Se in Grecia, nel dopoguerra, è scoppiata una sanguinosa guerra civile, quella del triennio 1946-1949, perché i comunisti filosovietici greci, sicuramente rivoluzionari, non accettavano la monarchia, intendevano liberare una seconda volta il paese e aderire al blocco comunista, la stessa cosa non sarebbe potuta accadere in Italia, pena una nuova guerra mondiale a ridosso della seconda, questa volta combattuta con armi atomiche fra l’est e l’ovest. Stalin non lo voleva e si mostrava intenzionato a rispettare nella sostanza gli accordi con l’occidente (con gli americani e gli inglesi, in poche parole) scongiurando un simile pericolo. Piccolo particolare non però irrilevante c’era all’epoca un ritardo, uno svantaggio sovietico rispetto agli USA in termini di sviluppo delle armi nucleari. Inoltre, l’Unione Sovietica era appena uscita, vittoriosa ma provatissima, con immani distruzioni e perdite di vite umane, dal precedente conflitto. Di conseguenza anche Togliatti, tributario di Stalin, non voleva simili esiti, e ciò ha avuto l’effetto di “tarpare le ali” a un pci ancora (potenzialmente) rivoluzionario, disposto all’insurrezione armata per l’instaurazione del socialismo nella penisola, Yalta o non Yalta. Si può affermare, con (amara) ironia, che la fedeltà nei confronti del paese-guida dei comunisti, il rispetto delle sue esigenze geopolitiche ha allontanato inesorabilmente la prospettiva rivoluzionaria in Italia. D’altra parte, i comunisti greci del kke impegnati nella rivoluzione ricevevano aiuti dalla Jugoslavia di Tito e non da Stalin, che non sembrava entusiasta di quella prospettiva. Quando ci fu l’attentato a Togliatti del luglio 1948, ferito a colpi di pistola dallo studente “qualunquista” e liberale Antonio Pallante, e si materializzò il rischio dello scoppio di una guerra civile in Italia come preludio della rivoluzione, a parte il distrarre la popolazione con le gare ciclistiche e la vittoria inattesa del grande campione Gino Bartali al Tour de France, gli stessi comunisti togliattiani si diedero da fare per placare gli animi (“a sinistra”) e scongiurare la minaccia.
In secondo luogo, in qualità di ministro di grazia e giustizia nell’allora governo De Gasperi, Palmiro Togliatti il 22 giugno 1946 ha concesso l’amnistia ai fascisti (quelli che non si erano macchiati di gravi delitti, in un’interpretazione restrittiva) per poter ricostituire la burocrazia statale in un momento difficilissimo, dal punto di vista economico, sociale e occupazionale, dato che il paese doveva essere ricostruito a partire dall’amministrazione dello stato. L’antifascismo al governo della nazione non aveva quadri sufficienti per raggiungere questo scopo vitale. Togliatti ha concesso l’amnistia in quanto ministro della neonata repubblica italiana (nata il 2 di giugno 1946, in seguito ai risultati del plebiscito monarchia-repubblica), senza coinvolgere nella decisione i dirigenti e la base del suo partito, contrari alla riabilitazione dei fascisti. Se la motivazione più nota era quella della “riconciliazione” fra gli italiani, il motivo più concreto era la necessità di riavviare la macchina dello stato. Con quella scelta, Togliatti ha mostrato di lavorare concretamente per la rinascita di uno stato, e di un intero paese, assegnato dagli accordi fra le potenze vincitrici al campo occidentale e capitalista, a quel punto sotto l’ombrello atomico americano, e che tale sarebbe rimasto nei decenni successivi. Si può affermare che Togliatti, in qualità di ministro comunista della giustizia, ha lavorato sicuramente per il bene del paese (e delle masse popolari provate dal conflitto), ma non altrettanto bene per la rivoluzione proletaria e socialista, favorendo l’avvio della ricostruzione postbellica e la “riconciliazione” all’interno del blocco capitalistico di allora.




(V) Dall’origine della trasformazione del pci alla sua fine
La negazione della possibilità concreta della rivoluzione anticapitalista e socialista, viva soltanto come speranza proiettata in un futuro indeterminato, e la collaborazione nella ricostruzione della macchina dello stato accettando la collocazione dell’Italia nel campo capitalistico e nel blocco occidental-americano, hanno costituito i primi segnali, allora difficilmente interpretabili come tali, dell’inizio della trasformazione del pci in qualcos’altro. Un passo successivo è stato l’abbandono dello stalinismo, ma non del filosovietismo, dopo la denuncia dei cosiddetti crimini di Stalin in URSS avvenuta nel 1956, in occasione del XX congresso del PCUS, per opera di Krusčev e di una nuova generazione di burocrati del partito nata (per ironia della sorte e della storia) dall’industrializzazione staliniana dell’Unione Sovietica.  Ciò che è accaduto in seguito, nei tempi più vicini a noi, lo conosciamo, e il partito comunista italiano è diventato sempre più interno al sistema, sempre meno “soggetto rivoluzionario” e avanguardia della classe operaia, sempre meno fattore K bloccante – fattore Kommunizm, secondo una definizione del giornalista Alberto Ronchey – di ostacolo al ricambio di governo nel paese, e sempre più di sostegno a quel sistema di potere politico che faceva perno sulla dc. Un sistema politico che non avrebbe retto, in determinate circostanze storiche – si pensi agli anni settanta e al fenomeno destabilizzante del terrorismo, con un morto a settimana – se non ci fosse stato un atteggiamento “costruttivo”, collaborativo e benevolo dell’altra “metà del cielo”, rappresentata proprio dal pci. Se ancora nei primi ottanta in pieno eurocomunismo si parlava, in relazione ai militanti e ai quadri del pci, di “baffoni”, ossia di stalinisti, e di “baffini” figli del sessantotto passati al leninismo (Giorgio Bocca), o addirittura della contrapposizione interna al partito fra “filosovietici” e “revisionisti”, oggi, queste espressioni ancora in uso una trentina di anni fa sembrano appartenere a una lingua morta, e rischiano di non essere comprese. Di sicuro non hanno più alcun senso in questa nuova realtà, anche se numerosi “baffini” dell’epoca e qualche “baffone” esistono ancora in vita. Dal 1956  al dicembre del 1981 il partito comunista italiano è passato, nella via crucis della sua trasformazione che ha rimosso, parzialmente ma non completamente il fattore Kommunizm, da un appoggio sostanziale all’invasione sovietica dell’Ungheria (o da una non vigorosa condanna, se si preferisce cavillare) alla condanna esplicita del “colpo di stato militare” del generale Jaruzelski, in una Polonia ancora interna al Patto di Varsavia e al blocco sovietico (Riflessioni sui drammatici fatti di Polonia, documento della direzione del pci berlingueriano del 30 dicembre 1981). La Rivoluzione d’Ottobre aveva dunque esaurito la sua spinta propulsiva, ma vi era ancora necessità che continuasse lo sviluppo del socialismo seguendo un’altra strada, cioè una “terza via”, ancora largamente indeterminata, da costruire con gli altri partiti comunisti europei, secondo quanto dichiarava Enrico Berlinguer. Lo storico segretario del pci, ancora comunista benché con il suffisso euro, si è mantenuto al fianco degli operai della Fiat in sciopero, prima e dopo la decisiva sconfitta torinese del 14 ottobre 1980, non desiderando gettare alle ortiche un patrimonio di lotte e tradizioni assieme ai ritratti di Gramsci e Togliatti. Dal 1984, anno della morte di Berlinguer, alla svolta occhettiana della Bolognina del 12 novembre 1989 e ai primi novanta, alla fumosa “terza via” eurocomunista non più apertamente filosovietica (nata con la conferenza di Berlino del 1976), che implicava comunque il bisogno di socialismo e una prospettiva futura – per quanto vaga – di uscita dal capitalismo, il pci sostituì progressivamente l’accettazione passiva, quasi fatalista, di un capitalismo che si profilava vincente, pur senza dichiararlo esplicitamente e in modo chiaro alle masse e agli elettori.
L’avvento di Gorbaciov in URSS, con tanto di glasnost (trasparenza) e perestrojka (ristrutturazione) al seguito, contribuì a liberare nuove forze nel pci, sempre più lontane dalla tradizione comunista, tanto che dopo l’infarto e l’abbandono della carica di segretario da parte di Alessandro Natta, nel 1988, alla guida del partito arrivò la segreteria di Achille Occhetto, che si fece carico del “cambiamento” non solo del nome, ma del partito stesso. A suo tempo il Berlinguer eurocomunista si era mostrato contrario all’abbandono definitivo delle tradizioni del pci, e così fecero in quei difficili frangenti esponenti rispettati del partito, in particolare Giancarlo Pajetta e Pietro Ingrao, ma opporsi al “cambiamento” non servì. I tempi erano ormai maturi per un grande salto, non proprio nel vuoto, o nel nuovo ma armi e bagagli dall’altra parte della barricata, e questo si sarebbe ben compreso con il solito senno di poi. Dal Migliore, cioè da Togliatti, al Più Amato, cioè a Berlinguer, le trasformazioni del pci sono state significative, di primo rilievo, passando dallo stalinismo filosovietico e dell’attesa rivoluzionaria all’eurocomunismo (parzialmente e moderatamente) critico nei confronti della potenza socialista, ma alla fine degli ottanta qualcosa di importante cambiò, si delineò un “nuovo mondo” dominato da un Neocapitalismo spietato, finanziario e assolutista, dotato di nuovi agenti strategici, globali, postborghesi e privi di etica, che si avviava a chiudere la partita con l’alternativa collettivista targata URSS. I dirigenti comunisti italiani di allora, vista la malaparata, dovettero decidere in fretta se resistere su posizioni che sarebbero diventate, storicamente, sempre più scomode, oppure se aderire all’epocale cambiamento. I giovani dirigenti, che sostenevano la segreteria Occhetto, fecero la seconda scelta, un po’ per opportunismo e “istinto di sopravvivenza”, un po’ per “esplorare” le nuove possibilità che si delineavano. Ne consegue che l’ultimo, vero segretario di un pci di là a poco morente è stato Alessandro Natta (dal 1984 al 1988), come lui stesso ha dichiarato, mentre il primo segretario del nuovissimo pds è stato Achille Occhetto (in carica fino al 1994). Possiamo considerare Achille Occhetto, con i suoi giovani dirigenti ultrariformisti, fra i quali Massimo D’Alema e Fabio Mussi, il Gorbaciov “de noantri”, un Michail di provincia di nome Achille. Volendo essere buoni, non pensando male almeno per una volta, anche per lui potrebbe valere il detto che vale per il dissolutore dell’URSS Michail Gorbaciov e per la sua Trojka ultrarevisionista, e cioè “di buone intenzioni sono lastricate le vie dell’inferno”. Così, quella “cosa” in cui si era trasformato il pci diventava ancor più informe e il cambiamento, velocizzandosi, spingeva non tanto verso l’approdo definitivo del revisionismo e di una socialdemocrazia rivendicativa un po’ più coraggiosa di quella tedesco-occidentale, ma verso l’esito finale dell’internità politica, ideologica e culturale dei comunisti italiani a quello che stava diventando sempre di più un Nuovo Capitalismo finanziarizzato, globalizzante e vincente, compendiato politicamente dalla liberaldemocrazia occidentale, anch’essa in trasformazione. Non per caso la soppressione definitiva del partito comunista, ormai altro da sé, è avvenuta nel 1991, alla fine del cosiddetto “mondo bipolare” USA-URSS e del confronto fra l’ovest capitalista e l’est collettivista. Nato come partito comunista d’Italia il 21 gennaio 1921 a Livorno, il pci morì a Rimini, in occasione del XX congresso, il 3 febbraio 1991. Un settantennio di vita, quanto la compianta Unione Sovietica (n. 1922, + 1991).
Arco costituzionale (che inglobava a pieno titolo il pci), convergenze parallele (secondo l’Aldo Moro che mediava), consociativismo politico (nei fatti, per governare l’Italia), eurocomunismo (di Berlinguer e dei suoi) sono tutte espressioni di epoche successive a quella dei primi governi unitari antifascisti, da Bonomi a De Gasperi, cui partecipava il pci. Neologismi che sintetizzano le fasi trasformative del pci postbellico, nel suo difficile e contradditorio rapporto con il capitalismo e il sistema politico vigente. In questa lunga marcia di avvicinamento al capitalismo, con progressivo abbandono del mito della rivoluzione socialista e adesione implicita a una più “tranquilla” visione socialdemocratica, sono nate e morte nuove generazioni di comunisti (il pci ufficialmente non aveva correnti), come i miglioristi amendoliani “di destra” e gli ingraiani loro avversari, i berlingueriani del distacco dall’URSS e dal sovietismo e i più ortodossi cossuttiani confluiti, in seguito, nel partito della rifondazione comunista. Alla fine il partito comunista, sempre di più “la cosa” e sempre meno la guida e il riferimento politico per le masse proletarie, è stato sciolto, mentre si faceva avanti una nuova generazione di esponenti insensibili alle grandi questioni sociali insorgenti, alle crescenti disparità che un capitalismo geneticamente mutato e rinvigorito diffondeva, alla sorte di milioni di lavoratori e di soggetti economicamente deboli. Una nuova generazione sempre più disposta, negli anni, a mettersi al soldo della finanza trionfante e delle élite dominanti postborghesi, per sopravvivere politicamente, in posizione subordinata, nel “mondo nuovo”. Per tali motivi, dopo le prime sconfitte operaie degli ottanta la situazione è precipitata e gli attacchi contro il lavoro si sono estesi, negli anni novanta fino ai giorni nostri, investendo le giovani generazioni precarizzate, la stabilità del posto di lavoro e una buona fetta del ceto medio. Se non fossero maturati gli eventi ricordati in questo saggio, sarebbe stato impossibile imporre i dogmi neoliberisti in questo paese senza incontrare alcuna resistenza, e demolire la sovranità nazionale dell’Italia senza contrasto, com’è effettivamente accaduto, ponendo il paese sotto il pieno controllo di organismi sopranazionali privati.   

Ecco il triste esito di quella che è stata definita la via italiana al Socialismo: il riciclo degli ex comunisti negli apparati ideologici e politici di un capitalismo privo di etica e di socialità, senza alcuna possibilità di ravvedimento e di ritorno a un glorioso passato di lotte, ormai completamente dimenticato.