giovedì 3 febbraio 2011

HUEY NEWTON: DAL NAZIONALISMO AFRO-AMERICANO ALL'INTERCOMUNITARISMO RIVOLUZIONARIO




Matteo Brumini

“Nel 1966 definimmo il nostro partito un partito nazionalista nero. Chiamavamo noi stessi nazionalisti neri perché pensavamo che il concetto di nazione fosse la risposta. Poco dopo decidemmo che ciò di cui avevamo bisogno era il nazionalismo rivoluzionario, cioè nazionalismo più socialismo. Dopo aver analizzato le condizioni un po' più a fondo, trovammo che questo era impraticabile e persino contraddittorio. Quindi, arrivammo a un più alto livello di coscienza. Vedemmo che per essere liberi dovevamo annientare il ceto dominante e perciò dovevamo unirci con i popoli del mondo. Così ci chiamammo internazionalisti. Cercammo solidarietà dai popoli della terra. Ma cosa accadde? Trovammo che a causa del fatto che ogni cosa è in uno stato costante di trasformazione, a causa dello sviluppo della tecnologia, a causa dello sviluppo dei mass media, a causa della potenza di fuoco degli imperialisti, e a causa del fatto che gli Stati Uniti non sono più una nazione ma un impero, le nazioni non potevano più esistere, perché non avevano più i criteri rispondenti al concetto di nazione. La loro autodeterminazione, determinazione economica e determinazione culturale, era stata trasformata dal ceto dirigente imperialista. Non erano più nazioni. Trovammo che per essere internazionalisti dovevamo essere anche nazionalisti, o almeno riconoscere il concetto di nazione. Internazionalismo, se capisco la parola vuol dire interrelazione tra un gruppo di nazioni, ma dato che non esiste alcuna nazione, e dato che in realtà gli Stati Uniti sono un impero, è impossibile per noi essere internazionalisti. Tali trasformazioni e tali fenomeni ci richiedono di chiamarci “intercomunitaristi”, perché le nazioni si sono trasformate in comunità del mondo. Ora il Black Panther Party nega l'internazionalismo e sostiene l'intercomunitarismo.”

Questa appena letta è una delle dichiarazioni meno note di Huey Newton ed allo stesso tempo una delle più fraintese e delle più contestate nel dibattito politico interno al Black Liberation Movement.
Queste parole sono anche il riassunto politico ideale del cammino teorico e dialettico del fondatore, leader e maggior teorico del partito rivoluzionario più importante e radicato sul territorio statunitense negli anni Settanta, quel Black Panther Party che nel 1967 appena un anno dopo la sua prima apparizione sulla scena politica statunitense J. Edgar Hoover allora direttore dell'FBI definì “la più grande minaccia alla sicurezza interna degli Stati Uniti”.
Da queste parole parte e si sviluppa questo articolo che riprendendo e basandosi sugli studi a riguardo di Alvaro Reyes vuole approfondire il percorso teorico che portò Newton da posizioni di semplice nazionalismo a posizioni rivoluzionarie per approdare infine a quello che lo stesso Newton chiamò con un neologismo “intercommunalism” e che in Italia è stato tradotto con il termine “intercomunitarismo”. Tale scelta non è chiaramente casuale ma utilizzando le parole di Mauro Trotta “vuole sottolineare il suo valore di creazione di comunità aperte e in relazione tra loro, in modo da evitare i fraintendimenti che potrebbe provocare la parola “intercomunalismo”, la cui radice in italiano rimanderebbe al comune, al comunale, che può essere inteso come istituzione pubblica, piuttosto che come comunità”. Subito dunque appare evidente la centralità del concetto di comunità nel discorso di Newton, centralità tanto più profonda quando si abbia una visione complessiva della sua teoria e di come tale concetto costituisca la pars costruens di tutta la sua architettura dialettica.
Va premesso prima di continuare comunque che Newton aldilà dell'interesse indubbio dei suoi studi e delle sue analisi non fu mai in grado di produrre un singolo lavoro organico sul tema dell'intercomunitarismo; di formazione intellettuale autodidatta Newton produsse sempre in maniera sporadica e non approfondita; altrettanto importante è sottolineare come il percorso teorico e storico di Newton sia necessariamente legato biunivocamente alla storia e al cammino politico della comunità nera statunitense nel periodo che va dagli anni Cinquanta sino agli anni Settanta, decennio quest'ultimo in cui si insinua l'apice della forza politica e rivoluzionaria del BPP e della vivacità intellettuale di Newton.
Il Black Panther Party for Self-Defence nasce e si rivela alla società statunitense il 2 maggio 1967 impugnando fucili sulla scalinata del Capitol Building di Sacramento in California, esigendo l'autodeterminazione per i neri negli Stati Uniti e promettendo di proteggere la comunità nera dalla brutalità della polizia. Se il BPP tuttavia si rivela così fulmineamente nella scena rivoluzionaria statunitense il concetto di autodeterminazione della nazione nera all'interno degli Stati Uniti nasce e si sviluppa gradualmente negli anni precedenti all'interno di tutto il calderone politico denominato Black Liberation Movement.
Alla fine degli anni Cinquanta e nei primi anni Sessanta, mentre gran parte della società bianca statunitense rimaneva impermeabile agli eventi che stavano rapidamente cambiando il mondo (il maggio francese, la decolonizzazione e l'ascesa del terzomondismo), molti nella comunità nera iniziarono a infiammarsi “per un orgoglio di “razza” nuovamente ritrovato che cominciò a solidificarsi dopo la diffusione di notizie e fatti relativi alla liberazione del Ghana nel 1956. Tutti presi da questo entusiasmo molti nella comunità nera si imbarcarono in “movimenti per la libertà” in casa propria, il cui inizio oramai convenzionalmente si colloca nell'ottobre del 1958 con il lancio del boicottaggio contro gli autobus di Montgomery. L'influenza che le notizie dal Ghana ebbero sui fatti di Montgomery fu presto superata dall'instaurazione di rapporti diretti tra il movimento radicale nero negli Usa e quelli che venivano visti come loro alleati nel Terzo Mondo” (Reyes). La sintesi ripresa fra l'altro anche da Eldridge Cleaver (altro noto teorico ed esponente del BPP che spesso si scontrò con le teorie di Newton) fra ciò che era interno (Montgomery) e ciò che era esterno (la decolonizzazione e il terzomondismo) portò una parte consistente della comunità nera a forme di lotta e di consapevolezza politica che andavano oltre la lotta per i diritti civili polarizzata attorno alla figura di Martin Luther King e si radicalizzò in molteplici forme sotto l'ampia bandiera del Black Liberation Movement. Oltre i diritti civili nacque dunque una lotta direttamente e immediatamente analoga nella percezione e nell'analisi a quelle del Terzo Mondo; “la lotta di un popolo colonizzato che combatteva con l'obiettivo finale della liberazione nazionale” (Reyes). Il motto del BLM era “la lotta di una nazione all'interno di una nazione”.
La contiguità teorica con il terzomondismo portava con sé la scoperta da parte del BLM dei pilastri stessi del pensiero terzomondista; una linea politica che passava per Fanon e quindi per Lenin e Stalin ed una linea dei mezzi militanti che passava per Guevara e Mao.
È proprio dal contatto con gli scritti di quest'ultimo che Newton compie il primo gradino del proprio percorso teorico. Come molti dei suoi compagni di partito, Newton era un grande ammiratore di Mao ma mentre il partito continuava a muoversi in un percorso di tipo nazionalista terzomondista rivoluzionario sotto la spinta delle teorie fanoniane già durante il suo periodo di detenzione dalla cella Newton insisteva sul fatto che il Bpp doveva seguire l'esempio ed il pensiero del presidente Mao. Ovviamente non si trattava solamente di insistere sugli scritti di carattere strategico-militare ma di qualcosa che andava a rielaborare il concetto stesso di materialismo dialettico. Il punto centrale di questa rielaborazione proviene dall'influenza profonda che ha in Newton il saggio di Mao Sulla Contraddizione, nel quale si afferma sin dalle prime righe: “La legge della contraddizione tra le cose, cioè la legge dell'unità degli opposti, è la legge fondamentale del materialismo dialettico”. Non è difficile leggere l'eco di queste parole rileggendo alcuni passaggi fondamentali degli scritti di Newton di questo periodo: “la contraddizione è il principio regolatore dell'universo: dona movimento alla materia”; oppure: “ la contraddizione, o lo sforzo dell'inferiore di arrivare a soggiogare ciò che lo controlla, dà movimento”; e ancora: “l'interna lotta degli opposti basata sulla loro unità fa sì che la materia riceva il movimento come parte del processo di sviluppo”.
Il perché Newton insista tanto in questo periodo sul concetto di contraddizione è rivelato ancora una volta dalle parole stesse di quest'ultimo subito dopo il rilascio di prigione nel maggio del 1970 in una dichiarazione: “Ogni conclusione o azione particolare che noi pensiamo sia la rivoluzione è in realtà reazione, perché la rivoluzione è un processo di sviluppo”.
Sostanzialmente Newton stava cercando di trovare una terza via tra le due correnti principali che animavano il dibattito interno alla sinistra rivoluzionaria statunitense di quegli anni; da una parte le organizzazioni marxiste-leniniste che a parere di Newton erano arrivate a considerare impossibile qualsiasi possibilità di rivoluzione, e dall'altra la fazione scissionista del BPP capeggiata da Eldridge Cleaver che sempre a parere di Newton considerava condizione necessaria e sufficiente per l'innesco della rivoluzione la “presa del fucile” da parte delle masse popolari. Per Newton queste due posizioni condividevano la premessa sbagliata all'interno del marxismo classico che ci fosse uno sviluppo uniforme all'interno delle contraddizioni che avrebbe permesso di tracciare conclusioni predeterminate e risolutive di qualsiasi contraddizione. Newton dunque tentava di spingere i membri del BPP e le masse popolari a pensare alla rivoluzione come a un processo senza una fine determinata.
Conseguenza di questa nuova analisi del materialismo dialettico fu per Newton la critica all'insistenza sulla natura coloniale della situazione degli afro-americani negli Stati Uniti. Gli sviluppi interni al capitalismo avevano necessariamente modificato per Newton la natura del dominio. Newton voleva spostare il focus dell'analisi non sullo status coloniale dei neri americani ma sulla comprensione che era la trasformazione continua del processo capitalistico a rendere possibile lo sfruttamento. Riprendendo le parole di Reyes su questo passaggio per Newton “il nuovo imperialismo era un imperialismo che non si accontentava più del dominio su soggetti colonizzati lontani e aveva invece rivolto la sua forza verso l'interno, verso la “madrepatria” stessa, un processo che Newton più tardi avrebbe etichettato come “una variante imperialistica dell'imperialismo””.

La successiva conseguenza radicale dell'analisi di Newton era dunque la scomparsa delle nazioni. È questo uno dei passaggi fondamentali del suo pensiero ed uno dei punti cruciali su cui come è facile intuire più si divise la comunità interna al partito e su cui Reyes nei suoi studi da una interpretazione vicina alle teorie negriane. Vale dunque approfondire questo punto. Chiaramente l'annuncio da parte di Newton ai suoi compagni di partito che le nazioni avevano cessato di esistere fu accolta con sgomento e riserva; va tenuto conto infatti come detto sopra che il BPP nasceva all'interno di un movimento più generale di rinascimento del nazionalismo afro-americano sino ad arrivare al concetto già citato di “nazione nella nazione”. Ma cosa intendeva Newton con questa affermazione? In cosa a parere di chi scrive essa si scosta dalle teorie negriane? Molto brevemente Newton definiva nazione quello spazio territoriale che permetteva di individuare quella che Schmitt definisce “la distinzione amico-nemico”. In questo contesto non va dimenticata l'importanza che aveva all'interno del BPP il contributo di Stokeley Carmichael sul Black Power e riassunto nelle parole di Cleaver: “Il Black Power deve essere visto come una proiezione della sovranità, una sovranità embrionale che il popolo nero può rendere attuale per il fatto che può fare distinzioni tra se stesso e gli altri, tra se stesso e i propri nemici, in breve, tra la madrepatria bianca americana e la colonia nera”.
Dunque a partire da queste premesse è facile capire che quando Newton scrisse che “le nazioni non esistono più” stava semplicemente concludendo che lo spazio territoriale per la distinzione amico-nemico era scomparsa. Il mutamento all'interno del capitalismo apportato dalle nuove tecnologie militari e per il trasporto e dallo sviluppo massmediatico ha creato secondo Newton un capitalismo integrato a livello globale. Dunque non era più possibile per le forze anticolonialiste e antimperialiste liberare semplicemente e spazialmente un determinato territorio o nazione attraverso l'uso della forza. Il senso della scomparsa delle nazioni per Newton è tutto qui; di certo per Newton non erano di certo scomparse le differenze culturali e dunque non erano di certo scomparse le istanze per i popoli di ricerca di una nazionalità attraverso la lotta di liberazione fisica né infine che quest'ultima non poteva più essere messa in una relazione proporzionale con la possibile effettiva liberazione. Semplicemente cadevano con la “scomparsa delle nazioni” anche tutte le condizioni di necessarietà e sufficienza che fino ad ora la liberazione territoriale aveva portato con sé.

Il successivo passaggio di Newton a questo punto è l'affondo contro l'idea di persistenza dell'entità statale. La classe dominante, a causa del suo desiderio di mantenere un controllo sempre crescente sulle capacità produttive della popolazione mondiale, aveva “messo sotto assedio tutte le comunità del mondo, dominando le istituzioni a tal punto che il popolo non aveva più al proprio servizio le istituzioni nella propria terra” (Newton). Si era imposto secondo Newton un “non-stato”, strettamente reazionario, che serviva a mantenere il dominio capitalistico. Le conseguenze di questo passaggio nella elaborazione di Newton sono devastanti per qualsiasi visione socialista potenziale all'interno del nuovo sistema capitalista; “Crediamo che per come stanno le cose oggi il socialismo negli Stati Uniti non ci sarà mai. Perché? Non ci sarà mai perché non può esserci. Attualmente non può esistere in nessun posto del mondo. Il socialismo richiederebbe uno stato socialista, e se non esiste lo stato, come può esistere il socialismo?”

Ripensamento del materialismo dialettico attraverso il processo di contraddizione, fine delle nazioni come spazio territoriale di demarcazione tra interno e esterno e affermazione del non-stato avevano portato Newton a teorizzare un nuovo corso per il capitalismo globale. La difficoltà di Newton ora era definire e delineare a partire dalle conseguenze sovra esposte cosa fosse questo nuovo capitalismo. La risposta venne dalla concezione e dalla teorizzazione di intercomunitarismo reazionario.
Va prima di tutto precisato, e qui sta la debolezza della speculazione di Newton, che quest'ultimo non sistemizzò mai in maniera organica il concetto di intercomunitarismo reazionario ma la elaborò partendo da una intuizione. Di nuovo mi rifaccio alle parole di Reyes: “...quando accendeva la tv era bombardato dal famoso spot della Coca Cola pieno di facce asiatiche, africane e latino americane che cantavano “Mi piacerebbe comprare una coca per il mondo”. Newton presto giunse alla conclusione che queste pubblicità non erano semplicemente il risultato di una campagna accattivante; erano piuttosto segnali di un cambiamento in corso e a un livello molto più profondo” (Reyes).
Le innovazioni tecnologiche avevano minimizzato il bisogno di materie prime e di lavoro industriale e dall'altra parte avevano saturato i mercati nazionali, e una volta saturi il nuovo capitalismo aveva trovato proprio attraverso lo sviluppo delle nuove tecnologie di creare nuovi mercati in tutto il mondo. Chiunque al mondo secondo Newton oramai consapevolmente o meno “stava per comprare una coca” (Newton).
In questo contesto si era reso necessario trasformare il mondo intero in un unica comunità integrata di produttori e consumatori, la classe dirigente statunitense aveva trasformato l'imperialismo americano in un qualche cosa di nuovo, una nuova forma di imperialismo che Newton chiama intercomunitarismo reazionario. Qui si colloca uno dei passaggi più famosi del pensiero di Newton:
“nessuno è fuori dal sistema. A causa della tecnologia il mondo è ora così piccolo che tutti noi siamo una serie di comunità disperse, ma siamo sotto assedio da parte del circolo interno reazionario degli Stati Uniti” (Newton).
All'interno di questa prospettiva dunque era evidente per Newton che essendo cambiato strutturalmente l'imperialismo egemonico statunitense in un intercomunitarismo reazionario era cambiata anche o doveva cambiare la lotta antimperialista e di liberazione delle comunità umane globali. Il cambiamento era di grado e non più di genere tra quello che accadeva ad esempio alla comunità afro-americana all'interno degli Stati Uniti e quello che accadeva alle altre comunità sparse per il mondo. Il pensiero rivoluzionario andava articolato non più come una gamma di differenze tra liberazioni nazionali dai diversi sovrani ma come scala di differenze all'interno della lotta di liberazione da un singolo sovrano globale incarnato dal ceto dominante statunitense.
Dunque coerentemente che fare? Newton individua nella creazione di un intercomunitarismo reazionario la chiave di volta all'interno del principio dinamico di contraddizione per creare e sostenere un intercomunitarismo rivoluzionario; “Ci sono soltanto due classi: miliardi di noi e pochi di loro. Qualunque siano le differenze nei livelli di oppressione, dagli operai industriali e tecnici ai milioni di poveri del Terzo Mondo, la maggioranza del popolo della terra è diventata una classe di dominati”.

Indubbiamente, almeno per chi scrive, il pensiero di Newton offre proprio per il suo carattere di speculazione intuitiva e suggestiva una vasta gamma di riflessioni e di opportunità di nuove speculazioni eppure nella sua intuitività sta la sua debolezza. Newton pur arrivando a concettualizzare l'intercomunitarismo rivoluzionario non si soffermerà mai nel corso della sua vita breve sul concetto stesso di comunità. Non vi sono indicazioni chiare ed organiche su cosa e come vada concepita la Comunità in sé e le varie comunità umane; pur riconoscendo le differenze culturali ed antropologiche tra le varie comunità sparse per il mondo anche dopo “la fine delle nazioni” e l'affermazione del “non-Stato” non cercherà mai di articolare come queste differenze vadano o possano andare ad incidere all'interno delle relazioni intercomunitarie. La conseguenza di questa manchevolezza ha creato il paradosso per cui esiste nella speculazione di Newton un concetto intercomunitario forte e una mancanza altrettanto forte sulla determinazione del concetto comunitario interno. Conseguentemente nel discorso risulta più centrata ed importante l'intercomunitarismo reazionario rispetto a quello rivoluzionario che ne risulta solo abbozzato.
Non a caso dopo la teorizzazione intorno all'intercomunitarismo Newton si concentrerà non tanto sulle prospettive rivoluzionarie quanto su come vivere all'interno di una situazione rivoluzionaria saltando così l'anello fondamentale di congiunzione tra status quo e possibilità futura.
Qui si inseriscono i concetti di suicidio reazionario e di suicidio rivoluzionario. Innanzitutto, Newton insisteva molto sul fatto che la retorica della violenza degli anni Sessanta era la conseguenza di una incapacità di tenere nella giusta considerazione il potere della trasformazione portando così a misurare il valore rivoluzionario di ogni azione proporzionalmente al suo potenziale distruttivo. Newton in contrapposizione utilizza la metafora della posizione del drago nelle arti marziali, colpire simultaneamente sia davanti che dietro in modo da distruggere ciò che c'è di vecchio ma allo stesso tempo creare un movimento verso il futuro. La rivoluzione per Newton va considerata come un suicidio, una morte del sé e allo stesso tempo una nuova possibilità e un processo di cambiamento. Da qui le definizioni di suicidio reazionario e suicidio rivoluzionario; la loro differenza “sta nella speranza e nel desiderio. Sperando e desiderando, il suicida rivoluzionario sceglie la vita; egli è, secondo le parole di Nietzsche, “una freccia desiderante un altro approdo”. Entrambi i suicidi disprezzano la tirannia, ma il rivoluzionario è insieme uno che disprezza fortemente e anche uno che adora fortemente...il suicida reazionario deve imparare, come suo fratello il rivoluzionario ha imparato, che il deserto non è un circolo. È una spirale. Quando siamo passati attraverso il deserto, niente sarà più lo stesso”. È forse proprio questo primato della volontà affermativa che caratterizza intuitivamente il concetto di intercomunitarismo rivoluzionario e che a parere di chi scrive circoscrive in parte l'idea di comunità di Newton.
Di certo questa volontà creatrice e questo primato della creazione sulla distruzione all'interno del concetto comunitario è riscontrabile anche oggi in altre realtà temporalmente lontane da quella di Newton, la ritroviamo nel concetto di Terzo Dominio di Ocalan come nello zapatismo, nelle fabbriche autogestite argentine come nel Prachanda Path.
Nello scrivere questo articolo in diversi punti mi sono ritrovato ad essere critico verso la spinta intuitiva di Newton e a riscontrare in parte il superamento di alcune delle posizioni di partenza, nell'articolo in parte ho cercato di mettere in evidenza questi punti, in altri casi ho preferito lasciare spazio all'esposizione. Questo per precisare che il pensiero di Huey Newton non va a parere di chi scrive preso come una visione profetica di un comunismo comunitario o intercomunitario quanto come una cerniera possibile, un ponte poco battuto tra gli anni Settanta e noi uscendo dagli schemi molto più analizzati e dibattuti dell'autonomia.

Pubblicato su Comunismo e Comunità n. 3

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