lunedì 23 gennaio 2012

Popoli e classi dominate senza rappresentanza di Eugenio Orso





Breve premessa

Il presente saggio politico, non specialistico e non politicamente corretto, è diviso in due parti ed ha come oggetto il sopraggiunto deficit di rappresentanza politica e sindacale, all’interno del sistema vigente, di vasti strati della popolazione italiana (e di altri paesi europei) nelle attuali, gravissime contingenze economiche e sociali.

La prima parte è dedicata al passato, e cioè alla condizione delle classi dominate nella seconda metà del novecento ed alle ragioni della rappresentanza “condizionata” di cui godevano nel sistema, che si reggeva grazie al compromesso fra uno Stato ancora sovrano ed il libero Mercato e all’inclusione capitalistica in atto, mentre la seconda parte è dedicata al tempo presente, in cui domina la coppia precarizzazione/esclusione ed in cui un numero sempre più grande di soggetti sociali, colpiti nei loro interessi vitali dagli effetti della crisi strutturale neocapitalistica e delle manovre impoverenti imposte dai governi liberaldemocratici (“tecnici” come nel caso dell’Italia, o politici altrove) non ha più alcuna rappresentanza all’interno del sistema e finalmente, dopo anni di acquiescenza alle dinamiche neocapitalistiche, pur con fatica e fra mille difficoltà (intontimento e disinformazione mediatiche, delegittimazione/criminalizzazione della vera protesta, persistenza delle clientele politiche e sindacali, eccetera), inizia a prenderne coscienza.

Il passato: compromesso, inclusione e rappresentanza condizionata

La liberaldemocrazia, che dal secondo dopoguerra ad oggi ha fatto il paio con il capitalismo liberista anglo-americano e con i modelli capitalistici subalterni affermatisi nell’Europa continentale, ha sempre garantito in passato alle classi dominate, ed in generale ai popoli soggetti al comando capitalistico, una rappresentanza soggetta alle sue regole nei circuiti parlamentari ed in quelli sindacali, attraverso partiti, cartelli elettorali e centrali sindacali.

Un’applicazione parziale e controllata del principio di libertà di associazione ha favorito e promosso, in qualche misura, gli interessi delle classi dominate, e quindi della maggioranza delle popolazioni europee dell’ovest, impedendo che le famigerate “regole del Mercato” (libero da ogni condizionamento) sopprimessero qualsiasi forma di equità sociale e negassero una seppur minima partecipazione alla decisione politica, in posizione subordinata.

Quando la vicenda capitalistica era pienamente inserita in quadro nazionale, e vi era ancora una certa autonomia degli stati-nazione, questa rappresentanza ha potuto trattare con i dominanti borghesi, ancora legati alle sorti dello stato e della nazione di origine, spuntando non trascurabili miglioramenti economici e di vita dei dominati (la classe operaia, i ceti medi in espansione nella società), perché in quei contesti culturali, economici e politici era possibile contrattare con il padrone da posizioni di relativa forza, istituzionalmente garantite.

In quella epoca, in cui a detta dello scrivente il capitalismo ha lasciato intravedere “un volto umano” (o meglio, “quasi umano”), i dominanti borghesi sono stati costretti a cedere qualcosa del loro potere e della loro ricchezza, attraverso una diversa e più equa divisione del prodotto, nonché una maggior partecipazione alla decisione politica garantita delle classi inferiori, che restavano pur sempre in posizione subordinata.

Mediazione e compromesso erano dunque possibili, entro certi limiti invalicabili (in alcun modo avrebbero potuto portare alla costituzione di un entità comunista, fondata sulla socializzazione integrale degli apparati produttivi) e ciò è alla base della nascita e dell’estensione del welfare novecentesco, dei ceti medi, dei processi di relativa emancipazione di una parte significativa della popolazione.

Se questo processo di “riforma capitalistica”, nel dopoguerra, fu caratterizzato sul versante macroeconomico dall’applicazione delle teorie di Keynes (che non era un socialista/ laburista e non ha mai ripudiato capitalismo e liberaldemocrazia), ciò è avvenuto per “salvare il capitalismo” dalle minacce interne (reazioni all’iniquità sociale, eccessiva compressione del lavoro) ed esterne (successi del modello alternativo sovietico e minaccia politico-militare rappresentata dall’URSS) e non per superarlo o affossarlo.

Il “Bengodi” capitalistico del welfare, dell’estensione dei consumi, e della promozione sociale, è diventato possibile dopo la seconda guerra mondiale per un breve periodo, al più trentennale, quale effetto del mantenimento della sovranità politica e monetaria degli stati – pur con limitazioni, rilevanti soprattutto nella politica estera, come nel caso dell’Europa divisa fra i due blocchi, e pur alla presenza degli organi sopranazionali mondializzanti, come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, nati con la conferenza di Bretton Woods del luglio 1944.

La Comunità Europea era un simulacro di confederazione, a maglie molto larghe, non aveva ancora una moneta privata e non poteva imporre programmi economico-finanziari integrali agli stati membri, in taluni casi decidendone i governi assieme ad altri organi della mondializzazione come il FMI, a differenza di quanto accade oggi.

Osservando la situazione storica dal punto di vista dei soli paesi dell’Europa occidentale, perché quelli dell’Europa centro-orientale, com’è noto, hanno seguito una strada diversa, con il senno di poi possiamo affermare che il compromesso fra Pubblico e Privato, fra Stato e Mercato, fra la Politica e il Grande Capitale economico e finanziario, ha consentito di imbrigliare un poco la distruttività sociale ed ambientale di questo ultimo, riconducendolo per certi versi sotto un controllo di natura politica, ed ha permesso di ritagliare spazi di emancipazione per l’affermazione (ancora parziale ed insufficiente, bene inteso) dei diritti dei dominati.

Per tali motivi – attenuati con il compromesso e con la parziale, ma significativa rappresentanza politica e sindacale concessa alle classi inferiori i rischi rivoluzionari e di destabilizzazione dell’ordine costituito, il capitalismo del secondo millennio è sembrato godere di un consenso piuttosto ampio, proprio fra quelli che subivano i suoi rigori, mitigati dal welfare e dalla promozione sociale, e così il suo “braccio politico ed istituzionale”, cioè la liberaldemocrazia a suffragio universale fondata sulla rappresentanza.

Nell’Europa occidentale di allora, le rappresentanze politiche e sindacali concesse ai dominati in seguito al compromesso erano naturalmente del tutto interne al sistema e non ne mettevano in discussione – se non a parole, con dichiarazioni roboanti e disattese, per imbonire elettori e lavoratori, i basamenti strutturali.

Si trattava, tutto sommato, di una rappresentanza parziale, condizionata dall’accettazione delle “regole del gioco” liberaldemocratiche, ma soprattutto dal comando capitalistico e dall’appartenenza al cosiddetto mondo occidentale, identificato con il blocco filo-americano, che non si potevano mettere in discussione.

Così, in Italia il partito comunista faceva parte a pieno titolo del cosiddetto “arco costituzionale”, governava importanti regioni e partecipava alla decisione politica (anche alla corruzione politica e della politica, se è per questo), la CGIL, sindacato a maggioranza comunista, condannava quanto il PCI l’azione clandestina e militare delle Brigate Rosse schierandosi con lo stato borghese, mentre nella Germania Ovest, in cui il partito comunista era fuorilegge (ufficialmente dal 1956), impazzava la socialdemocrazia, che dopo aver rifiutato pubblicamente il comunismo e Marx a Bad Godesberg (novembre 1959), approvando il mercato libero, poteva guidare liberamente, senza patemi e sospetti i governi della federazione e caldeggiare la cogestione dei grandi organismi industriali attraverso lo strumento sindacale, ma, naturalmente, senza sognarsi di mettere in discussione l’appartenenza del paese al campo occidentale, che era un tabù e come tale inviolabile.

Questa rappresentanza parziale ed ancora insufficiente, accompagnata da un certo grado di emancipazione economica e sociale, concessa in Europa occidentale alle classi dominate dentro i recinti del capitalismo del secondo millennio e della liberaldemocrazia parlamentare, ebbe l’effetto di consentire al sistema politico di reggere agli urti rivendicativi di massa, e al capitalismo di riprodursi, fagocitando nei suoi immaginari milioni di subordinati.

I motivi del compromesso raggiunto in quegli anni, ed effettivamente realizzato, erano di origine esogena e di origine endogena: la minaccia collettivista con lineamenti capitalistici dell’Unione Sovietica, e la serrata “concorrenza” del suo modello di società, la necessità di distribuire “panem et circenses” ai dominati per tenerli tranquilli, e poterli manipolare efficacemente creando il profilo del produttore/ consumatore, la necessità vitale di sviluppare le forze produttive, non soltanto per resistere alla “concorrenza” sovietica, ma per la stessa natura del capitalismo, la volontà di una piena “normalizzazione” interna, che portava alla distruzione delle culture particolari, d’ostacolo allo sviluppo, e degli aspetti comunitaristici dell’esistenza per imporre i propri stili di vita.




Il presente: esproprio, esclusione e deficit di rappresentanza

Il mondo sommariamente descritto nella prima parte di questo saggio è finito alla svolta del millennio, che ha visto l’affermazione di un nuovo modo storico di produzione e l’affermazione di un nuovo capitalismo, il quale per riprodursi sembra non avere più la necessità di includere integralmente le masse, concedendo miglioramenti delle condizioni di vita e creando il profilo prevalente del produttore/ consumatore, perché riesce a creare valore ed a moltiplicare il valore creato espropriando i beni collettivi, riducendo le conquiste sociali fino ad azzerarle, precarizzando ed escludendo progressivamente i dominati.

E’ per questi motivi (ed ormai, dopo tre decenni di de-emancipazione nei cosiddetti paesi sviluppati la cosa dovrebbe esser chiara a tutti) che il profilo prevalente imposto alle masse, frantumando l’ordine sociale precedente, tende a diventare quello del precario/ escluso.

Alla precarizzazione e all’esclusione nei rapporti di produzione vigenti, qualitativamente diversi da quelli del secondo millennio, si è accompagnata, in un quadro di strapotere degli organi della mondializzazione e di riorganizzazione globalista dell’Europa comunitaria, diventata Unione all’inizio dei novanta, la progressiva perdita di rappresentanza politica (e sindacale) dei dominati che ha proceduto di pari passo con la riduzione della sovranità degli stati.

E’ proprio dall’inizio degli anni novanta che è cessato definitivamente il “pericolo” sovietico, e con lo svanire delle attrattive ideologiche che per decenni l’hanno caratterizzato è cessata l’insidiosa concorrenza che metteva in pericolo, in Europa occidentale ed altrove, il controllo capitalistico sulle masse.

Trattato di Maastricht del febbraio 1992, riorganizzazione successiva delle istituzioni sopranazionali europee, creazione della BCE ed introduzione dell’euro nella circolazione effettiva, si sono rivelati utili cavalli di troia per espropriare gli stati e flessibilizzare i dominati.

Interi gruppi sociali, a partire dagli operai per arrivare ai ceti medi, hanno perso la tutela dei partiti svuotati di rappresentanza, incaricati di applicare i programmi politici imposti dall’esterno ed incapaci di elaborare vere alternative, e sono stati abbandonati al loro destino, in quanto lavoratori, dai sindacati ascari del nuovo capitalismo, al punto tale che oggi i non rappresentati, coloro che sono destinati a diventare “invisibili” o “irrilevanti”, tendono ad essere maggioranza assoluta.

Questo drammatico deficit di rappresentanza, sconosciuto nelle attuali proporzioni durante la seconda metà del novecento, dall’inizio della crisi sistemica ha iniziato a farsi sentire più drammaticamente, particolarmente in paesi come l’Italia dove è più evidente la subordinazione al comando globalista-neocapitalistico, e dove il degrado della piccola politica sistemica, che non deve elaborare programmi alternativi e deve soltanto obbedire agli ordini esterni (comprovando la perdita di sovranità politica dello stato), è più avanzato che altrove.

I recenti moti siciliani scatenati dalla protesta dei Forconi e da Forza d’urto, pur avendo specifiche motivazioni, quali l’aumento delle accise sulla benzina e il rincaro dei pedaggi autostradali che colpiscono i trasporti dei locali prodotti agricoli, d’allevamento e ittici, in buona misura non fanno riferimento ai partiti di cartapesta della liberaldemocrazia vigente od ai sindacati collaborazionisti che gestiscono dall’alto gli scioperi, ma nascono “fuori e contro”, perché coloro che vi partecipano – siano essi autotrasportatori, agricoltori, pastori, pescatori, operai, disoccupati, studenti, hanno compreso, sulla loro pelle, che non hanno e non potranno avere alcuna rappresentanza in questo sistema, diventato straniero e nemico quanto l’euro.

Oltre a chiedere, in concreto, la defiscalizzazione dei carburanti e l’applicazione dello statuto della regione Sicilia, per trattenere nell’isola le imposte che gravano sulle locali imprese, per bocca di uno dei loro capi, i “Forconi” invitano la classe politica tutta, e senza distinzioni di schieramento (spesso soltanto apparenti) a mollare la presa e ad andarsene a casa, e inoltre avanzano la provocatoria richiesta che si inizi a battere una moneta siciliana.

Parimenti, i tassinari in rivolta contro le assurde liberalizzazioni del governo fantoccio di Monti, che avanzano richieste specifiche come quella che la decisione sull’assegnazione e sul numero delle licenze resti ai comuni, e rifiutano l'extra-territorialità con la libertà di prestare servizio in altri comuni, faranno sempre meno riferimento ai sindacati di categoria (esistono ben 23 sigle sindacali), perché hanno capito che questi, con un piede saldamente piantato dentro il sistema, cercheranno sempre e comunque, ed a qualsiasi costo sulla pelle dei lavoratori, di arrivare a compromessi con la controparte.

La decisione a riguardo del temuto sciopero di dieci giorni dei gestori delle pompe di benzina, passa interamente attraverso i sindacati ufficiali (come ad esempio Faib-Confesercenti e Fegica-CISL), ma non è escluso che si potrà arrivare in futuro, anche in questo settore, a situazioni di tensione come quelle di Roma del 19 di gennaio, in cui c’è stata una frattura fra tassisti (“i sindacati ci hanno tradito e sono scappati via”, come hanno dichiarato gli interessati) e sindacati acquiescenti nei confronti di un governo fantoccio, voluto dai globalisti che controllano l'UEM e la BCE.

Dopo la capitolazione del segretario generale della Fiom Landini alla segreteria CGIL della Camusso (dietro la quale c’è il Pd che sostiene Monti a spada tratta), è probabile che una parte degli iscritti e dei delegati si risolverà ad abbandonare il sindacato sistemico di categoria, per intraprendere “fuori e contro” lotte veramente efficaci, mentre chi resterà dovrà languire nell’inedia, attendendo gli eventi, e dovrà rispettare l’ordine di scuderia di non fare scioperi (già di per sé inutili nelle forme note e praticate) contro l’esecutivo Monti, limitandosi a contrastare in modo simbolico e blando (e quindi inefficace) singoli provvedimenti governativi.

Per quanto il governo ha fatto dei passi indietro, in molti settori, in relazione alle liberalizzazioni imposte all’Italia dalla BCE (dalle farmacie ai notai, dalle assicurazioni RC auto ai carburanti il rigore liberalizzante sembra che si sia attenuato), ciò che importa rilevare in questa sede, in cui non si tratta da un punto di vista tecnico delle liberalizzazioni stabilite con decreto, è che l’inizio delle proteste contro le misure di Monti rivela qualche importante elemento di novità, ed in particolare un ulteriore, grave “scollamento” fra la popolazione, da un lato, ed i partiti, i sindacati, le stesse istituzioni liberaldemocratiche, dall’altro.

Sta emergendo a fatica, ma con una certa chiarezza in questa difficilissima congiuntura, la consapevolezza dei dominati di non avere alcuna rappresentanza all’interno del sistema, e di essere trattati, dal sistema stesso che opera per conto della classe dominante globale (esterna allo stato), come armenti da portare alla tosatura, o, nella peggiore ipotesi, da condurre al macello.

Ciò non potrà non comportare una certa disaffezione nei confronti della liberaldemocrazia (volendo usare espressioni fin troppo moderate), il montare della sfiducia in tutte le sue istituzioni (sempre con espressione moderata), ed un’aperta ostilità nei confronti dell’Europa unionista, con il risentimento nei confronti dei partiti che è già evidente, ed è stato furbescamente usato per imporre senza colpo ferire l’attuale governo italiano, emanazione dell’occupatore del paese più che del presidente della repubblica.

Come si è detto, la protesta dei Forconi e quella dei tassinari hanno motivazioni specifiche, locali, di categoria, e non esprimono con chiarezza le richieste di un cambio integrale di sistema, della ri-appropriazione della sovranità nazionale e dell’uscita dall’Europa unionista dell’euro, ma costituiscono pur sempre un passo in avanti rispetto alle blande e ridicole proteste degli Indignados/ Occupy, che sbraitano genericamente contro le banche ed occupano a casaccio (se ci riescono, con metodi pacifici dei quali si vantano) sedi bancarie, piazze, edifici pubblici e parchi.

Vi è la consapevolezza – in chi partecipa a queste semi-rivolte che coinvolgono, pur nella dimensione locale, molti soggetti e molte categorie, oltre che delle concrete e dirette ragioni della protesta vissute sulla propria pelle (il reddito, la continuità dell’occupazione, le condizioni future di lavoro), di non avere alcuna rappresentanza in un sistema ostile ed in mani nemiche, di non essere in alcun modo tutelato, e di dover farsi sentire fuori degli schemi degli inutili scioperi di quattro od otto ore, politicamente corretti, rigidamente programmati e controllati dall’alto (quelli “alla Camusso”, per intenderci).

Chi scrive ha avuto la netta sensazione che molti subordinati, davanti alle contingenze drammatiche del momento, hanno compreso che non si può più demandare ad altri la difesa dei propri diritti e dei propri interessi, semplicemente perché non vi è nessuno al quale demandare, nessuno che può rappresentarli, nessuna sigla di partito, nessun “corpo intermedio” frapposto fra il singolo e il potere effettivo che possa (o voglia) difendere i loro interessi vitali, e ciò che in passato poteva godere della loro fiducia – partiti politici sistemici, sindacati ammessi ed altre organizzazioni, è oggi saldamente e totalmente in mani nemiche e lavora contro di loro.

Anche se i sondaggi ammaestrati mantengono artificiosamente alta la fiducia nei confronti del presidente Napolitano (uno dei peggiori politici di tutta la storia d’Italia, ben peggiore di Berlusconi, per ciò che ha permesso che si faccia al paese e alla popolazione), al solo scopo di far credere che vi è almeno un’istituzione salda ed apprezzata dall’opinione pubblica, è probabile che l’ondata di “sfiducia” nel sistema si estenda a macchia d’olio ed investa in pieno il mondo delle libere professioni, i ceti medi non legati al lavoro dipendente, poiché un obbiettivo inconfessabile del governo Monti, sponsorizzato dal presidente Napolitano, è proprio quello di falcidiare nel numero e nei redditi questi soggetti sociali, per conto della classe globale.

Dopo aver disintegrato la classe operaia, precarizzandola e togliendole qualsiasi possibilità rivendicativa e di lotta, dopo aver colpito i ceti medi legati al lavoro dipendente, da riplebeizzare con gli operai, si cerca di depatrimonializzare e di flessibilizzare i ceti medi che praticano le libere professioni, “acclimatandoli” nel nuovo habitat capitalistico che ci è imposto.

Quindi non sono in ballo soltanto le sorti degli agricoltori, degli autotrasportatori e degli allevatori siciliani, o dei tassinari di Napoli e Roma, ma anche quelle degli avvocati e dei farmacisti in tutta la penisola, con la Grecia che in tal senso ha fatto da “apripista”.

Poi, forse, toccherà ai politici, ai parlamentari, a deputati e a senatori, oggi in grande maggioranza così condiscendenti ed ossequiosi nei riguardi di Monti, e ciò potrà accadere quando non serviranno più per dare una parvenza di legalità costituzionale, votando i provvedimenti dei governi dell’occupatore.

I politici, i loro capi, i VIP dei cartelli elettorali liberaldemocratici continuano con le loro assurde polemiche anche in questa situazione eccezionale, in cui diventa chiaro a moltissimi che il loro ruolo è soltanto quello di far passare, votandole in parlamento in cambio del mantenimento dei privilegi di cui godono, le manovre di un governo tecnicista-globalista dal quale sono stati tassativamente esclusi.

Così Bossi minaccia Berlusconi di far saltare la giunta regionale lombarda se non toglie la fiducia a Monti, ben sapendo che è solo l’ennesimo bluff e che non lo farà, Sacconi, ex ministro del welfare, e Cicchitto, capo gruppo parlamentare del PdL, criticano un poco il decreto delle liberalizzazioni, per scopi elettoralistici, prima di “fare il loro dovere” e votarlo (si poteva fare di più, per Sacconi, non si voterà un testo fotocopia, secondo Cicchitto), mentre Bersani, capoccia dell’osceno Pd, approva pedissequo, con qualche entusiasmo di troppo che non riesce a trattenere in un eccesso di servilismo (bisogna difendere, rafforzare e accelerare le misure approvate dal governo, dichiara il nostro), ed infine Vendola, l’astuto comunista individualista postsovietico, dichiara di non voler rompere con gli alleati presenti in parlamento sul governo Monti, il quale, per Vendola, non è certo un nemico da combattere in quanto sta massacrando la popolazione, ma è soltanto un po’ “spiazzante” per la sinistra.

Tutto ciò non farà altro che aumentare la distanza, destinata a diventare incolmabile, fra una popolazione abbandonata al suo destino e i partiti (tutti liberaldemocratici, anche gli ex comunisti) che da tempo non la rappresentano più, ed accrescerà la consapevolezza, nei soggetti sociali reali che dovranno sopportare l’insopportabile, cioè gli effetti concreti delle controriforme di questo governo, che per loro non vi è salvezza nel sistema, ma vi potrà essere soltanto “fuori e contro”.

Sembra finalmente manifestarsi dopo decenni di flessibilizzazione di massa, di idotizzazione collettiva e di precarizzazione del lavoro, in tutta la sua pericolosità per la riproduzione neocapitalistica e la sopravvivenza del sistema liberaldemocratico, lo spettro del conflitto verticale.

E’ bene chiudere questo saggio ponendosi la domanda che segue.

E’ possibile che dall’estensione di moti come quello siciliano ad altre aree del paese e dall’attivarsi cosciente di un numero sempre maggiore di soggetti sociali e di categorie produttive, colpiti dalle dinamiche impoverenti imposte dall’alto, nasca un programma politico alternativo dai lineamenti rivoluzionari, contro questo capitalismo socialmente criminale e fuori della trappola delle istituzioni e dei partiti liberaldemocratici, in grado di riattivare la solidarietà fra i dominati, di ripudiare l’euro e l’Europa dei globalisti, di liberare l’Italia dall’occupatore, di cacciare il bocconiano Monti e il suo sodale Napolitano, prima che il saccheggio globalista si compia, dal nord al sud della penisola?

Chi scrive non è mai stato troppo ottimista, ma spera ardentemente di sì.


 da: http://pauperclass.myblog.it/

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