domenica 1 dicembre 2013



Capitalismo utopistico e contraddizione tra individuo e comunità


Maurizio Neri

Il paradosso del capitalismo come sistema sociale, in effetti, è nelle sue premesse utopistiche di automatismo del movimento degli individui, i quali esprimono la simpatia tra persone ( Adam Smith è ben chiaro in proposito) attraverso l'esplicarsi di continui atti egoistici di accumulazione illimitata di beni, e di miglioramento illimitato della propria condizione materiale. Il fatto che si attribuisca a tali atti sintetizzati in un unico atto collettivo anonimo ( il mercato) un segno ed una manifestazione della simpatia tra uomini, rappresenta la contraddizione principale di cui parlo.
Tacciare il capitalismo e la sua ideologia ( il liberalismo) di essere frutto di una volontà egoistica prevalente sulla volontà solidale, non farebbe comprendere il punto nodale del problema, cioè il carattere utopico della riflessione sul benessere possibile all'insegna della società di libero mercato dove viene soppresso il momento politico riflessivo comunitario.
Non valutare tale aspetto significherebbe proporre uno schema dicotomico dove da una parte vi è la massa di individui egoisti che gioiscono della lotta fratricida, sostenitori dell'ordine attuale, e dall'altra un gruppo di romantici altruisti in lotta per il cambiamento.
Se cosi' fosse, dovremmo abbandonare ogni velleità politica e limitare la nostra azione alla conversione etica della “massa corrotta” dall'odio e dall'egoismo.
Ebbene, pur credendo fortemente nel fattore educativo-esemplare anche a proposito delle singole individualità, ritengo parallelamente essenziale svelare l'elemento utopico di simpatia universale insito nell'ideologia liberale e nel sistema che ne è il figlio naturale ( il capitalismo senza politica);  tanti sostenitori, attivi o passivi, dell'attuale ordine costituito, non sono affatto belve egoiste impazzite, ma uomini che si ingannano e che assorbono una falsa ideologia consolante.
Svelato tale elemento utopico, se ne potrà in seguito smontare pezzo per pezzo la falsa solidità, mostrarne l'assurda e nefasta contraddittorietà, e sostenere con ottime ragioni la necessità esistenziale di un ordine comunitario dove gli uomini possano coscientemente essere parte della totalità, senza ridursi schiavi di essa.
L'atto di produzione anarchica e casuale produce conseguenze immediate anche se non sempre visibili nel suo intorno.
L'aumento di vendite di un produttore, nell'anarchia produttiva, può comportare il fallimento di un altro produttore, la sua scomparsa nel mercato, la fine del suo lavoro, e dunque della sua specifica forma di espressione sociale. Se il gesto sociale ( e non comunitario) di produrre, vendere e comprare a proprio piacimento viene autonomamente considerato come libera scelta che, se condivisa da tutti gli individui, diverrà occasione di simpatia universale, si cade in un artificio del pensiero privo di qualunque senso se non quello dell'idolatria del progresso materiale come unica forma riconoscibile di risultato dell'interazione collettiva tra uomini.
Non è possibile infatti considerare a posteriori l'insieme degli atti individuali che ogni uomo compie nella libertà slegata dalla comunità, cioè la libertà dall'altro, un compiuto atto generale di simpatia e unità, senza cadere nell'erronea considerazione dell'uomo come ente naturale qualsiasi simile ad un albero o ad una formica.
Il funzionamento della natura agli occhi dell'uomo, si presenta, in effetti, come lo svolgersi casuale di eventi slegati che trovano una propria armonia a posteriori. La natura è ammirevole e compiuta in sé stessa per il fatto di manifestare un equilibrio a posteriori percepito come tale dall'uomo.
Per l'uomo è possibile esprimere un simile giudizio sulla natura poiché egli percepisce la sofferenza degli enti naturali come qualcosa di strettamente legato ad accidenti materiali, dunque non meglio gestibile che attraverso la legge della giungla. Se non v' è sofferenza spirituale, infatti, non vi è neanche tensione spirituale all'unità, e dunque, non v' è alcuna necessità di un ordine che non sia quello della legge del più forte. Tale legge, infatti, manifesta a posteriori dei risultati che, visti dagli occhi dello scienziato e dello statistico, sono risultati straordinari in termini di conservazione di equilibri biologici, salvaguardia della vita intesa come vita generica, e riproduzione dello stato presente in stati futuri.
L'economia capitalistica e l'ideologia a-politica che la sostiene e difende, pur non riconoscendolo a parole ( se non nelle sue versioni forti e forse più coerenti) si fonda ( al di là del correttivo contingente) sul riconoscimento di un'unica legge ferrea accettata da tutti: la legge della libera concorrenza, ovvero del libero prevalere del più forte sul più piccolo, ovvero del libero distruggersi, ovvero la legge della giungla.
L'ideologia posta a difesa di questa legge presenta un aspetto peculiare: mentre animali e piante non teorizzano la legge del più forte, ma la vivono già in atto, gli esegeti del capitalismo e della libera concorrenza costruiscono una teoria ( con tanto di giganteschi e raffinati supporti matematici e statistici) sulla presunta superiorità etica della legge dell'annientamento dell'uomo contro l'uomo ( la libera concorrenza, appunto) come forza di efficienza e progresso per la totalità considerata a posteriori secondo parametri di benessere materiale accresciuto, al di là cioè delle reali conseguenze sulla vita di ogni uomo intesa come luogo di conseguimento della felicità.
E' evidente il fatto che l'organizzazione capitalistica poggia su basi del tutto innaturali ( nel senso di natura umana razionale e sociale), che vengono fatte passare per naturali attraverso un artificio teorico a posteriori che muove da un errore fondamentale: l'utopia contraddittoria secondo cui atti finalizzati alla massima espansione dell'io e cui è strutturalmente estraneo il senso del limite ( limite che si intende come forma di controllo di sé nella reale simpatia universale ), potrebbero portare inconsciamente ad un'armonia collettiva.
La società capitalistica reale deve essere, prima di tutto, criticata nel profondo non per i suoi esiti tragici, presunti da alcuni come deviazioni da una possibile armonia tradita da eccessi monopolistici contingenti; non deve essere cioè criticata come tradimento dell'utopia smithiana della libera concorrenza liberatrice ( trasmutata, solo un secolo più tardi e attraverso una pura ideologizzazione, in espediente tecnocratico tramite la teoria neoclassica onirica della concorrenza perfetta).
Essa deve essere radicalmente criticata per il suo stesso presupposto utopico contraddittorio generatore della scissione spirituale ( definitiva nel capitalismo assoluto odierno, spogliato dalla politica) tra individuo e comunità.
Questo scritto non vuole scendere nel dettaglio della critica del modo di produzione capitalistico in tutte le sue specificazioni. La premessa della critica radicale del presupposto utopico e contraddittorio dell'ideologia che sorregge ( dall'intellettualismo organico fino alla mentalità popolare spicciola) il capitalismo odierno nella sua fase assoluta,  mi è necessaria per affermare la volontà di cambiamento, la cui finalità più generale è proprio il recupero dell'unità ( nella distinzione) tra individuo e comunità; unità che la società capitalistica esclude già a partire dal suo presupposto utopico ed umanista teorico professato. Un utopia ed un umanismo, dunque, cattivo e da respingere come generatore ( anche se alla radice inconsapevole ) di pericolosissimi ed amari frutti.
Bisogna adesso, discutere riguardo a come il comunismo possa essere il movimento reale di superamento della divisione arbitraria e forzata tra individuo e società e della trasformazione della società in comunità. 

Segue (1)

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