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mercoledì 4 gennaio 2012

Una recente moda filosofica: il nuovo realismo (new realism).



Note di interpretazione.

di Costanzo Preve



1. Ai primi di dicembre 2011, in contemporanea con il commissionamento della politica italiana da parte della giunta Monti (filosoficamente interpretabile come il passaggio dall'illusionismo idealistico di Berlusconi al realismo materialistico di Monti) si è tenuto a Torino un convegno di lancio pubblicitario di un nuovo brand filosofico, il nuovo realismo, definito direttamente in inglese new realism per piacere subito ai padroni imperiali americani, che oltre ad avere sport nazionali (baseball e football americano) hanno anche ovviamente una filosofia nazionale, la filosofia analitica. Il padrone di casa era Maurizio Ferraris, vecchio allievo di Vattimo che ovviamente ha ucciso il padre (come fanno regolarmente i filosofi, Giorello con Geymonat, Rovarotti con Paci, Vattimo ed Eco con Pareyson, eccetera). Presenti anche molti membri del jet-set colto italiano, dal bobbiano di regime Zagrebelski al moralista antiberlusconiano ed antiratzingeriano Flores d'Arcais fino al prezzemolo di incontri come questo, il pagliaccio Umberto Eco.


Non vado mai a fare lo spettatore passivo di questi riti accademici di intellettuali. Ma commentarle questo sì. E mi sembra anche giusto.






2. Una premessa. Nonostante la stima personale che nutro per la commentatrice torinese Franca d'Agostini (di cui si legga l'educata stroncatura del convegno in "Repubblica", 7/12/2011), non condivido la messa sullo stesso piano dei cosiddetti "continentali" e dei cosiddetti "analitici". Si tratta di una bestemmia preventiva e di uno in proiezione subalterna del peggior americanismo. I cosiddetti "continentali" sono la sola ed unica filosofia esistente al mondo, la philosophia perennis, che nasce con i greci, passa attraverso l'esperienza cristiana ed infine sfocia in giganti come Spinoza, Kant, Fichte, Hegel, e Marx. I cosiddetti "analitici" sono una curiosa ed irrilevante scuola britannica, esito dialettico dello scetticismo, dell'empirismo e dell'utilitarismo, che si caratterizza per trattare da "oggetti" sia i concetti astratti sia gli oggetti concreti, e che ha come logica immanente la delegittimazione radicale di qualunque universale normativo, in modo che di fatto l'unica universalità normativa rimasta possa essere il dominio totalitario dei mercati economici. Che questo sia già stato chiaro ai suoi fondatori, ad esempio il secondo Wittgenstein, non lo credo. Probabilmente Wittgenstein voleva esercitare una terapia antimetafisica del linguaggio, perché veniva dalla generazione sciagurata degli anni Venti che credeva in buona fede che la metafisica fosse stata responsabile indiretta dello scoppio della prima guerra mondiale. Ma l'inferno è lastricato di buone intenzioni.


Nessuno mi può chiedere di prendere sul serio la teoria della razza di Rosenberg oppure la teologia dei Testimoni di Geova. Il fatto che ci si chieda di prendere sul serio una pagliacciata coloniale come la filosofia analitica è considerato semplicemente più cool a causa dello snobismo degli intellettuali universitari.






3. Che cosa significa in filosofia "realismo"? Nel linguaggio quotidiano, unica bussola da cui partire (a cui non fermarsi, come ha magistralmente dimostrato Hegel, che lo chiamava "sapere immediato"), significa il riconoscimento dell'esistenza oggettiva di una realtà materiale esterna a noi. Gli psicologi cognitivisti sanno addirittura determinare i mesi in cui il bambino vi arriva. L'esistenza del mondo esterno non è un dato filosofico, ma una premessa evolutiva della sopravvivenza, da quando attraversiamo la strada per non farci arrotare a quando prendiamo atto di una difficoltà da affrontare.


Deve essere chiaro, quindi, che l'esistenza "reale" del mondo esterno non è mai, proprio mai, ma assolutamente mai, un problema filosofico. La filosofia inizia quando la totalità della realtà viene interrogata nel suo significato globale di Bene e di Male e di giusto ed ingiusto, non certo quando ci chiediamo se questa concreta tazzina di caffè esista realmente, e non sia solo uno schema interpretativo o costruttivo. Non fatevi ingannare dai pagliacci che mettono sullo stesso piano, chiamandolo magari pomposamente "ontologia", la totalità dell'essere sociale e la tazzina di caffè ed il telefonino.






4. Ho usato volutamente parole forti, perché non bisogna mai "stare al gioco" di chi ci prende in giro. Se un furbastro inscatola la sua "merda d'artista", e la quota sul mercato dell'arte, non bisogna iniziare dotte dissertazioni sul diritto dell'artista allo sperimentalismo o allo "straniamento del punto di vista del moralismo borghese bacchettone". Neppure per sogno. Bisogna immediatamente fargli fare le scale a calci nel sedere insieme con la sua merda d'artista inscatolata. Una società entra in "decadenza" quando diventa incapace, in preda a complessi di colpa, di effettuare una simile facile operazione.






5. Passiamo ora alle cose serie. L'esistenza degli oggetti esterni dati per presupposti (costruiti o meno kantianamente nello spazio e nel tempo come forme a priori della sensibilità) si chiama in filosofia "realismo gnoseologico". Ai greci antichi, a tutti i greci antichi, senza distinzione alcuna fra cosiddetti "idealisti" (Platone) e cosiddetti "materialisti" (Epicuro), questo problema era completamente estraneo, e non poteva neppure essere concettualizzato e verbalizzato. Tutti davano per scontata l'esistenza di oggetti esterni, sia i veritativi (Platone, Socrate), sia i convenzionalisti ed i relativisti (Protagora, Gorgia). La messa in dubbio dell'eventuale esistenza del mondo esterno comincia soltanto quando questo mondo esterno viene concettualmente unificato in modo, direbbe Marx, "sensibilmente sovrasensibile". E questa concettualizzazione unificata dell'essere astratto del mondo può avvenire soltanto in due modi, ed esclusivamente in due: Dio e la Storia. Entrambe le nozioni (teologia monoteistica e filosofia unificata del flusso storico) erano completamente e disperatamente estranee ai nostri padri greci. Il cosiddetto "realismo gnoseologico", infatti, comincia soltanto quando essi si congedano dalla scena europea, e per semplificare citerò soltanto due filosofi sintomatici: Tommaso d'Aquino e Lenin.


Il teologo domenicano Tommaso d'Aquino pratica il cosiddetto "realismo gnoseologico" perché presuppone l'esistenza esterna alla coscienza umana di una realtà suprema, il Dio della tradizione biblica. Dal momento che Dio, lo vogliamo o no, esiste fuori di noi, è chiaro che la vera conoscenza è in vario modo un riflesso, o un rispecchiamento, di oggetti in ultima istanza creati, o permessi, o concessi da Dio. Solo una presunzione luciferina (il cui primo esponente coerente è stato il tedesco Fichte) ci può far pensare che sia l'Uomo (maiuscolo, alla faccia degli anti-umanisti) a creare, non certo il Sole o la Luna, ma l'intero mondo storico e sociale che conosciamo.


Il militante comunista Lenin adotta la stessa teoria, il realismo gnoseologico. Si dirà che è strano, in quanto Lenin non solo era ateo, ma considerava attardati e superstiziosi cretini (in buona compagnia con Odiffredi, la Turchetto e la simpatica rivista l'Ateo, cui pure ho a suo tempo inviato un intervento, in seguito pubblicato) quelli che ci credevano. Ma una realtà esterna per Lenin c'era, ed erano le inesorabili leggi dialettiche della storia (si veda il modo bestiale e furioso con cui si relazionava con chi lo metteva in dubbio, cfr. Valentinov, I miei colloqui con Lenin, il Saggiatore).


Ricapitoliamo: in filosofia realismo gnoseologico non significa ammissione dell'esistenza esterna di oggetti o di processi, tipica del senso comune, ma significa rispecchiamento o riflesso di due datità a loro volta del tutto indimostrabili dal metodo scientifico moderno, cioè Dio e la Storia (intesa come processo storico unificato concettualmente e variamente direzionato).


Non si pensi di poter capire una cosa così semplice con il pagliaccio superpagato Umberto Eco, che ha recentemente definito il teologo bavarese Ratzinger inferiore filosoficamente ad uno studente di scuola media. Possibile che solo loro possano impunemente distribuire pagelle di imbecillità a platee di babbioni semicolti adoranti?






6. La strategia di rilancio del cosiddetto "new realism" è a tutti gli effetti una strategia pubblicitaria, che vede la sinergia di baroni universitari e di giornalisti di regime. Da un lato, una congrega di professori universitari, che lanciano il prodotto in convegni a New York, Torino e Bonn. Dall'altro, la cassa di risonanza di quotidiani come "Repubblica", organo dei semicolti italiani riciclati dal vecchio storicismo gramsciano al cosiddetto new realism attraverso la camera di decompressione provvisoria del cosiddetto pensiero debole, ermeneutico e nicciano.


Le cose sono forse più "complesse"? La complessità è una divinità universitaria cui prestare un culto conformistico. Ma neppure per sogno! I gruppi intellettuali accademici delle facoltà di filosofia sono più prevedibili degli spostamenti dei banchi di pesci, delle migrazioni degli uccelli e delle transumanze di bisonti. Certo, sono prevedibili se li si studia non come insieme aleatorio di singoli individui, ma come gruppo sociale unitario, il gruppo degli intellettuali, che a suo tempo Pierre Bourdieu definì un gruppo dominato della classe dominante. Un gruppo a guinzaglio lunghissimo, per dargli l'impressione della libertà, ma che alla fine deve cadere gravitazionalmente nello stesso posto.


Sono troppo settario? Sono troppo estremista? Sono troppo politicamente scorretto? Politicamente scorretto certamente sì, ma estremista e settario non credo. Passiamo ad alcuni esempi concreti.






7. Come disse don Abbondio a proposito dei bravi di don Rodrigo: "Le ho viste io quelle facce!". Ho avuto la fortuna di assistere in diretta ed in tempo reale, nel biennio 1977-78, al primo lancio pubblicitario di una scuola filosofica fatto con il metodo delle saponette e dei deodoranti per le ascelle, e cioè dei cosiddetti "nuovi filosofi francesi" (il cui esponente più noto, l'osceno BHL, si è distinto come consigliere di Sarkozy per l'aggressione alla Libia ed è tuttora editorialista del "Corriere della Sera", immagino superpagato). Ricordo quel biennio, perché segnò la fine del mio agitarmi senza scopo da militonto di "sinistra" ed il ritorno ad uno studio serio della filosofia, che avevo praticamente abbandonato per un decennio, travolto dal vergognoso ballo di San Vito sessantottino.


Il lancio pubblicitario dei "nuovi filosofi" segnò in effetti un'interessante sinergia fra il circo mediatico ed il mondo dei cosiddetti "intellettuali". Si trattò di una sorta di grande riciclaggio simbolico, di riconversione e di decompressione. In Italia un'intera generazione si era consegnata a vere e proprie "cupole criminali" (esemplare la cupola di Lotta continua di Sofri e Pietrostefani, mandanti dell'omicidio Calabresi), era entrata nel parossismo della illusione operaista ed aveva addirittura "flirtato" con la lotta armata, ed ora poteva sgonfiarsi e decomprimersi simbolicamente con la "scoperta" che tutto il comunismo con cui aveva rotto le scatole a genitori ed insegnanti non era altro che un'illusione criminale.


Devo ringraziare i "nuovi filosofi". Mi accorsi che si trattava di un riciclaggio generazionale particolarmente miserabile, e che è impossibile che una corrente filosofica seria possa accettare la via pubblicitaria alla "visibilità". Improvvisamente, il situazionismo di Debord e la dialettica negativa di Adorno, che avevo sempre costeggiato senza mai assimilarle, divennero improvvisamente chiare. Avevo permesso ai greci, a Hegel ed a Marx di dormire troppo a lungo. La ripugnanza verso la volgarità porta irresistibilmente a rivalorizzare le cose serie.


Grazie BHL!






8. Un discorso diverso deve essere fatto per il cosiddetto "pensiero debole" legato al nome di Gianni Vattimo. Mentre la nuova filosofia francese è stata soltanto un'operazione pubblicitaria di riciclaggio intellettuale di estremisti deficienti ricondotti all'ovile, con il pensiero debole siamo di fronte a qualcosa di diverso. Il cosiddetto "pensiero debole" si presenta come un'operazione di "indebolimento" non tanto della religione (da Vattimo furbescamente abbandonata dopo essere stato intronizzato all'accademia dal cattolico esistenzialista Pareyson, nemico in tutto di Abbagnano al di fuori del comune odio verso Hegel e la dialettica), quanto della filosofia storicista marxista della storia, cui il comunismo italiano aveva legato il suo profilo teorico (lo storicismo assoluto di tipo crociano, soltanto di "sinistra"). Si trattava di una forma di relativismo nichilistico "educato", che legittimava una liberalizzazione del costume sessuale svincolando questa liberalizzazione da una filosofia comunista della storia, cui gli imbecilli sessantottini l’avevano improvvidamente legata. Qui non esiste lo spazio, e neppure la necessità, di analizzare i due punti fondamentali di questo profilo filosofico, la lettura libertaria di sinistra di Nietzsche, già praticata da Bataille e soprattutto da Deleuze, e la lettura di Heidegger come annunciatore della "consumazione storica dell'Essere", lettura che non sta filologicamente né in cielo né in terra e che lo stesso Gadamer smentì apertamente (ma non c'era neppure bisogno della sua peraltro benvenuta auctoritas).


Tuttavia, l'importanza di Vattimo non sta affatto nella sua predicazione "debolista", quanto nel valore di posizione ideologica nella "congiuntura", che finì con l’incontrare il percorso autonomo di Massimo Cacciari. Se infatti dal "basso" il Pci era sempre di più un partito di cooperatori e di amministratori senza coscienza infelice hegelo-marxiana, dall'"alto" i suoi intellettuali "organici" furono indirettamente chiamati a smantellare la pappa storicistica pseudo-gramsciana ossessivamente fatta ingozzare ai militanti semicolti fra il 1968 ed il 1978.


Non so come Vattimo valuti soggettivamente il successo del suo stesso pensiero. Non gliel'ho mai chiesto, sebbene sia con lui in buoni rapporti, e valuti molto positivamente il suo atteggiamento verso la Palestina, Cuba ed il Venezuela. Può darsi che le interpreti come una giusta ricompensa ai suoi meriti soggettivi. Ma senza essere un "maestro del sospetto", in base all'analisi ideologica di matrice marxiana e dalla deduzione sociale delle categorie del pensiero, credo che il pensiero di Vattimo abbia incontrato una "finestra storica" congiunturale in cui la nausea verso lo storicismo beota era giunta a livelli di parossismo, e gli intellettuali volevano soltanto potersi sganciare dalle grandi narrazioni (Lyotard) e prendere il mondo così com'è (Sloterdijk). A un livello accademico di benpensanti privi di rimorsi "militanti" e di coscienza infelice di ex-estremisti pentiti bastavano Rawls, Habermas e Bobbio, tutti e tre felicemente schierati per il bombardamento etico-umanitario del 1999 su Belgrado.


Ma perché oggi pensiero debole ed il post-moderno sono in crisi? Ma è elementare, Watson!






9. A partire dalla svolta del 1989 il pensiero debole perde ogni funzione di mandato sociale verso la casta degli intellettuali, e può continuare ancora per un ventennio grazie alla terribile vischiosità inerziale delle corporazioni filosofiche universitarie, che riproducendosi per cooptazione possono durare un tempo molto maggiore di quanto spetterebbe al clima culturale che intendono promuovere e legittimare. Il pensiero debole era stato la versione italiana del più vasto fenomeno europeo del post-moderno filosofico, il cui motto era che non esisteva la realtà, ma soltanto la sua interpretazione. Questo rifletteva il desiderio del ceto intellettuale non solo di emanciparsi dal vecchio fardello dell'impegno sociale di legislatori in pectore (da Fichte a Sartre passando per Gramsci), ma anche di fondare il proprio arbitrio soggettivo assoluto su di una metafisica apertamente nichilistica. In Italia il pensiero debole sarebbe impensabile senza connetterlo con il desiderio degli intellettuali di emanciparsi dai due bestioni visti come ormai insopportabili, l'elefante-Chiesa cattolica ed il rinoceronte-Pci.


Oggi il postmoderno debole è presentato in modo manicomiale, come se costoro avessero voluto negare la realtà di oggetti esterni con un telefonino, una tazzina, un'esondazione di fiume, una cardiopatia, una crisi finanziaria, eccetera. Tipico del malcostume filosofico è presentare la tesi avversaria in modo manicomiale, in modo da poterla vincere con facilità. Naturalmente il pensiero debole post-moderno non intendeva affatto negare queste realtà concretamente effettuali. Intendeva negare la normatività di realtà "sensibilmente sovrasensibili" come Dio, la Storia ed il Capitalismo, ed intendeva negare Dio, la Storia ed il Capitalismo perché queste tre realtà sensibilmente sovrasensibili erano in qualche modo fondatrici e normative del mondo dell'esperienza.


A partire dal 1989 tutto cambia. Il comunismo storico novecentesco (nulla a che vedere con il comunismo utopico-scientifico di Marx, ove l'ossimoro è volontario) si suicida per la sinergia di una maestosa controrivoluzione sociale di massa dei nuovi ceti medi sovietici e cinesi, da un lato, e per la putrefazione antropologica degli apparati comunisti, dall'altro (si presti attenzione all'oscillare dell'ubriacone Eltsin ed al sorriso beota di Gorbaciov mentre pubblicizza le borse Vuitton e la pizza americana Hut). In quanto a Dio, è palese che i preti ormai vengono invocati solo come assistenti sociali per poveracci, drogati, criminali pentiti e come psicologi assistenziali per malati gravi. Dio resiste peraltro più della Storia per ragioni squisitamente filosofiche, in quanto la religione (lo aveva già capito bene Hegel, molto più di Feuerbach e di Marx) è un fenomeno di massa in cui gli uomini, guardando dentro se stessi, danno un senso alla loro vita (vallo a far capire agli atei positivisti!). In Italia Mani pulite, che fu sempre e solo un colpo di Stato giudiziario ed extraparlamentare, volto a distruggere quanto restava di uno Stato keynesiano (sia pure corrotto), iniziò nel 1992 un ciclo privatizzatore neoliberale destinato ad essere perfezionato nel 2011 dalla giunta Monti. Per non far capire quanto stava avvenendo si aprì uno spettacolo di pupi siciliani: il popolo viola, il popolo rosa, le donne in quanto donne, la casta dei mangioni, i diritti umani messi in pericolo da dittatori baffuti o barbuti, il Grande Puttaniere Berlusconi con i suoi due Ciambellani Bruno Vespa ed Emilio Fede, eccetera. Spettacolo riuscitissimo e performativo, se consideriamo la sua spettacolare riuscita popolare.






10. Ripetiamo ancora una volta il punto essenziale del problema. Non bisogna pensare in modo manicomiale che il pensiero debole post-moderno intendesse negare la realtà intesa come scatole, terremoti, cardiopatie, reumatismi, eccetera. Intendeva negare la normatività di realtà "sensibilmente sovrasensibili", sostanzialmente due, Dio e la Storia (intesa come filosofia deterministica e teleologica della storia). Anche il capitalismo venne di fatto derealizzato, in quanto anche le sue crisi persero ogni oggettività, diventando prodotto di errori (si pensi a come oggi la crisi economica in Italia venga ricondotta al malgoverno e all'ottimismo da piazzista del Grande Puttaniere).


La comunità filosofica universitaria, una delle più lente di riflessi e torbide dell'intera Via Lattea, si è finalmente resa conto che la fase di delegittimazione normativa delle due realtà sensibilmente sovrasensibili (ricordiamolo: Dio e la Storia) era ormai finita, e bisognava "tornare alla realtà". Già, ma quale realtà?






11. Il ritorno alla realtà propugnato dai new realists (l’inglese è d'obbligo, e non è solo una raffinatezza cosmopolitica, ma indica un volontario adeguamento servile) è il ritorno ad una realtà frammentata di oggetti del tutto disconnessi dal legame dialettico con una totalità espressiva. Del resto, questo era già chiaro ad Herbert Marcuse, nella sua critica alla filosofia analitica contenuta nel classico novecentesco L'Uomo ad una Dimensione. Purtroppo, anche per responsabilità soggettiva di Marcuse, questo classico fu letto all'interno dell'errore metafisico del pensiero di "sinistra", l'identità fra borghesia e capitalismo. In realtà, il pensiero borghese non era affatto ad una dimensione, in quanto è dialettico per sua propria essenza storica e sociale. Il capitalismo come meccanismo anonimo, impersonale e religioso, invece, non è effettivamente dialettico, ma si basa su di un pensiero della "differenza" che riflette la separazione ontologica fra oggetti e soprattutto fra differenziati e potenzialmente infiniti poteri d'acquisto di merci e di servizi. La lettura sessantottina del capolavoro di Marcuse, invece, la fraintese proprio nel suo nucleo comunicativo essenziale. Entrato in una fase post-borghese, ed appunto per questo ultra-capitalistica, la filosofia analitica rispecchiava questa frammentazione senza più ormai nessuna coscienza infelice di una totalità alienata da emancipare. Non a caso, nel lessico di questi nuovi realisti non trovano spazio i concetti di alienazione e di emancipazione, e qui appunto si può notare -se lo si vuole -la continuità con il pensiero debole e con il post-moderno.


Soggettivamente, questi sciagurati credono che il ritorno alla realtà sia il superamento del "populismo mediatico" di Berlusconi, identificato con un ventennio di sviamento culturale. Questa è proprio la fatua concezione del mondo di un Umberto Eco, cui giustamente costoro hanno riservato un posto da guru e padre nobile.






12. Ci si può legittimamente chiedere se questa operazione mediatico-pubblicitaria riuscirà a "mordere" sulla realtà concreta, la realtà cui pure costoro si appellano. Mi sembra evidente che il loro sia un fuoco di sbarramento preventivo contro un possibile ritorno del pensiero dialettico, che deve essere esorcizzato ad ogni costo.


La totalità capitalistica appare oggi fuori controllo, e soltanto un cosciente ritorno alla dialettica potrebbe interpretarla e cambiarla, secondo la formulazione delle marxiane Tesi su Feuerbach. Il pensiero dialettico è il pensiero che trova il suo coronamento in Fichte, Hegel e Marx, ed ha come presupposti Vico e Spinoza, e come continuatori Adorno, Marcuse, Bloch e soprattutto Lukàcs.


In questa fase speculativa del capitalismo assoluto (assoluto in quanto absolutus, sciolto da precedenti legami borghesi e proletari) abbiamo bisogno di un sapere assoluto nel senso di Hegel. Tuttavia, per evitare pittoreschi equivoci, diamo la parola a Remo Bodei, indiscusso conoscitore della dialettica hegeliana: "Si pensa che il sapere assoluto per Hegel sia qualcosa di manicomiale, come se sostenesse che con la sua filosofia si sa tutto. Ma le cose non stanno così: absolutus vuol dire sciolto da ogni legame, e cioè da ogni condizionamento del passato". Non si poteva dire meglio. Ma oggi sapere assoluto è il sapere filosofico sciolto da ogni legame con la pretesa del presente capitalistico di essere la fine della storia. Questo è oggi il "sapere assoluto" di cui abbiamo bisogno.


Nella sua fase astratta, il capitalismo si è costituito unificando teoricamente il mondo, lo spazio (materia), il tempo (progresso), il lavoro (valore), la società economica, la morale dell'individuo (robinsonismo). Nella sua posteriore fase dialettica, la filosofia ha dato spazio all'elaborazione della polarità tra borghesia e proletariato. In questa terza fase speculativa, in cui il capitalismo si contempla allo specchio (speculum) come insieme oggettuale di merci pure, abbiamo bisogno di ridialettizzare appunto lo speculativo.


La ridialettizzazione dello speculativo non avverrà facilmente. La corporazione dei filosofi universitari con accesso mediatico filtrato, gruppo dominato della classe dominante, vi si opporrà certamente. I new realists sono fra costoro. Certo, occuperanno il davanti della scena, ma sono sicuro che non avranno campo libero.

venerdì 27 maggio 2011

L’indifferentismo morale e la cultura dell’individualismo di massa



Intervista con il Prof. Costanzo Preve a cura di Luigi Tedeschi

1. Il degrado politico – culturale delle classi dirigenti della politica sia italiana che
europea, riflette il venir meno nell’ambito della società occidentale di valori di
carattere etico riconosciuti, su cui cioè, possa fondarsi un giudizio morale che
presieda alle scelte politiche dei popoli chiamati alle urne. L’indifferentismo morale
collettivo, è ahimé constatabile in questi giorni dinanzi alla aggressione armata
dell’Occidente nei confronti della Libia, stato sovrano riconosciuto dall’ONU,
bombardato in base ad una risoluzione delle Nazioni Unite voluta da Obama. Gli
USA hanno decretato la fine di Gheddafi senza che tale risoluzione, emessa in
spregio del diritto internazionale, fosse condannata dal sentire comune dei popoli,
come se tali avvenimenti, in cui l’Italia è coinvolta in prima persona, si verificassero
in altri mondi ed altri tempi. Non suscita certo entusiasmo l’aggressività armata
della Nato, né suscita molta indignazione la condanna dei presunti “crimini contro
l’umanità” attribuita a Gheddafi, ma la politica imperialista americana e lo stato di
soggezione dei paesi vassalli europei sono fatti che vengono accettati acriticamente
come uno stato di fatto che prescinde dalla volontà dei popoli, ormai estraniati dalle
scelte politiche delle classi dirigenti. Tutti ricordano i milioni di manifestanti scesi
nelle piazze di tutta l’Europa nel 2003 per condannare la guerra di Bush contro
l’Iraq, ma quei sentimenti protesta e di condanna contro l’imperialismo armato degli
USA sembrano scomparsi. In realtà l’esaurirsi di tale dissenso è dovuto proprio al
suo contenuto ideologico “pacifista”. Si condannava l’America, in quanto
aggressore armato dell’Iraq, ma nel contempo si condannavano i “crimini contro
l’umanità” di Saddam e si invocava la pace. Questo linguaggio pacifista adattato ai
tempi odierni assume questa chiave di lettura: si deve condannare l’intervento
armato della Nato, ma Gheddafi, in quanto criminale internazionale deve essere
destituito e processato, ma il tutto deve avvenire per via pacifica. E’ evidente che in
tal modo la protesta sposerebbe nella sostanza la strategia americana (tra l’altro
tendente al disimpegno militare diretto), ma contesterebbe solo le modalità
esecutive. Ipocritamente non si effettuano scelte di campo: nessuno sta con
Obama, nessuno con Gheddafi, tutti siamo per la pace. La protesta pacifista fallì nel
2003, perché non si effettuarono chiare scelte di campo. Occorre infatti schierarsi
sia con Gheddafi che con Saddam, ma non con le loro pur discutibili persone, ma
come rappresentanti legittimi di stati sovrani. La scelta è la seguente: o si prendono
le parti dell’imperialismo armato occidentale, oppure ci si batte per la sovranità
degli stati ed il diritto internazionale, tertium non datur. L’indifferentismo morale
collettivo attuale è la conseguenza della morale della non scelta, dell’assenza di una
causa con obiettivi politici concreti da conseguire.

Applicato direttamente e senza mediazione ai fatti storici, politici e sociali, il moralismo non
è solo la morte della politica, ma è anche e soprattutto la morte della stessa morale. La
morale, infatti, è sempre la specificazione problematica all’interno della singola coscienza
individuale dell’etica, e senza un’etica comunitaria sensata la stessa morale si agita in un
vuoto pneumatico senza fondamenti, consegnata al più puro arbitrio (cfr. Costanzo Preve,
Storia dell’Etica, Petite Plaisance, Pistoia 2007). Ma la stessa etica trova il suo
fondamento in una ontologia dell’essere sociale, che a sua volta presuppone un’analisi
“materiale” dell’economia e della geopolitica internazionale. Il moralismo non sa che
farsene di tutto questo, perchè è il regno dell’arbitrio soggettivo spacciato per riferimento a
presunti “eterni valori dell’Uomo”.
L’indifferentismo morale cui tu fai giustamente riferimento, e che correttamente attribuisci
al degrado delle classi dirigenti italiane ed europee (senza mai dimenticare che la testa del
serpente non sta a Roma o a Parigi, ma a Washington e nella pretesa messianica di
uniformare il mondo intero al solo criterio di giudizio protestante e sionista), è però il
prodotto dialettico perverso di una ipertrofia moralistica ipocrita, e non nasce dal nulla, ma
deve essere diagnosticato correttamente, se vogliamo guarirne ed uscirne fuori. La
recente guerra USA-NATO contro la Libia di Gheddafi, cui fai riferimento (scrivo nel giorno
di Pasqua 2011, e quindi non posso conoscerne ancora gli esiti, che immagino comunque
tragici per il popolo libico e per il diritto internazionale) ne è un esempio, ed è bene
parlarne direttamente. Non è certamente la prima volta che assistiamo a questo copione di
manipolazione organizzata e di criminalità mediatica. Dopo la dissoluzione del comunismo
storico novecentesco, talvolta impropriamente battezzato come “dittatura totalitaria” o
come “socialismo reale”, il caso-Libia è solo la terza volta. La prima volta è stata la
Jugoslavia (1999), e la seconda volta l’Irak (2003). In tutti e tre questi casi la sfacciata
violazione del diritto internazionale è stata ipocritamente motivata con ragioni “umanitarie”
cui è stata incollata anche la nuova ideologia neoliberale del diritto incondizionato di
abbattere i “dittatori”. Il “moralismo giudiziario”, inaugurato con i processi di Norimberga
e di Tokio (quest’ultimo ancora più sfacciato del precedente) vuole anche la sanzione
processuale dei Cattivi, e questo non è affatto un caso.
Non è affatto un caso, perchè la riduzione del diritto internazionale a diritto penale rivolto
verso i “dittatori” (qui non c’è differenza fra Milosevic, Saddam Hussein e Gheddafi, perchè
tutti e tre vengono simbolicamente “hitlerizzati” per poterne legittimare il trascinamento in
giudizio) non è che la conseguenza di quella privatizzazione della vita sociale cui abbiamo
già entrambi ampiamente fatto riferimento in una conversazione precedente. Sulla base di
questo criterio, Napoleone non sarebbe finito a Sant’Elena, ma sarebbe stato processato
da una corte penale inglese, russa, austriaca e prussiana. Cavour e Bismarck sarebbero
stati certamente processati, perchè non c’è dubbio che nel perseguire le loro finalità
politiche (rispettivamente l’unificazione dell’Italia e della Germania) commisero certamente
crimini penali di ogni tipo. La storia deve quindi ritenersi conclusa (vedi l’ideologia
imperiale americana di Francis Fukuyama sulla fine della storia), e conclusa in una
globalizzazione finanziaria generalizzata e guida militare e geopolitica americana. In
questo quadro il “pubblico” è ridotto a economia (più esattamente, a crematistica), e tutto il
resto è privatizzato, civilmente o penalmente.
Il discorso sarebbe lungo, e non può essere fatto in questa sede per ragioni di spazio.
Conviene invece limitarsi ad un punto solo, del resto da te bene individuato, che è la
vergognosa impotenza e connivenza del cosiddetto “pacifismo”.
Del pacifismo (chiamato a volte in modo classicistico “irenisno”) sono state date molte
definizioni, che a volte complicano le cose anzichè chiarirle. In questa sede per ragioni di
brevità e di chiarezza, mi limiterò a segnalarne due. In primo luogo, esiste un pacifismo
assoluto, che però a scanso di equivoci è bene definire subito come “non-violenza”, e che
non ha nulla e che fare con il berciare “pace, pace” in irrilevanti cortei ai cui fianchi
esagitati in passamontagna danno fuoco a cassonetti e spaccano vetrine in genere
ampiamente assicurate, nutrendo così le assicurazioni e lo spettacolo mediatico. La nonviolenza
è una tecnica politica individuale e collettiva, rivolta ad ottenere scopi, e deve
essere giudicata esclusivamente dal fatto se questi scopi vengono o no ottenuti, non certo
dal salmodiare pecoresco di belanti dipinti (vedi Gandhi, eccetera.). In secondo luogo,
possiamo chiamare pacifismo la risoluzione pacifica di conflitti originariamente violenti ed
addirittura armati in cui le due parti vengono chiamate intorno ad un tavolo di negoziazione
in presenza di un arbitro imparziale. Nel caso della Libia 2011, il solo “pacifista” degno di
questo nome è stata l’organizzazione dell’Unità Africana, il cui tentativo di mediazione è
fallito a causa del fatto che una delle due parti, che stava per perdere sulla base delle sue
sole forze, puntava ad una vittoria totale dato l’appoggio dei bombardamenti USA e
NATO. Non chiamo invece “pacifisti, perchè non lo sono in alcun modo, gli interventisti
“umanitari” violatori del diritto internazionale, che dovrebbero essere connotati invece
come “guerristi”, se le parole avessero ancora un senso non del tutto “colonizzato” dalla
manipolazione semantica del potere.
Mi congratulo con il tuo coraggio morale quando dici che occorre schierarsi sia con
Gheddafi che con Saddam, e non con le loro discutibili persone, ma come rappresentanti
legittimi di stati sovrani. Questa è esattamente anche la mia posizione. Sono stato con
Milosevic (1999) e con Saddam (2003), e sono oggi con Gheddafi (2011). In questo modo
viene colto il punto cruciale della questione, che sta nella illegittimità e nella infondatezza
(sia politica che morale) della pretesa dell’assolutezza del diritto arbitrario sul principio
dell’interventismo umanitario. Per avere un senso, il termine di “interventismo umanitario”
deve essere ferreamente limitato ai terremoti, alle catastrofi nucleari, agli tsunami, alle
carestie, ed a tutto ciò in cui è in gioco la solidarietà fra individui, popoli e nazioni.
L’interventismo militare geopolitico che si traveste da intervento umanitario (falsificando
anche le risoluzioni ONU, che parlavano solo di no-flight-zone, e non di diritto al
bombardamento con intervento unilaterale in una guerra civile fra libici) è invece sempre e
solo “guerrrismo”, ed in nessun modo “pacifismo”. Ma allora, che cosa muove le
cornacchie di “sinistra” interventiste, Pietro Ingrao, Rossana Rossanda, Dario Fo, Franca
Rame, eccetera (non parlo qui certo di Giorgio Napolitano, esponente organico della
subordinazione italiana agli USA ed alla Nato)?
Si è trattato di un impazzimento collettivo? In parte sì. Certamente, di un impazzimento
ideologico generalizzato. Ci può aiutare la scuola di Palo Alto in California (Berkeley), che
studia le psicosi dei bambini, sulla base dei messaggi contraddittori che ricevono dai
comportamenti contraddittori dei loro genitori, e che non sanno ovviamente padroneggiare,
decifrare ed elaborare. Tutta questa gente “di sinistra” non aveva mai considerato un
“valore” la sovranità nazionale, in nome della astratta solidarietà internazionalistica su
base puramente classista. Adesso questi sventurati hanno semplicemente rovesciato il
vecchio nichilismo nazionale a base anarcoide (per cui i ribelli hanno sempre ragione
contro un fantomatico “potere”, indipendentemente dal loro concreto programma politico e
sociale, che può essere ben peggiore di quello del potere precedente) in cosmopolitismo
astratto di generici “diritti umani” a base moralistica. Ma torniamo all’esempio dell’impazzimento
sulla base della mancata elaborazione di messaggi contraddittori. Da un lato,
questi fallimentari disgraziati recepiscono il messaggio dei mass media occidentali in
modo pressoché integrale e non filtrato da un metodo critico (Milosevic macellaio dei
Balcani, Saddam Hussein dittatore sanguinario, Gheddafi ridicolo tirannello amico di
Berlusconi, eccetera). Dall’altro, e contraddittoriamente, dopo aver recepito l’immagine del
Crudele Dittatore con simbolici baffi alla Hitler-Stalin, devono però belare “pace, pace” in
nome del riferimento astratto al pacifismo. Ma questi belati non possono resistere al
fascino della teoria dei diritti umani, pilastro del Politicamente Corretto con cui questi
sventurati (a mio avviso più degni di pietà che disprezzo) hanno sostituito il precedente
Operaismo Mistico (viva la FIOM) ed il precedente Culto del Guerrigliero Eroico (viva Che
Guevara). L’impazzimento ideologico che ne consegue, come nel caso dei bambini curati
a Palo Alto, li ha portati a gridare: “Viva la Pace! Uccidete il sanguinario dittatore, anche
con i bombardamenti USA e NATO, se necessario!!”.
C’è una lezione da trarre da tutta questa grottesca e triste storia? Certo che c’è. La lezione
consiste in ciò, che il pacifismo non può essere agitato in modo astrattamente ritualistico,
ma richiede una fortissima base teorica, filosofica politica e morale. Occorre ricominciare a
riconoscere l’aspetto principale e l’aspetto secondario dei problemi, e chiedersi come é
possibile che i responsabili della dittatura delle oligarchie crematistiche siano nello stesso
tempo i difensori dei diritti umani degli individui, dei popoli e delle nazioni. Il vergognoso
tradimento della parola data (il patto d’amicizia fra Italia e Libia) è stato unanimemente
avallato in Italia da tutta indistintamente la destra e la sinistra parlamentari, che hanno così
ancora una volta mostrato alla luce del sole quella che per molti è ancora una tesi
discutibile ed azzardata, e cioè l’attuale tramonto della dicotomia Destra/Sinistra. Che
cosa ci vorrà ancora perchè si cominci a capire quella che è ormai sotto gli occhi di tutti, e
cioè l’omologazione degli estremi bipolari precedenti in un Estremismo di Centro a
sorveglianza mediatico-universitaria ed a permanente minaccia di bombardamenti NATO?

2. Non esistono oggi né partiti né movimenti politici capaci di interpretare il comune
sentire, inteso come insieme di valori morali e culturali diffusi che nella società si
contrappongano ad un ordine democratico, caratterizzato dall’assenza di
fondamenti etici su cui possano legittimarsi le istituzioni degli stati. Il fenomeno
della globalizzazione economica in atto, ha ridotto drasticamente la sovranità degli
stati ed ha anche mutato profondamente la cultura dei popoli. Le identità nazionali
hanno ceduto il passo al cosmopolitismo globale, alle differenziazioni culturali e
linguistiche si sono sostituite nuove forme di uniformazione culturale specie nei
costumi, nel modo di sentire comune, per lo più plasmato dalla virtualità
dell’immagine erogata dai media. L’umanità sembra evolvere verso forme di
omologazione del pensiero e del sentire che si impongono nel mondo non
unificandolo, ma trasformando l’umanità stessa in un agglomerato cosmopolita
globale. Il globalismo indifferenziato non richiede certo adesione e consenso, ma si
impone sia con le armi che con la cultura e l’economia dei consumi. Il globalismo
non comporta le scelte morali e le valutazioni del pensiero critico, ma investe tutti in
un unico processo che viene inteso dalla generalità delle masse come necessario
ed ineluttabile destino. Pertanto, in tale contesto è facilmente spiegabile
l’indifferentismo morale generalizzato nel nostro presente storico sia dinanzi alle
guerre imperialistiche, che nei confronti di certe scelte di trasformazione sistemica
dell’economia, che comportano l’abrogazione progressiva dello stato sociale, che
nei rapporti interpersonali improntati alle esigenze utilitaristiche dell’individuo. In
questo programmato fluire indifferenziato di eventi, la società non riproduce più sé
stessa, dal momento che è la società stessa ad aver rinunciato ai suoi presupposti
etici che ne assicurassero la sussistenza e la continuità. Una società globale
indifferenziata non può che essere sempre uguale a sé stessa, è la risultante di uno
stato di fatto permanente che non ha quindi alcuna esigenza di riprodursi.
L’economicismo globale ha distrutto inoltre i postulati basilari della stessa ragione
economica. Prevale infatti, al di là dei suoi clamorosi fallimenti, l’economia
finanziaria globale, fondata sui valori virtuali del mercato finanziario,
sull’irrazionalismo delle masse dei consumatori – investitori, a discapito della
produzione, dello sviluppo, della redistribuzione della ricchezza. Un mondo
indifferenziato globale è la conseguenza ultima di un nichilismo diffuso specie
nell’ambito di una cultura, che ha intesa da oltre un secolo prescindere dal pensiero
critico e dal giudizio morale. E’ sintomatico di tale stato di cose, che generalmente,
quando qualcuno voglia esprimere una propria opinione non perfettamente in riga
con il politically correct dominante, premetta al suo discorso che il suo pensiero
non vuole essere un giudizio morale.

Bisogna riflettere sul fatto, apparentemente secondario e minore, ma sintomatico, per cui
la gente si sbriga a dire che quanto dice non vuole essere un giudizio morale. Ciò è tanto
più paradossale, ed apparentemente contraddittorio, quanto più la politica è stata
soffocata dal moralismo degli scandali e dall’esportazione armata dei cosiddetti “diritti
umani”, che essendo appunto “umani” non possono che essere a base morale. Ma si ha
qui appunto a che fare con il fenomeno non tanto della sparizione della morale, che nella
forma del moralismo ipocrita-giudiziario è invece ipertrofica, ma con la fine dell’etica, ed in
particolare dell’etica comunitaria.
La gente non direbbe che quanto dice non vuole essere un giudizio morale se non
percepisse confusamente che c’è intorno una sorta di indiretta pressione sociale
conformistica che “preme” per questa affermazione. Non è facile il capire il perchè. Ma se
vogliamo capirlo, è necessario afferrare le cose alla radice. E la radice, a mio avviso, sta
nella riduzione del concetto di libertà a libertà del consumatore. Il consumatore può infatti
consumare quello che vuole, fino a che l’oggetto del consumo non è dichiarato
esplicitamente illegale (narcotici, pedopornografia, simboli nazisti, eccetera). Prima di
essere caratteristiche dell’ideologia contemporanea diffusa, il relativismo ed il nichilismo
sono caratteristiche organiche della libertà del consumatore, che secondo le curve di
indifferenza dell’economia neoclassica si muove in base alla massimizzazione della
propria “ofelimità” (il termine tecnico per indicare l’utilità personale).
Tutto questo, ovviamente, non è affatto di per sé un male. Finchè ci si muove nell’ambito
della legalità, ognuno ha l’insindacabile diritto sovrano di preferire un consumo ad un
altro. C’è chi preferisce la nuotata in mare, chi l’escursione in montagna, chi infine il riposo
in un agriturismo di campagna. C’è chi acquista libri rari, e chi invece preferisce un bel
viaggio in un paese lontano. Qui ci si muove nella sfera della legittima ragione economica,
ed allora il problema sta nel vedere fino a che punto quello che tu chiami “economicismo
globale” abbia distrutto, insieme con l’etica comunitaria, la stessa ragione economica. In
fondo alla catena scopriremo anche l’ometto che, convinto di essere un esprit fort libero da
vecchi e sorpassati pregiudizi, sostiene che quanto afferma non vuole essere un giudizio
morale.
Tutta la tradizione filosofica occidentale è caratterizzata dal tentativo di fondare il concetto
di libertà in qualcosa che non si riducesse a semplice arbitrio. Persino il termine di “libero
arbitrio”, centrale nelle discussioni teologiche sulla grazia e la predestinazione, è sempre
stato correlato al corretto uso di questo stesso libero arbitrio, rivolto verso il Bene ed il
Giusto e non verso il Male e l’Ingiusto. Il processo che Karl Polanyi ha descritto a livello
storico (l’autonomizzazione dell’economia dalla sua precedente “incorporazione” politica,
sociale e comunitaria) si è per così dire “duplicato” a livello ideologico-filosofico nella
separazione prima e nella assolutizzazione poi, della libertà del consumatore rispetto ad
ogni altro tipo di libertà. Da circa trent’anni, all’interno della cosiddetta
“deideologizzazione”, lo stesso elettore è trattato come un consumatore di prodotti politici
preconfezionati nel mercato politico (campagne elettorali personalizzate, sondaggi
praticamente indistinguibili dai sondaggi commerciali, eccetera).
Nella tradizione filosofica occidentale moderna il concetto di libertà è stato declinato in
due modi fondamentali, quello del criticismo di Kant e quello dell’idealismo di Hegel. In
Kant la libertà (più esattamente il libero arbitrio) è declinata come un postulato a priori
della ragion pratica, cioè del comportamento morale umano libero. Il soggetto kantiano è
però “puro” ed astratto, e cioè integralmente destoricizzato e desocializzato, ed in questo
modo il campo dell’etica, comunitario per definizione, è integralmente ridotto a campo
della morale individuale. L’etica è allora di fatto soltanto la sommatoria di singole morali
individuali. Sebbene Kant non ne fosse probabilmente consapevole, e fosse mosso dalle
migliori intenzioni illuministiche, anti-feudali, anti-signorili ed anti-assolutistiche, questa
estrema individualizzazione della morale non faceva che “duplicare” in campo filosofico
l’analoga (e storicamente coeva) individualizzazione del comportamento economico
effettuata da Adam Smith, anche se superficialmente il rigorismo dell’imperativo categorico
kantiano non aveva nulla a che fare con la cosiddetta “etica della simpatia” fra venditore e
compratore, che Kant avrebbe considerato eteronoma e non autonoma, e quindi nel suo
linguaggio non completamente “morale”. Ma qui si ha a che fare con quella fisiologica
schizofrenia del grande pensiero borghese classico, che in seguito diede poi luogo alla
famosa “coscienza infelice”.
Il grande idealismo classico tedesco (i cui principali esponenti sono stati nell’ordine Fichte,
Hegel e Marx, che non è affatto stato un filosofo materialista, ma integralmente idealista,
sia pure in modo molto peculiare) nasce come critica dell’individualismo astratto di Kant, e
prende di mira in particolare i suoi aspetti strutturali di destoricizzazione e di
desocializzazione. La destoricizzazione e la desocializzazione non erano state per nulla
degli “errori” di Kant, ma erano state ingredienti indispensabili per effettuare la rottura con
le precedenti fondazioni organicistiche delle società feudali e signorili e per poterle
sostituire con la concezione di una nuova società liberale-borghese costituita da individui
autonomi, liberi ed indipendenti. L’intera filosofia detta “moderna”, da Cartesio (il cogito) a
Kant (l’Io Penso), doveva iniziare con una costituzione formalistica del soggetto,
destoricizzato e desocializzato, perché solo in questo modo si “spianava la strada” alla
società degli individui del tutto auto-fondati economicamente e moralmente. Hegel vuole
invece ristabilire il rapporto fra filosofia e comunità, già magistralmente posto dai maestri
greci, ma nello stesso tempo è consapevole di non poter “restaurare” il modello idealistico
di Platone (di origine geometrico-pitagorica), perché nel frattempo il cristianesimo
monoteistico, che egli rifiuta di considerare in termini di semplice superstizione e
decadenza (come faranno dopo di lui i positivisti e Nietzsche), ha introdotto la nozione di
coscienza storica, più o meno diversamente secolarizzata.
In opposizione a Kant, per cui la libertà è un postulato a priori di una soggettività
individuale integralmente destoricizzata e desocializzata (la cui astrazione corrisponde al
carattere “astratto” del lavoro capitalistico), per Hegel la libertà è un risultato, un
conseguimento, il risultato finale di un processo storico e sociale di autocoscienza della
libertà. Su questo punto non esiste nessuna differenza filosofica fra Marx ed Hegel, anche
se ovviamente Marx era comunista e Hegel non lo era. L’individuo non è affatto cancellato
o umiliato, al contrario. Semplicemente, esso non è assolutizzato, ed in questo modo non
è posto astrattamente come vuota origine del Bene e del Male. L’individuo è correlato alla
comunità di appartenenza, e si tratta allora di vedere se questa comunità di appartenenza
sia o meno portatrice di valori universali, universalistici o universalizzabili. E qui viene non
solo criticato quello che Marx chiamerà “robinsonismo”, nella duplice forma filosofica di
Kant ed economica di Smith, ma viene espresso un concetto di libertà comunitario
complessivo, che in quanto tale è incompatibile con il riduzionismo alla sola libertà del
consumatore.
La libertà del consumatore si basa su di un pedigree filosofico alternativo, quello di Hume
e di Nietzsche, ereditato oggi da Faucault e da Toni Negri. Per Hume la libertà rimanda
ad un soggetto che non è che un flusso variopinto di emozioni e di sensazioni, ed è
pertanto il soggetto ideale per l’attuale seduzione consumistica del mercato pubblicitario.
D’altra parte, per Hume la società non ha bisogno di essere fondata sull’esistenza di Dio,
sul diritto naturale e sul contratto sociale, ma basta ed avanza il semplice rapporto di
abitudine fra individui. Il sulfureo Nietzsche riprende integralmente la concezione
antropologica del soggetto di Hume, in quanto il soggetto per Nietzsche non è che il flusso
energetico della volontà di potenza. L’attuale concezione post-moderna della libertà del
consumatore unifica genialmente Hume e Nietzsche, emargina quella di Kant (considerata
troppo moralistica e ritenuta valida soltanto per seminari universitari esplicitamente rivolti
contro la concezione comunitaria derivata da Hegel e poi da Marx), e si oppone
frontalmente alla concezione di Hegel e di Marx, bollati come nemici della “società aperta”
di Popper, non a caso diventato oggi il papa filosofico del capitalismo anglosassone.
Società aperta che poi non è “aperta” per nulla, ma anzi è chiusissima, perché si basa sul
presupposto della fine capitalistica della storia.
Come si vede, una corretta diagnosi dell’odierno indifferentismo morale, generalizzato,
ipocritamente unito ad un continuo moralismo asfissiante, non può evitare di risalire alle
origini dell’individualismo borghese moderno. Il comunismo storico novecentesco
recentemente defunto (1917-1991) non ha potuto e saputo in alcun modo contrapporvisi,
perchè le comunità non possono essere imposte artificialmente in modo dispotico, ed il
dispotismo, in questo simile al latte, ha una vera e propria “data di scadenza”, che coincide
con l’avvento di nuove generazioni storicamente estranee ai movimenti politici e sociali
che hanno dato luogo a questi “dispotismi sociali”. Così come avvenne per il dantesco
“contrappasso”, viviamo in un periodo storico in cui la diffusione dell’individualismo
anomico è stata ideologicamente rilegittimata da questo crollo. La sola cosa sicura, però, è
che si tratta di un fenomeno temporaneo e provvisorio.

3. Quando si evoca l’indifferentismo morale, in occidente il riferimento corre
immediato al conformismo delle masse, drogate dal consumismo indotto dallo
strapotere dei media della persuasione collettiva. Una socialità in cui prevale
l’indifferenza generalizzata non è tale. E’ assai facile per un intellettuale organico
emettere giudizi di condanna morale sulle masse che non intendono il suo verbo e
lamentare la sua emarginazione. Ma l’intellettuale emarginato dalle masse, che non
interpreta il senso comune dominante nella società n cui vive è una figura priva di
senso nel contesto sociale in cui vive. La radice dell’indifferentismo morale della
società odierna è da ricercarsi, sia dal punto di vista storico che filosofico
nell’individualismo. Anzi, l’indifferentismo morale delle masse è la conseguenza
ultima di un processo di dissociazione tra l’individuo e la società affermatosi
storicamente da almeno due secoli. Occorre infatti risalire alla genesi
dell’individualismo per comprendere la logica storico – filosofica da cui scaturisce
l’indifferentismo morale odierno. E’ infatti lo sgretolarsi progressivo dell’etica
comunitaria a produrre la morale, intesa come l’etica individuale di un uomo
dissociato dalla società e dai valori comuni di riferimento. Che poi la morale si
legittimi attraverso il primato del pensiero trascendentale (kantismo), oppure tramite
il primato della coscienza individuale (protestantesimo),la differenza non è così
rilevante: in entrambi i casi l’uomo, espropriato della suo dimensione sociale,
isolandosi dalla comunità, incardina i suoi valori in entità estranee all’uomo stesso.
Il pensiero critico è soppiantato da direttive di comportamento cui l’io deve
adeguarsi. Il precetto morale si sostituisce alla dialettica del confronto sociale
perché l’individuo diviene l’unica fonte di legittimazione di sé stesso. Quindi
all’individualismo morale succede l’individualismo prima empirista poi illuminista
che, negando al pensiero filosofico ogni fondamento metafisico, elimina dunque
ogni causalità e finalità presupposta all’individuo, che diviene in tal modo unica
causa di sé stesso e del proprio agire. Una volta ristretti gli orizzonti del pensiero ad
un agire fattuale determinato dall’utilità individuale e degradati i rapporti sociali a
rapporti economici di scambio di merci e servizi, è evidente che le problematiche
inerenti il giudizio etico – morale di sé stessi e della società appaiono
determinazioni prive di senso. La metafisica e la assiologia si sono trasformate in
psicologia individuale e di massa, sedimentata ormai la relatività del proprio essere
individuale e della stessa storia, ridotta nei limiti temporali dell’esistenza, si è
realizzata la dissoluzione dell’io, che si è sciolto nell’acido dell’indifferentismo
morale di un individualismo massificato, che non è e non vuole essere una nuova e
diversa filosofia dell’essere dell’uomo contemporaneo, ma la negazione stessa di
ogni dimensione etico – morale che conferisca senso alla vita stessa.

La colpevolizzazione aristocratico-snobistica delle masse rappresenta una facile via di
fuga per i cosiddetti “colti”, la cui cultura non gli permette però di capire che il consumismo
non è un prodotto spontaneo che viene “dal basso”, ma una forma di integrazione
artificiale integralmente gestita dai dominanti sui dominati. D’altra parte, la recente
dissoluzione del comunismo novecentesco recentemente defunto deve pur sempre
servirci da lezione, ed insegnarci che la compressione dei consumi individuali non è in
alcun modo una forma di moralizzazione, e tantomeno di ricostruzione etica comunitaria,
ma soltanto una forma di anomia che poi porta al suo contrario, il riscatenamento
dell’individualismo consumistico (ed in questo l’esempio della Cina dovrà pur sempre
essere preso in considerazione).
Nel colpevolizzare le masse per la loro presunta “volgarità” si distinguono i cosiddetti
“gruppi intellettuali”. Hai perfettamente ragione, e non posso che congratularmi con te, nel
segnalare che è assai facile per un intellettuale (organico ma non solo) emettere giudizi di
condanna morale sulle masse che non intendono il suo verbo e lamentare la sua
emarginazione. In questa mia terza risposta, quindi, mi limiterò ad esaminare il rapporto
fra gli attuali gruppi intellettuali e le forme dominanti di individualismo. Queste forme
derivano dalla società di mercato, e ci sarebbero anche se per ipotesi i gruppi intellettuali
non esistessero. Ma le forme attuali della riproduzione sociale degli intellettuali, e
soprattutto della loro visibilità pubblica (giornalistica, televisiva, ma in primo luogo e
sopratutto universitaria) sono comunque un fattore da prendere in considerazione.
I saggi che studiano la storia ed il ruolo dei gruppi intellettuali sono molto numerosi, ed io
stesso ne ho scritto uno (cfr. Il ritorno del clero, Editrice CRT, Pistoia 2000). Tuttavia
quello che imposta a mio avviso meglio i termini storici e filosofici della questione è stato
scritto da Zygmunt Bauman, ed è il suo capolavoro (cfr. La decadenza degli intellettuali,
Bollati Boringhieri, Torino 1992 e 2007). Anziché riassumerne semplicemente le tesi, le
rielaborerò autonomamente partendo da esse, per sviluppare poi il mio punto di vista, che
ritengo in gran parte convergente con il tuo.
Bauman individua la genesi storica di uno specifico gruppo sociale definibile come
“intellettuali” nei philosophes, cioè negli illuministi francesi del Settecento europeo, e li
connota come “legislatori sociali”, almeno in pectore. Gli intellettuali sarebbero quindi nati
nel Settecento, e sarebbero nati come legislatori sociali. Si tratta di una ipotesi del tutto
plausibile, che si contrappone ad altre due scuole di pensiero. La prima parla di
“intellettuali” in tutti i casi in cui una società produce dei mediatori culturali la cui funzione
è quella di produrre un mondo simbolico di integrazione sociale, ed in questo caso bisogna
risalire agli scribi egizi, ai cantori scandinavi, ai filosofi cinesi, indiani e greci, ai profeti
ebraici, eccetera, con il pericolo di produrne in questo modo una nazione talmente ampia e
generica da risultare di fatto inutilizzabile, come le maglie di una rete talmente grandi da
non poter prendere i pesci, perchè questi ultimi ci passano attraverso. La seconda limita la
nascita di veri e propri gruppi intellettuali ad un fatto molto recente avvenuto a fine
Ottocento, il caso Dreyfus e la reazione organizzata (Zola, eccetera) all’antisemitismo
moderno, con il pericolo però di produrre una nozione talmente limitativa di “intellettuali” da
renderla non euristica e non operativa per ragioni opposte ma convergenti con la
precedente. L’ipotesi di Bauman è invece plausibile perchè correla strettamente il gruppo
sociale degli intellettuali in quanto specialisti dell’universale e del simbolico con l’emergere
della borghesia come classe sociale specifica, di cui il proletariato non è tanto la
negazione ed il superamento, come ha scorrettamente opinato il marxismo ottocentesco e
novecentesco, quanto un correlato organico e complementare, che nasce con essa, si
sviluppa con essa, e tramonta con essa. Vi è pertanto un primo elemento che possiamo
trarre da Bauman: il gruppo sociale degli intellettuali sorge insieme con la borghesia e con
il suo complemento necessario chiamato proletariato, e con lo sviluppo progressivo di un
capitalismo post-borghese, e quindi post-proletario, è normale che non possano più
esistere nella vecchia forma consueta, e questo fa venir meno tutte le teorie precedenti, da
Voltaire a Mannheim, da Husserl a Gramsci, eccetera.
Ma qui il diavolo, si nasconde nel dettaglio, e cioè in una paroletta apparentemente
inoffensiva. Gli intellettuali, in questo caso i filosofi non sono nati come legislatori sociali
ma come legislatori comunitari. Non è affatto la stessa cosa. Il termine “società” non esiste
neppure in greco antico, e non esiste perchè non ne esiste neppure il concetto e la realtà,
ma c’è soltanto il termine di comunità (koinòn, koinonia). Lo stesso termine latino di
societas non è di fatto mai impiegato nel senso che oggi diamo a questa parola. La
“società” è un termine generico, la cui ipertrofia sociologica nasconde una
indeterminatezza patologica. Il “sociale” è un concetto ampio, che manca però di forza
esplicativa, se non ne viene prima posta la sua genesi ontologica, che è sempre una
ontologia storica. Per ora le scienze cosiddette “sociali” tendono a spiegare i fenomeni
sociali con altri fenomeni sociali, ed in questo mondo si crea una catena viziosa,
autoreferenziale e tautologica simile ad un serpente che si morde la coda. Ma cos’è, in
ultima istanza, l’elaborazione del sociale? Non è nulla, se non si capisce che il “sociale”
deve essere spiegato al di fuori di esso, e non è che una metafora impropria di ciò che
dovrebbe invece essere definito come “storicità”. Finchè si continuerà a pensare gli
intellettuali come “legislatori sociali”, e basta, ci si muoverà sempre in un cerchio magico
incantato in cui i concetti, come in un girotondo senza fine, si richiamano sempre e solo
l’uno con l’altro.
I primi filosofi greci, che pure a mio avviso sarebbe scorretto definire come “intellettuali”,
non erano legislatori sociali, ma erano legislatori comunitari. Una pigra abitudine inerziale
consolidata ci ha portato a pensare che fossero semplicemente dei “naturalisti”, e cioè dei
precursori artigianali dei moderni fisici, chimici e biologi. Ma non è così. In assenza di una
religione monoteistica e creazionistica rivelata, e pertanto in assenza di quella funzione
profetica diffusa presso gli Ebrei, i primi filosofi greci dovevano affermarsi come autorevoli
e credibili nella loro comunità esclusivamente attraverso l’interpretazione della genesi della
Natura, in quanto la stessa comunità sociale era pensata come duplicazione della natura
stessa, sulla base dell’originaria indistinzione fra macrocosmo naturale e microcosmo
sociale ed umano. Con l’irrompere della moneta coniata e della sua tesaurizzazione
potenzialmente illimitata (apeiron), la precedente comunità era messa in pericolo dal
potere delle ricchezze individuali e soprattutto dalla schiavitù, per debiti. Per questo era
necessario il calcolo comunitario equilibrato del potere e della ricchezza (logos), e questo
è il significato fondamentale del termine logos, che soltanto in seconda istanza significa
linguaggio o ragione discorsiva.
Gli intellettuali ottocenteschi e novecenteschi riprendono quindi questa funzione di
legislazione comunitaria, e questo è un loro titolo di merito, non certo di demerito, come
affermano i post-moderni che li accusano di essere caduti vittime della cosiddetta
“sindrome di Siracusa”, alludendo a Platone che si sarebbe illuso di poter fare da
consigliere ai tiranni. Ma qui c’è soltanto la reazione congiunturale all’ipertrofia della
ideologizzazione politica del ventennio, 1960-1980, il cui lutto non è stato ancora elaborato
se non nella forma del pentimento.
La fine della funzione intellettuale si accompagna con la visibilità mediatica ossessiva di
intellettuali conferenzieri, simili ai Luciano ed agli Apuleio del tardo impero romano. La
cultura diventa integralmente spettacolo con la passivizzazione dello spettatore. Diventati
specialisti universitari attraverso la esasperata divisione accademica delle discipline
(funzionale alla moltiplicazioni di cattedre, dipartimenti e finanziamenti), gli intellettuali non
solo si suicidano, ma si riproducono solo attraverso la cooptazione conformistica delle
cattedre universitarie. Mentre per diventare poliziotti, magistrati o insegnanti di scuola
media ci vogliono pur sempre concorsi selettivi in busta chiusa in cui vengono corretti testi
rigorosamente anonimi, i concorsi universitari (parlo qui ovviamente solo delle facoltà di
filosofia e di scienze sociali) vengono effettuati sulla base dell’integrale cooptazione, in cui
il conformismo ideologico politicamente corretto fa premio su qualsiasi altra forma di
merito, nonostante l’ipocrita e ritualistico richiamo ad una inesistente “meritocrazia”.
Questo fa diventare gli intellettuali (parlo non del singolo, che può anche cantare fuori dal
coro, ma del gruppo sociale in quanto tale) uno dei gruppi sociali più conformisti ed
“integrati” dell’intero orbe terracqueo. Se oggi il codice dominante è quello individualistico
della libertà del consumatore, possiamo essere sicuri che i gruppi intellettuali mediatici ed
universitari se ne faranno portatori, non tanto nella forma esplicita e diretta (demandata ai
pubblicitari), quanto nella forma indiretta della sistematica diffamazione di tutte le forme di
pensiero non omogenee a quest’ultimo, non importa se di destra (Ezra Pound) o di sinistra
(Karl Marx). Gli intellettuali sono oggi portatori di quello specifico estremismo di centro che
possiamo definire conformismo post-moderno. Possiamo aspettarci qualcosa di buono
dalle cosiddette “persone normali”, ma da essi intesi come gruppo sociale sicuramente no.

4. L’economia di mercato e soprattutto la società di mercato ad essa collegata,
quale complesso di rapporti sociali derivati dalla logica mercatista, produce sempre
nuovi equilibri dinamici in cui trovano il loro punto di equilibrio sia la domanda e
l’offerta di beni e servizi, che la composizione dei rapporti sociali, morali e culturali
tra le classi. Così come nel mercato si manifestano le crisi economiche, quali
momenti di trasformazione in cui il mercato tende a creare nuovi parametri di
equilibrio, anche la struttura della società tende ad evolversi parallelamente.
Pertanto, da tali mutamenti emergono alcune classi sociali, cui corrisponde il
declino di altre. Questo processo dinamico – evolutivo dell’economia di mercato,
determina dunque sempre nuovi equilibri ai quali è la società che deve adattarsi e
mai l’economia. La nuova struttura dei rapporti sociali che ne deriva è dominata da
quelle classi sociali che si siano rese compatibili con le evoluzioni del mercato con
conseguente estromissione delle altre. Il capitalismo del XXI° secolo tende ad una
accentuata logica selettiva ad excludendum, con l’effetto di marginalizzare sempre
più vasti strati del tessuto sociale, che vengono progressivamente esclusi dai nuovi
equilibri socio – economici. La selezione effettuata dal mercato determina
marginalizzazioni e disuguaglianze sempre più accentuate nel corpo sociale, mai
l’integrazione e l’eguaglianza tra le diverse componenti della società. Oggi
assistiamo con la crisi sistemica in atto sia alla emarginazione delle masse nei
paesi evoluti dell’occidente, che dei popoli del terzo mondo nell’ambito geopolitico.
L’emarginazione conduce all’isolamento sia individuale che collettivo di masse
umane che non si riconoscono nelle istituzioni, in quanto prive di un ruolo attivo
nella società sia nel campo economico che in quello politico. Quindi si afferma un
indifferentismo morale di massa derivato da una condizione umana non sorretta da
valori morali che giustifichino gli equilibri sociali selettivi e disgreganti della società
globalizzata del nostro tempo. L’emarginazione sociale comporta l’emergere di una
logica della sopravvivenza generalizzata, derivante dallo stato di precarietà
economica nel campo lavorativo ed esistenziale nei rapporti interpersonali. In tale
condizione l’uomo non tende al sovvertimento sociale, ma alla conservazione
dell’esistente: una vita precaria, concentrata sulla sopravvivenza genera solo istinto
di conservazione. Non è un caso che nella società occidentale prevalgano le
tendenze politiche conservatrici: l’estromissione delle masse da una politica
dominata dalle oligarchie delle lobbies ha prodotto ha determinato l’indifferentismo
morale quale condizione di estraniazione esistenziale dell’io sia dalla propria
identità che dal mondo in cui vive. Indifferentismo morale e conservatorismo
dell’esistente sono fenomeni paralleli che tendono ad identificarsi a vicenda. Perché
considerare la propria sostanza umana solo alla luce della realtà positiva
contingente, conduce fatalmente alla accettazione dell’esistente. Analoghi sviluppi
subisce la cultura dominante, che oggi appare concentrata nella condanna morale
di tutti quei fenomeni non del tutto compatibili con la logica relativista di
conservazione dell’ordine anomico dell’esistente (diritti umani, liberaldemocrazia,
individualismo). L’indifferentismo morale rappresenta dunque la fase terminale di
un processo degenerativo di una condizione umana che precipita nell’abisso del
suo non essere, inteso come non essere di se stessi, sia dal punto di vista
individuale che collettivo.

Ritengo che tu abbia individuato il cuore del problema del nostro tempo affermando che
oggi la società deve adattarsi all’economia, e non certo l’economia alla società. Si dirà (e
sono soprattutto i marxisti a dirlo) che questa non è una novità, perchè questo è sempre
avvenuto, e sempre la società (o più esattamente la comunità) ha dovuto adattarsi
all’economia. Ma non è vero. Se per “economia” si intendono le risorse naturali, le forze
produttive, l’agricoltura, l’allevamento, eccetera, allora questo può essere parzialmente
vero (parzialmente, ma non del tutto, perchè ambienti naturali simili hanno prodotto
configurazioni storiche e sociali, molto diverse e talvolta alternative). Ma oggi l’economia
non è più questo, quanto l’imposizione diretta di una forma obbligata politica, culturale e
sociale autoreferenziale. Si tratta di una relativa “novità”. Questa novità deve essere
indagata con categorie specifiche adatte ad essa.
Per comprendere il cuore del problema da te messo a fuoco con tanta chiarezza
un’eccessiva erudizione storica ed economica può addirittura essere fuorviante, per il noto
principio per cui occorre prima vedere le foreste, e poi esaminare i singoli alberi. Sono
invece necessari due concetti fondamentali, il primo elaborato da Karl Marx, il secondo da
Karl Polanyi. Secondo Marx il capitalismo, o più esattamente il modo di produzione
capitalistico, è retto da una norma di produzione e riproduzione illimitata, ed è proprio
questa illimitatezza l’elemento differenziale e contrastivo con tutti i precedenti (e forse i
successivi, se ci saranno successivi, cosa che nessuna filosofia della storia
necessitaristica, deterministica e teleologica può garantire a priori in forma messianica,
ricoperta o meno con una presunta veste “scientifica”) modi di produzione che hanno
caratterizzato la storia universale dei cinque continenti. Secondo Polanyi il capitalismo è
la sola società in cui l’economia non sia contenuta ed “incorporata” nella più ampia
produzione sociale e comunitaria, e questa non-incorporazione è ovviamente la premessa
non solo dell’autonomizzazione patologica dell’economia stessa, ma del suo soffocante
dominio su tutti gli ambiti della vita sociale, per cui a poco a poco, la fisiologica economia
di mercato diventa una patologica società di mercato.
Partendo dall’economia politica intesa come disciplina indipendente, in tutte le sue varianti
di destra, di centro e di sinistra, questa comprensione è impossibile, ed è impossibile per
l’autoreferenzialità della stessa scienza economica, che si basa sul presupposto
antropologico dell’individuo originario, prima produttore e poi consumatore. E’vero che a
volte si parla di macro-economia contrapposta a micro-economia, ma si tratta quasi
sempre di un espediente, perchè le stesse grandezze macro-economiche disaggregate
rimandano in ultima istanza alla sacralità indiscussa della fondazione utilitaristica
originaria.
L’economia politica trova quindi il suo fondamento ontologico ultimo in una metafisica
dell’individuo originario. Per questo fanno ridere (ma si ride per non piangere!) tutte le
affermazioni alla Habermas o alla Rorty, per cui oggi noi vivremmo finalmente in una
situazione post-metafisica, in cui il rischiaramento illuministico ha finalmente vinto sulle
precedenti superstizioni religiose e su quei succedanei religiosi imperfettamente
secolarizzati che rinviano al pensiero di Hegel e di Marx.
Chi cerca in tutti i Modi nell’economia politica la chiave per la comprensione della totalità
sociale non la troverà mai, perchè l’economia politica non è la soluzione, ma è il problema.
Una delle ragioni - non l’unica, certamente - del fallimento del marxismo storico nella
comprensione del problema della riproduzione della totalità capitalistica sta nel fatto che a
partire da Engels (ma con qualche minore responsabilità di Marx) il marxismo si è
costituito come “economia politica di sinistra” e come previsione pseudo-scientifica e
quasi-religiosa del crollo del capitalismo per opera del soggetto demiurgico proletario. Ma
l’economia politica, di destra o di sinistra che sia coincide al cento per cento con
l’utilitarismo, ed essendo l’utilitarismo una metafisica dell’individuo originario é del tutto
impossibile sulle sue basi giungere alle dinamiche della dissoluzione e della
ricomposizione della comunità. Solo la filosofia può arrivarci, e non è un caso infatti che a
partire dal 1803 circa Hegel abbia individuato nella filosofia l’unica leva per la
ricomposizione della comunità, abbandonando le precedenti generose posizioni giovanili
(l’arte, il cristianesimo, la grecità, eccetera) .
Alcuni economisti sensibili ed intelligenti hanno peraltro capito a loro modo quanto sto
dicendo, e cioè che sul terreno della sola economia è del tutto impossibile ricostruire la
totalità sociale, e pertanto modificarla in una prospettiva concreta e realistica. Fra questi
spicca l’economista-filosofo italiano Claudio Napoleoni (1924-1988). Studiando la storia
del pensiero economico, e non dimenticando mai che quella che viene chiamata “socialità”
non è altro che storicità, o se vogliamo una configurazione mobile e provvisoria della
storicità stessa, Napoleoni giunse alla comprensione della identità in ultima istanza fra la
teoria economica del valore e la teoria filosofica dell’alienazione. E mentre per il suo
compagno di strada Lucio Colletti questa scoperta fu l’occasione (o meglio, il pretesto) per
giustificare il proprio abbandono della prospettiva di Marx e la propria “conversione” al
liberalismo di Popper, per Napoleoni fu invece il punto di partenza per un ripensamento
radicale dell’intera economia politica (cfr. Discorso sull’economia politica, Boringhieri,
Torino 1985), e quindi per una uscita ragionata dalla sua assolutezza autofondata.
Personalmente, ne scrissi in proposito un commento per la rivisita “Marxismo Oggi”. Nel
1990, due anni dopo la sua morte, furono pubblicate delle sue note intitolate “cercate
ancora” (cfr. Cercate Ancora, Editori Riuniti, Roma 1990). E tuttavia, la stima e la simpatia
umana per la sua persona, da me personalmente conosciuta, non deve impedirmi di dare
un giudizio criticamente negativo sulla sua impostazione della ricerca, che esclude ogni
tipo di salvezza storico-politica, si muove verso la critica della Tecnica (intesa nel senso di
Heidegger come dispositivo anonimo ed impersonale incontrollabile ed immodificabile,
Gestell), accusata di annullare il soggetto e di portare il mondo verso un dominio
incondizionato, per cui il progetto di emancipazione umana sfocia nella sapienziale
conclusione heideggeriana che “solo un Dio ci può ancora salvare”.
In questo modo la generosa esortazione di “cercare ancora” diventa a mio avviso
completamente astratta ed ineffettuale, e sfociare nel vasto mare del pensiero postmoderno,
che non è che la razionalizzazione sofisticata dell’impotenza storica e sociale,
più o meno travestita da disincanto verso le grandi narrazioni (Lyotard, Sloterdijk,
eccetera). Bisogna indubbiamente cercare, ma cercare è del tutto inutile se non si sa dove
cercare, perchè soltanto sapendo dove cercare si può sperare di trovare qualcosa. Qui bisogna
mettersi alla scuola dei cercatori di funghi e dei pescatori, che non sono magari
sicuri di provare quello che cercano, ma sanno che in certi posti è assolutamente sicuro
che non si troverà nulla, mentre in altri è invece probabile che si troverà qualcosa.
Il luogo in cui cercare è a mio avviso perimetrato dai due concetti fondamentali prima
richiamati a proposito di Marx e di Polanyi. Se si crede di poter contestare e criticarne il
capitalismo in nome di una illimitatezza ancora più efficiente o addirittura più “giusta” si
andrà fuori strada, perchè sul terreno della illimitatezza il capitalismo è assolutamente
imbattibile. Questo non comporta automaticamente l’adozione della teoria della decrescita,
che nella forma oggi diffusa (Latouche, Badiale, Bontempelli, eccetera) non mi sembra
convincente, ma comporta la sua presa in considerazione evitando frettolose liquidazioni
in nome del modello liberale di crescita o del paradigma marxista classico, che come ho
detto prima è economicistico, ed è quindi soltanto un povero utilitarismo di sinistra a mio
avviso non riproponibile. La teoria della decrescita mi sembra per ora essere il semplice
rovesciamento non dialettico della precedente teoria della crescita. Capisco bene le
ragioni soprattutto ecologiche ed ambientali che ne possono favorire il successo, ma vi
sono troppi “passaggi” economici, politici e filosofici che questa teoria “salta” perchè si
possa pensare di avere già trovato il bandolo della matassa. Resta il fatto che la norma di
accumulazione illimitata che regge il capitalismo, in particolare nella forma attuale postborghese
e post-proletaria è il cuore da contestare e da criticare. I1 “cercare ancora”,
quindi, significa cercare le forme di aggregazione politica e sociale che possano
“praticamente” infrangere questa patetica e viziosa illimitatezza. Il pensiero greco,
pensiero della misura (metron), della giustizia (dike) e del calcolo politico e sociale
comunitario (logos) può essere in questo infinitamente più “attuale” dello storicismo
marxista o della sapienzialità heideggeriana.
E’ tuttavia la diagnosi di Po1anyi che oggi mi sembra la più ricca di insegnamenti. Finchè
l’economia (di cui non discuto la legittimità sia dell’oggetto che del metodo, se non
vengono assolutizzati in una metafisica utilitaristica dell’individuo robinsoniano originario)
non sarà riportata all’interno del controllo sociale comunitario, inevitabilmente politico, il
popolo non sarà mai al potere, ma resterà sempre un’astrazione ideologica vuota, per cui
la democrazia non potrà mai essere altro che oligarchia e l’economia non potrà mai essere
altro che crematistica.

giovedì 18 novembre 2010

BELLO E POSSIBILE
Riflessioni su comunismo e utopia




…non si sogna solo di notte.
Purtroppo o per fortuna, dipende, si sogna anche di giorno

Ernst Bloch, Addio all’utopia

Il comunismo è davvero - come sostengono spesso i suoi critici - una “utopia”
strutturalmente incompatibile con la “vera natura umana” ? E a proposito: esiste
una “vera natura umana” e da cosa essa è - eventualmente - caratterizzata ?
Per rispondere a queste domande probabilmente non basterebbero migliaia di pagine;
tuttavia, qualche piccolo elemento di riflessione è possibile introdurlo anche in
poche righe.
Al comunismo è toccata spesso la sorte di essere considerato “bello e impossibile”,
un’utopia irrealizzabile perché contraddittoria con la “vera natura dell’uomo” -
“lupo”, egoista, individualista -; un’utopia, inoltre, che quando viene proposta come
progetto concreto finisce inevitabilmente per divenire “totalitaria” proprio perché
pretende di violare le regole della “natura umana”.
Insomma, la gamma della critica anti-comunista si svolge entro due poli: quello
della irrealizzabilità del progetto utopico-ideale e quello della realizzabilità solo
della versione totalitaria di tale progetto. Non si sfugge: il comunismo sarebbe bello,
ma non si può fare, oppure si può fare, ma non è bello.
Da lì a dire che i comunisti sono - quando va bene - degli ingenui sognatori o - più
frequentemente - dei potenziali criminali (rigorosamente “stalinisti”) il passo è breve.
Cominciamo, dunque, dall’utopia.
Etimologicamente, utopia sta per “in nessun luogo”1. Nell’accezione comune si dice
“utopico” di qualcosa di magari auspicabile, ma certamente irrealizzabile; insomma,
una definizione che si attaglia perfettamente alla percezione che del comunismo
intendono dare i suoi critici e denigratori.

1 Dizionario etimologico on line: “Utopia = b.lat. UTOPIA composto di U = gr, OY. non e
TOPOS luogo (v. Topino). Voce foggiata da Tommaso Moro, Gran Cancelliere
d’Inghilterra |sec XVII|, che dette questo titolo ed una sua teoria di legislazione e di governo
modello per un paese immaginario, che chiamò Utopia. Progetto promosso da buona intenzione,
ma che non può aver luogo, che non si trova in alcun luogo, cioè, non attuabile”
.

Eppure, chiunque comprende che non necessariamente ciò che non esiste non può
esistere; allo stesso modo, non necessariamente ciò che non esiste non è mai esistito.
Anche quello di “utopico”, come tanti altri, è un concetto storicamente determinato.
Basti ricordare, infatti, che siccome generalmente per utopico si intende “non
realizzabile”, si rischia il paradosso di considerare come “utopiche” (quindi non realizzabili)
anche cose che invece non solo possono benissimo essere realizzate, ma
che addirittura sono già state realizzate.
Probabilmente se oggi noi pretendessimo che tutti i contratti di lavoro fossero a
tempo indeterminato ci sentiremmo rispondere che si tratta di una richiesta “non
realizzabile” (in questo senso, dunque, utopica), non compatibile con le leggi
dell’economia moderna. Eppure, in un passato neppure tanto distante, tutti i contratti
di lavoro erano a tempo indeterminato.
Dunque, ciò che era possibile (anzi reale) in una certa società, in una certa epoca,
è divenuto “utopico” nella stessa società, in un’epoca diversa.
Quella che viene definita come utopica è dunque la pretesa di immaginare ciò che
non è compatibile con l’esistente. E in un esistente dominato dalle leggi dell’autoriproduzione
dei rapporti capitalistici di produzione2 è ovvio che non vi sia alcuno
spazio per pensare una società dove le relazioni sociali non siano basate sul profitto.
Ci mancherebbe altro.
Non soddisfatti di aver decretato l’incompatibilità del comunismo con il presente
gli apologeti del capitalismo ne decretano l’incompatibilità anche con il futuro. E’
il tema della “fine della storia”.
Ma la storia è veramente “finita” ?
Beh, intanto se la fine della storia fosse quella vagheggiata da personaggi come
Francis Fukuyama3 ci sarebbe davvero di che preoccuparsi dal momento che Fukuyama
fa parte di quella schiera eletta di “intellettuali” organici ad alcuni dei più potenti
“think thank” nord-americani4 fautori della guerra infinita e preventiva.
Il fatto è che in ogni epoca la classe dominante ha tentato di descrivere il sistema
politico-sociale vigente come talvolta migliorabile, ma in ogni caso ultimo, insuperabile.
A questa affermazione ideologica i comunisti hanno spesso risposto con una
affermazione specularmente ideologica: il comunismo è il destino ineluttabile
dell’umanità perché “gli uomini tendono naturalmente verso il bene” e il bene è il
superamento reale della disuguaglianza.
E per sostenere l’idea - un po’ hegeliana - di un percorso lineare e progressivo di
sviluppo dell’umanità5 verso il Bene si suggerisce l’esistenza in Origine di

2 Il capitale è innanzitutto un rapporto sociale. L’accumulazione di capitale è dunque al
tempo stesso riproduzione del modo di produzione e del rapporto sociale che gli corrisponde.
3 Francis Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, Rizzoli, 1992.4 Il Project for a New American Century. Vedi: Statement of principles, 3 giugno 1997.5 Criticata anche da Eric Hobsbawm nella sua Prefazione al testo di Marx Forme economiche
precapitalistiche (Editori Riuniti, pag. 36, 1974) tratto dai Grundrisse.


un’embrionale “uguaglianza primitiva” successivamente superata dalla disuguaglianza
della divisione in classi - dovuta allo sviluppo delle forze produttive - che
sarà anch’essa, prima o poi, superata da un forma superiore di uguaglianza, dalla
società senza classi, dal comunismo appunto.
Alla domanda “il comunismo è mai esistito nella storia dell’umanità ?” possiamo
rispondere che, se per comunismo intendiamo una forma “più o meno sviluppata”
di proprietà collettiva dei mezzi di produzione e di uguaglianza giuridica tra i
membri della comunità6 allora, forse, qualche embrione di “comunismo” è effettivamente
esistito, o comunque è stato pensato.
Ma bisogna intendersi sulla definizione “più o meno sviluppata”.
Ad esempio, quello che spesso è stato chiamato il “comunismo” platonico7 assomigliava
più che altro ad una sorta di ascetismo comunitario-egualitario di élite che
ammetteva tranquillamente l’esistenza degli schiavi (che anzi rappresentavano la
condizione per la “liberazione dal lavoro” necessaria alla pratica della riflessione
filosofica) e la subalternità dei cittadini a questa élite, subalternità garantita dalla
classe dei guerrieri, tutori dell’ordine generale della società. Questo genere di
“comunismo élitario” può andare benissimo anche ai più convinti anti-comunisti
che dell’elitarismo e della mancanza di uguaglianza in senso universale (da riservare
semmai solo all’élite, ai pari, ai “migliori”) fanno la propria bandiera.
Anche l’uguaglianza comunitaria degli uomini primitivi non era un comunismo
come lo intendiamo noi perché la messa in condivisione dei beni e dei mezzi di
produzione non derivava dalla scelta del rapporto sociale comunista, ma dalle necessità
di sopravvivenza di individui che ad un certo punto iniziarono a cooperare
proprio per affrontare meglio questo compito immediato. E dopo la cooperazione,
la ricerca di migliori territori in cui vivere, lo scontro con altre comunità, la guerra,
la sottomissione e schiavizzazione degli sconfitti, la creazione di classi. E nello
stesso tempo la maggiore specializzazione nelle attività legate alla riproduzione
della vita materiale, la divisione del lavoro e - di nuovo - le classi.
Lo stesso livellamento “egualitario” ultra-capitalistico, che annulla progressivamente
ogni individualità in nome di una generalizzazione del modello di uomoconsumatore
standardizzato, non è certo un tipo di “uguaglianza” da auspicare perché
interpreta la tendenza alla sussunzione reale del lavoro al capitale, la progressiva
subordinazione dei lavoratori alle leggi del modo di produzione capitalistico:
produci, consuma, crepa.

6 Come proposto già da alcuni “utopisti” del XVI, XVII e XVIII secolo, da Tommaso Moro
a Tommaso Campanella, da Morelly a Mably, che avevano vagheggiato forme di società
ideali o “comuniste”, con tanto di abolizione della proprietà privata e ripartizione del tempo
di lavoro tra tutti i membri della comunità. Cfr F. Engels, L’evoluzione del socialismo
dall’utopia alla scienza, Laboratorio politico, pag. 45 e nota 76.
7 Ne La Repubblica Platone divideva la società in 3 classi (governanti, guerrieri, lavoratori);
per la classe dei governanti prevedeva l’eliminazione della proprietà privata, la comunanza
delle donne e dei figli, la parità tra uomo e donna.




Continua:  http://www.antiper.org/approfondimenti/bello.pdf

mercoledì 3 novembre 2010

 
Democrazia e Potere del Popolo

Il comunismo è democrazia sostanziale delle “libere individualità sociali”





 
Francesco M. Ibba

1) Demo-crazia: brevissimi cenni storici (seguendo pedissequamente uno schema analitico di Norberto Bobbio);



Il panorama culturale che ci offre la nostra società sembra dominato, ormai inesorabilmente, da una “costellazione” di verità indubitabili, le quali costituiscono gli elementi fondanti di una sempre più dettagliata “weltanchaung occidentalista”che, dalle televisioni all’apparato scolastico-formativo, viene imposta ai nostri giovani fin dalla più tenera età.

Non si sfugge a questa “grande rappresentazione” del mondo, codificata fin nei più minimi dettagli da quell’immenso apparato propagandistico che viene usualmente denominato come “società dell’immagine”.

L’obbiettivo , forse più ardito, che i meccanismi fondanti di questa società pretendono di raggiungere è la piena giustificazione “morale” e “culturale”, da ottenersi presso le masse popolari occidentali, a riguardo del fatto che la sussistenza( agli attuali standards consumistici) di un quarto del mondo è determinata dallo sfruttamento intensivo, violento e sterminatore, dei restanti tre quarti.

Non possiamo che interrogarci sugli esiti, prima di tutto dal punto di vista umano, che tale campagna micidiale sortirà in futuro.

Uno dei punti nevralgici, dei momenti topici, di tale propaganda verte sui “significati” comunemente associati al termine “democrazia”.

Vediamo, in maniera sintetica ed estremamente riassuntiva, i “passaggi fondanti” dello sviluppo di questo concetto(seguendo, o per meglio dire, citando uno schema analitico di Norberto Bobbio1):



A) la Teoria classica: dal IV-V secolo, fino allo Hegel.



“Democrazia” etimologicamente vuol dire “potere del popolo” (“demos” - popolo, “kratos”- potere); Ricorda Bobbio come una delle più antiche disquisizioni sulle forme di governo venga menzionata da Erodoto (III,80-83), ove il “governo popolare” viene definito, secondo l’uso greco, “isonomia”: termine che può essere traducibile o come “eguaglianza delle leggi”, o come “eguaglianza di fronte alla legge”;

Per ciò che attiene Platone, dalle cinque forme di governo individuate nella “Repubblica”(aristocrazia, timocrazia, oligarchia, tirannide e democrazia), passando per una classica tripartizione attuata nel “Politico”(ove la “democrazia” è riconosciuta come “la meno buona delle forme buone e la meno cattiva delle forme cattive”), si giunge, con le “Leggi”, a quella bipartizione che verrà in seguito ripresa da Macchiavelli: “monarchia” e “democrazia”, a cui rispondono gli esempi, nell’un caso dello stato persiano, e nell’altro di Atene; persiste sempre l’accezione negativa del concetto di “democrazia”.

Con Aristotele si ha la divisione in tre forme “pure” di governo, cui corrispondono tre varianti degenerative o “corrotte”: il principio della degenerazione viene individuato nell’indirizzo dell’esercizio del potere, a vantaggio di chi lo detiene piuttosto che nell’interesse generale. In questo caso la “democrazia” è considerata come una “variante” impura della “politia”(governo dei molti): un “governo a vantaggio dei poveri”.

Non soffermandoci sulle ulteriori classificazioni della “democrazia” attuate da Aristotele(che ne individua 5 varianti), ricordiamo brevemente la tripartizione classica delle forme di governo:

- Monarchia: cui corrisponde la forma “degenerata” della “tirannide”;

- Aristocrazia: cui corrisponde la forma degenerata della “oligarchia”;

- Politia: cui corrisponde la forma degenerata della “democrazia”.



Questa suddivisione(germinata tra IV e V secolo A.C.) attraverserà il medioevo(pure, come vedremo, segnato da nuove concezioni) per giungere, in evo moderno, fino allo Hegel.

Nel solco di tale impostazione si sviluppano tre significative variazioni additive:

1) Bodin , che discernendo tra titolarità ed esercizio della sovranità attua una distinzione tra forme di “stato” e forme di “governo” : “onde può aversi una monarchia, cioè uno stato in cui il potere sovrano appartiene al re, governata democraticamente, per il fatto che le magistrature vengano attribuite dal re indiscriminatamente a tutti, o una democrazia aristocratica, come fu Roma per un certo periodo della sua storia, o una aristocrazia democratica e via discorrendo;(Bobbio p. 310; ibidem)



2) Hobbes, per il quale la sovranità, che è potere assoluto o non è un potere sovrano, non può essere soggetta a criteri interpretativi che ne sanciscano l’uso “corretto” o “l’abuso”: Hobbes sopprime dunque la distinzione tra forme “pure” e forme “corrotte”.

3) Rousseau, che degrada le tre forme aristoteliche a tre varianti di esercizio del potere esecutivo: e questo concependo il potere legislativo, che caratterizza la “sovranità”, come prerogativa del popolo.

Continua: http://comunitarismo.it/democrazia_potere.htm